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lunedì 14 aprile 2025

MITO E LOGOS ( 1 )


                                           Pompei - Affresco di una madre che allatta il bambino




MADRI, BAMBINI E DEE CON LA SCOPA


Se potessimo sbirciare in casa di una madre che ha appena partorito, nella fase più antica della storia di Roma, ai nostri occhi si presenterebbe una  scena quantomeno singolare. In piena notte vedremmo infatti tre uomini compiere una sorta di ronda all' esterno dell' edificio con in mano altrettanti oggetti piuttosto bizzarri : una scure, un pestello e una scopa. Giunto davanti alla porta d' ingresso, il gruppo si fermava e compiva gesti non meno misteriosi : la scure e il pestello venivano sollevati per colpire la soglia, la scopa per ripulire le schegge di legno che si accumulavano per terra, e questo nonostante i tre non fossero affatto dei malviventi intenzionati a penetrare con la forza nell' abitazione.

A offrirci la spiegazione di quello che in effetti ha tutta l' aria di essere un rito molto arcaico, è il maggiore studioso antico di religione romana, il dottissimo Varrone , attivo nel I sec. a.C.. Secondo Varrone, quel giro intorno alla casa della puerpera aveva la funzione di tenere lontano il dio Silvano e di impedire che tormentasse la madre e il bambino appena nato. E poiché Silvano è un dio irsuto e selvaggio, il cui dominio coincide con gli spazi del bosco e dell' incolto, ecco che per fronteggiarlo venivano impiegati oggetti appartenenti al campo dell' agricoltura : la scure con cui si tagliano gli alberi, il pestello con cui si macinano i cereali e la scopa con cui le spighe vengono ammassate sull' aia dopo la mietitura. Non solo : da Varrone apprendiamo anche che le tre figure coinvolte nel mito impersonavano altrettante divinità : Pilumno era il dio del pestello, Intercidona la dea della scure, mentre Deverra era riconoscibile dall' attributo della scopa .



                                 Mario Lentano  da   Mito e Logos



MITO E LOGOS ( 2 )

 

Silvano - del resto - non era l' unica minaccia per i bambini appena nati : non meno pericolose di lui erano le Strigi, sorta di uccelli rapaci dei quali si diceva che aggredissero le viscere dei neonati mentre dormivano nelle loro culle e ne succhiassero il sangue fino a farli deperire e morire, oppure che offrissero loro le proprie mammelle, che però non contenevano latte, ma una sorta di siero velenoso. Per fortuna, a venire in soccorso dei piccoli indifesi, era anche in questo caso una divinità, Carna, venerata come protettrice degli organi interni : la dea prima deponeva sulla finestra della stanza un ramo di biancospino, pianta di buon augurio, poi offriva alle Strigi le viscere di una scrofa appena nata come forma di sacrificio sostitutivo perché, cibandosi di quelle, i malefici uccelli rinunciassero a insidiare il corpicino del neonato.

Fin qui, i Romani ; ma riti, preghiere e congiuri per proteggere le culle sono stati praticati ovunque in Europa sino all' età moderna, e in alcune aree periferiche erano ancora in uso pochi decenni fa. In società nelle quali la morte dei bambini era frequentissima, questa folla di presenze minacciose, da Silvano alle Strigi, consentiva da un lato di darsi una spiegazione di un evento devastante come la perdita di un figlio, attribuendola all' azione di potenze superiori, dall' altro personificava il pericolo identificandolo in un essere concreto, anche se invisibile, che si poteva quanto meno cercare di combattere o di allontanare. Successivamente, dopo l' avvento del Cristianesimo, queste pratiche vennero sostituite con invocazioni e preghiere alla Madonna e ai Santi.




                           Mario  Lentano    da    Mito e Logos



mercoledì 17 aprile 2024

PORTAMI IL GIRASOLE

 


                                                                         Van Gogh -  I Girasoli




La celebre poesia di Montale si collega direttamente all'etimologia del nome della pianta Helianthus annuus, una combinazione delle parole greche " helios" ( sole ) e " anthos " ( fiore ), dunque " il fiore del sole", che la leggenda lega al mito di Clizia, la ninfa che si innamorò perdutamente di Apollo, il dio che traina il carro del sole, scortando ogni mattina l'astro ardente al centro della volta celeste. Clizia era anche senhal della donna amata da Montale, Irma Brandeis, cui questa poesia dal valore fortemente allegorico sembra destinata.* C'è chi afferma che in realtà la lirica non abbia un vero dedicatario, ma che il poeta stia parlando a sé stesso, esortandosi a vivere una felicità possibile, ignorando il proprio " male di vivere". Infatti Montale, stando alla datazione, non aveva ancora incontrato Irma quando scrisse questo componimento; eppure il girasole sembra prefigurare l'avvento della donna, come fosse una sorta di presagio.




PORTAMI IL GIRASOLE


Portami il girasole ch'io lo

trapianti

nel mio terreno bruciato dal

salino

e mostri tutto il giorno agli

azzurri specchianti

del cielo l'ansietà  del suo volto giallino.


Tendono alla chiarità le cose

oscure,

si esauriscono i corpi in un

fluire

di tinte : queste in musiche.

Svanire è dunque la ventura delle

venture.


Portami tu la pianta che

conduce

dove sorgono bionde

trasparenze

e vapora la vita quale essenza;

portami il  girasole impazzito

di luce.



                    Eugenio  Montale  da   Ossi di seppia



* In questo sito si possono leggere " Lettere a Clizia " cliccando ( a destra fra i nomi degli autori ) Eugenio Montale.




lunedì 2 maggio 2022

I MITI DEI SUPEREROI



                                         Discesi in fondo a me stesso e mi cacciarono...




ODISSEY 2001

( Cape Canaveral, Aprile 2001 )


Odisseo parte alle quattro del mattino

attraverso l'Universo piatto

un parametro

tra l'altro

dell' asse spazio - tempo.


Viaggia su Marte

alla ricerca della vita

nel gelo

e nei camini vulcanici.


A navigare

attraverso tutte le sensazioni

nel Mare Pontino del vuoto interstellare

tormentato.


Morirà

per ritornare

in qualsiasi Terra,


qualsiasi Itaca, devastata da spasimanti,

qualsiasi patria

che una volta si produsse tra le stelle.


Ritornerà.


A  svanire

nel primo istante d'amore

possibile.



                                     ***


OMERO


Indovinando

ho smesso di vedere.


E ora mi sveglio

nell'occhio

di un altro.


Persino il dito

che mi rimuove la lacrima accesa

è suo.


Si brucia.


E arde.

E tanto mi duole


che canto.


Per non sentire.



                                          ***


ULISSE


Sulla spiaggia di Itaca

mi hanno portato addormentato,

solo un corpo inerte.


Prima

non mi hanno riconosciuto

e dopo nessuno mi ha chiesto

nulla.


Ho ucciso i pretendenti.

E più


non devo navigare.


Non devo inventare.

Non devo inventarmi.

Non devo essere

un altro.


Non devo essere.


Nemmeno io 

sogno Odisseo


La mia fuga

verso il reale


si è compiuta.



                                           ***


ORFEO


Mi restituiscono a Euridice

ma non potrò vedere la sua ombra.


Mi restituiscono a Euridice

ma senza la memoria dell'amore

che scende all'inferno.


Mi restituiscono a Euridice

ma senza via di andata e di ritorno

dove? a chi?

Come ritrovarmi?


Sono la lira che strappano

con denti e unghie

le baccanti?


Senza ricordi

non vedo la luce

di cui mi hanno parlato gli dei del Tartaro

e i fulmini - sortilegi

della scrittura.


Mi restituiscono a Euridice.

Ma in quale direzione

mi seguono i suoi passi?


Discesi in fondo a me stesso

e mi cacciarono.

Senza ombra.


Senza sguardo.


Persino il mio sangue

brucia

nella ferita di un Altro.


Per nulla soffro.


E canto.


Perché non sento.





                         Zhivka  Baltadzhieva  Trad. di M. Filippi



martedì 8 febbraio 2022

ENDIMIONE

 


                                                        Sentire che le parole ci legano...



Il titolo della raccolta fa riferimento esplicitamente al mito di Endimione ( nel quale il poeta rappresenta se stesso ).
La straordinaria bellezza dell'eroe fu soggetto  frequente  dell'arte antica, che lo presenta come pastore o cacciatore. Curiose alcune spiegazioni razionalistiche degli antichi, secondo una delle quali l'amore di Selene ( la Luna ) per Endimione significherebbe il contributo che al crescere dell'erba dà la notturna rugiada che si produce per le emanazioni della luna ; mentre secondo un'altra, Endimione sarebbe stato un  cacciatore che avrebbe cacciatore di notte con Selene ( cioè al chiaro di luna ) e dormito di giorno, sicché sarebbe stato colpito da eterno sonno.
Come Endimione, anche il poeta sogna, e il sogno esorcizza la paura della morte " E mi svegliavo / pensando : ho sognato la mia morte, ecco / magari me ne andassi così, / magari fosse questo / il mio ultimo giorno,"
La posizione di Damiani può essere definita " oraziana": per lui è meglio un angolo appartato che ci protegga e ci permetta di non farci travolgere dagli affanni, un punto di osservazione che sia anche il laboratorio segreto delle nostre confessioni, dei nostri pensieri. Tutto questo, non per complicarci ulteriormente la vita ma, al contrario, per riportarla entro schemi più semplici, quotidiani, umani, dove gli affetti, gli amori e la natura diventano gli elementi più importanti ed essenziali.






Mi piace pensare al tuo corpo
senza guardarti, solo pensarti, tenerti
nella mia mente,
catturarti nelle parole
senza guardarti
sentire che le parole ci legano
e ci costringono ad abbracciarci.


                                                    ***

Ti tengo la testa tra le mani
accarezzo le tue sopracciglia
il disegno delle tue palpebre
e sprofondo dentro il mistero,
poso le dita su una linea
percorrendo a velocità molto bassa
qualcosa che fu creato
a velocità inimmaginabile;
è come posare le dita
sulla lama di una sega elettrica
e allora sollevo la mano
e ti guardo, e senza capire
mi scaldo un po' al tuo fuoco.
Sono fiamma le tue labbra
fiamma che brucia, fiamma che va tenuta
- come il fuoco - a una certa distanza.
Il fuoco divora ossigeno
tu invece lo produci
come le piante
e avvicinandomi a te respiro
quell'aria senza la quale
non potrei vivere.
Tutti noi siamo come i condannati
a morte del Risorgimento,
ragazzi che prima di morire
hanno sulle labbra la parola " patria".


                                                         ***

Molte volte la vita è sofferenza,
altre volte ci sono stati dei mattini luminosi,
dei risvegli: c'era nebbia e si saliva
come su strade di montagna
dove il cielo era sempre più azzurro
e si sentiva come una chiamata, un appello
come se tutti fossimo chiamati in un punto
verso quelle nuvole, al di là di esse
e c'era poi una donna, non saprei dire chi fosse,
se piangeva o sorrideva, una donna
che piegava il capo con dolcezza.


                                                 ***

Tutti si muovono, vanno su, vanno giù,
fanno questo, fanno quest'altro,
e chi sono io, chi sei tu?
tu invece non facevi niente
stavi lì ferma, seduta
e soltanto sorridevi.


                                               ***

Camminavamo per questa strada
in mezzo ai fiori
e ogni tanto ci baciavamo,
tu eri molto contenta dei fiori
e delle siepi, e accarezzavi le api
ed eri sorpresa dalle lucertole;
l'aria era bianca e fina e tu la respiravi,
io la respiravo nella tua bocca
e la espiravo, e il sole alto brillava
e diffondeva la sua luce su tutto.
Più bianchi erano i tuoi piedi
dei colombi che si posavano
sui rami alti dei pini.




                                  Claudio  Damiani    da     Endimione



giovedì 7 ottobre 2021

LA FUGA DI ENEA 1

 





(...) C'è un uomo che arranca. E' nel pieno del vigore fisico eppure barcolla, perché con un braccio deve reggere l'anziano padre infermo e con l'altro sorreggere il figlio infante. Sta fuggendo dalla distruzione : la città è in fiamme alle sue spalle. Triste destino il suo: giunto alla maturità, deve condurre in salvo ciò che più ama e, nel farlo, può salvare soltanto ciò che può caricarsi addosso. Tutto il resto deve essere abbandonato. Quell'uomo siamo noi. Molti lettori avranno riconosciuto in questa eterna allegoria della responsabilità adulta l'eroico Enea che fugge da Troia con  il padre Anchise caricato sulle spalle e il figlio Ascanio tenuto per mano. Rievoco questa immagine nella convinzione che non racchiuda soltanto una potente metafora della condizione umana, ma anche un modello politico. Enea che mette in salvo la città perduta caricandosela sulle spalle è un archetipo, una forma originaria dell'umano. In essa - dunque - è racchiusa non soltanto un'estetica e un'etica, ma anche una politica. Chiamiamolo il progetto Enea. In casa consiste? Per comprenderlo, dobbiamo passare dal mito alla cronaca. E' di ieri la notizia che d'ora in avanti il criterio per le vaccinazioni sarà solo quello dell'età. Ciò significa salvare innanzitutto i più fragili, quelli che stanno legati da un filo sottile alla trama dell'esistenza; significa salvare il vecchio Anchise, a costo di dovercelo caricare sulle spalle. Questo criterio implica niente meno che un'idea di umanità, di quale sia l'essenza dell'umano: gli esseri umani sono coloro che soccorrono i più deboli, gli svantaggiati, i malati, i feriti, gli infermi, gli anziani della specie ( e perfino le forme di vita diverse dalla propria : animali, piante, fiumi ). Tutte le specie animali proteggono i cuccioli ma nessun'altra specie custodisce i propri vecchi. Noi lo facciamo e in questo siamo umani.   
                                                               ( continua )



Antonio Scurati  da  La fuga i Enea ( Salvare la città in fiamme )



LA FUGA DI ENEA 2


(...) L' archetipo non racchiude , però, soltanto un generico ideale umanitario: porta con sé anche un preciso progetto politico. La città ( polis ) che si vuole rifondare, avrà nella cura dei fragili, dei disagiati, nella riconoscenza verso i " nostri vecchi" uno dei suoi pilastri. Troia è perduta, ma Roma custodirà gli anziani padri. In ciò, il fondatore della futura città è figlio del proprio padre. C'è, però, una terza figura nell'archetipo di Enea e non va trascurata anche se, spesso, nelle statue che da secoli tramandano l'archetipo, è quasi nascosta dietro le gambe dell'eroe. Il figlio. Ascanio.

E' recente notizia che i nati nel 2020 sono stati soltanto quattrocentomila, meno della metà dei decessi. L' Italia, ormai lo sappiamo, fa sempre meno figli. In vent'anni c'è stato un decremento del venti per cento. Il saldo demografico è, di anno in anno, sempre più negativo. Se dipendesse da noi italiani odierni, il futuro della specie sarebbe l'estinzione. Qui ci si misura con il punto critico dell'archetipo. Mettersi in salvo abbandonando l'anziano padre è disumano, ma rischiare la propria vita per salvare il genitore senza avere un figlio da condurre per mano, è gesto disperato. Ascanio, non Anchise è, dal punto di vista strutturale, il fattore di sostegno del gruppo scultoreo. Ne momento stesso in cui si scopre figlio, Enea deve sapersi padre. In questo punto precipitano anche le più evidenti implicazioni politiche del progetto Enea. Il mito dice alla cronaca che, mentre con una mano dobbiamo vaccinare i nostri anziani genitori, con l'altra dobbiamo fare tutto il possibile per riaprire le scuole dei nostri figli.  

                                                                   (continua )



   Antonio Scurati  da  La fuga di Enea  ( Salvare la città in fiamme )



LA FUGA DI ENEA 3

 

(...) Questo nell'emergenza. Poi c'è altro, molto altro da fare con la "mano di Ascanio".  Dobbiamo creare le condizioni perché una società infeconda smetta di esserlo. Un minuto dopo averle riaperte - le nostre scuole - dobbiamo progettare le scuole del futuro prossimo, investire su di esse in uomini, mezzi e idee ( l' Italia si ostina  sciaguratamente a rimanere tra le ultime in Europa per investimenti in istruzione ). dobbiamo poi garantire - finalmente - la parità di genere a cominciare dal mondo del lavoro perché, oltre alle fondamentali questioni di equità e giustizia, è ormai certo che la reclusione delle donne nell'ipotetico ruolo di madre contribuisce, fra l'altro, al calo delle nascite ( il mito arcaico presenta solo padri e figli maschi ma è del tutto evidente che la sua versione attuale dovrebbe mettere al centro della scena le femmine ). Le conseguenze politiche dell'archetipo sarebbero numerose. Credo che bastino questi due esempi per comprendere che il tanto sbandierato patto tra le generazioni presuppone una politica che valorizzi e chiami alle loro responsabilità i genitori. Non parlo di politiche della famiglia ( che in Italia recano sempre un'untuosa patina confessionale ) e so bene che i concetti di paternità e di maternità, nel loro significato più pieno, non coincidono affatto con la mera generazione biologica. Ma chi altri potrebbe caricarsi sulle spalle il peso dell'enorme debito pubblico contratto durante la pandemia, senza scaricarlo interamente sulle future generazioni, se non i genitori di quei figli cui guarda il piano europeo per la next generation? Ci sono molti modi di generare, ben oltre la riproduzione biologica. Il mito di Enea ci dice che, di fronte al dramma della distruzione, la politica dovrebbe fare appello a tutti coloro i quali, nelle forme e modalità più svariate, generano o hanno generato. Non si rifonda una città se la mano di Ascanio resta vuota. (...)



  Antonio  Scurati  da  La fuga di Enea  ( Salvare la città in fiamme )



mercoledì 22 settembre 2021

LE PAROLE DELLA CURA

 


                   " Lo scopo dell'arte medica è la salute, il fine ottenerla" - ( Galeno )





TRA MITO E STORIA


(...) Il mito che racconta l'origine della medicina è descritta da Apollodoro, la cui versione rinvia ad altre fonti antiche. Protagonista della vicenda è Asclepio, nato dalla relazione di Apollo con Coronide, figlia di Flegia, re della Tessaglia. La giovane donna, in attesa di un figlio frutto dell'unione con il dio, ma contravvenendo alle indicazioni del padre, aveva scelto di rifiutare il matrimonio con Apollo, perché innamorata di Ischi, fratello di Caneo. Avvertito da un corvo del rifiuto di Coronide, Febo maledice l'uccello e lo trasforma da bianco in nero, per poi uccidere la donna. Mentre il corpo di lei brucia, il dio sottrae il bambino alle fiamme e lo conduce presso il centauro Chirone, che lo alleva e gli insegna la medicina e l'arte della caccia. E' da notare che la narrazione della modalità della nascita di Asclepio, strappato dal grembo della madre morente, accomuna colui che sarà considerato il dio della medicina ad altre figure caratterizzate dal motivo della " nascita nella morte", prima fra tutte Dioniso, la cui madre Semele viene incenerita dal fulmine di Zeus al settimo mese di gravidanza, mentre il piccolo è salvato per intervento diretto del nume olimpico.

Secondo una variante del mito, Flegia sarebbe giunto a Epidauro per raccogliere in segreto informazioni sulla ricchezza del paese e la forza dell'esercito, col proposito di saccheggiarlo, giovandosi delle virtù militari dei migliori guerrieri greci al suo servizio. Nel viaggio, il te tessalo è accompagnato dalla figlia, già  incinta di Apollo. Sorpresa dalle doglie, Coronide dà alla luce un figlio, che viene subito esposto sul monte Tizione, che sarebbe poi diventato famoso per le virtù medicinali delle sue piante. Mentre il neonato sta per essere raccolto da un pastore di passaggio sul monte, compare lo stesso Apollo, circonfuso di luce abbagliante che porta con sé il piccolo Asclepio.

In entrambe le versioni, ritorna il tema di " una doppia nascita " - la prima connessa col parto di Coronide, la seconda conseguente all'intervento di Apollo - quale sigillo originario di una identità che si preciserà sempre più esplicitamente nel segno della duplicità.

Tutto ciò è confermato dallo sviluppo del racconto. Affidato alle cure di Chirone, anch'egli di natura doppia, come ibrido di uomo e cavallo, raggiunta la maturità  di Asclepio, riceve da Atena il sangue che era sgorgato dalla testa mozza della Medusa, quando Perseo l'aveva decapitata. Unica mortale fra le tre Gorgoni, la Medusa è essa stessa una potentissima icona della duplicità. Umana e animale, maschile e femminile, giovane e vecchia, bella e brutta, benigna e malefica, la Gorgone è al centro di una vicenda sulla quale è impresso il segno inconfondibile dell'ambivalenza. (...)



  Umberto Curi   da   Le parole della cura ( Medicina e filosofia )



sabato 7 novembre 2020

PERVIGILIUM VENERIS ( La Veglia di Venere )

 


                                                     "Cras amet qui nunquam amavit;

                              quique amavit, cras amet".


                                            ***


                                                  "Domani ami chi non ha mai amato;

                            e chi ha già amato - domani - torni ad amare".



                           

                                   Carme di anonimo latino del II sec. in onore di Venere


Veglia di Venere: poemetto latino di 93 settenari trocaici, anonimo, variamente datato tra il sec. II e il sec. IV e, di volta in volta, attribuito a Floro, Apuleio, Nemesiano, Tiberiano. È un inno a  Venere, dea dell'amore e forza vivificatrice della natura, da intonare in occasione della festa notturna (pervigilium) ai piedi dell'Etna, in Sicilia, per festeggiare l'arrivo della primavera. Interpretato come canto popolare o carme dotto, è suggestivo nella semplicità che nasconde un'arte raffinata. Proposto in italiano, in versi martelliani, viene qui presentata una traduzione/reinterpretazione con 10 numerose integrazioni e brevi aggiunte. Sostanzialmente fedele all’originale latino fino alla penultima stanza, nell’ultima si rilevano le differenze più marcate. L’autore ha introdotto, arbitrariamente, alcuni versi in più ed esteso quelli esistenti, dando completezza alla tragica leggenda di Tereo, chiamando anche Procne (rondine) quale diretta protagonista, insieme alla sorella Filomela (usignolo), a partecipare alla celebrazione e alla gioia della Primavera incipiente. Il breve congedo dell’autore latino, alla fine, è stato riscritto quasi completamente, adattandolo alla malinconica chiusura del canto. La versione italiana, pur discostandosi qua e là, dove più dove meno, dall’originale è stata composta con il proposito di restare fedeli - anche a costo degli scostamenti detti " allo spirito " della composizione originaria, come naturalmente sentita - oggi - dal traduttore.



giovedì 4 giugno 2020

ORIGINE DELLA VIA LATTEA





                                  Origine della Via Lattea  (  Leggendo la tela del Tintoretto )





Nel celeste boudoir della regina Era, il dio Ermes tenta,
lei dormiente, di spillarne il latte
nella bocca del neonato Ercole.
Naturalmente, come succede sempre in questi miti,
accade un imprevisto: il latte schizza via
verso un cielo indaco, incendiandosi in piccole fiammelle
che gli dei, più tardi, coglieranno e disporranno
come fa un gioielliere con le sue pietre splendenti
sul velluto, ad un angolo così perfetto che la luce
fa dire a una donna ti prego, amore, prendimi questo.
Non riesco a distogliere lo sguardo dall’angolo a destra
del dipinto, e mi torna in mente l’uomo
che mi manca, lontano cinquecento miglia. Una coppia
di pavoni sta accoccolata su un cuscino
regale – il maschio osserva attento la fonte di luce che esce dal seno della regina.
Un cherubino incombe sugli uccelli, pronto con la rete
a rapire i favoriti di Era se lei fa tanto di
ribellarsi. I pavoni dovrebbero accorgersi del pericolo,
ma non è così: lui è intento, e la femmina si volta di lato
come se fosse già stanca, o infastidita da quello splendore.
Segretamente vorrei che fossero catturati, messi in un sacco insieme per farli guardare ancora dalla stessa parte, piegare il collo vicini a progettare la fuga, giurando di tornare al loro salice – le sue fronde come una trina, così basse da toccare terra.


Aimée Nezhukumatathil



La poesia, scritta da Aimee Nezhukumatathil – una giovane autrice americana di origine indofilippina – si occupa di un aspetto che accomuna la poesia e le arti figurative: la potenza simbolico-evocativa delle immagini, che possono condurre la riflessione poetica (e il ragionare dello spettatore) su strade imprevedibili e sorprendentemente relativizzate.
Così il sopruso subito dalla regina degli dei, l’impossibilità di agire secondo la propria volontà, trova il suo contraltare simbolico nell’immagine “periferica” dei due pavoni che sono mentalmente lontani tra loro e che paradossalmente possono ritrovare unità e intimità attraverso la cattura da parte del cherubino sospeso sopra a loro con una rete. Alla poetessa viene in mente la distanza che la separa dal suo amante e il peso delle costrizioni fisiche che si frappongono al loro amore e alla possibilità di condividere la stessa esperienza estetica.
Così un’immagine di grande apertura stellare e cosmica (presente sin dal titolo del quadro e della poesia) si chiude con il suo opposto: il vagheggiamento di un luogo intimo, chiuso, inviolabile – come testimonia l’efficacissima immagine finale del salice.


Andrea Sirotti


lunedì 27 aprile 2020

I RITI DI INIZIAZIONE 3



(...) Forse l'uomo moderno, colui che vive nelle grandi città, è
       riuscito a inserire il fatto della morte nella quotidiana routine
       della vita, tanto da diventare un'abitudine sdrammatizzata, un
       fatto di normale amministrazione che ci può toccare soltanto
       se avviene nella cerchia del nostro mondo affettivo: 
       collettivamente il morire non ha più senso. I Pigmei, il cui
       livello di civiltà può essere paragonato - almeno sul piano
      tecnico - a quello dell'età della pietra- si spostano di un giorno
      di marcia dal luogo dove la morte ha colpito uno dei loro 
      membri. Il primitivo soffre molto di più di noi moderni l'orrore
      della morte e le sue manifestazioni di dolore sono addirittura
      raccapriccianti e irrazionali dal nostro punto di vista. Pare 
      che la perdita della persona cara non possa più  trovare nè
      rimedio nè conforto. La disperazione è totale. La certezza del
      ritorno appare sul momento come un'argomentazione inutile.
      C'è forse in questa disperazione un'intuizione irriducibile della
      fine del nostro essere personale?Il ritorno della vita attraverso
      la procreazione è garanzia della continuità della specie, ma
      non della conservazione di un Io ben differenziato, unico e
      irripetibile.
      Si tratta, dunque,  veramente di sovrastrutture che hanno il
      fine di rendere più sopportabile l'esistenza e che la ragione
      dovrà un giorno cancellare dalla mente umana? Anche se così
      fosse, come rifiutare un valore a dei fatti che ci hanno 
      consentito non solo la sopravvivenza, ma anche la nostra
      crescita? Ogni manifestazione umana ha diritto alla nostra 
      più alta considerazione sia nel bene che nel male, in quanto
     facente parte della nostra storia.  (...)



 Giovanni  Vignola  da  I riti di iniziazione ( Magici, sessuali e religiosi )

I RITI DI INIZIAZIONE 2



(...) Il rito di iniziazione vuole essere fra le altre cose una presa di
       contatto col mondo dei morti. Esso costituisce una specie di
      duplice ingresso in due società l'una complementare dell'altra:
      quella dei viventi e quella dei defunti. Il rito è, dunque, una
     ripetizione nel tempo dell'eterno mito delle origini:il passaggio
     dalla vita alla morte e dalla morte alla vita in una ciclica
     successione che è garanzia dell'immortalità dell'esistere. Ma l'
     immortalità non è concepita come un eterno vivere più o meno
    felice in un mondo ultraterreno o situato in regioni inaccessibili
    all'uomo - come è credenza presso le grandi religioni. L'
    immortalità è una prerogativa della stessa vita e viene goduta in
    questo stesso mondo a mezzo di questo terreno ritornare. Un
    ritornare che non è un diritto, ma che vuol essere conquistato,
    favorito,  provocato da un rigoroso rituale. Quando cesserà la
    fede nel ritorno, sarà ancora un rituale preciso che permetterà
    al defunto di entrare agevolmente nel regno dei morti.
    Il contatto col mondo dei morti si è ridotto nelle moderne civiltà
    a un  legame estremamente labile e formalistico, quasi che la
    preoccupazione più urgente fosse quella di dimenticarne l'
    esistenza. L'uomo moderno pare non voglia avere nulla a che
    fare con la morte. I rituali funebri, affidati all'industria, hanno
    lo scopo preminente di evitare l'orrore della morte. Negli U.S.A
    si arriva persino alla cosmetica del cadavere, in modo da
    renderlo il più possibile gradevole alla vista. Fiori, bare, drappi
    e tombe rispondono tutti alla stessa esigenza: mascherare,
    nascondere e camuffare un destino ce ci appare sempre più
    senza speranza: un vuoto, un nulla che nessuna illusione riesce
    più a colmare .  (...)



         Giovanni Vignola  da  I riti di iniziazione ( Magici, sessuale e religiosi )


domenica 19 aprile 2020

SPERANZA E PERSEVERANZA 3




(..)La speranza è la metamorfosi cosciente di una spinta originaria
    che la precede: la voglia di vivere.Ora, questo volersi della vita
    oltre se stessa si chiama desiderio, e una delle modalità proprie
    del desiderio è quella di avere aspettative sull'avvenire: si fa
    speranza. Lo sperare - nella sua dimensione più profonda - è
    dunque un'apertura all'improbabile, perchè di certo qualcosa
    accadrà, anche se non si sa mai cosa. Ma la speranza, in quanto
    una delle metamorfosi dell'istinto di vita, permette di viverla 

    nella forma della promessa. Infatti, come si dice : " Finchè c'è
    vita c'è speranza ". E il detto comune è più profondo e filosofico
    di quanto a prima vista appaia. Lo sperare è dunque un sentire, 
    un presentimento di vita che però non la garantisce. Non è detto
    infatti che ciò in cui si spera, che appare come promessa di vita
  - o come vita possibile - accada : anzi, può accadere il contrario:
    che la vita si spenga, venga estinta. Per questo, come ben
    sapevano i Greci, la speranza ha una doppia faccia.Com'è noto,
    in Esiodo la speranza appare in un contesto particolare: il mito
    del vaso di Pandora. Zeus, volendo vendicarsi di Prometeo per
   il trafugamento del fuoco,tramò un inganno . Prometeo aveva
   avvisato Epimeteo di restituire ogni dono che venisse da Zeus,
   ma questi l'accettò. Pandora aprì di sua mano il vaso e infiniti
   mali colpirono gli uomini. Solo la speranza rimase in fondo al 
   vaso, non certo ignota agli uomini, ma tenuta lì come loro
   ultima riserva .  (...)



                Salvatore Natoli     da      Perseveranza


sabato 25 gennaio 2020

AMORE E PSICHE 1

 
 
 
" Ai sogni miei, la tua sovrana imago, quanto mancò ?"  (G. Leopardi, Zibaldone )
 
 
" Nella favola di Amore e Psiche, tramandata da Apuleio e ripresa,
con variazioni che sono interpretazioni, con adattamenti che sono
reinvenzioni, da innumerevoli testi teatrali, composizioni poetiche,
opere musicali e figurative, sostiamo soltanto in quel passaggio
notturno in cui la bellissima fanciulla, dopo aver giaciuto con un
corpo che è fonte di indicibile piacere, vuole scorgere la natura di
questo corpo: " Possibile - pensa Psiche - che questo corpo sia quello di un mostro o di un serpente, come è stato predetto da un oscuro oracolo dato a mio padre, o come le mie sorelle mi inducono a sospettare ?" Così l'incantevole fanciulla, mentre Amore dorme, si solleva dal voluttuoso giaciglio, prende una lucerna e si avvicina ad illuminare un corpo che dall'ombra manda subito un lampo di luce rivelando solo per un istante una bellezza sovrumana. Un istante, solo un istante di contemplazione, e il tremito della mano che tiene la lucerna, lascia cadere alcune gocce d'olio bruciante sul corpo avorio di Amore che - con un balzo,le ali spiegate - vola via dal letto nuziale.  (…)
 
 
 
Antonio  Prete  da  Il cielo nascosto ( Grammatica dell'interiorità)
 

AMORE E PSICHE 2

 
 
(…) Le vicissitudini di Psiche, l'invidia di Afrodite per la bellezza
       della fanciulla, le vessazioni che costei è costretta a subire, le
       peripezie che la portano infine al nuovo e permanente incontro
       con Amore, svolgono la favola nel romanzesco mitologico. E
      offrono all'ermeneutica cristiana materia per variazioni intorno
      alle sofferenze terrestri che preparano il ricongiungimento dell'
      anima con Dio.
      Psiche è figurazione dell'interiorità. Con il suo nome greco
      andrà incontro alla costruzione del sapere analitico: psico -
      analisi. Quali modi assume, in quel sapere, nelle sue varianti,
      nelle sue pratiche, la tensione conoscitiva della fanciulla nei
      confronti del dio nascosto, un dio che è corpo dell'amore,
     presenza e sparizione,godimento e privazione ?Dove il desiderio
     si intreccia con la conoscenza e questa con l'impossibile
     rivelazione dell'altro?
     Una breve considerazione al margine della favola.
  L'incontro d'amore genera un'incontenibile voluttà di conoscenza.
  Conoscere la natura dell'amore, potersi sporgere sulla sua
  essenza, che è nascosta, protetta dalla notte, significa poter
  percepire,anche se solo per un istante,la bellezza, cioè la sorgente
  di un incantamento profondo, e allo stesso tempo avvertire la sua
  sottrazione a ogni ulteriore conoscenza, la sua fuga da ogni
  possibile analisi. L'esperienza d'amore comporta nello stesso
  momento una pulsione conoscitiva e la scoperta del limite di ogni
  conoscenza.
 Quel che si dice dell'amore - svolgendo la favola - si può dire della
 verità.  (…)


   Antonio Prete  da  Il cielo nascosto ( Grammatica dell'interiorità)


giovedì 19 dicembre 2019

LE NUOVE EROIDI ( Presentazione )



Poco più di duemila anni fa, Ovidio scrisse una raccolta di lettere poetiche straordinariamente moderna e originale: " le Eroidi ", una serie di epistole in versi in cui le eroine del mito si rivolgevano ai loro ( generalmente non irreprensibili ) mariti e compagni, rovesciando il tradizionale punto di vista maschile sulle storie raccontate.
Oggi, otto importanti scrittrici  nate negli anni Settanta, reinterpretano il classico di Ovidio con assoluta libertà, giocando in modo innovativo e appassionato con i miti originali.
Così, Antonella Lattanzi ci fa assistere al processo in cui è coinvolta Fedra; incontriamo una nuova Medea in Maremma raccontata da Teresa Ciabatti; partecipiamo al dramma di Ero e Leandro in fuga dal loro paese su un barcone nel Mediterraneo, nelle parole di Ilaria Bernardini . E ancora, Veronica Laimo ci mostra Laodamia impegnata in una chat erotica con il fantasma di Protesilao; Caterina Bonvicini ci fa conoscere una Penelope che si è imbarcata per mare e salva rifugiati mentre Ulisse la attende a Itaca; Chiara Valerio torna all'epoca del mito e reinventa il dramma di Deianira, fornendo una spiegazione nuova agli eventi che provocarono la follia di Ercole; Valeria Parrella, invece, sposa il punto di vista di Didone, in una lunga e crudele invettiva contro il pavido Enea, colpevole verso le leggi dell'amore. Michela Murgia, infine, dà voce a Elena perché " quando bellezza e guerra  diventano sinonimi, non c'è più differenza tra ammirare e prendere di mira ".
Un libro che parte dall' attualità del mito e mette al centro la prospettiva femminile, con una collezione di storie intense e universali, sospese tra modernità ed eternità.



                                         ( f. )


LE NUOVE EROIDI 1

 
 


                                        " Vieni per me, amore mio. Piangi " . ( Laodamia )


A DEMOFONTE E ACAMANTE

(…)  Figli miei,
        chi può dire cos'è una lettera d'amore ?
        Siete troppo piccoli - adesso - per capire cosa è successo a
        vostra madre, vostro padre e al vostro fratellastro Ippolito.
        Siete troppo piccoli - per fortuna - per guardarmi pieni di
       pena come fanno quasi tutti,una donna che non ha più nessuno
       se non voi, una donna cui è stata strappata prima la famiglia
       d'origine, e ora il marito e il figliastro a cui aveva voluto bene
       come a un figlio. Mi chiedete di papà e di Ippolito e io vi dico
       che sono partiti, torneranno presto, mancate tanto a entrambi,
       e mi mangio le mani mentre vi guardo giocare tra di voi,
       litigare per i biscotti al cioccolato, abbandonarvi sul divano a
       piedi nudi per guardare la tv. Vorrei dirvi la verità - bambini -
       vorrei che di vostra madre un giorno poteste dire : non ci ha
       mai mentito. Ed è per questo che vi scrivo. Perché sappiate
       tutto non dagli estranei, non dai giornali, non per caso, ma da
       me.
       Presto sarete abbastanza grandi da leggere questa lettera, e se
      io non avrò il coraggio di parlarvi, lo farà lei.Ci tengo sappiate
      che il mondo è pieno di gente che ci ama, che non è tutto cupo
      e maligno come potrà sembrarvi quando conoscerete questa
      storia. Anche la nostra cara Nutrice non ci ha abbandonati, è
      solo che adesso non può vivere con noi : ci tengo lo sappiate.
      Ci tengo sappiate che - è vero - esistono l'ingiustizia, la morte,
      il tradimento, ma anche lo splendore, la felicità, l'amore.
      Chi può dire cos'è una lettera d'amore ?
      Può tutto l'orrore che abbiamo vissuto trasformarsi in una
      lettera d'amore ? Io spero che possa. Ho fiducia che possa.
      Per questo sto scrivendo - adesso - a voi.
      Perché sappiate tutto, e lo sappiate da vostra madre : la mia
      lettera d'amore.  (…)



             Antonella  Lattanzi   da    Le nuove Eroidi


     

LE NUOVE EROIDI 2



(…) Io stavo male, figli miei, non ero più in me. Ero innamorata di
       vostro fratello Ippolito. Ho tentato, dio se ho tentato, con tutta
       la forza che avevo, di non amarlo più. Era un giovane di
       ventitré anni, e io una donna di trentadue. Lo conoscevo da
       quando era un bambino: l'avevo cresciuto, lavato, vestito,
       curato quando aveva la febbre, accompagnato dai medici,dagli
       architetti, consolato non so quante volte in vita mia. Mi sono
       sentita sua madre - lo giuro - per tutti questi anni. Com'è
       possibile - allora - mi chiedo, che mi fossi innamorata di lui?
       Quando è successo?
       Com'è possibile, mi chiedevo, mentre mi consumavo, che mi
       fossi innamorata del figlio di mio marito ? Di quello che
       consideravo mio figlio? Che mostro ero, che mostro sono, se
       ho potuto innamorarmi di lui?
       Non lo so, bambini miei. Non lo so e non lo sapevo, e mi
       struggevo, mi sarei strappata gli occhi pur di non amarlo più.
       Mi sarei tagliata la testa. 
       Ho cercato di contrastare questo amore per un tempo infinito.
       Deperivo sotto i colpi di quest'amore che non doveva essere.
       Non mi importava di morire. Ma la mattina del 7 settembre
       non so cosa mi è successo: ho confessato tutto alla Nutrice. Le
       ho detto che sarei morta - ed è vero - pur di contrastare questo
       amore. Figli miei, io vi auguro di essere innamorati, di essere
       follemente innamorati, di provare lo stordimento splendente
       dell'amore. Ve lo auguro con tuto il cuore. Amate, sempre,
      senza paura, amate con coraggio.Non abbiate timore di amare,
      ora che iniziate a conoscere la storia di vostra madre : io ho
      amato con colpa. Voi, vi supplico, amate con furore.  (…)


                                          

                  Antonella  Lattanzi    da     Le nuove Eroidi

        

LE NUOVE EROIDI 3



(…) E così, vedete - ho istigato vostro padre all'omicidio. L'ho
       manipolato, ho manipolato lui e la Nutrice per salvarmi. E,
       come vedete, non solo davanti al cielo, ma anche davanti alla
       legge : la vera omicida sono io.
       Quando sapranno tutto, quando leggeranno questa lettera,
       vostro padre sarà libero. Libero di amarvi, di essere amato dai
       suoi figli. La libertà non può cancellare il dolore. Vostro padre
       non mi perdonerà maidi aver ucciso il sangue del suo sangue.
       Non si perdonerà mai di aver conosciuto me. La libertà non
       cancella il dolore,ma la verità è splendente come l'oro: la vedo
      qui davanti a me, ora,nelle mie dita che scrivono,nei miei occhi
      che leggono ciò che sto scrivendo.
      La verità di vostra madre,non la salvezza di vostra madre - l'ho
      capito - vi renderà liberi. La verità di vostra madre vi potrà -
      forse,  un giorno - riconciliare con la rabbia, col dolore.
      Sono stata una madre sbagliata, la peggiore delle madri, ma vi
     ho detto la verità perché la memoria di Ipponatte trovasse pace,
     perché vostro padre sapesse che suo figlio era innocente, perché
   voi viveste sapendo che chi ha sbagliato può tentare di redimersi.
   Permettetemi di parlare per un momento a chi deciderà del
   destino di vostro padre : signor giudice, io mi appello alla sua
   clemenza con tutta la forza, ma anche la sincerità che ho.
   Vedo che Teseo è una vittima quanto è vittima suo figlio di una
   donna capace soltanto di seminare morte, come sono io. Dalle
   labbra della Nutrice - per mia sobillazione - ho udito racconti
   orribili, i peggiori racconti possibili sull'aberrazione di suo
   figlio, sulla barbarie di suo figlio. Racconti tali che nessuno
   potrebbe perdonare. Racconti che rendono folli di dolore. Lo
   liberi anche lei, come sto provando a liberarlo io, lo assolva
   perché non è colpevole, perché l'unica assassina sono io.
   Restituisca un padre ai suoi figli, perché possano dimenticare
   insieme che io sono esistita.
   Vi prego, signor giudice, vi prego mio giudice…




                       Antonella  Lattanzi   da    Le nuove Eroidi