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martedì 29 giugno 2021

IL CANE DI PICASSO ( e altre storie di amicizia ) 1



   
                                             Cassius  Coolidge  - Cani che giocano a poker




(...) La ragione principale per amare i cani? Perché non sono esseri umani. Una ragione semplicissima per Sigmund Freud, per il quale altrimenti la stragrande maggioranza delle cose era estremamente complicata. Interi scantinati di sottotesti, mura che nascondevano camere segrete piene di significati, per non parlare dei terribili trabocchetti delle fissazioni. Negli animali invece è tutto molto facile." I cani amano i loro padroni e mordono i loro nemici ", così la figlia Anna cita Freud " al contrario degli esseri umani, che sono incapaci di amore puro e che ogni volta nel relazionarsi con l'altro mescolano amore e odio." Probabile che questo atteggiamento spieghi anche come mai soltanto a sessantanove anni Freud divenisse padrone di cani: evidentemente doveva passare dall'esperienza della più totale frustrazione nei confronti dell'umanità in generale - e dei suoi pazienti in particolare - prima di spalancare il cuore ad altre specie. Fino a quel momento i cani non lo avevano interessato molto. Persino nella sua Interpretazione dei sogni questi animali compaiono solo in quanto esempi di bizzarre cose che inconscio e subconscio possono proporci durante il sonno : morti che si dirigono tranquilli verso la loro tomba e cani che recitano versi, ecco i suoi esempi- A Freud piaceva che si sapesse che non amava particolarmente gli animali, e solo nel 1925 si decise ad acquistare, da un ufficiale di polizia, un grosso pastore tedesco nero, Wolf, detto Wolfi, che avrebbe avuto il compito di vegliare sulla figlia Anna, all'epoca trentenne, durante le sue passeggiate notturne per Vienna; fu perciò pensato in un primo tempo più come servitore che come membro della famiglia. Alcuni biografi ipotizzano che Freud si sia procurato Wolf soprattutto per far arrabbiare la moglie Martha, a cui non piacevano i cani.(...)




              Anja Rutzel   da   Il cane di Picasso ( E altre storie di amicizia )


IL CANE DI PICASSO ( e altre storie di amicizia ) 2

 

(...) A posteriori può sembrare una strana ironia il fatto che la famiglia, di origine ebraiche, acquistasse proprio un cane lupo, ossia un esemplare di quella razza ancora per poco non segnata da specifiche connotazioni culturali, ma che presto sarebbe stata sfruttata dai nazisti a fini di propaganda : il Cane Lupo - a loro avviso - fondeva in sé le cosiddette virtù tedesche di coraggio e fedeltà. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale 30.000 pastori tedeschi vennero impiegati in operazioni belliche e nei campi di concentramento. E non fu soltanto Freud a possederne uno di nome Wolf: anche Adolf Hitler dette lo stesso nome a un cucciolo nato da Blondi, il suo cane lupo femmina. Wolf era probabilmente quel secondo cadavere di cane che i soldati dell' Armata Rossa trovarono in un cratere di bomba accanto ai corpi bruciati di Hitler, Eva Braun e Blondi.

Presto Freud si affezionò a tal punto a Wolf che la figlia Anna, anche lei psicanalista, scherzava a casa di un amico sul fatto che quello paterno fosse un chiaro caso di transfer, ossia di un processo psicologico ben noto al padre, in cui una persona proietta inconsciamente antichi e spesso rimossi sentimenti su un nuovo rapporto: nel loro caso, tutto l'amore conservato e represso della non sempre semplice relazione padre - figlia, veniva ora regalato al cane lupo. Ma anche la stessa Anna non era male nel giochetto del transfer di affetti esprimibili solo in modo indistinto: un ano dopo scriveva al padre per il suo settantesimo compleanno una poesia a nome di Wolf, che gli avrebbe regalato insieme a una foto incorniciata del cane. Anch'io conosco famiglie che hanno osato mostrare il proprio affetto reciproco soltanto dopo l'arrivo di un cane, e trovo toccante che anche la famiglia Freud - una famiglia ad alto tasso di riflessione psicologica - avesse bisogno di questa stampella soffice e pelosa .  (...)



                          Anja Rutzel   da    Il cane di Picasso ( e altre storie di amicizia )


IL CANE DI PICASSO ( e altre storie di amicizia ) 3

 


(...)Nel 1928, quando aveva già settantadue anni, Sigmund Freud ebbe il suo primo cane personale : Lun Yug, detta Lun, una cagnetta chow - chow proveniente forse dall'allevamento della principessa Maria Bonaparte, discendente diretta di Luciano Bonaparte, il fratello più giovane di Napoleone. Prima di diventare lei stessa psicoanalista e amica di famiglia, la principessa era stata paziente di Freud. Amava i Chow Chow, questi cani antichissimi di color arancio che provenivano dalla Cina e le cui origini si fanno risalire  all' XI sec. a. C.. I Chow Chow sono  legati al loro padrone da grande lealtà e tuttavia sono molto indipendenti, o comunque il loro amore costa più di un pezzo di salsiccia. Lun portò con sé una lettera - ovviamente scritta dalla sua prospettiva; con la famiglia Freud non c'era da stupirsi. Scriveva che era arrivata senza invito, ma che sperava in un affettuoso benvenuto, e che voleva fare soprattutto compagnia a Wolf, perché aveva sentito che era molto solo. A Freud Lun piacque subito, ma purtroppo alla cagnetta fu fatale il fatto che gli essere umani siano - appunto - molto più complicati e faticosi dei cani. Un anno e mezzo dopo l'arrivo di Lun, la famiglia Freud si recò a Berchtesgaden per una vacanza estiva. Insieme a loro c'era anche la grande amica di Anna, Eva Rosenfeld, che a causa della sua depressione era in trattamento da papà Freud, e la nuova conoscenza - che presto avrebbe assunto una connotazione romantico - amorosa  - di Anna, Dorothy Burlingham. Schiumante di gelosia, ad un certo momento Eva tornò a Vienna portando con sé - non se ne conosce il motivo - anche Lun. Alla stazione di Salisburgo, la cagnetta strappò il guinzaglio e fu ritrovata dopo alcuni giorni dopo morta fra i binari. (...)



                     Anja  Rutzel  da   Il cane di Picasso ( e altre storie di amicizia )


IL CANE DI PICASSO ( e altre storie di amicizia ) 4


(...) Un anno dopo Freud ricevette due nuovi chow chow: Jofi, la sorella di Lun, e Lun II, anche lei in qualche modo imparentata con la prima Lun. Ma poiché le due non andavano molto d'accordo, Freud dette via Lun II  e si tenne Jofi, con la quale strinse un rapporto più stretto che con i suoi altri cani. Per Freud. infatti, Jofi era l'incarnazione perfetta di tutti i vantaggi di un cane rispetto ad un essere umano, come scrisse in seguito in una lettera a Maria Bonaparte. " Affetto senza alcuna ambivalenza, vita semplice senza gli insostenibili conflitti della nostra cultura, la bellezza di un'esistenza che riposa in se stessa ". Quando accarezzava Jofi, spesso si sorprende a canticchiare una melodia, " che persino io che ho un pessimo orecchio musicale riconosco essere l'aria di Ottavio dal Don Giovanni ( " Un legame di amicizia ci unisce " ). Con Freud Jofi può permettersi di tutto: mangia dal suo piatto quello che lui non può finire, cancellando in tal modo le prove del progressivo indebolimento del suo corpo. Freud apprezza molto la sua tipica testardaggine da chow chow e scrive in una lettera che la cagnetta " è una creatura incantevole, così interessante anche come femmina: selvaggia, impulsiva, tenera, intelligente e non così dipendente come possono essere altri cani . Non si smette più di provare rispetto di fronte a tali animali".

I cani di Freud non svolgevano mansioni terapeutiche, alla stregua di liberi professionisti, soltanto nel contesto familiare: lo psicanalista li adoperava anche in modo mirato come cani per terapia, svolgendo in questo campo un lavoro davvero pionieristico. Nel corso delle sedute di analisi, Jofi era utile a diversi livelli:uno più profano, contabile, in quanto, dopo cinquanta minuti in punto si alzava e sbadigliava, segnando in tal modo la fine della seduta. A livello empatico - emozionale, Freud era convinto che avesse un effetto tranquillizzante sui propri pazienti: pensava di poter leggere dalla posizione assunta da Jofi nella stanza, ulteriori dettagli riguardo ad essi. Se erano rilassati, lei si sdraiava molto più vicina a loro di quanto non facesse con quelli agitati e nervosi. Inoltre Freud sosteneva che in base a una sorta di test immediato, Jofi era capace -a suo avviso - di scoprire quali tra i candidati si prestassero meglio ad affrontare la psicoanalisi: se al primo contatto distoglieva lo sguardo o guardava il paziente con diffidenza, ciò significava che quella persona non era adatta a quel tipo di terapia, e dunque veniva gentilmente invitata  ad andarsene. (...)



                              Anja  Rutzel  da     Il cane di Picasso ( e altre storie di amicizia )



domenica 16 febbraio 2020

LE NUOVE MELANCONIE 1






      " E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce " ( Giovanni, 3, 19 )



(... ) La clinica della melanconia è una clinica della pulsione di 
       morte : il soggetto è preso in una spirale di odio per se stesso
     - di rifiuto della propria vita - che sembra non avere argini e
      che tende a trascinarlo fuori dalla scena del mondo. Nella sua
      versione freudiana più classica, la melanconia è caratterizzata
      da un'incessante ruminazione morale sul senso di colpa : il
    soggetto melanconico è sovrastato dal peso di una Legge sadica
    e inflessibile e da un profondo sentimento di indegnità.
    La tesi qui sviluppata è che nel nostro tempo siamo di fronte a
    nuove forme di melanconia sempre più diffuse. In esse non
    riscontriamo più il corredo sintomatico classico della 
    melanconia codificata da Freud : ritiro libidico, auto -
    denigrazione, auto accusa, senso di colpa inscalfibile, spinta
    suicidaria, delirio di rovina. Di questo corredo sopravvive
    ancora il ritiro libidico come tendenza del soggetto alla 
    chiusura, al rifiuto dei legami sociali, unito a una restrizione
    drastica  della sua pinta vitale. L' elucubrazione delirante sulla
    perdita dell'oggetto e sul senso di colpa sembra però essere
    sostituita da un altro fenomeno:una sorta di pulsione a chiudere
    il legame con la vita, un'inclinazione paradossalmente 
    securitaria che conduce il soggetto a disertare il proprio 
    desiderio. Nelle nuove forme di melanconia - presenti in modo
    preoccupante soprattutto tra le nuove generazioni - in primo
    piano non c'è più l'auto- flagellazione morale e la dimensione
    irrimediabile della perdita dell'oggetto, quanto invece un'
    inclinazione a ritirarsi dalla precarietà e dall' ingovernabilità
    della vita, a ridurre al minimo le tensioni all'interno dell'
    apparato psichico, alla chiusura securitaria. Il punto
    clinicamente più cruciale è,che mentre nella sua versione  
    freudiana il soggetto melanconico viveva l'impossibilità di
    elaborare il lutto per la perdita di un oggetto narcisisticamente
    significativo, nelle nuove melanconie emerge una adesione
    intensa nei confronti di un oggetto sempre presente, tenuto ad 
    agire come una sorta di supporto " iper - anaclitico " che
    penalizza l'emergenza del desiderio nel soggetto .  (...)



Massimo  Recalcati  da  Le nuove melanconie ( Destini del desiderio nel tempo ipermoderno )


 

venerdì 4 ottobre 2019

LEGAMI E LIBERTA' ( Lettere di Lou Salomé e Anna Freud ) 2


Vienna, 24/ 1 / 1923

(…) Mia cara Lou,
       oggi per la prima volta ho visto un'ipnosi. Papà già da qualche
       tempo era dell'idea che dovessi vedere almeno una volta come
       viene praticata. Tra le persone di qui, è in particolare il Dr.
       Deutsch che si dedica a fare esperimenti ipnotici: per lui si
       tratta- credo - della relazione tra l'attività cardiaca e il vissuto
       nell'ipnosi e del ricordo che ne rimane e di cose del genere.
       Il prossimo mercoledì vuole tenere una conferenza in proposito
       e allora ne saprò di più. Oggi sono state soltanto due semplici
      ipnosi con suggestione durante la condizione di sonno ipnotico.
      Lo svolgimento di un compito nella fase post- ipnotica, che
      voleva mostrarmi, è purtroppo fallito. Ma già vedere l'
      addormentamento, che in entrambi i casi non è stato per niente
      facile, mi ha interessato molto. La cosa che però mi avrebbe
     interessato più di tutto,sarebbe stato sentir porre delle domande
     ad un paziente addormentato, in modo particolare ad un
     bambino.
     Ma ora sentirò e vedrò la conferenza del Dr. Lazar presso la
     clinica medico- pedagogica, e lui dimostra casi infantili. I casi
     in sé sono spesso molto interessanti, solo che il Dr. Lazar non è
     in grado di dirne molto. Preferisce quasi sempre definire tutto
     come " una leggera forma di epilessia". Papà spesso ritiene,
     quando gli racconto i casi, che da questo genere di bambini si
     può venire a sapere molto soltanto nell'ipnosi. Con l'analisi di
     sicuro non c'è granchè da fare, perché ai bambini manca la
     capacità di espressione.

                                            (…)

    Quando vedo un'ipnosi, capisco molto bene come papà abbia
    praticato l'ipnotismo così malvolentieri, e che alla fine l'abbia
    abbandonato. Quando si deve costantemente rassicurare un
    paziente sul fatto che resterà sempre sano, e non avrà mai più
    dolori, e inoltre bisogna ricevere la riconoscenza del paziente
    stesso nel momento in cui si sente meglio, e ci crede, e invece si
    sa che tutto questo non potrà durare, allora ci si deve sentire
    come un miserabile mago di quart'ordine. Ma in questo modo
   sono riuscita a rendermi conto di quanto invece sia onesta l'
   analisi, coi suoi successi piccoli, ma reali…


                                     la tua  Anna   (…)


   Legami e libertà      Lettere di Lou Andreas - Salomé e Anna Freud

     

LEGAMI E LIBERTA' ( Lettere di Lou Salomé e Anna Freud ) 3


Vienna  12 /5 / 1923

(…) Mia cara Lou,
       ti ringrazio tanto della tua lettera e scrivo in fretta prima che
       sia domenica e la posta si fermi un giorno intero. Altrimenti
       aspetteresti troppo a lungo questa lettera,e io per troppo tempo
       non avrei tue notizie.
       La tua mi ha fatto pensare a molte cose, a una cosa che una
       volta ha detto papà e anche ad altro. Una volta - d'estate - era
       così bello nei Tatra, da farmi desiderare che tutto rimanesse
       così per sempre. E invece papà disse che proprio questo ci
       avrebbe impedito di goderne a fondo. Si gode perché tutto è
       passeggero: più o meno quello che scrivi tu. Per me era una
       cosa del tutto estranea. Fin da quando ero piccolissima, ho
       sempre desiderato l'immobilità e l'eternità di ogni cosa, come
       se soltanto in esse si potessero trovare lo spazio e la pace per
       poter sbocciare. Perché la realtà è uguale a quando si viaggia
       in un convoglio in movimento. Si guarda fuori, ma a vivere le
       cose si inizia solo quando esso si arresta e si scende.
       Sai, una volta abbiamo parlato del paesaggio in Frisia,quando
       sono stata da te poco tempo fa. Ti ho detto che mi sembrerebbe
       così bello essere lì perchè lì non c'è più nulla, come se soltanto
       dietro a questo Nulla potesse aver inizio qualcosa di grande,
       di segreto e di reale. E' forse una sciocchezza, e la prima volta
       che ho letto Al di là  ( "Al di là del principio del piacere " - S.
       Freud, n.d.r. ), mi è venuto in mente che questa pace e questa
       eternità non sono altro che " l'essere morti ".
       Tutto questo mi ha dato un grande desiderio di quella Elegia
       di Rilke che si conclude con un addio. Sono stata così stupida
       da non copiarla quando ero da te.
       Papà ha il permesso di fumare.Ha offerto ad Hajek di smettere
       ma lui ha rifiutato: dice che non è necessario. Oggi c'è stata
       la prima seduta di radioterapia.
 
                Ti bacio ancora tante tante tante tante tante

                                    la tua Anna  (…)


                     
 Legami e libertà     Lettere di Lou Andreas - Salomé e Anna Freud


LEGAMI E LIBERTA' ( Lettere di Lou Salomé e Anna Freud ) 4


Konigsberg  5/ 10 / 1923

(…) Mia cara Anna,
       in verità non riesco assolutamente a scrivere. Mi sento ancora
       come se avessi ricevuto un colpo in testa. Non riesco a
       riprendermi, sebbene senta che solo i bambini reagiscono così,
       pensando: non può essere! Non può assolutamente essere !
       E scrivere a te, dopo tutto questo, a te, che invece stai vivendo
       di persona il fatto che giorni di sole possano seguire a questi -
       sì, proprio a questi perché dalla tua lettera sembra che l'
       operazione sarà proprio in settimana. Siete già da tempo in
       clinica, e la paura di questo momento e la preoccupazione per
       l'esito dell'operazione forse le avete già alle spalle. Ma i miei
       pensieri si attagliano ora ad altro, ai molti altri dettagli che
       devono aver riempito queste giornate internamente ed
       esteriormente, alle scarse settimane che vi sono state concesse,
       con la conclusione in ogni caso terribile per tuo padre:
       sottoporsi nuovamente a sofferenze che riguardano la bocca e
       la zona buccale e che in questo punto non si potranno evitare
       nemmeno in seguito. Tutte le ferite della bocca sono
       soggettivamente mostruosamente dolorose, e quando ci penso
       mi viene da piangere, finchè di fronte ad estranei mi tocca di
       fingere un raffreddore.Per me è una prova davvero spaventosa
       non potervi vedere in questo momento.
       Continuo a pensare a questo: tutta la tua vita e il tuo essere si
       sono ora rivelati( rivelati nel senso di un " fiorire"! Nonostante
       tutto una fioritura! ) giacchè ora ti senti in una così
       spaventosa e santa necessità nei confronti del più  caro degli
       uomini; tutto ciò che è accaduto prima - per quanto fosse anch'
       esso necessario - non è stato nulla in confronto a questo essere
       reciprocamente - necessari. Continuo a pensare: solo adesso
       la cosa è davvero grande e perfetta.
       E' materia di inesprimibile riflessione il fatto che la vita, nel
       prendere, dia così tanto, e nella rinuncia offra così tante
       compensazioni. E tuttavia ogni ora, ogni minuto, restano pieni
       di quanto c'è di più duro e difficile; ogni risveglio del mattino -
       sì, questo resta, io sento distintamente. Come saranno le notti
       per tuo padre, dopo l'operazione?
       Cara Anna, ti ringrazio e ti bacio con tutta l'anima


                                    la tua vecchia Lou   (…)


 Legami e libertà       Lettere di Lou Andreas- Salomé e Anna Freud

lunedì 1 luglio 2019

IL MAIALE 1

 
 

                                Ma se è destino morire scannati, voglio pure farvi beati…


(…) I maiali suscitano in noi meraviglia e apprensione. Ci attirano
       e repellono al tempo stesso. E' tutt'altro che semplice riuscire
       a collocarsi alla giusta distanza, trovare il giusto grado di
       prossimità. I confini che separano il maiale dall'essere umano
       rimangono indistinti, confusi e i rapporti tra le due specie
       risultano improntati all'ambivalenza. Si potrebbe dire che i
       maiali sono troppo simili e insieme  troppo diversi da noi. A
     volte ci appaiono addirittura come un doppio dell'essere umano,
     senonchè quando ci fanno da controfigura, è sempre per
     incarnare l'estraneo che ci portiamo dentro. I maiali sono un
     ottimo esempio di quello che Freud chiamava il " perturbante ",
     quel non so che di sinistro che si annida nelle pieghe dell'
     esistenza quotidiana e che tendiamo a rimuovere, celare,
     dissimulare. I maiali sono troppo  simili e troppo diversi da noi.
    Secondo una superstizione popolare,imbattersi nel proprio sosia,
    è un presagio di morte imminente.
    Il maiale ci mette a disagio perché è un nostro fratello gemello.
    Per questo nelle ultime righe della  Fattoria degli animali di
    Orwell ,una parabola che non risparmia né gli uomini né gli
    animali, si legge : " Le creature di fuori guardavano dal maiale
    all'uomo, dall'uomo al maiale e ancora dal maiale all'uomo, ma
    già era loro impossibile distinguere fra i due ". La stessa
    oscillazione si ritrova nel poeta tedesco Gottfried  Benn: " Il
    signore del creato, il maiale, l'essere umano ". Wiston Churchill,
    per parte sua, amava ripetere : " Mi piacciono i maiali. I cani ci
    trattano con ossequio. I gatti ci trattano con disprezzo. I maiali
    ci trattano da pari grado ".
    Già, ma in che senso i maiali ci trattano da pari grado ? Perché
    non si può certo dire che noi facciamo altrettanto: diamo loro la
    caccia o li alleviamo per cibarcene. La carne suona è tra tutte la
    più apprezzata: ogni anno, nel mondo ne vengono prodotti oltre
    centosedici milioni di tonnellate. Ma la carne di maiale che
    arriva sulle nostre tavole, sotto forma di scaloppine, pancetta o
    fette di salame non ha più nulla a che vedere con la forma dell'
    animale, a differenza del pesce o del pollame.E' come se - giorno
  dopo giorno-mangiassimo un pezzetto di maiale senza rendercene
   conto.  (…)



                         Thomas  Macho    da       Il maiale


venerdì 26 aprile 2019

FOLLIE D'AMORE

 
 

 
 
                                                        What is thing called love?
                                                   This funny thing called  love?
                                                 Just who can solve its mistery ?
                                               Why should it make a fool of me?
 
                                                  Cole  Porter
 
 
 L'innamoramento consiste essenzialmente nella sconsiderata
       sopravvalutazione dell'amato/ amata. Ma non è questa l' unica
       follia dell'innamorato che ritiene che il suo amore sia
       involontario e al tempo stesso volontario ( cosa impossibile ).
       Da una parte, non si può amare senza credere alla reale
       involontarietà del proprio amore : " L'amore è spesso
       paragonato alla malattia perché - come la malattia - assale
       senza essere cercato."
       Si dice inoltre che una persona giudiziosa in amore è incapace
       di provarlo. Capita infatti che quando Cupido colpisce, la
       persona colpita è ancor più credibile agli occhi dell'oggetto
       del desiderio. Dichiarare che la bellezza, il successo e il QI
       della persona amata corrispondono ai nostri criteri minimi,
       ucciderebbe probabilmente lo stato d'animo romantico, anche
       se in termini statistici l'affermazione è vera.
       Al cuore di una persona si arriva dichiarando il contrario, che
       si è innamorati perché non se ne può fare a meno.
       Nonostante il parere contrario di Tippet Gore e del suo
      Parent's Music Resource Center, il tipico musicista rock,cinico,
      con piercing ovunque e che distrugge chitarre, non canta di
      solito la droga, il sesso o Satana, ma canta l'amore. Egli
     corteggia una donna richiamando l'attenzione sull'irrazionalità,
     l'incontrollabilità e il prezzo fisiologico del suo desiderio: ti
     desidero tanto intensamente da diventare pazzo: non riesco a
     mangiare, non riesco a dormire; mi piace come cammini, mi
     piace come parli...etc.  (…)



        Fabio Bacchini & Chiara Lalli  da   Che cos'è l'amor


lunedì 4 marzo 2019

L'ILLUSIONE DI NARCISO 1

 
 

" Non può esserci un Dio perché - se ce ne fosse uno - non crederei che non sia io "  ( F. Nietzsche )


(…) Caravaggio, seguendo il mito raccontato da Ovidio,ci presenta
       il giovane Narciso affacciato sulle acque che gli restituiscono
      - in una perfetta simmetria avvolta dal buio - la sua immagine
        adorata. La bellezza di Narciso contiene - si capisce - una
      trappola mortale:la fascinazione per se stessi può essere fatale.
      E' quello che accade anche nel mito: nel tentativo di afferrare
      la propria immagine riflessa, il giovane Narciso sprofonda
      nell'abisso delle acque perdendo la propria vita. Freud aveva
      coniato da questo mito una figura fondamentale della clinica
      psicoanalitica : il narcisista è colui che perde la propria vita
      restando alienato nell'infatuazione esaltata ma sterile per la
      propria immagine.Nel mito di Ovidio, Narciso è - infatti - colui
      che suscita ammirazione e amore, ma che non può - a sua volta
     - né provare né ricambiare in nessuna forma. L' anestesia
      affettiva è un tratto anche clinico della personalità narcisistica
      che segnala la sua impossibilità di entrare in una forma di
      legame con l'altro in quanto tutta la sua libido appare
      sequestrata dal proprio Io. Non a caso per Freud, l' Io è il
      primo oggetto di investimento libidico, il suo "serbatoio "
      originario. Il che significa che l'essere umano non nasce
      predisposto all'altruismo ma, casomai, al culto di se stesso. Il
      narcisismo definisce la tendenza dell'uomo che contrasta
      radicalmente con la tesi aristotelica dell'uomo come animale
      sociale. Il nostro Io è il primo grande e insidioso idolo alla cui
      potenza immaginaria la nostra vita si consacra. Il fascino di
     Narciso è lo stesso che troviamo nell'autosufficienza enigmatica
     del gatto - per riprendere una nota immagine di Freud - che
     contrasta con la fedeltà obbediente e servile del cane altruista.
     Si tratta di una differenza che riguarderebbe - sempre per 
     Freud - anche lo sviluppo dei sessi : il bambino tende ad
     accentuare la  dipendenza ( anaclitica ) dalle cure materne 
     sulle quali si appoggia, alla ricerca di un sostegno ( è più cane
     che gatto ); mentre la bambina resta più facilmente attaccata
    ( narcisisticamente ) alla propria immagine ( è più gatto che
     cane ). (…)




            Massimo   Recalcati  da          I Tabù del mondo 





                                                          
 
 
    Narciso   (  Caravaggio )
 
 


sabato 9 febbraio 2019

TESI ANORESSICHE 5



(…) L'idea dell'anoressia- bulimia come malattia dell'amore deve
      infatti essere completata mettendo in evidenza un altro versante
      della questione, quello più amaro, quello più scabroso, ovvero
      il versante dell'odio.Potremmo allora affermare, utilizzando un
      neologismo coniato da Lacan, che le anoressie- bulimie sono
      malattie dell'odioamorazione , neologismo che - come
      si vede - mette insieme precisamente l'odio e l'amore. La
      psicoanalisi, in fondo, ci insegna già con Freud che l'odio è
    costantemente l'altra faccia dell'amore,ovvero che non possiamo
    prendere l'odio come qualcosa che è semplicemente alternativo
    all'amore, al contrario: le vicissitudini umane dell'amore ci
    insegnano l'ambivalenza fondamentale che unisce amore e odio.
    L' ambivalenza non è in effetti un disturbo della vita affettiva, ma
    una sua condizione paradossale di fondo. Così possiamo trovare
    che un oggetto che inizialmente si odiava, che provocava ripulsa
    o avversione possa diventare in seguito un oggetto d'amore, un
    oggetto che attrae la nostra libido. Ma possiamo all'inverso
    constatare come - alla fine di un rapporto d'amore - l'oggetto
    che è stato profondamente amato possa diventare di colpo l'
    oggetto massimamente odiato, l'oggetto da allontanare.
    Queste torsioni dell'ambivalenza mostrano come lo scambio
    continuo tra la dimensione dell'odio e quella dell'amore non sia
    affatto una patologia dei sentimenti, ma la loro struttura
    profonda. " Io ti amo, ma poiché non posso averti integralmente,
    poiché la tua esistenza non può essere fagocitata nella mia;
    poiché tu persisti come un'alterità irriducibile, straniera, io ti
    odio ".
    Si potrebbe considerare tutta questa faccenda dalla prospettiva
    femminile: che cosa spinge una donna a farsi torturare dal suo
    amante? E' evidente che quando parliamo di odio e amore e del
    loro " impasto funzionale", come direbbe Freud, ci inoltriamo in
    un campo oscuro che la spicoanalisi definisce come " al di là del
    principio di piacere ". Con questa espressione freudiana
    intendiamo affermare che ciò che governa l'essere umano - a
    differenza dell'animale - non è la pura ricerca del proprio bene,
    la ricerca del piacere temperato, equilibrato, naturale. Come
   " parlesseri", cioè come esseri che abitano il linguaggio, noi non
    cerchiamo semplicemente il nostro bene, il nostro piacere, il
    nostro benessere. In fondo - esagerando un po' - potremmo dire
    che a tutti gli esseri umani l'esperienza naturale del piacere
    come equilibrio e armonia è resa impossibile: é il godimento
    ciò che definisce l'esperienza umana dell' al di là del principio
    di piacere.  (…)


                  Massimo  Recalcati   da   Elogio del fallimento


ELOGIO DEL FALLIMENTO 4


(…) Il disagio della giovinezza dei nostri tempi è più caratterizzato
       dalla sterilità del desiderio, dalla sua assenza che non dal
       conflitto che la sua presenza provoca. Lo aveva già ben visto
       Pasolini quando rimproverava ai giovani del Sessantotto - e lo
       stesso farà Lacan - di criticare i padri solamente per cercare
       un altro padrone, assai più ineffabile e potente: la macchina
       del discorso del capitalista. Se consideriamo questa tendenza
       conformista come un tratto del disagio della giovinezza
       ipermoderna, non possiamo non considerare il fallimento come
      una possibilità autentica per il desiderio.Si tratta di recuperare
      il fallimento come una manifestazione del desiderio e non come
      un mero insuccesso nell'affermazione del proprio io. L'erranza,
      lo sconfinamento, la perdita di sé possono essere occasioni per
      l'incontro con il proprio desiderio rimosso.Diversamente, molto
      malessere giovanile sembra oggi assumere le forme apatiche
      di un conformismo ordinario o di una pulsione a godere del
      tutto prive dell'eros del desiderio.
      L'esperienza dell'analisi mostra che il frutto dell'albero non si
      chiama mai con un solo nome. E soprattutto non si chiama
      né " adattamento" né " trasgressione". Non è mai un frutto già
      conosciuto, né un frutto seriale. Il frutto che rende riconoscibile
      l'albero è sempre particolare, fuori serie, unico. Il frutto non
     coincide col successo sociale o con l'affermazione professionale
     di una vita. Essere un albero capace di fruttificare non
     significa essere un albero di successo. Non esistono gerarchie
     nel desiderio, non esistono frutti di serie A o di serie B. Ciò che
     conta è far fruttare il proprio talento, ciò che conta è dire " sì"
     alla contingenza illimitata dell'esistenza.
     La realizzazione del soggetto del desiderio può seguire le vie
     più diverse. Il culto dell'affermazione dell'io e del successo è
     proprio del discorso del capitalista. Ma il successo può essere
    altrettanto sterile della dissipazione.Per questo è meglio passare
    dalla via del fallimento. L'elogio del fallimento non è l'elogio
    della sterilità, né l'elogio della consumazione di se stessi. Come
    diceva Fabrizio De André- in una celebre canzone - dai diamanti
    non nasce niente, mentre dal letame possono nascere i fiori. La
    psicoanalisi conferma - come già pensava Freud - il detto del
    poeta: essa insegna che sono proprio le cause perse quelle che
    possono dare i frutti migliori. Solo chi è perduto, chi ha
    conosciuto l'errore e lo sbandamento, chi ha incontrato il
    fallimento può - assumendo la propria vulnerabilità e la propria
    castrazione - far fruttificare in modo nuovo il proprio desiderio.
    (…)



                     Massimo  Recalcati    da    Elogio del fallimento


domenica 20 gennaio 2019

L'UOMO CHE TREMA 3


(…) Quello che chiamo " cattivo umore" è in realtà una vera e
      propria malattia.Tuttavia non ha la forma di una vera e propria
      malattia e dunque, per secoli, è stata relegata al rango di non-
      malattia. Una non - malattia il cui effetto era - per Teresa D'
      Avila - " di oscurare e disturbare la ragione , cui non riesce a
      far arrivare le nostre passioni ". Più una bizzarrìa della mente,
      quindi,un capriccio, se non addirittura uno strumento nelle
      mani del demonio. Ma anche una devianza congenita, di quelle
      forme di devianza che, nelle loro manifestazioni più gravi ed
      evidenti, meritavano di essere trattate in manicomio.La mia
      malattia non ha una fisionomia precisa: due malati della mia
      stessa malattia possono mostrare sintomi differenti, provare
      diverse esacerbazioni, sempre nuove corruzioni del sistema
      nervoso. Soffro di questa malattia che la comunità scientifica
      definisce sommariamente " depressione maggiore " da quando
      ho coscienza del mondo, da quando cioè ho occhi e cuore per
      decifrare la realtà che mi circonda,perciò direi dalla più tenera
      età.Il mio problema è sempre stato quello di non attribuire
      dignità di malattia al modo in cui - appunto - decifro la realtà.
     Nella mia famiglia questa percezione veniva bollata con quattro
     parole : " Hai un carattere difficile". Qualcosa che, di volta in
     volta, aveva a che fare con la suscettibilità, la timidezza, l'
     ombrosità,l'asocialità,il peso di un'infanzia travagliata, con una
     generale intrattabilità, nei momenti peggiori con un'inguaribile
     indolenza. Ma non era niente di tutto questo, o forse era la
     somma di tutto questo, il complesso dei sintomi caratteristici
     della mia malattia, la malattia che la mia famiglia non
    riconosceva come tale.La mia ostilità e il mio cattivo umore sono
   stati i cupi compagni di viaggio con cui ho condiviso i miei giorni
    La presa d'atto di cosa si nascondesse in realtà dietro tutto
    questo è avvenuta molto presto. Sapevo che c'era qualcosa in me
    che non poteva essere attribuito come una colpa, ma non trovavo
    le parole per spiegarlo. E quindi, per decenni, mi sono preso la
    colpa, la colpa di avere un carattere difficile.
    Nell'epistolario di Freud si legge:" Nel momento in cui ci si
    interroga sul senso e sul valore della vita si è malati ,giacchè i
    due problemi non esistono in senso oggettivo". Questa, che
    potrebbe essere la tipica frase di un depresso, è un'istantanea
    realistica e feroce della depressione, poiché contiene il gioco
    assurdo,il paradosso impazzito in cui si dibatte il depresso. Sono
    malato nell'istante in cui dico a me stesso che la vita non ha
    significato. Ma se è - oggettivamente - così, ossia se la vita è
    realisticamente priva di significato, allora gli altri,  coloro che
    invece intravedono nella vita un significato, sono colpevoli di
    rimozione. Dunque si può dire che la malattia è insita negli
    esseri umani, ma solo coloro che riconoscono di essere malati
    vengono considerati tali, tutti gli altri si ritengono integri, e
    quindi l'integrità è la loro malattia. Il depresso si dibatte tutta la
    vita in questo corto circuito alimentato dal proprio realismo e
    dalla propria lucidità. (…)



                Andrea  Pomella    da     L' uomo che trema


domenica 2 dicembre 2018

ALLA FINE DELLA VITA ( Morire in Italia ) 2



(…) La seconda grande differenza tra il passato e il presente
       riguarda la comunicazione fra il malato e gli altri: il medico,il
      sacerdote,i familiari.Nella società moderna, il tema della morte
       non è bandito solo nelle conversazioni fra adulti o  dalle
       spiegazioni date ai bambini.Lo è anche -.in maniera maggiore-
       nei rapporti con gli ammalati preoccupati per la propria
       salute, e nei confronti dei quali si attua una sorta di " congiura
       del silenzio". A differenza di un tempo, quando una persona
       sentiva e sapeva che la fine si avvicinava, oggi si fa il possibile
       per tenerla all'oscuro di tutto,per mentirle.Già Sigmund Freud,
       alla fine dell' Ottocento, scrisse di aver notato questo
       cambiamento :

     " L'arte di ingannare i pazienti non è certamente molto
        consigliabile. Fino a che punto ci si è spinti nei confronti
        dell'individuo? e quanto lieve deve essere l'influenza del credo
        scientifico, che si suppone abbia sostituito la vecchia
       religione, se non si osa più nemmeno rivelare ch' è giunta l'ora
        della morte per questo o quell'essere umano?
      A un cristiano per lo meno si somministra l'estremo sacramento
        ancora qualche ora prima della morte.
        In Shakespeare si dice:"Sei debitore alla natura di una morte"
        Spero che - quando giungerà la mia ora - possa trovare
        qualcuno che mi tratti con più rispetto e che mi dica quando
        devo tenermi pronto".

       Dalla seconda metà dell' Ottocento, secondo Ariès ( storico
       francese, importante medioevalista e studioso della famiglia e
       dei costumi sociali, n.d.r. ), si registra un mutamento nel
       rapporto fra il moribondo e gli altri.Da allora, il primo dovere
       dei familiari e del medico diviene quello di tener nascosto al
       malato inguaribile la gravità del suo stato. La nuova usanza
       impone che si muoia nell'ignoranza della morte. Il paziente
       diventa allora " un essere sotto tutela " come un bambino o un
       malato di mente, che i familiari separano dal mondo e che
       privano di tutti i diritti e in particolare di quello di conoscere
       le sue condizioni di salute e il momento della propria fine per
       prepararla e organizzarla. E lui si rimette alla loro volontà,
       perché sa di essere amato e suppone che tutto quanto fanno i
       suoi familiari sia per il suo bene. Ma a tratti sospetta o si
       accorge che tutte le persone che gli stanno intorno e lo curano,
       i familiari, gli amici, i medici, lo ingannano.  (…)


       Marzio  Barbagli  da   Alla fine della vita ( Morire in Italia )

giovedì 27 settembre 2018

IL CORPO - PAROLA DELLE DONNE 1

 
 

                                 Caravaggio " Scudo con testa di Medusa "  ( particolare)



(…) " Spaventevole " è il termine che Freud sceglie per evocare l'
        inquietante estraneità, il tumulto degli affetti scatenati dall'
        immagine " orripilante" della Medusa: " la vista della testa di
        Medusa - per l'orrore che suscita - irrigidisce lo spettatore, lo
        muta in pietra " ( S. Freud , La testa di Medusa ). Il volto della
        Gorgone crea un'immediata fissazione: incrociarne gli occhi
        significa cessare di essere se stessi e precipitare in uno spazio
      senza confini e distanza in cui l' Uno e il Due si sovrappongono
       e confondono. E' questa la regione della vertigine
       insopportabile, di quello spaesamento quasi innominabile che
       si genera - talora - nel massimo dell'intimità e del contatto.
       Quella " sorta di spaesamento che risale a quanto ci è noto da
       lungo tempo" ( S. Freud, il Perturbante ) designa - allora - il
       contagio osceno con la materia, con la cosa senza nome, con
       il ventre- utero la cui oscura e minacciosa voragine cattura e
       pietrifica allo stesso tempo. Tra le figure mitiche, Medusa è
       forse la più estrema delle rappresentazioni immaginali: unica
       mortale delle tre Gorgoni - il suo nome evoca
       contemporaneamente un'enorme mostruosità e gli abissi
       cavernosi del mare e della terra - dimora al di là dell' Oceano,
       sul confine ultimo della Notte, alle porte dell' Ade. E' la
       guardiana tra i due mondi: quello dei vivi e quello dei morti;
       quello delle cose visibili e quello delle cose insostenibili allo
       sguardo; quello dell'ordine e della ragione e quello della
       dismisura e della follia. E poiché partecipa dei due regni, la
       natura di Medusa è doppia e irrinunciabilmente ambigua, di
       quella tremenda ambiguità che Rilke, nella Prima Elegia ,
       riconosce nella bellezza " Perchè il bello non è / che il 
       tremendo al suo inizio, noi lo possiamo tollerare / ancora…
       Degli Angeli ciascuno è tremendo  ".
       Non possiamo pensare alla Gorgone come ad un Angelo, e
       tuttavia anch'essa è segnata dalla marca della seduttività e -
       insieme - di ciò che spaventa; in questo senso la sua figura è
       immersa e fa emergere le stesse sensazioni che suscita quanto
       ha a che fare con la sessualità, quanto ci ricorda che "siamo
       nati e siamo incisi dalla morte"( J. Clair, La vision de Meduse)
       (…)


Gabriella  Buzzatti & Anna Salvo  da   Il corpo - parola delle donne ( I legami nascosti tra il corpo e gli affetti ) 
     

IL CORPO - PAROLA DELLE DONNE 2



(…) In uno scritto pubblicato nel 1923, Sandor Ferenczi riconduce
       il simbolo mitologico del ribrezzo e del terrore - la testa di
       Medusa - all'impressione suscitata dal sesso femminile in
       quanto privo di pene; ed è a questo scritto - appunto - che si
       richiama Freud in una breve ma intensa nota del 1922,
       pubblicata postuma nel 1940. L'interpretazione di dare alla
       figura della Gorgone, è per lui ovvia : decapitare =  evirare.
       Il terrore di fronte a Medusa è dunque terrore dell'evirazione,
       legato alla vista di qualcosa.
       La bocca spalancata di Medusa fa apparire la matrice
       originaria: la cavità del corpo materno, la vagina, il buco
       mancante di fallo. Questa cosa - e il termine stesso allude a
       qualcosa di indistinto, di arcaico, richiamando uno status di
       degrado e indifferenziazione - richiama su di sé l'orrore dello
       sguardo: essa viene necessariamente fantasmizzata come
       abisso divorante, come intollerabile minaccia di castrazione.
       Il pensiero trova qui il suo sbarramento ultimo, il suo limite
       estremo; impatta la soglia oltre la quale non vi sono che
       angoscia e completo smarrimento.
       A una donna - racconta il Mito- toccherà emanare la sentenza
       della fine di Medusa, a una donna di natura divina, concepita
       dalla testa del dio degli dei. E' infatti Pallade Atena che guida
       e aiuta Perseo nella sua impresa, rendendolo invisibile : uno
      scudo lucente come specchio e il riflesso argenteo di un falcetto
      permettono all'eroe, in virtù dello sguardo indiretto, di colpire
      a morte Medusa senza incontrarne  lo sguardo. E quando " 
      venne il momento che Perseo staccò la testa dal collo, sprizzò
      fuori il grande Crisaore e il cavallo Pegaso" : alla testa recisa
         della Gorgone, dall'uccisione della sessualità femminile
      indispensabile e " insensata " nasce il cavallo alato, simbolo
      della vittoria della luce sulle tenebre. (…)


Gabriella Buzzatti &  Anna Salvo  da  Il corpo- parola delle donne ( il  legame nascosto tra il corpo e gli affetti ) 


                                              
 
 
Caravaggio : "Scudo con testa di Medusa"