.... vorrei capirlo. Ma non è questo :
E' invece chiudere gli occhi
e aprirmi alla luce inesausta
del suo volo....
frida ( storie da cantadora... )
.... vorrei capirlo. Ma non è questo :
E' invece chiudere gli occhi
e aprirmi alla luce inesausta
del suo volo....
frida ( storie da cantadora... )
E la fede che hai acceso in noi... sento che ci salverà...
Come vorrei che fossi tu
l' orma che spariglia la rena
e si apre un varco fra i muschi ;
tu la carezza pulita dei giorni,
tu la salinità.
Le tue mani come colombe
inquiete falangi di ferro
la tua bocca un giaciglio di sonni.
Sono parole le pietre di casa,
un albero dipinto di rosso e del verde
dei ramarri assetati ( perlustri l' aria
con la tua lente
sezioni il cuore ).
Fossi tu veramente.
Fossi davvero tu.
frida
" Te l' ho inviato senza ali,
perché tu non credessi
che fosse un angelo ". ( Autore sconosciuto )
Vorrei si capisse che fu solo per grazia :
la pagina era solamente il tramite fiorito
del respiro, non altro. Solamente
nell' alone del transito si illuminava.
Oltre e durante, ci segnava un vento
che levigava le pietre, un' acqua dolceamara
che dava forma alle cose.
Io lo dicevo.
E lui capiva, allora.
frida
C'è una forza impareggiabile nella solitudine...
C'è un momento, nella lettura di certi libri di poesia, in cui si smette di leggere e si comincia ad ascoltare. " Corpo conto corpo " è uno di quei libri. Non perché seduca o lusinghi, ma perché fa esattamente il contrario : riduce, sottrae, sfronda - fino a lasciare il lettore solo con qualcosa di essenziale, che forse non si riesce neppure a nominare, ma che proprio per questo rimane, imprimendosi in mente e cuore.
Questo è il tempo che non mente
un calcolo esatto che non risolve
la sedia spaiata di chi se n'è andato
l' inutile allerta della sentinella.
***
Restano gli occhi
abbagliati nelle foto
confitti nell' istante
dallo sguardo che li ha colti
indifesi e nudi - tuttavia oscuri
a chiunque - chiedendo alla luce
l' ultima stilla, la voce perduta.
Questo solo unisce
cuore e non più cuore
corpo e non più corpo
al di sopra del tempo
dei vivi a venire
gli esistenti e gli inesistenti.
***
Non fanno scudo contro le ombre
non coprono la piega stanca delle labbra
trascinano indietro, tirano calci negli stinchi.
Il baricentro si sposta, un bradisismo
silenzioso senza scosse.
***
Ora la materia
restringe lo spazio
occupato dal corpo
la luce si mescola al fiato
detta le regole il respiro -
vita non vita, né strepiti né paure.
Siamo il gioco prediletto degli atomi
un continuo oscillare
sotto leggi comuni e opposte
direzioni, esclusi dal progetto.
Qualcuno ascolta o nessuno -
c'è una forza impareggiabile
nella solitudine.
***
Questo è l' ordine secco presente
il corpo da far funzionare, il dolore
da controllare. Non si parla di niente
con nessuno, solo le frasi del bisogno.
Voltarsi verso la morte con leggerezza
farci concavi e smisurati per il vuoto
che a grandi falcate avanza.
***
Dopo il crollo ascolta i segnali
il buio è meno buio, il dolore
non più acuto, o forse meno ostile.
Anche lo spreco delle nostre vite
non sembra così grave, una variabile
fisica tutto sommato irrilevante -
la maglia rotta nella rete
delle possibilità.
Daniela Pericone da Corpo contro
Tu - oh semplicità - sei la mia felicità...
SE MANCHI
Se anche a volte seguiamo il buio
invece che vivere di sole,
si perde anche la luna,
se manchi tu.
Se tu non puoi dettare il tempo,
nemmeno oscilla più quel pendolo
appeso alle pareti delle nuvole,
se manchi tu.
Se manchi tu nell' aria che respiro,
quella che è soltanto mia,
sto in apnea insieme a te
se manchi tu.
frida
Dico a te : " Sii felice ! "
Quando pensiamo alla felicità, tendiamo a costruire attorno ad essa un sistema di condizioni molto preciso : sarò felice quando avrò questo, sarò felice quando avrò risolto quello, o quando avrò superato quel tale ostacolo - insomma - quando la mia vita prenderà una piega più favorevole, soprattutto diversa dall' attuale. Questo è il comune concetto della felicità come " meta futura ", sempre spostata in avanti di un po'. Ma spesso e volentieri questa condizione rimane un miraggio, un sogno che non si realizza mai compiutamente. Se va bene, siamo felici per qualche attimo, qualche ora, qualche giorno, poi la routine psicologica di preoccupazioni, incertezze sul futuro nostro o di chi amiamo, insieme a innumerevoli pensieri negativi, ci risucchia come dentro un vortice.
Socrate, il filosofo che girò per decenni lungo le strade di Atene a fare domande scomode - senza cattedra e senza compenso - aveva una visione radicalmente diversa. E la esprimeva in modi che duemilaquattrocento anni dopo agiscono ancora come una scossa.
" Sii felice, agisci nella felicità, senza alcuna ragione "
Questa - a ben vedere - è una frase paradossale e rivoluzionaria : " Non siate felici quando avete motivo di esserlo " o " Non siate felici quando avrete raggiunto un obiettivo ". " Siate felici adesso, in questo momento, senza aspettare che qualcosa di esterno vi autorizzi a farlo. La felicità come stato che si sceglie, non come premio che si riceve ".
P.S. Mi permetto di aggiungere un pre - requisito alla sapienza del filosofo, che potrebbe agevolare di molto questo nuovo percorso mental / fattivo : " Sbarazzatevi di tutte le zavorre che vi portate addosso, di tutti quei pesi che gravano sulle vostre spalle e che appesantiscono mente e cuore da così tanto tempo, che nemmeno più ve ne accorgete. Già questo primo passo vi renderà così liberi e leggeri che - tutto quel che seguirà, nel bene e nel male - vi sembrerà meno faticoso e del tutto fattibile. La speranza non sarà più " l' ultima a morire ", ma la compagna della vostra vita."
frida
Da queste parti oggi spicchia un sole nevrotico...
Sporca giornata di fine Aprile a scartare
caramelle d' anima d' auto in corsa, masticate
senza una meta probabile, ma coerente,
nell' isterico ripetersi della ricerca di un posto.
Altrove.
Da queste parti oggi spicchia un sole nevrotico
a smistare briciole di cielo in tasche troppo basse
per essere frugate da dita inesistenti.
Beh, se questo fosse un addio, certamente direi
che non assomiglia a un funerale mascherato.
Ti direi che , se fosse acrobazia ingravidare di luna
questo cielo, allora ti porterei in dono una bottiglia
collaudata di titoli di coda sull' orlo dell' abisso che -
chiudendo il crepuscolo di una stanca primavera -
hanno presto imparato a balbettare la parola
fine.
frida
Siamo così indaffarati a morire...
C'è un paradosso al cuore di questa nuova silloge di Elena Mearini : un libro che porta nel titolo il grado estremo del freddo, della rarefazione, del congelamento delle cose, e che brucia - invece - di temperatura emotiva altissima, quasi insostenibile. Non è una contraddizione. E' la legge interna di questa poesia, che costruisce il proprio spazio nella tensione permanente, tra sottrazione e piena, tra silenzio e necessità di dire, tra il gelo della perdita e il calore ostinato della memoria, che si rifiuta di abdicare.
Dove sono le tue vene
il sangue sul dorso
che sapevi
si sarebbe fermato
dove sono le pietre
di parole e quella voce
che usciva dal taglio dell' onda
e che ora viaggia sui tram.
***
Cadevi dal tempo
uguale al cielo
sedevi in poltrona
assente al tuo nome.
***
La tua mano si consolava
forse nel girare il colore
nel secchio di vernice
volevi fare il più bianco
quello che nessuno vede
volevi fare l' assenza
e poi darla alle pareti
perché si dice che i muri
reggano bene
il vento delle scomparse.
***
Siamo così
indaffarati a morire
che nessuno ci pensa mai
a questa fine che viene
sotto altro nome
si preferisce fare
il gioco dei grandi
il paradiso coi fucili
così cresciamo
con l' occhio contrario.
***
Mentre ti infili i guanti
con la scusa del freddo
mi dici che sotto lo zero
il vuoto si congela.
***
Hai perso le mani
tra la chimica e gli stracci
pulivi l' angolo eterno
l' estrema unzione della sera
io cercavo nel tuo palmo
qualcosa che non fosse
il buco nero del cosmo.
***
La città ci guarda
e forse riconosce
le ombre sedute
ma nessuna fa sosta
perché qui conta l' andare
più feroci degli altri.
***
E' ora che i ricordi
escano di casa
dobbiamo fare
spazio
fare posto
a quelle stelle
così stanche
di non morire mai.
Elena Mearini da Sottozero
Jacopo Tintoretto - Abele e Caino
" Abele e Caino si incontrarono dopo la morte di Abele.
Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano perché erano
ambedue motto alti.
I fratelli si sedettero in terra, accesero un fuoco e mangiarono.
Tacevano, come fa la gente molto stanca quando declina il giorno.
Nel cielo splendeva qualche stella, che non aveva ancora ricevuto
il suo nome. Alla luce della fiamma, Caino notò sulla fronte di Abele
il segno della pietra e - lasciato cadere il pane che stava per portare alla bocca -
chiese che gli fosse perdonato il suo delitto.
Abele rispose :
"Tu mi hai ucciso o io ho ucciso te ? Non ricordo più.
Siamo qui insieme come prima. "
" Ora so che mi hai perdonato davvero - disse Caino -
perché dimenticare è perdonare . Anch'io cercherò di scordare ".
Abele disse lentamente :
" E' così : fin che dura il rimorso, dura la colpa ".
J. L. Borges
E noi che pensiamo la felicità...
" Ma se i morti infinitamente dovessero mai destare
un simbolo in noi,
vedi che forse indicherebbero i penduli amenti
dei noccioli spogli, oppure
la pioggia che cade su terra scura a primavera.
E noi che pensiamo la felicità
come un' ascesa, ne trarremmo l' emozione
quasi sconcertante
di quanto cosa ch'è felice, cade. "
R. M. Rilke
Le Torri di Anselm Kiefer
La poesia di Adernò è da sempre un percorso che conduce a un corpo a corpo con la scrittura e - nella fruizione - con la lettura. Il lettore, oltre la cifra estetica dell' opera letteraria, trova qui il sapore aspro della vita. Attraversare questa poesia è come ripercorrere i solchi di un vinile ondulato con un chiodo di ruggine e sangue : gli alti e i bassi diventano punti di esaltazione e di abisso, di volo e di caduta. Il suono stride e ammalia nelle frequenze acute del dolore.
Sui polsi i segni di quei
giorni d' afferrarsi
anche alle gambe del tavolo.
E il singhiozzo di quei basta, basta
in gola. Ancora a ripensarci, tremi
pensando al cattivo Re che ti aveva scambiata
per il suo Regno. In freezer hai mille barattoli
di questo pianto pestato al mortaio.
Qualcuno in chiesa ti accende una candela,
per la favola - dicono - la favola nera.
Aggiunge così peso all' impresa
di questo autunno condominiale.
***
A casa, niente. Per cena
silenzi da cose distratte.
Così quel sogno ricorrente :
afferrare la corsa dell' ultimo treno.
Tieni pronto il bagaglio. Ma il viaggio
è quello di una freccia caduta
senza colpire nessun bersaglio.
E ricordando d' aver letto
che nel tempo di fermo delle carovane
le donne gettano sementi nel cielo :
tu invece la sera, davanti allo specchio
tra le dita pareggi le punte
di un salice piangente.
***
Al tramonto si dovrebbe
- sui sentieri dell' erba clemente -
togliersi le scarpe
e con piccolo sentimento
a mezzi passi nudi ricordare
il pudore del primo bacio.
***
Col tempo impari
a disertare marzo.
A vestirti di sola carta
per il tuo compleanno.
Un commiato con eterno silenzio
di nessuna risposta.
***
E' concessa una candela per ogni sentinella, ma
non per me che resto di guardia alla polveriera.
Trema la luna. Qualcuno nel palazzo si sta
esercitando
col nodo dell' impiccato.
La notte accetto di buon grado questo Ministero
della Parola.
Mi bendo gli occhi
per spremere il baratro di una vita vuota.
Sebastiano Adernò da Le torrri di Kiefer
* Concepita e presentata per l' apertura di Pirelli Hangar Bicocca nel 2004 da un progetto di Lia Rumma, L' installazione permanente site - specific di Ansalm Kiefer / I Sette Palazzi Celesti, deve il suo nome ai Palazzi descritti nell' antico Trattato ebraico " Sefer Hechalot ", il " Libro dei Palazzi / Santuari " risalenti al V - VI sec d.C., in cui si narra il simbolico cammino d' iniziazione spirituale di colui che vuole avvicinarsi al cospetto di Dio.
Soy silencio, soy verdad, soy el eco en la immensidad...
Riuscire a decifrare il significato
recondito
dell' informazione come una metafora
in un esercizio frenetico
in un equilibrio transitorio
compiere
gli stessi gesti
nello stesso istante
per essere sempre
in contatto
custodire
insonne
la misteriosa melodia
del linguaggio privato.
Marcia Mogro da De los estados, su animo
DA QUANTO TEMPO
da quanto tempo l' aria non respira
e non invita stelle al suo bivacco ;
non sento più lo sciabordìo sui legni
né dalla luna un fiato
ma si diffonde inganno di sirene
come se fosse interminato canto
stesso rintocco di una nota breve.
***
UNA PREGHIERA
se rincorro il desiderio di uno scampo
sul ciglio di un varco inesistente
lungo la traccia d' altra sinfonia
dove nessuna voce
e la memoria è una foresta
d' ombra e di respiro
tu
dammi un motivo per restare
a riascoltare l' eco di parole
e l' odore di pane appena fatto.
***
NASCITA
attraversare piano quel crinale
dove affonda il passo
- e l' ombra un po' soccorre -
dove s' annida fertile memoria
tra le radici già dimenticate
e adesso come esangui cose.
ma custodisce grembo d' afasia
l' anima in attesa - nelle zolle -
che la ferisca ancora a sangue
l' eco di una domanda che va sposa
a ruvido sussulto di emozione.
lei partorisce sogni di figure :
per dare nomi inventerà parole.
***
UN' ALA D' AQUILONE
era silenzio d' aria sulla nuca
e scivolare attento a valle
- e risentire il crepitìo di carta
sulle sponde, dove batteva il tempo
un' ala di aquilone - ignara
di correnti ascensionali,
appesa solo a un filo di speranza.
***
ABITUATA
a frequentare angoli di buio
e l' anima seduta sui gradini
di passi accondiscesi
ai nodi nei capelli
deliberatamente trascurati :
come cercare casa
in un discorso sfatto
nelle macerie forma di parole.
***
LA MUTA
eppure ci sarà dove restare
- se mai desiderio di una sosta -
e rintanarsi ad aspettare
quando verrà premura
né rotta né deriva
né scia di correnti calcolate :
l' attesa che un riflesso
cambi pelle
assistere l' affanno della muta
mentre è sospeso il tempo
che non ha figura
prima che voli via un pensiero.
***
HO TRASLOCATO
ho traslocato l' anima in esilio
e i sassi
che mi porto dietro :
da ripetuti danni
macerie
già destinate alla disattenzione
come per ricomporre :
l' inventario
mette in cornice pezzi di memoria
strappi nella trama
e autoinganni .
disadattata più di quanto basta
lucida a specchio
sembianze d' irrealtà
dolore fondo
nel disumano estraneo d' altro mondo.
Luciana Riommi ( analista junghiana )
E' arrivato alle battute conclusive in Inghilterra il percorso parlamentare per la contestatissima riforma dell' accesso all' interruzione di gravidanza, che non avrebbe più limiti temporali. Una riforma destinata a far compiere un passo verso l' indicibile. Da secoli nessun sovrano si oppone alla firma di una legge. Ma c'è chi spera in un colpo di scena. Due giorni fa, 14 Aprile, è iniziata la fase finale per l' esame del " Crime and Policing Bill ", l' ampia riforma della Giustizia penale che, dopo il passaggio alla Camera dei Lords, torna alla Camera dei Comuni per la revisione finale degli oltre 500 emendamenti approvati il 18 Marzo scorso dai Lords. Questa proposta di legge si occupa dell' aborto, introducendo con la clausola 208 ( approvata dalla Camera dei Comuni nel Giugno 2025 e poi confermata dai Lords ), depenalizzando anche l' aborto tardivo e aprendo - di fatto - all' aborto possibile fino alla nascita. Quello che è previsto alla Camera dei Comuni è un passaggio formale che precede il Royal Assent ( il consenso del Re, in questo caso Carlo I d' Inghilterra ), ultimo atto necessario perché la proposta diventi legge dello Stato. Il passaggio definitivo è previsto per la tarda primavera o l' estate, salvo colpi di scena : il Royal Assent non è mai stato negato a nessuna legge fin dal 1700, ma il popolo inglese della Vita continua a sperare e a fare di tutto per difendere le donne e i bambini. E se Carlo non firmasse ?.
Uno dei motivi della riforma è stata la preoccupazione per una " criminalizzazione di massa " delle donne che - oltre a dover subire il trauma di un aborto tardivo, dovevano subire le conseguenze di un eventuale procedimento penale. Il rischio - ora - è l' opposto : eliminando la Clause 208 ,si teme un aumento degli aborti tardivi e fai- da - te a casa ( la pillola abortiva inviata via posta ( prassi prevista in via eccezionale durante la pandemia e poi confermata come soluzione ordinaria ). Le donne, quindi, sono destinate a restare sempre più sole. La salute delle madri, private di assistenza medica in fase avanzata della gestazione, è a rischio. E ai bambini, anche quando hanno già la capacità di sopravvivenza fuori dal grembo materno, non è riconosciuto il diritto alla vita e perdono ogni tutela. Le conseguenze saranno che - rimosso il deterrente legale - un numero maggiore di donne effettuerà pericolosi aborti tardivi, volontariamente o per coercizione, e la vita dei nascituri verrà ulteriormente svalutata. Sebbene restino formalmente validi i limiti della legge del 1967 ( 24 settimane per gli aborti indotti da medici ), la nuova clausola stabilisce che nessuna indagine o procedimento potrà essere avviato contro una donna che abortisce, indipendentemente dal momento in cui lo fa. In termini pratici, quando il Bill riceverà l' assenso reale, diventerà sempre lecito procurarsi un aborto per qualsiasi motivo - inclusa la selezione basata sul sesso - e in qualsiasi momento, fino al parto.
f.
Dà pace Domine ( Dormi in pace. La terra ti sia lieve )
Bomarzo 3 Aprile 2026
Quando i nomi
ci faranno divergenti,
nomi che irretiscono
anche i morti,
ricorda il consiglio
dei colori cangianti,
piccole febbri
di chiaroscuro
che non scalfivano,
a cui bastò la gloria
d' infanzie a bocca aperta,
e quel sonnolento
andarevenire
entro invincibili metafore
chiuse al tempo,
senza rovine.
Nanni Cagnone da Index vacuus
Le premier cri
(...) Dinanzi alla morte e al morire, la saggezza dell' immaturità si fa silenziosa. Ammutolisce e ritrova poi una voce per narrare l' inquietudine. E' la maturità a tessere al più presto - in nome della sua stoltezza - l' elogio dell' oblio.
Chi intrattiene con l' assenza una conversazione quotidiana e allinea intorno a sé volti e cose uscite di scena conosce - a costo della propria follia - il non distacco (...).
Elogio dell' immaturità ( Duccio Demetrio )
Perché l' amore è un punto di domanda...
Restare sempre al bivio fra l' andare e il tornare,
contraddizione in termini diretti.
Verso.
Perché l' amore è un punto di domanda inespressa,
coordinata al perpetuo viaggiare.
Soli.
Con sacchi a pelo di parole , chiusi da un angolo
di stelle ferme in percorsi obbligati, non misurabili
in sillabe.
Lontani.
E vorrei baciarti ora, fra le linee dei corpi, curve
contro lo spazio e lo sgomento del tempo.
Insieme.
E chiamarti a partire verso un orizzonte confuso
in un domani presente, futuro a perderci in noi.
Andremo ?
Ma qui mi è più facile morirti adesso.
frida
Anche se ci atterrisce il taciturno abisso...
" Ancora e sempre, anche se conosciamo il paesaggio
dell' amore,
e il piccolo cimitero coi suoi nomi che si lamentano;
anche se ci atterrisce il taciturno abisso ove scompaiono
gli altri,
ancora e sempre usciamo in due sotto gli alberi antichi,
e ancora e sempre ci sdraiamo
in mezzo ai fiori, di fronte al cielo."
Rainer Maria Rilke
Vivi le domande ora...
SII PAZIENTE...
" Sii paziente verso tutto ciò che è irrisolto nel tuo cuore
e cerca di amare le domande, che sono simili a stanze chiuse
a chiave o a libri scritti in lingua straniera.
Non cercare ora le risposte che non possono essere date,
perché non saresti capace di vivere con esse.
Il punto è vivere ogni cosa.
Vivi le domande ora.
E forse ti sarà dato - senza che tu te ne accorga - di vivere
fino al lontano giorno in cui avrai le risposte ".
Rainer Maria Rilke
Emilio Prados, Il poeta amato da Maria Zambrano
Di Emio Prados Such, Maria Zambrano coglie l' aspetto essenziale e remoto :
" A volte si ritirava da solo in un angolo di campagna, come un poeta mistico dell' Islam, come un " Sufi " , e forse proprio questo era veramente Emilio ".
***
A dire - forse - di una poesia che ha perseguito l' invisibile e la luce - che ha assegnato alla luce una natura lignea, da toccare, con le spine che ti bucano la mano. Poesia dell' oltreterra ma terrena, con angeli issati dal fango a una sapienza angolare, che prevede la mungitura, il vello e i capezzoli a pieno latte.
Dice di lui Maria Zambrano . " Che il poeta - la cui " vocazione " era stata quella di abbandonarsi totalmente nella vita e nell' essere - si era rivelato compiutamente al cospetto della morte ".
Emilio Prados scrisse i suoi primi versi in Svizzera nel 1921, nel sanatorio di Davos Platz, dove era ricoverato per una tubercolosi polmonare. La malattia lo svuotò di sé, consegnandolo alla poesia delle cose ultime e - dunque , per sempre prime, per sempre qui - e- ora. Di qui, una poesia al contempo concreta e trasfigurata, come di figure perfezionate nel riflesso, rovesciate sul lago - superficie irta, dove la verità trova giustificazione nel suo doppio. Poesia - dunque - che va bevuta.
Quanto vicini ! Dal tuo occhio al mio
non il canto di un' anima !
Annodati sopra il vento,
come uccelli ad uno stesso
filo, sospesi ambedue
al cielo. Quanto vicini
i nostri profili in mezzo
al giorno! Che alti ! Puri
volano , in alto, slegati,
liberi dal mondo i volti
persi nella luce - aperti
come fiori senza stelo -,
viventi, ma senza corpo
che li possa incatenare
alla terra, là nel fondo !
***
NUOVO AMORE
Questo corpo che Dio mi pone tra le braccia
per insegnarmi a varcare l' oblio,
ignoro di chi sia.
Finché non lo ha conosciuto
un angelo nero, ombra colosso
prossima ai miei occhi : vi è entrato
come un fiume silenzioso e tenace.
La sua corrente tutto ha distrutto :
gli intimi luoghi, i più nascosti
ha visitato e contorto : è cresciuto
violento e dolce, ha flagellato e fatto scempio
dell' altro mondo, ai margini del bacio :
unico fiore che ancora vive nello spazio
e muta l' assenza in più fecondo ardore.
Nella carne ha aperto le sue vaste ali,
ha infilato le piume nel mio petto.
Tutto un fremito, annuncio di altri dubbi...
Non so a quale vita possa farmi accedere
l' ingresso di questo angelo.
Sono solo un tempio
rovinato da quando da me è giunto :
lume vacuo,
porta chiusa presso l' eterno.
Chi fui non so : lo saprò
quando questo corpo mi abbandonerà
e rinascerò da labbra
distaccate dal calore che le ha create...
Ma oggi - finalmente - ho frenato il giorno,
ho spezzato il cuore del tempo ,
anche se dentro me - come un pugnale -
sento l' angelo che cresce, che mi tormenta.
***
Ho chiuso la mia porta al mondo,
ho perso la carne per il sogno...
Sono rimasto magico, invisibile,
nudo come un cieco.
In piena, fino al bordo degli occhi,
mi sono illuminato da dentro.
Tremulo, trasparente,
sono rimasto nel vento
proprio come un bicchiere
d' acqua, come
un angelo di vetro
in uno specchio.
Emilio Prados da Llanto en la sangre