mercoledì 14 luglio 2021
IL MIELE AMARO DI GESUALDO
lunedì 10 maggio 2021
POESIE DI DIO 2
TI HO RICONOSCIUTO
Ti ho riconosciuto
all'angolo della guerra
armato indifeso
ucciso dal fumo
offeso dalla terra
ardente
- amato
dal sole
spostato più in là
trasparente
a due passi
dal niente.
Benito Sablone ( A poco lume )
***
VERSI SCRITTI SUL MURO
Più lontano mi sei, più Ti risento
farmiti dentro al cuore
sangue, grido, tumore,
e crescermi sul petto.
Più sei lontano e più Ti porto addosso,
fra l'abito e la carne,
contrabbando cattivo,
volpe rubata che mi mangia il petto.
Gusualdo Bufalino ( L'amaro miele )
***
RINGRAZIAMENTO
Accendi il lume che conosci,
qui è la nostra tomba,
qui dove l'orto fiorisce polvere
e il vento è voce,
ormai di chi devasta.
Noi siamo,
siamo nel cuore della Croce,
sotto un legno ricurvo e molle
con te che sei la madre,
con voi che la fame ha dissanguato.
Qui è la nostra casa,
la porta dove attendere,
abbiamo occhi minacciati
e ringraziamo.
Accendi il lume che conosci
e così sia.
Roberto Carifi ( Il figlio )
***
PURCHE'
Purché
tu torni in me
in noi
e io
e noi
in Te,
Padre,
e le forme s'arrestino
finte, vane,
ladre e assassine
di memoria
e lei,
la storia,
quella che viviamo,
sia tua ancora,
qui,
in terribile martirio.
Ascolta,
Cristo,
ascolta questa voce !
Giovanni Testori ( Post- Hamlet )
***
IO TI CHIEDO...
Io ti chiedo Signore che per passo
dovrei entrare senza più sentire
la tua voce di colpa e di rovina.
E invece approdo sempre alle tue sfere
quando mi mostri il firmamento.
Perché questo tuo incanto o questa frode,
cosa ti costa prendermi nel seno?
Come in esilio vado a domandare
alla luce e al giorno se hanno visto
orma di te lungo le siepi brune.
Alda Merini ( La Terra santa )
da Poesie di Dio ( a cura di Enzo Bianchi )
sabato 2 maggio 2020
IL MIELE AMARO DI GESUALDO
Chissà se tu rammenti la mia voce...
UN SEGNO CON L'UNGHIA
Di questa terra di uve soavi
- cuore - ti scorderai,
dell'erba che tremava al soffio della luna,
delle corse, dei baci, dei mandolini.
Sulla tua soglia, ora che il tempo s'inferocisce,
non son rimaste che rondini uccise
e cenere di passi, cenere di parole.
Richiudi - o cuore - il libro del tuo giorno:
accanto a un viso fa' un segno con l'unghia.
***
BESTIARIO
Un gallo facinoroso
è il sole dentro il tuo pugno:
fa subbuglio di piume d'oro.
Ma nell' ingannevole acqua
delle tue palpebre piomba
un bruno falco; s'acquatta
un'atterrita colomba.
***
EINE KLEINE NACHTMUSICH
La musica ci giunge dalle terrazze
lontane, stesi così sulla sabbia,
coi capelli confusi e felici,
fra muraglie di bianco diluvio,
così sorpresi d'esistere in due
sotto la coltre benigna dell'aria,
disincarnati e carnali, perfetti
come due palme nude, unite.
***
PAESE
Nel guscio dei tuoi occhi
sverna una stella dura, una gemma eterna.
Ma la tua voce è un mare che si calma
a una foce di antiche conchiglie,
dove s'infiorano mani e la palma
nel cielo si meraviglia.
Sei anche un'erba, un'arancia, una nuvola...
T' amo come un paese.
***
S' IO SAPESSI CANTARE...
S'io sapessi cantare
come il sole di giugno nel ventre della spiga,
l'obliquo invincibile sole,
s'io sapessi gridare
gridare gridare gridare come il mare
quando s'impenna nel ludibrio d'aquilone;
s'io sapessi, s'io potessi
usurpare il linguaggio della pioggia
che insegna all' erba crudeli dolcezze...
oh, allora ogni mattino,
e non con questa voce roca d' uomo,
vorrei dirti che t'amo
e sui muri del mio cieco cammino
scrivere la letizia del tuo nome,
le tre sillabe sante e misteriose,
il mio sigillo di nuova speranza,
il mio pane, il mio vino,
il mio viatico buono.
***
LA FESTA
La festa abbaglia ancora i tuoi balconi
e il mare, sale una rosa di luce
antica sul tuo viso, ogni bengala
nel giro negro e veloce degli occhi
ti si ripete, e la musica fiera
degli spari: chissà se tu ripensi
il tuo cuore d'altranno, e le parole
che ci gridammo d'amore, sospesi
sui colori violenti della folla,
chissà se tu rammenti la mia voce.
Gesualdo Bufalino da L'amaro miele
lunedì 2 aprile 2018
IMPROVVISO D'AMORE
Lei nel suo scialle di sposa di re....
Losanghe di cieli, cieli di gesso,
vecchio terrore che indosso ogni giorno;
muraglie da cui sempre mi ritorna
questa mia strenua voce d'ossesso;
e libri, voi, paradisi dipinti,
reticolati d'assurdo quaderno,
trionfo e sbarre di carcere eterno,
fughe immobili e nero labirinto:
oh, mescetevi carte, firmamenti,
memorie; fate rissa entro di me,
e inventatemi un nome, un altro viso.
Ora che lei m'ha parlato alla mente,
lei nel suo scialle di sposa di re,
con gli stupori e i corrucci e le risa...
Gesualdo Bufalino da L' amore in versi
venerdì 17 marzo 2017
IL RITORNO DI EURIDICE 3
" Sono stata una buona moglie. Lo amavo il poeta. E lui - dopotutto
mi amava. Non avrebbe, se no, pianto tanto, rischiato tanto fra
voragini e dirupi, fra Mani tenebrosi e turbe di sogni dalle unghie
nere. Non avrebbe guadato acque, scalato erte, ammansito mostri
e Moire, avendo per sola armatura una clamide di lino e una
semplice fettuccia rossa legata al polso. Né avrebbe saputo
spremere tanta dolcezza di suoni di fronte al trono dell'invisibile
Ade..."
Il peso contro il costato doleva - ora - ma lei non ne aveva più
paura, sapeva cos'era. Era una smemoratezza che le doleva, di un
particolare dell' avventura recente, una minuzia che aveva visto o
intuito o capito in un baleno e che il Lete s'era provvisoriamente
portato via. Come una rivelazione da mettere in serbo per
ricordarsene dopo. Se ne sarebbe ricordata a momenti - certo -
non appena la sorsata di Lete avesse finito di sciogliersi - innocua
ormai - nel dedalo delle sue vene. Era questa la legge, anche se
lei avrebbe preferito un oblio di tutto e per sempre, al posto di
questa vicenda di veglie e stupori, di queste temporanee
mancanze della coscienza; come chi - sonnambulo - lascia il suo
capezzale e si ritrova sull'orlo di un cornicione...
Ripensò al suo uomo, al loro ultimo incontro. Ci ripensò con
fierezza. Poichè il poeta era venuto qui per lei, e aveva sforzato
le porte con passo conquistatore, e aveva piegato tutti alla
fatalità del suo canto. Perfino Menippo - quel buffone - quel fool,
aveva smesso di sogghignare: s'era preso il calvo capo fra le
mani e piangeva, fra le sue bisacce di fave e lupini. E Tantalo
aveva cessato di cercare con la bocca le linfe fuggiasche; Sisifo
di spingere il macigno per forza di poppa... E la ventosa ruota
d' Issione, eccola inerte in aria, come un cerchio d'inutile
piombo. Un eroe, un eroe padrone era parso. E Cerbero gli s'era
accucciato ai piedi, a leccargli con tre lingue i sandali stanchi...
Ade dalla sua nube aveva detto di sì.
Rivide il seguito: la corsa in salita dietro di lui, per un tragitto di
sassi e spine, arrancando col piede ancora zoppo del veleno
viperino. Felice di poterlo vedere solo di spalle, felice del divieto
che avrebbe fatto più grande la gioia di riabbracciarlo fra poco...
Quale Erinni, quale ape funesta gli avrebbe punto la mente,
perché, perché s'era irriflessivamente voltato?
" Addio! " aveva dovuto gridargli dietro, " Addio! " sentendosi la
verga d'oro di Ermete picchiare piano sopra la spalla.
E così - risucchiata dal buio - lo aveva visto allontanarsi verso la
fessura del giorno, svanire in un pulviscolo biondo... Ma non sì
da non sorprenderlo - in quell'attimo di strazio - nel gesto di
correre con dita urgenti alla cetra e di tentarne le corde con
entusiasmo professionale... L'aria non li aveva ancora divisi che
già la sua voce baldamente intonava " Che farò senza
Euridice? " , e non sembrava che improvvisasse, ma che a lungo
avesse studiato davanti a uno specchio quei vocalizzi e filature,
tutto già bell'e pronto, da esibire al pubblico, ai battimani, ai
riflettori della ribalta.
La barca era tornata ad andare, già l'attracco s'intravedeva tra
i fiocchi laschi e sporchi di bruma. Le anime stavano zitte,
appiccicate fra loro come nottole di caverna. Non s'udiva altro
rumore che il colpo eguale e solenne dei remi nell'acqua.
Allora Euridice si sentì d'un tratto sciogliere quell'ingorgo nel
petto e - trionfalmente, dolorosamente - capì : Orfeo s'era
voltato apposta . (...)
Gesualdo Bufalino da L'uomo invaso
IL RITORNO DI EURIDICE 2
Tu se' morta, mia vita, e io respiro?
Tu se' da me partita
per mai più tornare ed io rimango?
(...) Così aveva gorgheggiato lui con la cetra in mano e lei - da
quella monodia - s'era sentita rimescolare. Avrebbe voluto
gridargli grazie, riguardarselo ancora amorosamente, ma era
ormai solo una statuina di marmo freddo, con un agnello
sgozzato ai piedi, coricata su una pira di fascine insolenti. E
nessun comando che si sforzasse di spedire alle palpebre, alle
livide labbra, riusciva a fargliele dissuggellare un momento.
Della nuova vita, che dire? E delle membra che le avevano
fatto indossare? Tenue, ondose, evasive come veli...
Poteva andar meglio, e poteva andar peggio. I giochi con gli
aliossi, le partite di carte a due, le ciarle domestiche con
Persefone al telaio, le reciproche confidenze a braccetto per
i viali del regno, mentre Ade dormiva col capo bendato
nascosto da un casco di pelle di capro... Tutto era servito -
per metà dell'anno almeno - a lenire l'uggia della vita di
guarnigione. Ma domani, ma dopo?
Guardò l'acqua: veniva, onda su onda ( e sembravano squame,
scaglie di pesce ) a rompersi contro la proda. Scura, fradicia
acqua, vecchissima acqua di stagno, battuta da remi remoti.
Tese l'orecchio: il tonfo delle pale s'udiva in lontananza
battere l'acqua a lenti intervalli : doveva essere stufo - il
marinaio - di tanto su e giù...
Mille e mille anime s'erano raccolte, frattanto , e aspettavano.
Anche a mettersi in fila sarebbero passate ore prima che
giungesse il suo turno. " Non ci sono precedenze per chi
ritorna?", si chiese con un sorriso, benché non avesse fretta
- ormai che c'era - di rincasare. Erano mille e mille, le anime e
aspettavano tremando di freddo e starnazzando, con una sorta
di impazienza affamata. Il fuoco che brillava in mezzo a loro,
va a sapere come avevano fatto ad accenderlo, ad attizzarlo,
con che pietre focaie e pigne di pino. E vi si scaldavano
attorno: l'aria di fiume è nociva ai corpi spogliati.
Sorrise ancora, come se i reumi avessero corso, fra i morti.
Benché a lei sarebbe piaciuto lo stesso consolarsi le palme
a quella fiamma, mescere la sua voce - un pigolio - al
pigolare degli altri. Non lo fece, non s'avvicinò al bivacco:
preferiva restare sola a pensare. Poiché un disagio - lo stesso
che lascia un cibo sbagliato - le faceva male sotto una
costola, e lei sapeva che non era il cruccio della vita ripersa,
della resurrezione andata a male, era un altro e curioso
agrume, un rincrescimento incapace per ora di farsi pensiero,
ma ostinato a premere dentro in confuso, come preme un
bambino non nato, putrefatto nelle viscere, senza nome né
sorte. E lei non sapeva come chiamarlo, se presagio, sospetto
o vergogna...
Ricapitolò la sua storia : voleva capire . (...)
Gesualdo Bufalino da L' uomo invaso
IL RITORNO DI EURIDICE 1
(...) Era stanca. Poiché c'era da aspettare, sedette su una gobba
dell'argine, in vista del palo dove il barcaiolo avrebbe legato
l'alzaia. L'aria era del solito colore sulfureo, come un vapore
di marna o di pozzolana, ma sulle sponde s'incanutiva di
fiocchi laschi e sudici di bambagia. Si vedeva poco, faceva
freddo, lo stesso fiume non pareva scorrere, ma arrotolarsi su
se stesso, nella sua pece pastosa, con una pigrizia di serpe.
Un guizzo d'ali inatteso, un lampo nero sorse sul pelo dell'
acqua e scomparve. L'acqua gli si rinchiuse sopra all'istante,
lo inghiottì come una gola. Chissà - il volatile - com'era finito
quaggiù : doveva essersi imbucato sottoterra dietro i passi e
alla musica del poeta.
" Il poeta..." era così che chiamava il marito nell'intimità,
quando voleva farlo arrabbiare, ovvero per carezza,
svegliandosi al suo fianco e vedendolo intento a solfeggiare
con grandi manate nel vuoto una nuova melodia.
" Che fai, componi? " . Lui non si sognava di rispondere:
quante arie si dava. Ma com'era rassicurante e cara cosa che
si desse tante arie, che si lasciasse crescere tanti capelli sul
collo, e li ravviasse continuamente col calamo di giunco che
gli serviva per scrivere; e che non sapesse cuocere un uovo...
Quando poi gli bastava pizzicare due corde e modulare a
mezza voce l'ultimo dei suoi successi per rendere tutti così
pacificamente, irremissibilmente felici...
" Poeta..." A maggior ragione stavolta. Stavolta lei sillabò fra
le labbra la parola con una goccia di risentimento. Sventato
d'un poeta, adorabile buonanulla... Voltarsi a quel modo,
dopo tante raccomandazioni, a cinquanta metri dalla luce...
Si guardò i piedi, le facevano male, se mai possa far male
quel poco d'aria di cui sono fatte le ombre.
Non era delusione la sua, bensì solo un quieto, rassegnato
rammarico. In fondo non aveva mai creduto sul serio di
poterne venire fuori . Già l'ingresso - un cul di sacco a senso
unico, un pozzo dalle pareti di ferro - le era parso decisivo.
La morte era questo, né più né meno, e, precipitandovi dentro
nell'attimo stesso in cui s'era aggricciata d'orrore sotto il
dente dello scorpione, aveva saputo ch'era per sempre.
Allora s'era avvinta agli uncini malfermi della memoria, s'era
aggrappata al proprio nome, pendulo per un filo all'estremità
della mente, e se lo ripeteva ...Euridice...Euridice, nel
mulinello vorticoso mentre cascava sempre più giù...Euridice
...Euridice, come un ulteriore obolo di soccorso, in aggiunta
alla moneta piccina che la mano di lui le aveva nascosto in
bocca all'atto della sepoltura . (...)
Gesualdo Bufalino da L' uomo invaso