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lunedì 1 maggio 2017

Il Genio di Beethoven - Symphony N.7 in A Maggiore, op.92 . Allegretto ( 1 )

 
 
  
                           
                                                Allegretto dalla 7a  Sinfonia


(...) Non si può certo dire che nel secondo movimento non ci sia un
      tema dominante: questo famoso Allegretto , con il suo
      passo scandito sottovoce, il suo tono sommesso ma risentito, fa
      parte dell'immaginario del pubblico sin dall'8 Dicembre 1813
      ed è un volto ed ha una voce che ha il suo posto nel cuore di
      ciascuno di noi. Ma anche quando esplora fino in fondo i temi
      di una macerata elegia, non consente lacerazioni troppo
      patetiche, perché è tutto definito da un ritmo che lo sospinge
      con mano ferma, persistente anche nei due idilliaci intermezzi
      in tonalità maggiore. L' Allegretto non è mai una marcia
      funebre, la sinfonia non ha movimento lento, anche se queste
      affermazioni non sono da dare e da prendere in modo
      perentorio, essendo una punta di ambiguità espressiva una
      delle ragioni della grandezza di questa pagina.
      Tutto il brano è incorniciato da uno stesso accordo di La
      minore che lo apre e lo chiude, una soluzione unica nell'opera
      beethoveniana: accordo dei legni in coppie più due corni,
      armonie di quarta e sesta, cioè stabile ma non perfetta, da cui
      deriva un senso di sospensione, un'inclinazione luminosa di
      neoclassica malinconia. Quando si spegne il suono dei fiati, il
      tema principale si fa avanti con il suo ritmo caratteristico di
      dattili e spondei, scandito la prima volta nell'oscura sonorità
      di viole, violoncelli e contrabbassi; periodo regolare di sedici
      battute esposto quattro volte in variazioni di organico
      strumentale: alla seconda formulazione ( b 27 ), mentre si
      aggiungono i secondi violini, nel registro centrale viole e
      violoncelli sovrappongono al tema principale un nuovo tema
      che lo completa - con tono più partecipe  e dolente - e un
      profilo cromatico che nei suoi giri e rigiri riempie tutti gli
      spazi come un liquido negli stampi. Così - ripetendosi - il tema
      si allarga a tutta l'orchestra spargendo il suo mare d'eloquenza
      sempre sulla scansione del ritmo fondamentale che è quello
      dell'andare, prediletto dai viandanti di Shubert : si va a piedi,
      non si vola nel primo movimento, ma si avanza fino ad un punto
      di riposo.
      Le varie esposizioni del tema, di fonicità crescente fino al
      Fortissimo per poi rientrare  al Piano , fanno pensare ad una
      fonte sonora che si avvicina fino ad invadere la scena per poi
      allontanarsi. Deposto il bordone, si tira il fiato nell'intermezzo,
      come un trio in La maggiore: sotto sotto, violoncelli e
      contrabbassi in pizzicato continuano a snocciolare dattili e
      spondei del ritmo fondamentale, ma di nuovo c'è il disegno a
      terzine dei violini primi, un ritmo che porta sempre con sé un
      che di fiducioso e rasserenante.  La piana melodia di violini,
      clarinetti e fagotti ricorda molto da vicino quella che circola
       nel terzetto N.13 del Fidelius : sgorga con la stessa purezza
       e virtù di balsamo con cui si effonde nella nera prigione di
       Florestan, e anche qui, dopo la mesta elegia della prima
       parte, riscalda il cuore con la sua dolcezza, resa più trepida
       dall'insistere ai bassi dell'inflessibile ritmo. (...)


      Giorgio Pestelli   da    Il Genio di Beethoven

Il Genio di Beethoven - Symphony N.7 in A Maggiore, op.92. Allegretto ( 2 )


(...) Nella ripresa dell'episodio principale il tema ritorna in nuove
      combinazioni timbriche, un lavoro di cesello che allontana il
      patetico concentrandosi sui particolari; si divide anche in un
      breve episodio fugato quasi tutto di spettanza degli archi, 
      prima di riaffermare la sua autorità a orchestra piena. Ritorna
      il trio, uguale ma abbreviato, come abbreviata è la ripresa del
      primo episodio, con l'ultima comparsa del tema ritmico;
      destituito di ogni corporeità, distribuito fra duetti di fiati ( flauti
      e oboi, oboi e clarinetti, fagotti e corni ) ai quali gli archi
      rispondono solo in pizzicato; c'è come un rifiuto di ritorni
      tematici troppo pronunciati, di schemi formali rispettati.
      All' Allegretto non resta che ritirarsi, in una dissolvenza di
      pizzicati e staccati, fino a riprendere il suo posto nell'accordo
      di quarta e sesta che l'aveva aperto e ora lo chiude. Ha ragione
      Berlioz a dire che questo accordo, per il suo senso armonico
      incompleto è  il solo che poteva consentire una conclusione,
      lasciando l'ascoltatore nell'incerto: cogliendo così la profonda
      modernità psicologica della soluzione.  (...)


      Giorgio Pestelli   da   Il  Genio di  Beethoven

lunedì 24 aprile 2017

IL GENIO DI BEETHOVEN 1



(...) Le nove sinfonie di Beethoven sono forse il patrimonio
      musicale più conosciuto al mondo; ovunque esista una vita
      musicale, ovunque si faccia musica, le Sinfonie sono la colonna
      portante del repertorio sinfonico e da circa due secoli sono
      presenti nella mente e nel cuore degli ascoltatori.
      Tutte e nove possono essere considerate un unico repertorio
      creativo, in cui si delinea un percorso evolutivo e anche il
      racconto di una Storia. Prese insieme - infatti - possono far
      pensare ad un romanzo di formazione: un giovane parte per il
      vasto mondo, si scontra con ostacoli che riesce a superare
      grazie ad un'eroica volontà d' azione finchè, uscendo dalla
      sfera degli interessi personali, allarga lo sguardo a una
      dimensione sociale, celebrando ideali di portata universale.
      Sintesi del passato, fra Illuminismo e Romanticismo, le sinfonie
      di Beethoven hanno determinato la vita musicale dell'
      Ottocento: l'evoluzione dell'orchestra sinfonica, la nascita del
      direttore d'orchestra, l'istituzione del concerto pubblico.
      E al tempo stesso hanno rappresentato il centro di irradiazione
      della musica futura, anche attraverso gli esiti non voluti di
      musiche che sono modelli di autorità classica e allo stesso
      tempo simboli di rottura liberatoria delle forme tradizionali.
      Un mondo, quello delle Sinfonie, che brilla ancora oggi di una
      forza straordinaria, di fronte alla quale non è possibile tirarsi
      indietro: meglio assecondare quell'impeto, meglio accogliere
      quel caloroso invito a frequentare e ad abitare un patrimonio
      di cultura, civiltà e bellezza fra i più alti della storia moderna.
      (...)


          Giorgio Pestelli    da    Il Genio di Beethoven

IL GENIO DI BEETHOVEN 2



(...) Il tema con cui attacca la Quinta Sinfonia ha qualcosa di
      intimidatorio; ti mette con le spalle al muro e ti ricorda il
    " Voglio afferrare il destino alla gola", la frase - simbolo del
      temperamento morale beethoviano scritta a Wegeler durante la
      crisi dell'autunno 1801. Tema famosissimo: forse l'unico di 
      tutte le Sinfonie di Beethoven di cui si può parlare pensando 
      che ogni lettore lo conosca; entrato in proverbio, anche per
      l'aneddoto connesso, e non meno famoso, della spiegazione che
      ne avrebbe dato Beeethoven stesso secondo Anton  Schindler:
      " Così il destino bussa alla porta ". 
      Il tema è fatto di vari parametri: melodia, armonia, ritmo ne
      sono i principali; generalmente il tema è melodico nella sua
      essenza ( anche nell'esordio dell' Eroica è così ), anche se nella
      forma di sonata, dove per solito le cose s'han da capire al volo,
      i temi sono venuti assumendo caratteri particolari di brevità e
      perspicuità, specialmente con Beethoven, in quanto pensati in
      funzione dell'elaborazione successiva; temi spesso corti e
      incisivi e quindi puntando molto sul ritmo che di tutti i 
      parametri musicali è quello che più direttamente colpisce la
      ritentiva dell'orecchio. Ma qui, con la prima idea dell' Allegro
      con brio , già apparsa nella prima concezione dell'opera, siamo
      al caso limite: tre note veloci, ripetute di furia, che cadenzano
      su una quarta nota tenuta; poi lo schema si ripete scendendo
      un grado della scala, questa seconda volta con fermata più
      lunga per l'aggiunta di una battitura asimmetrica.
      Certo, ci sono intervalli melodici, ma non propriamente una
      melodia; ci sono situazioni armoniche, ma non subito univoche
      quindi il ritmo sovrasta, un tema che è soprattutto una carica
      di energia senza altri attributi o attrattive : una sorta di
      drammatico " nudo" musicale. Essendo mera forza motrice, è
      tutto disponibilità, virtualità che può propagarsi in qualsiasi
      direzione; pilotarla è l'argomento del primo movimento, che
      in sé è breve e non conclude in modo definitivo, ragion per cui
      l'espansione continua nel seguito della sinfonia.
      Essendo pura disponibilità, questo tema non dovrebbe voler
      dire nulla, ora è nulla, diventerà qualcosa; e tuttavia il modo
      in cui Beethoven lo presenta- eminentemente interrogativo -
      impone la domanda sul suo significato. L'aneddoto del destino
      che bussa alla porta ( inquietudine per la sordità crescente ),
      riferito da Schindler, allievo, segretario e poi biografo del
      compositore, è tutt' altro che superficiale: il destino infatti
      allude a una presenza inevitabile, una forza estranea all'
      interiorità, quindi non umana; una imposizione della materia
      contro cui lo spirito mobilita la sua reazione: è questa la
      concezione schilleriana  del " patetico" che coincide con quella
      operata da Beethoven nella composizione di una sinfonia che
      nasce sotto il peso di un'oppressione ritmica e che poco alla
      volta  attraverso ostacoli, ripiegamenti, affermazioni,  se ne
      libera in una vittoria finale dello spirito e dell'intelligenza
      umana. Il bussare come segnale di una catastrofe dietro la
      linea della porta è situazione tipicamente drammatica,
      conclusione di peripezia nella catastrofe come nel finale del
      Don Giovanni, nei cupi rintocchi del Macbeth dietro porte
      chiuse dietro orrendi delitti. (...)


         Giorgio  Pestelli    da    Il Genio di Beethoven