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mercoledì 17 aprile 2024

IL SUPERFLUO DI FILIPPO

 



                                                        Beato chi non sa, chi non ricorda...




Elio Filippo Accrocca, poeta laziale, di cui è ricorso il centenario della nascita lo scorso anno, fu legatissimo a Roma, soprattutto al quartiere di Portonaccio, dove visse fino al 1943, dove la casa dove abitava fu distrutta da un bombardamento alleato.

La sua poesia, da un inizio neo realista, vira verso un ermetismo più legato a una ricerca stilistica, ma sempre traducendo in versi la sua esperienza personale segnata da numerosi lutti, come la tragica morte del figlio diciottenne in un incidente automobilistico, che darà vita alla raccolta " Il Superfluo ", di cui sono riportate qui alcune poesie.





IL RITORNO


Non riesco ad abituarmi

a non vederti più, a non sentirti:

è forse la condanna per chi resta?


Se avessi potuto raccogliere

nel cavo della mano la tua voce,

avrei almeno un'eco del respiro...


La tua aurora ancora scrive: è il fiato

d'una parola che rimane, il segno

della tua presenza indecifrabile.


Oggi due moto per le vie di Roma

( la stessa marca, stessa cilindrata ):

ho chiamato, ma hanno accelerato.


Se ripercorro quella litoranea

o sollevo la sabbia di Lavinio,

tra le dita riaffiora il tuo profilo.


La filigrana del viso

torna a emergere dal vuoto,

come a un'estrema lente di follia...



                                           ***


L' IMPRONTA


Se potessi portarti

qualcosa di quello che hai lasciato

di qua... fammi sapere che desideri.


Beato chi non sa, che non ricorda:

la memoria è da uccidere, non l'uomo.

Altro che un dono, la memoria è un peso.


Però se mi mancasse pure lei,

oltre che te, mi resterebbe il nulla:

la condanna sarebbe più straziante.


Le tue cose, gli oggetti col tuo nome

sono tappe del vivere

che ci danno l'impronta dei tuoi passi.



                                                ***


IL SUPERFLUO


Le pareti di casa

sono come le pagine

di un libro aperto

fessure e macchie 

sono date e nomi

che incrinano le vene

non sappiamo che il minimo

appena l'indispensabile

del tanto che esiste

non vediamo che il contorno

delle cose nel raggio

breve degli occhi

non possediamo che il cartoccio

degli oggetti di sussistenza

chiamata proprietà

ma se aggiungi un altro giorno

alla somma puoi dire

che sai e vedi e hai più del superfluo.



                                        ***


RITORNO A PORTONACCIO


Mutato ponte e più mutate cose

dell'inesausto vivere 

negli afoni mattini. Si fa monte

il ricordo degli anni quando ancora

intatta era l'immagine dei pini

densi di fumo e l'isola

di verde m'accoglieva

ogni giorno al passeggio contemplato

dei treni amici e delle amiche grida.

Oggi mutata è pure la mia vita

e il desideri, e il senso

delle parole s'è trasfigurato :

tanta merce è passata e tanto fiato...

Solo intatto mi resta

l'intramontato innesto ( amore? odio? )

per il mio Portonaccio fatto mesto

e ilare, sconvolto e avvolto a un tempo

da memoria che rende l'ora desta.



                                              ***


LA GUIDA


Vorrei essere insensibile

come un oggetto,

una cosa scartata dal destino.


A passo d'uomo

ho ripercorso l'ultima tua strada

per ritrovare l'ombra di un tuo gesto.


Eri tanto, eri tutto:

l'universo si rifletteva in te;

ora che non sei evanescenza: nulla.


Tua madre ha fatto il bucato

con le lenzuola dove dormisti

l'ultima notte : portano il tuo fiato.


Hai compiuto con noi un breve tratto,

ora osserviamo il vuoto che hai lasciato,

occupato soltanto dal ricordo.


Oggi che hai vent'anni

ti ricreiamo con la fantasia

nel luogo che conserva la tua voce.


Mi metto le tue scarpe, i tuoi calzini,

ricammino con te,

ma non so chi dei due sia la guida.



               Elio Filippo Accrocca   da     Il Superfluo






martedì 19 marzo 2024

PADRE...

 





                                                              ...quanto mi manchi...



                                                 frida



mercoledì 16 febbraio 2022

ABDELLATIF LAABI ( lettera di un padre )

 


                                                  Antonio Rodà - Padre e figlio


                                                                             A mio figlio Yacine



Figlio mio amato

ho ricevuto una lettera dove

già mi parli come un adulto

insisti sulle tue fatiche scolastiche

e io avverto la passione di comprendere

dissipare oscurità e bruttura

penetrare i segreti dell'enorme libro della vita

hai fiducia in te stesso

e con naturalezza

mi snoccioli le tue ricchezze

mi rassicuri rispetto alla tua forza

come voler dire : " Non preoccuparti per me

guarda come cammino

guarda come vanno i miei passi,

l'orizzonte, l'immenso orizzonte laggiù

non ha segreti per me".

E io t'immagino

la tua bella fronte bene in alto

e ben diritta

immagino la tua fierezza.


Figlio mio amato

ho ricevuto la tua lettera

e mi dici: 

" Ti penso

è a te che dono la mia vita

ignaro di tutto ciò che in me

provochi nel dirlo

il mio cuore folle

la testa tra le stelle

e grazie a queste tue parole

non faccio più fatica a credere

che arriverà la grande Festa

quella in cui i bambini come te

divenuti uomini

cammineranno a passi di gigante

lontani dalla miseria delle bidonville

lontani da fame, ignoranza e miserie.


Figlio mio amato

ho ricevuto la tua lettera

ne hai scritto da te l'indirizzo

l'hai scritta con fiducia

ti sei detto, se ci metto questo

papà riceverà la mia lettera

e io avrò forse una risposta

e hai cominciato a immaginare la prigione

grande casa dove la gente è rinchiusa

per quanto tempo, e perché?

Ma allora non possono vedere il mare

la foresta

non possono lavorare

per dar da mangiare ai loro figli

immagini qualcosa di maligno

non bello

qualcosa che non ha senso

 che fa sì che si diventi tristi

arrabbiatissimi.

Pensi ancora

quelli che hanno fatto le prigioni

sono certamente pazzi

e tante e tante cose ancora.

Sì, figlio mio amato,

è così che si comincia a riflettere

a comprendere gli esseri umani

ad amare la vita

a odiare i tiranni

ed è così

che ti amo

che amo pensarti

dall'abisso della mia prigione.




                               Abdellatif  Laabi      Trad. Chiara De Luca




Nasce in Marocco presumibilmente nel 1942.

Il 1972 è l'inizio degli " anni neri", della cappa di silenzio e di paura che si abbatte sul Paese. Viene arrestato, torturato e imprigionato con l'accusa di essere un sovversivo  e di aver complottato contro il regime. Diventa così il prigioniero n. 18611, ma non per questo  cessa di essere " libero" : anche in carcere non cessa di scrivere, di amare, di vivere.

Dopo otto anni e mezzo di prigionia, nel 1880, viene scarcerato insieme ad alcuni compagni, grazie ad una intensa campagna internazionale in suo favore.




mercoledì 9 settembre 2020

DIVERSITA' E COMPITI ( Madre - Padre )



                                                    La Famiglia Bellelli -  E. Degas



"  Il Padre, come ha scritto Freud, è colui che pone un limite; la
   madre eliminerebbe ogni ostacolo sulla strada del figlio;il padre
   testimonia che c'è qualcosa di più importante di sé, per la madre
   nulla è più importante del figlio; il padre insegna a soffrire, la
   madre prenderebbe su di sé ogni infelicità del figlio; il padre
   educa a pagare, la madre vorrebbe estinguere con la vita ogni
   debito del figlio; il padre ricorda la rinuncia, la madre sogna
   che al figlio venga risparmiata ogni privazione; per la madre la
   vita del figlio è sacra, per il padre la vita va resa sacra 
   ( sacrificata ) per gli altri, o per qualcosa di ancora più sacro; 
   la madre dà la vita, il padre ha in compito sgradevole ma
   necessario di ripetere " memento mori ", ricordati che devi 
   morire. La madre insegna a vivere, il padre insegna a morire,
   dopo aver dato uno scopo alla propria vita e quindi essere 
   vissuti con onore.
   Se non c'è nulla per cui valga la pena di spendere la vita, questo
   è ciò che vale la vita : nulla. Quanti giovani muoiono 
   letteralmente per il nulla, ossia dopo una serata di vuoto
   divertimento? Quanti, dei suicidi dei nostri adolescenti e giovani
   sono la reazione causata da un " no" detto a chi non ne aveva 
   mai gestito uno e che pensava che ogni suo desiderio fosse un
   ordine per gli altri?.  (...)




                 Roberto  Marchesini   da   Le vie della psicologia



giovedì 31 agosto 2017

IL SEGRETO DEL FIGLIO 1



                                                                 Padre e figlio - Daniele Lancini



(...) Il nostro  tempo sostiene- in diverse forme - la necessità del
      dialogo tra genitori e figli come principio educativo prioritario.
      Di fronte al lento, sebbene traumatico, processo di erosione
      dell'autorità paterna che ne ha visto dissolvere ogni versione
      padronale, il dialogo sembra aver preso giustamente il posto
      del comando brutale che avevano caratterizzato il volto
      tristemente noto del padre- padrone . Un cambiamento epocale
      è avvenuto: padri e figli si trovano in una prossimità
      sconosciuta sino a poco tempo addietro. I padri non sono più il
      simbolo della Legge ma - come le madri - si occupano anche
      del corpo, del tempo libero e degli affetti dei loro figli.
      Questa prossimità - effetto del giusto indebolimento dell'
      autorità paterna - può essere certamente salutata come una
      positiva emancipazione del discorso educativo da princìpi
      normativi eccessivamente rigidi. Mai nessun tempo come il
      nostro ha dedicato tanta attenzione premurosa al rapporto tra
      genitori e figli. Il figlio assomiglia sempre più a un principe
      al quale la famiglia offre i suoi innumerevoli servigi. Il rischio
      è che questa premura inedita giustifichi un'alterazione della
      differenza simbolica che distingue i figli dai genitori: i figli
      rivendicano la stessa dignità simbolica dei loro genitori, gli
      stessi diritti, le stesse opportunità. In questo modo la
      prossimità che caratterizza il nuovo legame tra genitori e
      figli rischia di avallare una vicinanza di eguali - o peggio -
      una sorta di immedesimazione confusiva frutto di un'
      orizzontalizzazione del legame che smarrisce così ogni senso
      di verticalità. La retorica pedagogica del dialogo - oggi
      imperante - è , ai miei occhi, un effetto macroscopico di
      questa confusione.
      Lo stesso discorso vale per la parola " empatia" divenuta
      egemone e imprescindibile in ogni ragionamento psico-
      pedagogico. Una supposizione di fondo ne sostiene un uso
      inflazionato: parlare con i figli significa capire i figli,
      riconoscersi in loro, condividere le loro gioie e le loro
      sofferenze- insomma - vivere la loro vita.
      Non è questo il modello politically correct che deve essere
      sostenuto e diffuso? E chi - del resto - si sognerebbe di negare
      l'importanza del dialogo e della comprensione empatica nel
      rapporto tra genitori e figli? (...)


       Massimo  Recalcati     da       Il segreto del figlio

IL SEGRETO DEL FIGLIO 2



(...) In questo libro, attraverso la lettura di due celebri figli e del
      loro complesso rapporto con i rispettivi padri - l' Edipo di
      Sofocle e il Figlio Ritrovato della parabola evangelica di Luca ,
      si vuole problematizzare criticamente questo esito del discorso
      educativo ipermoderno, provando ad indicare l'esistenza di
      un'altra strada. Non quella della valorizzazione, spesso solo
      retorica, del dialogo e dell'empatia, ma quella del
      riconoscimento che la vita di un figlio è innanzitutto una vita
      altra, straniera, distinta, differente, al limite, impossibile da
      comprendere. Il figlio non è forse un mistero che resiste ad
      ogni sforzo di interpretazione? Un figlio non è precisamente un
      punto di differenza, di resistenza, di insorgenza incontenibile
      della vita? E non è questa la sua bellezza fulgida e insieme
      minacciosa? Non è - la sua vita - un segreto indecifrabile che
      deve essere rispettato come tale?  (...)


             Massimo  Recalcati   da   Il segreto del figlio

IL SEGRETO DEL FIGLIO 3



(...) L' enigma del figlio è ciò che inquieta il padre di Edipo, Laio  -
      avvertito dall'oracolo che suo figlio sarà destinato a diventare
      il suo assassino e il possessore della sua sposa - al punto da
      spingerlo a prendere la terribile decisione di ucciderlo. Nel
      mito di Edipo, Laio reagisce al suo destino di morte- per mano
      del figlio - esigendo la morte del figlio. Egli non è in grado di
      riconoscere in lui il mistero minaccioso e al tempo stesso
      fulgido e fecondo che ogni figlio è per i suoi genitori. La vita
      del figlio non deve forse oltrepassare quella di chi lo ha
      generato, non deve sancirne la morte, il tramonto inevitabile?
      L'oracolo, quando predice il destino di Edipo, non sta svelando
      a Laio una verità inaggirabile e universale del rapporto tra
      padri e figli? Il carattere " minaccioso" di ogni figlio - come
      quello di ogni allievo per un maestro - non è ciò che impone
      ineluttabilmente la morte delle proprie origini, dei propri
      padri? Il figlio, nella sua venuta al mondo, non ricorda a chi lo
      ha generato il suo destino mortale? La vita del figlio non
      segnala forse sempre l'illimitatezza della vita e
     - di conseguenza - l'incombenza della fine che essa, come Hegel
      aveva indicato con vigore, rivela ai suoi genitori? (...)


               Massimo  Recalcati   da    Il segreto del figlio
        

IL SEGRETO DEL FIGLIO 4



(...) Questo libro prende le mosse da una rilettura delle vicende
      narrate nell' Edipo re di Sofocle e nella parabola lucana del
      figlio ritrovato, che hanno entrambe come presupposto l'
      intreccio dei destini dei figli e dei padri. La colpa del padri
      ricade sempre sui figli? L'assenza di desiderio nei genitori
      rende un figlio necessariamente maledetto, lo esclude
      inesorabilmente dall'accesso al desiderio? E quale Legge viene
      trasmessa da una generazione all'altra? La Legge del destino
      che sigilla la vita del figlio come ripetizione colpevole di quella
      dei padri o un'altra forma della Legge che ci invita a
      sospendere ogni inesorabilità della Legge?
      Edipo e il figlio ritrovato indicano l'oscillazione del processo di
      filiazione tra questi due poli. Il figlio Edipo resta imprigionato
      in un conflitto simmetrico con il padre senza possibilità di
      soluzione: infanticidio e parricidio si corrispondono
      specularmente. Il padre del figlio ritrovato, diversamente da
      Laio, mostra invece di saper sopportare il reale incondivisibile
      che la vita del figlio incarna. Egli non risponde al gesto
     " parricida " con l'odio, ma sceglie di dargli fiducia, di non
      ostacolare il suo viaggio. A differenza di Laio, egli mostra di
      non temere, ma di amare profondamente il segreto assoluto del
      figlio. Il figlio ritrovato incontra nel gesto del perdono del
      proprio padre che lo accoglie al suo ritorno, una dissimmetria
      che spezza ogni legame con una concezione della Legge come
      destino o pena inesorabile che schiaccia invece la vita di Edipo
      Questo padre sa riconoscere l'enigma del figlio senza esigere
      di risolverlo; egli si offre con una Legge il cui fondamento non
      si trova in alcun Codice, ma solo nell'atto stesso del perdono
      come forma più alta della Legge, come libertà della Legge.
      E' ciò che il figlio impara sulla sua carne viva: non è l'uomo
      che è fatto per la Legge, ma è la Legge che è fatta per l'uomo.
      (...)


            Massimo  Recalcati    da    Il segreto del figlio

IL SEGRETO DEL FIGLIO 5



(...) Il figlio incarna l'incondivisibile differenza della vita e la sua
      forza illuminata.Egli resiste ad ogni possibile immedesimazione
      empatica. Si muove nel mondo portando con sé non solo l'
      irriducibile differenza della sua generazione rispetto a quella
      dei genitori, ma anche la particolarità più inafferrabile della
      sua esistenza. Il dono del padre della parabola lucana - che è
      anche il dono più grande che ogni genitore può offrire ai propri
      figli - è il dono della libertà. Il padre non esige il dialogo - la
      comprensione reciproca - ma riconosce il desiderio del figlio
      come un enigma indecifrabile. E questa indecifrabilità non è
      forse un'esperienza costante di ogni genitore?Ma non è proprio
      da qui che sorge l'amore come apertura assoluta al mistero
      dell'alterità del figlio? Il rispetto per il segreto del figlio non
      indica forse che la genitorialità non è mai un'esperienza di
      acquisizione e di appropriazione, ma di decentramento di sé ?
      L'amore non è empatico, non si fonda sulla comprensione
      reciproca e sulla condivisione, ma è rispetto per il segreto
      assoluto dell' Altro, della sua solitudine; l'amore si fonda sulla
      lontananza della differenza, sull'incondivisibile, sul reale
      inassimilabile del Due. Ciò vale nel rapporto tra genitori e
      figli e ancora di più in ogni legame d'amore. La psicoanalisi
      autorizza ad affermare che i legami d'amore che sanno durare
      nel tempo ed essere generativi, sono quelli che non sciolgono
      mai l'enigma del desiderio dell' Altro, che sanno custodire il
      segreto assoluto - impossibile da comprendere - dell' Altro.
      Solo sullo sfondo di questa solitudine, di questo enigma che
      ciascuno è e deve restare per l' Altro - oltre che per se stesso -
      può darsi un essere in rapporto all' Altro, un essere insieme
      all' Altro .  (...)


             Massimo  Recalcati   da   Il segreto del figlio

LA VITA DEI MIEI FIGLI



(...) Osservo la vita dei miei figli crescere, diventare autonoma e
      farsi ai miei occhi sempre più misteriosa. Penso che questo
      mistero sia il marchio di una differenza che deve essere
      preservata e ammirata anche quando può sembrare
      sconcertante. Resto sempre stupito di fronte alla loro bellezza e
      al loro splendore come di fronte al loro disordine e alla loro
      indolenza. Infinitamente diversi da come ricordavo la mia
      condizione di figlio, eppure così incomprensibilmente uguali.
      Non pretendo di sapere o di comprendere nulla della loro vita,
      che giustamente mi sfugge e mi supera. Nel camminare fianco a
      fianco - nel silenzio dei nostri corpi vicini - percepisco il
      rumore del loro respiro come una differenza inesprimibile. E'
      un fatto: ogni figlio porta con sé - già nel suo respiro - un
      segreto inaccessibile. Nessuna illusione di condivisione
      empatica potrà mai venire a capo di questa strana prossimità.
      La gioia tra noi accade proprio quando l'incondivisibile che
      ci separa genera una vicinanza senza nessuna illusione di
      comunione. I nostri figli sono nel mondo - esposti alla
      bellezza e all'atrocità del mondo - senza riparo. Sono - come
      noi tutti - ai quattro venti della vita nonostante o grazie all'
      amore che nutriamo per loro.
      Non so davvero nulla della vita dei miei figli, ma li amo proprio
      per questo. Sempre alla porta ad attenderli senza però mai
      chiedere loro di ritornare. Vicino non perché li comprendo, ma
      perchè stimo il loro segreto.  (...)


          Massimo  Recalcati   da   Il segreto del figlio


domenica 19 marzo 2017

A PROPOSITO DEL PADRE...


  ...due poesie da due diversi punti di osservazione: una poesia
     scritta da un figlio in ricordo del padre ( Rondoni ) e una scritta
     da un padre per il figlio piccolo...( De Angelis )


  
                         IO NON VOGLIO DIVENTARE VECCHIO

                         Io non voglio diventare vecchio
                         perché lo sono già stato mille volte
                         e so già il buio e quella vile tempesta.

                         Ora che piango come vidi
                         piangere mio padre,
                         la stessa ruga e la testa
                         abbattuta, piena di sgomento,
                         imparo che la giovinezza non corre
                         nelle sorprese del sangue
                         ma nello sguardo che un vento
                         strappa da terra

                         per vedere in questo duro paese
                         l'infinita somiglianza fra Dio
                         e il viso di lei tutte le sere, i rami
                         mudi contro il cielo, il vino
                         fermo nel bicchiere...


                              Davide  Rondoni    da   Il bar del tempo



                                                           ***



  QUESTA SERA RUOTA LA VENA

Questa sera ruota la vena
dell'universo e io esco - come vedi -
dalla mia pietra per parlarti ancora
della vita, di me e di te, della tua vita
che osservo dai grandi notturni e ti scruto e sento
un vuoto mai esistito nella fronte, un vuoto
torrenziale che ti agita nel rosso dei giochi
e adesso ritorna e ancora ritorna
e arresta la danza delle sillabe
dove accadevi ritmicamente e tu
sei offeso da una voce monocorde e tu
perdi il gomitolo dei giorni e spezzi
la tua sola clessidra e ristagni e vorrei
aiutarti come sempre ma non posso
fare altro che una fuga partigiana da questo cerchio
e guardare il buio che ti oscilla tra le tempie e ti castiga,
figlio mio.


         Milo De Angelis   da         Terra del viso


                          

giovedì 3 novembre 2016

ETTORE



(...) In Ettore, la figura paterna mostra un' unilateralità singolare.
      Come Abramo quando alza il coltello su Isacco, ha uno
      sguardo pieno di rispetto verso l'alto, non verso il basso.
      E'  esemplare quando onora il padre celeste, impacciato
      quando è padre a sua volta. Giungendo dalla battaglia, Ettore
      dà prova di devozione verso Zeus, padre degli uomini e degli
      dei. Rifiuta l'invito della madre a libare in onore del dio perché
      porta su di sé la polvere e il sangue della battaglia. Ma a
      questa consapevolezza del rapporto con il padre celeste, non
      corrisponde una consapevolezza del rapporto con il figlio
      terrestre: un'immagine chiara di sè come padre, quindi. E'
      cosciente delle incrostazioni di polvere e sangue, ma dimentica
      di portare su di sé anche l'intera crosta difensiva, l'armatura.
      Ora, la corazza non lo difende dal nemico, ma dal figlio.
      Come in ogni esistenza complementare, per essere padre non
      basta sapere cos'è il padre: bisogna conoscere il figlio e il
      rapporto con lui. Inaspettatamente, quest'uomo senza
      arroganza, non riesce a chinarsi verso il bambino. Ciò
      significa che non sente più l'infanzia dentro di sé. La troppa
      consuetudine con adulti guerrieri lo rende straniero ad essa.

(...) Ettore tese le braccia a suo figlio, ma il bambino piegò la
       testa piangendo nel seno della nutrice, terrorizzato dalla
       vista del padre; lo spaventava il bronzo e il cimiero coi
       crini di cavallo che vedeva oscillare terribilmente in cima
       all'elmo. Sorrise allora il padre e la nobile madre, e subito
       lo splendido Ettore si tolse l'elmo e lo depose, rilucente,
       sopra la terra; baciò suo figlio e lo palleggiò fra le braccia (..)

        (  Omero, Iliade )



     Risvegliatosi dal piccolo incidente, il Troiano ora avverte il
     pericolo di chiudersi in una malinconia dove tutto è già
     accaduto. Formula un augurio per il futuro, leva il figlio in
    alto con le braccia e con il pensiero. " Questo gesto sarà per
    tutti il segno del padre". Ettore prega per il bambino,
    sfidando  le leggi dell'epica in suo favore:
  " Zeus e voi altri dei, rendete forte questo mio figlio.  E che un
    giorno, vedendolo tornare dal campo di battaglia, qualcuno
    dica :" E' molto più forte del padre". Parole rivoluzionarie. La
    preghiera di Ettore ha travolto l'onnipotenza immobile del mito,
    rendendo il bambino figlio, e il figlio speranza in qualcosa di
    migliore dei tempi mitici. Per dare forza ad un passato che
    doveva essere un modello irraggiungibile, l'epica ricordava
    che gli uomini diventano più deboli con il passare delle
    generazioni. Ma Ettore prega gli dei perché accordino proprio
    il contrario : che suo figlio diventi più forte di lui.Oggi non è
    facile immaginare un padre altrettanto generoso. Le
    interpretazioni oggi prevalenti vedono nei rapporti padre -
    figlio una costante presenza di invidia e di gelosia omicida.
    Ma la mentalità moderna, nell'atto stesso in cui ha inventato un
    simile sospetto, ha anche cercato di negare che si tratti di
    un' interpretazione recente, attribuendone l'origine proprio al
    mito greco : secondo la teoria di Freud, la rivalità omicida
    tra padre e figlio risalirebbe al re greco Edipo. Scontando
    questa interpretazione, la diffidenza tra generazioni è diventata
    un fatto stabile: sono proprio i padri moderni quelli a cui non
    è più concesso di farsi sorprendere senza armatura.
    Ad Astianatte è invece riuscito ciò che per i Greci era quasi
    impensabile : fare sperare i padri nel futuro e congiungerlo per
    un attimo - in un unico sentimento - alla madre.
    Due esseri così diversi da stentare a parlarsi, sono uniti dal
    figlio che non parla. La scena rompe l'austerità dell'epica con
    un anacronismo intimista e quasi cristiano. (...)


          Luigi   Zoja   da    Il   gesto  di  Ettore