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mercoledì 14 luglio 2021

IL MIELE AMARO DI GESUALDO




Sono un pescatore di maree che origlia dalla riva...





IMPROVVISO D' AMORE

Losanghe di cieli, cieli di gesso,
vecchio terrore che indosso ogni giorno;
muraglie da cui sempre mi ritorna
questa mia strenue voce d'ossesso;

e libri, voi, paradisi dipinti,
reticolati d'assurdo quaderno,
trionfo e sbarre di carcere eterno,
fughe immobili e nero labirinto:

oh mescetevi carte, firmamenti,
memorie; fate rissa dentro di me,
e inventatemi un nome, un altro viso.

Ora che lei m'ha parlato alla mente,
lei nel suo scialle di sposa di re,
con gli stupori, i corrucci e le risa...


***




DI UN DIFFICILE ORACOLO

E mi stupisco ancora
del tuo sangue violento che mi sfida
e sgrida con voce di vento.

Decifrassi una volta la vermiglia
cantilena che recita,
bando di morte o vita, chi sa dirlo?

Ma io non sono che il drago custode
dei tuoi polsi in burrasca, un pescatore
di maree che origlia dalla riva.

Anche infelice, se non fosse il lampo
che inatteso mi sorride e mi dà scampo
nella tenace mafia dei tuoi occhi.


***

ESERCIZIO CON SENTIMENTO

Per l'alto cielo odoroso d'arance
e di camicie nude al davanzale
come caro lo scroscio che m'assale
di sole tardo la povera guancia.
Oh riaprirsi all'affettuosa lancia,
tornare uccello di giovani ali...
vita, puoi dunque ancora non far male,
se mi dai questa incredibile guancia.
Ma tu - cuore - detrito di tempeste
inaccadute, che pensi, che dici,
nel girotondo d'arancia celeste?
Sapessi riparlarne con gli amici,
ritrovare una sera le tue feste,
ingenui moti, vanità felici.


***

SVOLTA

Venga l'autunno a dirci che siamo vivi,
seduti sull'argine rosso
a guardare l'acqua che se ne va.
E tornino le pezze di turchino ai cancelli,
i casti numi di gesso, le rose sdrucite,
le vesti liete dei fidanzati,
tutto rinnovi il tempo il suo mite apparecchio.
Poiché, mentre l'aria rapisce
nel suo sonno le foglie del sangue,
e così piano mi tenta
quell'esule sole la fronte,
è bello qui fermarsi per dirti addio,
mia giovinezza, mia giovinezza.


***

PREGHIERA A MEZZOGIORNO

Almeno mi scoppi in grida
la mente nei corridoi
di questa casa da suicida,
piena di corde e di rasoi.
Ma è sempre un altro, è sempre un altro
che si lamenta in vece mia,
e l'angoscia si fa più scaltra,
più volontaria la pazzia.
Datemi un male senza libri,
datemi un pianto senza specchi,
una croce che sopra mi vibri
fatta solo di vento e di stecchi.



Gesualdo Bufalino  da    L' amaro miele



Note de  " L'Amaro miele "

" Questi versi, scritti su carta da macero con un pennino Perry di moltissimi anni fa e sopravvissuti solo quasi per caso alle periodiche fiamme di San Silvestro a cui l'autore fu solito un tempo condannare il superfluo e l'odioso dei suoi cassetti; divenuti - invecchiando - patetici come rulli di pianola o vecchie fotografie; questi versi non vantano probabilmente altro merito per vedere la luce, se non quello - privato - di far per un momento sorridere, ove ne abbia ancora le labbra capaci, un fantasma di gioventù. Il quale potrà ritrovarvi e riconoscervi, insieme ai relitti di sue antiche pene d'amore perdute in riva al Mediterraneo; le memoria di una lunga attesa e persuasione di morte all'ombra grave della guerra; le vecchie letizie e le lunghe solitudini dopo il ritorno nel Sud ".



PENSIERI DELLO SRITTORE


LA  MEMORIA

"  Il tema della memoria è - come si intende - legato strettamente alla morte. Noi ricordiamo per non morire ; lo smemorato è un morto, non è più nessuno. D'altronde la morte è - secondo il pensiero di Seneca - perpetua : moriamo ogni giorno e la morte non è un futuro che ci minaccia, ma un presente che ad ogni attimo conquista una porzione più ampia di noi. La memoria è la debole medicina che si oppone alle soperchierie della morte, è una protesi che tenta di sostituire la vita ".


***

L ' AMORE


" Nella mia opera l'amore è visto generalmente come una commedia d'inganni, non nel senso di una frode maligna, ma come cinema di larve, una specie di sogno interrotto e creativo che somiglia al sentimento dell'arte. Con la differenza che non riguarda gli eletti, i vocati,  ma l'universale, essendo capace di suscitare anche nel più rozzo degli esseri una fantasia di simulacri e miraggi "



 


lunedì 10 maggio 2021

POESIE DI DIO 2

 

TI HO RICONOSCIUTO


Ti ho riconosciuto

all'angolo della guerra

armato indifeso

ucciso dal fumo

offeso dalla terra

ardente

- amato

dal sole

spostato più in là

trasparente

a due passi

                 dal niente.


                Benito Sablone  ( A poco lume )



                                 ***


VERSI SCRITTI SUL MURO


Più lontano mi sei, più Ti risento

farmiti dentro al cuore

sangue, grido, tumore,

e crescermi sul petto.


Più sei lontano e più Ti porto addosso,

fra l'abito e la carne,

contrabbando cattivo,

volpe rubata che mi mangia il petto.


                        Gusualdo Bufalino  ( L'amaro miele )



                                     ***


RINGRAZIAMENTO


Accendi il lume che conosci,

qui è la nostra tomba,

qui dove l'orto fiorisce polvere

e il vento è voce,

ormai di chi devasta.

Noi siamo,

siamo nel cuore della Croce,

sotto un legno ricurvo e molle

con te che sei la madre,

con voi che la fame ha dissanguato.

Qui è la nostra casa,

la porta dove attendere,

abbiamo occhi minacciati

e ringraziamo.

Accendi il lume che conosci

e così  sia.


                                  Roberto Carifi  ( Il figlio )



                                           ***


PURCHE'


Purché

tu torni in me

in noi

e io

e noi

in Te,

Padre,

e le forme s'arrestino

finte, vane,

ladre e assassine

di memoria

e lei,

la storia,

quella che viviamo,

sia tua ancora,

qui,

in terribile martirio.

Ascolta,

Cristo,

ascolta questa voce !


                                   Giovanni Testori   ( Post- Hamlet )



                                                    ***


IO TI CHIEDO...


Io ti chiedo Signore che per passo

dovrei entrare senza più sentire

la tua voce di colpa e di rovina.

E invece approdo sempre alle tue sfere

quando mi mostri il firmamento.

Perché questo tuo incanto o questa frode,

cosa ti costa prendermi nel seno?

Come in esilio vado a domandare

alla luce e al giorno se hanno visto

orma di te lungo le siepi brune.


                                     Alda  Merini   ( La Terra santa )



                           da   Poesie di Dio ( a cura di Enzo Bianchi )



sabato 2 maggio 2020

IL MIELE AMARO DI GESUALDO




                                                     Chissà se tu rammenti la mia voce...



UN SEGNO CON L'UNGHIA

Di questa terra di uve soavi
- cuore - ti scorderai,
dell'erba che tremava al soffio della luna,
delle corse, dei baci, dei mandolini.
Sulla tua soglia, ora che il tempo s'inferocisce,
non son rimaste che rondini uccise
e cenere di passi, cenere di parole.
Richiudi - o cuore - il libro del tuo giorno:
accanto a un viso fa' un segno con l'unghia.


                                                ***
BESTIARIO

Un gallo facinoroso
è il sole dentro il tuo pugno:
fa subbuglio di piume d'oro.
Ma nell' ingannevole acqua
delle tue palpebre piomba
un bruno falco; s'acquatta
un'atterrita colomba.


                                           ***


EINE  KLEINE  NACHTMUSICH

La musica ci giunge dalle terrazze
lontane, stesi così sulla sabbia,
coi capelli confusi e felici,
fra muraglie di bianco diluvio,
così sorpresi d'esistere in due
sotto la coltre benigna dell'aria,
disincarnati e carnali, perfetti
come due palme nude, unite.


                                          ***

PAESE

Nel guscio dei tuoi occhi
sverna una stella dura, una gemma eterna.
Ma la tua voce è un mare che si calma
a una foce di antiche conchiglie,
dove s'infiorano mani e la palma
nel cielo si meraviglia.
Sei anche un'erba, un'arancia, una nuvola...
T' amo come un paese.


                                                ***

S' IO SAPESSI CANTARE...

S'io sapessi cantare
come il sole di giugno nel ventre della spiga,
l'obliquo invincibile sole,
s'io sapessi gridare
gridare gridare gridare come il mare
quando s'impenna nel ludibrio d'aquilone;
s'io sapessi, s'io potessi
usurpare il linguaggio della pioggia
che insegna all' erba crudeli dolcezze...
oh, allora ogni mattino,
e non con questa voce roca d' uomo,
vorrei dirti che t'amo
e sui muri del mio cieco cammino
scrivere la letizia del tuo nome,
le tre sillabe sante e misteriose,
il mio sigillo di nuova speranza,
il mio pane, il mio vino,
il mio viatico buono.


                                                  ***

LA FESTA

La festa abbaglia ancora i tuoi balconi 
e il mare, sale una rosa di luce
antica sul tuo viso, ogni bengala
nel giro negro e veloce degli occhi
ti si ripete, e la musica fiera
degli spari: chissà se tu ripensi
il tuo cuore d'altranno, e le parole
che ci gridammo d'amore, sospesi
sui colori violenti della folla,
chissà se tu rammenti la mia voce.



                                  Gesualdo Bufalino  da   L'amaro miele


lunedì 2 aprile 2018

IMPROVVISO D'AMORE

 
 


                                                       Lei nel suo scialle di sposa di re....



Losanghe di cieli, cieli di gesso,
vecchio terrore che indosso ogni giorno;
muraglie da cui sempre mi ritorna
questa mia strenua voce d'ossesso;

e libri, voi, paradisi dipinti,
reticolati d'assurdo quaderno,
trionfo e sbarre di carcere eterno,
fughe immobili e nero labirinto:

oh, mescetevi carte, firmamenti,
memorie; fate rissa entro di me,
e inventatemi un nome, un altro viso.

Ora che lei m'ha parlato alla mente,
lei nel suo scialle di sposa di re,
con gli stupori e i corrucci e le risa...


           Gesualdo Bufalino     da       L' amore in versi

venerdì 17 marzo 2017

IL RITORNO DI EURIDICE 3



" Sono stata una buona moglie. Lo amavo il poeta. E lui - dopotutto
  mi amava. Non avrebbe, se no, pianto tanto, rischiato tanto fra
  voragini e dirupi, fra Mani tenebrosi e turbe di sogni dalle unghie
  nere. Non avrebbe guadato acque, scalato erte, ammansito mostri
  e Moire, avendo per sola armatura una clamide di lino e una
  semplice fettuccia rossa legata al polso. Né avrebbe saputo
  spremere tanta dolcezza di suoni di fronte al trono dell'invisibile
  Ade..."
  Il peso contro il costato doleva - ora - ma lei non ne aveva più
  paura, sapeva cos'era. Era una smemoratezza che le doleva, di un
  particolare dell' avventura recente, una minuzia che aveva visto o
  intuito o capito in un baleno e che il Lete s'era provvisoriamente
  portato via. Come una rivelazione da mettere in serbo per
  ricordarsene dopo. Se ne sarebbe ricordata a momenti - certo -
  non appena la sorsata di Lete avesse finito di sciogliersi - innocua
  ormai - nel dedalo delle sue vene. Era questa la legge, anche se
  lei avrebbe preferito un oblio di tutto e per sempre, al posto di
  questa vicenda di veglie e stupori, di queste temporanee
  mancanze della coscienza; come chi - sonnambulo - lascia il suo
  capezzale e si ritrova sull'orlo di un cornicione...
  Ripensò al suo uomo, al loro ultimo incontro. Ci ripensò con
  fierezza. Poichè il poeta era venuto qui per lei, e aveva sforzato
  le porte con passo conquistatore, e aveva piegato tutti alla
  fatalità del suo canto. Perfino Menippo - quel buffone - quel fool,
  aveva smesso di sogghignare: s'era preso il calvo capo fra le
  mani e piangeva, fra le sue bisacce di fave e lupini. E Tantalo
  aveva cessato di cercare con la bocca le linfe fuggiasche; Sisifo
  di spingere il macigno per forza di poppa...  E la ventosa ruota
  d' Issione, eccola inerte in aria, come un cerchio d'inutile
  piombo. Un eroe, un eroe padrone era parso. E Cerbero gli s'era
  accucciato ai piedi, a leccargli con tre lingue i sandali stanchi...
  Ade dalla sua nube aveva detto di sì.
  Rivide il seguito: la corsa in salita dietro di lui, per un tragitto di
  sassi e spine, arrancando col piede ancora zoppo del veleno
  viperino. Felice di poterlo vedere solo di spalle, felice del divieto
  che avrebbe fatto più grande la gioia di riabbracciarlo fra poco...
  Quale Erinni, quale ape funesta gli avrebbe punto la mente,
  perché, perché s'era irriflessivamente voltato?
 " Addio! " aveva dovuto gridargli dietro, " Addio! " sentendosi la
  verga d'oro di Ermete picchiare piano sopra la spalla.
  E così - risucchiata dal buio - lo aveva visto allontanarsi verso la
  fessura del giorno, svanire in un pulviscolo biondo... Ma non sì
  da non sorprenderlo - in quell'attimo di strazio - nel gesto di
  correre con dita urgenti alla cetra e di tentarne le corde con
  entusiasmo professionale... L'aria non li aveva ancora divisi che
  già la sua voce baldamente intonava " Che farò senza
  Euridice? " , e non sembrava che improvvisasse, ma che a lungo
  avesse studiato davanti a uno specchio quei vocalizzi e filature,
  tutto già bell'e pronto, da esibire al pubblico, ai battimani, ai
  riflettori della ribalta.
  La barca era tornata ad andare, già l'attracco s'intravedeva tra
  i fiocchi laschi e sporchi di bruma. Le anime stavano zitte,
  appiccicate fra loro come nottole di caverna. Non s'udiva altro
  rumore che il colpo eguale e solenne dei remi nell'acqua.
  Allora Euridice si sentì d'un tratto sciogliere quell'ingorgo nel
  petto e - trionfalmente, dolorosamente - capì : Orfeo s'era
  voltato apposta .  (...)


         Gesualdo Bufalino  da     L'uomo invaso


IL RITORNO DI EURIDICE 2


                         Tu se' morta, mia vita, e io respiro?
                         Tu se' da me partita
                         per mai più tornare ed io rimango?

(...) Così aveva gorgheggiato lui con la cetra in mano e lei - da
       quella monodia - s'era sentita rimescolare. Avrebbe voluto
       gridargli grazie, riguardarselo ancora amorosamente, ma era
       ormai solo una statuina di marmo freddo, con un agnello
       sgozzato ai piedi, coricata su una pira di fascine insolenti. E
       nessun comando che si sforzasse di spedire alle palpebre, alle
       livide labbra, riusciva a fargliele dissuggellare un momento.
       Della nuova vita, che dire? E delle membra che le avevano
       fatto indossare? Tenue, ondose, evasive come veli...
       Poteva andar meglio, e poteva andar peggio. I giochi con gli
       aliossi, le partite di carte a due, le ciarle domestiche con
       Persefone al telaio, le reciproche confidenze a braccetto per
       i viali del regno, mentre Ade dormiva col capo bendato
       nascosto da un casco di pelle di capro... Tutto era servito -
       per metà dell'anno  almeno - a lenire l'uggia della vita di
       guarnigione. Ma domani, ma dopo?
       Guardò l'acqua: veniva, onda su onda ( e sembravano squame,
       scaglie di pesce ) a rompersi contro la proda. Scura, fradicia
       acqua, vecchissima acqua di stagno, battuta da remi remoti.
       Tese l'orecchio: il tonfo delle pale s'udiva in lontananza
       battere l'acqua a lenti intervalli : doveva essere stufo - il
       marinaio - di tanto su e giù...
       Mille e mille anime s'erano raccolte, frattanto , e aspettavano.
       Anche a mettersi in fila sarebbero passate ore prima che
       giungesse il suo turno. " Non ci sono precedenze per chi
       ritorna?", si chiese con un sorriso, benché non avesse fretta
      - ormai che c'era - di rincasare. Erano mille e mille, le anime e
       aspettavano tremando di freddo e starnazzando, con una sorta
       di impazienza affamata. Il fuoco che brillava in mezzo a loro,
       va a sapere come avevano fatto ad accenderlo, ad attizzarlo,
       con che pietre focaie e pigne di pino. E vi si scaldavano
       attorno: l'aria di fiume è nociva ai corpi spogliati.
       Sorrise ancora, come se i reumi avessero corso, fra i morti.
       Benché a lei sarebbe piaciuto lo stesso consolarsi le palme
       a quella fiamma, mescere la sua voce - un pigolio - al
       pigolare degli altri. Non lo fece, non s'avvicinò al bivacco:
       preferiva restare sola a pensare. Poiché un disagio - lo stesso
       che lascia un cibo sbagliato - le faceva male sotto una
       costola, e lei sapeva che non era il cruccio della vita ripersa,
       della resurrezione andata a male, era un altro e curioso
       agrume, un rincrescimento incapace per ora di farsi pensiero,
       ma ostinato a premere dentro in confuso, come preme un
       bambino non  nato, putrefatto nelle viscere, senza nome né
       sorte. E lei non sapeva come chiamarlo, se presagio, sospetto
       o vergogna...
       Ricapitolò la sua storia : voleva capire .  (...)
     

             Gesualdo Bufalino  da      L' uomo invaso
     

IL RITORNO DI EURIDICE 1



(...) Era stanca. Poiché c'era da aspettare, sedette su una gobba
       dell'argine, in vista del palo dove il barcaiolo avrebbe legato
       l'alzaia. L'aria era del solito colore sulfureo, come un vapore
       di marna o di pozzolana, ma sulle sponde s'incanutiva di
       fiocchi laschi e sudici di bambagia. Si vedeva poco, faceva
       freddo, lo stesso fiume non pareva scorrere, ma arrotolarsi su
       se stesso, nella sua pece pastosa, con una pigrizia di serpe.
       Un guizzo d'ali inatteso, un lampo nero sorse sul pelo dell'
       acqua e scomparve. L'acqua gli si rinchiuse sopra all'istante,
       lo inghiottì come una gola. Chissà - il volatile - com'era finito
       quaggiù : doveva essersi imbucato sottoterra dietro i passi e
       alla musica del poeta.
      " Il poeta..." era così che chiamava il marito nell'intimità,
        quando voleva farlo arrabbiare, ovvero per carezza,
        svegliandosi al suo fianco e vedendolo intento a solfeggiare
        con grandi manate nel vuoto una nuova melodia.
       " Che fai, componi? " . Lui non si sognava di rispondere:
        quante arie si dava. Ma com'era rassicurante e cara cosa che
        si desse tante arie, che si lasciasse crescere tanti capelli sul
        collo, e li ravviasse continuamente col calamo di giunco che
        gli serviva per scrivere; e che non sapesse cuocere un uovo...
        Quando poi gli bastava pizzicare due corde e modulare a
        mezza voce l'ultimo dei suoi successi per rendere tutti così
        pacificamente, irremissibilmente felici...
      " Poeta..." A maggior ragione stavolta. Stavolta lei sillabò fra
         le labbra la parola con una goccia di risentimento. Sventato
        d'un poeta, adorabile buonanulla... Voltarsi a quel modo, 
        dopo tante raccomandazioni, a cinquanta metri dalla luce...
        Si guardò i piedi, le facevano male, se mai possa far male 
        quel poco d'aria di cui sono fatte le ombre.
        Non era delusione la sua, bensì solo un quieto, rassegnato
        rammarico. In fondo non aveva mai creduto sul serio di
        poterne venire fuori . Già l'ingresso - un cul di sacco a senso
        unico, un pozzo dalle pareti di ferro - le era parso decisivo.
        La morte era questo, né più né meno, e, precipitandovi dentro
        nell'attimo stesso in cui s'era aggricciata d'orrore sotto il
        dente dello scorpione, aveva saputo ch'era per sempre.
        Allora s'era avvinta agli uncini malfermi della memoria, s'era
        aggrappata al proprio nome, pendulo per un filo all'estremità
        della mente, e se lo ripeteva ...Euridice...Euridice, nel
        mulinello vorticoso mentre cascava sempre più giù...Euridice
        ...Euridice, come un ulteriore obolo di soccorso, in aggiunta
        alla moneta piccina che la mano di lui le aveva nascosto in
        bocca all'atto della sepoltura .  (...) 


                Gesualdo  Bufalino   da    L' uomo invaso