lunedì 27 gennaio 2020

KAFKA E LA CHIAMATA DEL DAIMON 1

 
 

" La verità è ciò che ad ognuno occorre per vivere, ma non si può ricevere né acquistare da nessuno. Ogni uomo deve produrla continuamente dal proprio intimo, altrimenti perisce. E' impossibile vivere senza verità. Può darsi che la verità sia la vita stessa. " ( Janouch, 1951 )


(…) Kafka fu un uomo solo e tormentato. " Solo come Kafka", dirà
       lo scrittore al giovane Janouch per trovare l'unica, adeguata
       misura del suo stato : la metafora non era fuori, ma dentro,
       mescolata al suo essere. Nessuna condizione umana, neppure
       la più disperata, poteva essere altrettanto tragica. In una
       lettera che Milena scrisse a Max Brod ( 1937 ), dopo la fine
       della loro relazione, ella lo definiva " un puro, un uomo senza
       rifugio proprio a  causa della sua purezza. La vita era per lui
       qualcosa di ben diverso da ciò che essa rappresentava per tutti
       gli altri uomini: era un enigma, un " enigma mistico". Egli
       doveva sollevarla verso il puro, il vero, l'immutabile ".
       Kafka doveva risolvere questo enigma: doveva capire chi era
       lui e chi era l' Altro, quell'altro inquietante che compariva nei
       suoi scritti, vestendo ogni volta panni diversi : l'imputato, il
       giudice, il medico, l'insetto, il potente signore del Castello e la
       fitta schiera di amanti, di donne ora grasse, elefantiache e
       castranti come Gardena o Brunelda, ora invece magre e
       accoglienti come Frieda, immagine della passione.
       Se l' Altro, quale immagine endopsichica rappresentava una
       modalità di esistenza a lui sconosciuta, se incarnava una
       possibilità racchiusa in fondo all'anima, il volto di Kafka non
       poteva che mutare continuamente nella messa in scena dei suoi
       personaggi.   (…)



Aldo  Carotenuto  da  La chiamata del Daimon ( Gli orizzonti della verità e dell'amore in Kafka )

Nessun commento:

Posta un commento