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lunedì 4 luglio 2022

LA SEDUZIONE DELL'' ANALISTA

 

(...) Il trapasso e la morte sono in primo piano nel processo analitico, e c'è una profonda affinità tra questa cerimonia rituale che è l'analisi e l'esperienza della morte così come ce ne parla la letteratura religiosa di ogni tempo, in cui la morte è il riconoscimento di un destino dal quale il credente non è annientato. D'altra parte, è proprio in questo " sacro recinto" che nasce necessariamente una relazione affettiva, intendendo con essa l'attivazione da parte del paziente di tutte le forze erotiche cui fa appello l'anima per cercare risposte ai suoi bisogni d'amore, odio, fame, collera, idealizzazione, abbandono. La pressione erotica e la condivisione del sentimento di angoscia animano l'interazione analitica e - in questi casi - la seduttività del paziente è molto spesso un'arma di difesa per tentare di battere l'analista sul suo stesso terreno e con le sue stesse armi; insomma, per vincere la paura di essere sedotto seducendo il seduttore.

Sempre, infatti, l'acquisizione di una nuova coscienza e di nuova conoscenza di sé è collegata al senso di colpa, alla trasgressione, alla paura di " mettere a morte l'altro", l'altra parte di sé che deve morire, l'abito vecchio, ma anche l'altro invisibile con cui si è identificati nel profondo, il genitore interno, separarsi dal quale diventa la più tragica delle evenienze. Perchè è un " lasciare l'altro al suo destino", lasciarlo " riposare in pace ", lasciarlo morire, in poche parole significa  - per la coscienza afflitta e prigioniera - tradirlo. D'altro canto, questa autentica " discesa agli inferi ", che è l'immersione nell'inconscio, inevitabile in un processo analitico, rischia di mettere definitivamente in crisi la già precaria e solo apparente unità della persona, costretta a confrontarsi con lo sconosciuto che ospita in sé, l'Ombra. Ha allora inizio il conflitto con questa parte di sé difficile da accettare, un conflitto che può disorientare la coscienza e  depotenziarla fino a " un'ottenebramento della luce ", suggestiva metafora junghiana. Questo passaggio nell'ignoto può essere a volte così tenebroso che il terapeuta diventa per il paziente l'unico appiglio a cui aggrapparsi con quella parte dell'Io che, impegnata nell'alleanza terapeutica, non può destrutturarsi. Per sfuggire al confronto con l'Ombra, che costella la depressione e la colpa, si può anche " agire" una seduzione nei confronti dell'analista. Sin dagli inizi della sua professione, Jung sostenne che il " transfert", cioè la " traslazione erotizzata ", avesse un senso e una finalità : esso poteva nascere da difficoltà a stabilire un contatto e un'armonia emotiva, dunque come tentativo inconscio di coprire la distanza che separa il paziente dall'analista. Quando non si scorge alcun territorio comune, sorge nell'analizzando, come fosse un ponte compensatorio, un sentimento appassionato o una fantasia erotica. Questo accade spesso in pazienti psicologicamente isolati, che temono di non riuscire ad essere compresi neppure dall'analista, e che tentano di propiziarsi le circostanze e la loro inconscia avversione con una sorta di corteggiamento.  (...)



                Aldo Carotenuto   da   Rivista di psicologia analitica




LA SEDUZIONE DELL' ANALISTA 1



                                                                     Aldo Carotenuto



UN RAPPORTO PARTICOLARE


(...) Così come l'esperienza amorosa, anche l'esperienza analitica rimanda a un passaggio nella morte, assunta come metafora di un processo di trasformazione, la trasformazione attraverso la quale il soggetto ristruttura la propria personalità sulla base di una nuova dinamica intrapsichica. Muta il rapporto tra il complesso dell' Io e gli altri complessi, così che può mutare l'atteggiamento della coscienza nei confronti dell'inconscio, dell'altro da sé e del mondo. Balint ( Psicoanalista ungherese ) definisce " nuovo ciclo" il rinnovato assetto psichico del paziente che, con l'elaborazione delle difese strutturate per poter amare " al riparo dall'angoscia ", può finalmente espandere la propria capacità di amare e di godere più pienamente l'esistenza.

Così come la seduzione amorosa, avvertita come minaccia destabilizzante può suscitare reazioni difensive, anche la seduzione dell'anima ( intesa come capacità di insediarsi stabilmente nell'immaginario di un altro - genitore, amico, amante, n.d.r. ) e il suo richiamo al cambiamento può generare angosce e resistenze nell' Io : la paura della distruzione della " vecchia" coscienza arriva a bloccare lo sviluppo del processo. Perché inconsciamente ogni  paziente sa che il processo curativo avviene tramite la dissoluzione di quegli assetti interni, di quelle strutture difensive che costituiscono per lui - al presente - la base del suo, seppur fittizio, equilibrio. Gli elementi che hanno dominato fino a qual momento la vita dell'anima, devono dissolversi per fare spazio a nuovi sviluppi. Questo processo di decomposizione in vista di una ricomposizione ignota fa molta paura : qualcosa deve morire, e con essa parte di noi. Sembrerebbe che non ci sia nulla da perdere nel rigettare da sé quelle costruzioni, quegli abiti mentali, quelle difese che hanno ostacolato a tal punto lo sviluppo della persona da richiedere un intervento terapeutico. Eppure, ogni identificazione con oggetti interni " cattivi" - seppure patogena - costituisce comunque un modello di adattamento al mondo, un modello identificativo : soffro, mi affido sempre alla persona sbagliata, non riesco a innamorarmi, ho sempre lo stesso incubo... dunque " Sono ". La coazione a ripetere che rinchiude l'individuo nel circolo karmico degli errori, delle ricadute, del destino negativo, diventa alla fine un modo di asserire la propria esistenza, la propria identità. Un modo di restare fedele al proprio fantasma e di ottenere in cambio un bene vicario, l'illusione dell'amore, l'illusione dell'accettazione, l'illusione di esistere. Ed è difficile lasciar cadere le illusioni. (...)



     Aldo Carotenuto  da      Rivista di psicologia analitica




lunedì 6 settembre 2021

IO, TU, NOI ...( Amori karmici ) 1




                           " E poi provavo un senso di rispetto per la sua esistenza" . ( Banana Yoshimoto )




(...) L'amore è sempre una concordanza di tempi e di disposizioni tra due persone ed è per tale motivo che l'equilibrio è spesso molto fragile e mai definitivo, poiché uno dei due può - in un momento qualsiasi della sua vita - per ragioni valide o aleatorie, mutare la sua disposizione verso il partner e quindi decidere di troncare una relazione o cambiarne i ritmi. Naturalmente ogni innamoramento ha una sua storia che è nata dal come siamo giunti all'incontro. Talvolta si tratta di " amori dannosi " che hanno le loro radici nelle radici della storia familiare, sociale, culturale e spirituale di ciascuno che se ne scopre afflitto, affetto, disfatto, ovvero di amori legati indissolubilmente alla sofferenza, al dolore a causa di un vissuto affettivo difficile - in questa come in altre vite - con i propri genitori o con i partner precedenti. E proprio riguardo a ciò Aldo Carotenuto scrive : " Non esiste un'altra condizione umana nella quale si accetti di sopportare di soffrire per qualcuno quando si ama. Potrà sembrare strano a chi suppone che l'amore debba immancabilmente dare felicità; ma questa è un'illusione che ci creiamo per riuscire a superare le ore interminabili di sofferenza. Ha ragione Yourcenar: soltanto le persone che amiamo possono farci soffrire con la stessa intensità con cui le amiamo". Diventa un bisogno quello di soffrire, quasi per ripetere quel vecchio copione, unica modalità apparentemente conosciuta di relazionarsi. E' qui che affondano le proprie radici affettive radicate da più esistenze, ma è proprio da qui che deve partire il cambiamento, lo stravolgimento del copione ed imparare ad amare in modo diverso, con minor fatica. (...)




                     Paolo Crimaldi   da    Amori karmici



domenica 1 marzo 2020

IL DOLORE DI CASSANDRA





" Non il misfatto, ma il suo annuncio, fa impallidire - anche infuriare - gli uomini ". ( Christa Wolf )

 
(...)La mia esperienza di psicoterapeuta mi conduce continuamente
      a confrontarmi con persone che hanno capito qualcosa di
     importante, di rivoluzionario, persone che hanno nuove idee 
     ma non trovano nessuno con cui condividerle. Le loro idee non
     riguardano sempre ambiti universali dell'esistenza,non si tratta
     di intuizioni che tendono a cambiare il mondo, semplicemente 
     si tratta di idee, pensieri,valori che attingono direttamente alla
     loro vita quotidiana, al loro " piccolo mondo". Costantemente
     ogni psicologo è chiamato a confrontarsi con persone che,
     nell'ambito del proprio ambiente di vita, hanno intuito che
     determinati aspetti sono del tutto falsi. In seguito, a questa
     presa di coscienza segue la nascita di una nuova legge, di nuovi
     valori del tutto personali ma che, proprio in quanto tali, non
     possono essere accettati. Ebbene, proprio a questo punto, ossia
     nel momento in cui le persone si fanno portavoce di verità che
     non vengono nè ascoltate nè condivise, si innesta la sofferenza
     psicologica. Infatti, molte volte la sofferenza psichica non è 
     altro che il segno della difficoltà che incontriamo per aver
     capito delle cose che non vengono comprese dal collettivo. Nel
     momento in cui il collettivo non accetta il nostro pensiero, si
     rifiuta di ascoltare il nostro messaggio, allora siamo gioco -
   forza costretti a combattere affinchè questi accetti una modalità
    di pensiero diversa perchè " individuale".
    Le battaglie più atroci, quelle più sanguinarie, vengono 
    combattute nel mondo degli affetti, ove più che mai si può
    prendere coscienza di determinate contraddizioni che, per le 
    loro caratteristiche, divengono inaccettabili. In questi momenti
    la persona si rende conto che per risolvere o affrontare una
    specifica contraddizione, l'unica modalità accettabile è quella
    di fare appello a una nuova legge, una legge che è scritta solo
    nel cuore della persona che l'ha stabilita. Proprio per questo,
    però, gli altri non riusciranno mai a intuire, nè tantomeno a
    tradurre il significato della legge stessa. Capire che quello che
    conta non sono le leggi imposte dalla società, ma le leggi del
    sentimento, significa da una parte vivere un'importantissima
    intuizione, mentre dall'altra significa dover fronteggiare ogni
    sorta di impedimento da parte del collettivo. Intuizioni di questo
    tipo implicano purtroppo il pagamento di un prezzo elevato:
    rimanere soli, essere abbandonati da tutti, non ricevere alcun
    aiuto. Le donne, che per secoli hanno dovuto subire di rivelare
    importanti verità senza che qualcuno le ascoltasse o attribuisse
    loro credito, sanno bene - e molto più degli uomini - cosa
    significhi ricevere lo scomodo appellativo di " cassandre ". (...)




          Aldo  Carotenuto   da    L' anima delle donne

 

giovedì 30 gennaio 2020

IL TEMA DEL MALE NEL NOSTRO TEMPO

 
 
 
 
"Faust è un autentico mito, vale a dire una grande immagine primordiale nella quale ognuno di noi, a suo modo, deve saper cogliere per intuizione la vera sostanza e il suo destino ". ( Jung, 1911 )


(…) Negli ultimi anni  ( testo del 2004 ) si assiste a una progressiva
       metamorfosi nella rappresentazione del demonio. Il
       cambiamento si giustifica proprio in virtù della graduale
       demitizzazione della figura dello stesso che, svestito di una
       personalità ben identificabile, tende a diventare uno specchio
       degli eventi nefasti della società corrente. Nella successione
       delle vicende storiche, l'essere umano ha sempre più preso
       coscienza dell'esistenza del Male e, soprattutto, ha riflettuto
       sulla progressiva perdita di condizione di pienezza esistenziale
       originariamente presente nel suo rapporto con il mondo. In
       tal senso, il diavolo carica sulle sue spalle il fardello di questo
       malessere, e al contempo determina l' impoverimento della
       vita di tutti quei valori in grado di realizzare la condizione di
       felicità dell'individuo. Le forze infernali prendono - allora -
       il timone della parabola storica, conducendo la natura umana
       in direzione del Male e della negatività, verso territori bui e
       desolati, privi di sogni di pace e di giustizia.  (…)



Aldo  Carotenuto  da  La forza del Male ( Senso e valore del mito di Faust )

LA FORZA DEL MALE 1

 
 


(…) Il Male esiste davvero.

      " Il Male sta nel nesso fra la sofferenza e l'intenzione
         consapevole di provocarla " . ( Russell, 1984 )
 
     La fonte del Male diviene, pertanto, attinente alla coscienza
     collettiva dell'universo e si rivela in tutta la sua potenza negli
     eventi storici, superando in confini della coscienza individuale.
     Jung, infatti, asseriva che un tale Male potrebbe chiamarsi
     Diavolo, nel senso che cambiano le metafore nel tempo, ma non
     certo il concetto che le sostiene : la realtà del Male si manifesta
     ovunque, e quello ci cercare di eliminarlo non è che un vano
     tentativo.
     Nel momento in cui si affronta il tema  del Male, e del Diavolo
     di conseguenza, la riflessione si dirige immediatamente alla
     contrapposizione, nonché ad un eventuale  riavvicinamento tra
     la potenza benefica di Dio e la presenza del Male nel mondo.
     In altre parole, sembra esistere una dinamica, che ha poi
     condotto alla formulazione del concetto simbolico del diavolo,in
     base alla quale si sancisce il superamento di uno stato di vita
     precedente che, proprio soppiantando i vecchi ideali, fa di
     questi ultimi l'incarnazione del Male. E' il caso - questo - dell'
     avvento di un nuovo credo religioso che, contrapponendosi a
     quello precedente, interpreta come figure demoniache, proprio
     quelle stesse che un tempo erano, invece, considerate divine.
     Gli dèi pagani divengono, così, le allegorie di quelle forze
     demoniache che il Cristianesimo combatte. L'origine del diavolo
     si ascrive allora a un generale processo di opposizione
     concernente uno stato culturale passato e uno emergente.
     Anche l'emersione della figura di Mefistofele nel percorso di
     vita di Faust , può rappresentare simbolicamente il punto di
     contrasto tra una dimensione personale anteriore e un nuovo
     assetto emergente della dimensione psichica.
     Nel processo di individuazione illustrato da Jung, che è peraltro
     sovrapponibile alla storia faustiana, l'incontro con le parti
     negative, oscure, inconsce della propria personalità, genera una
     situazione critica e ambivalente. Sancisce - infatti - l'ingresso in
     una fase evolutiva nella quale la struttura precedente non ha
     più una valenza funzionale tale da persistere e dove invece
     nuove istanze muovono per essere sviluppate ed espresse.
     L'incontro con Mefistofele simboleggia dunque la nascita di una
     nuova dimensione spirituale che, proprio di quelle parti Ombra
     tenute nascoste, sente  ora di doversi nutrire.  (…)


Aldo  Carotenuto  da  La forza del Male ( Senso e valore del mito di Faust )

LA FORZA DEL MALE 2



(…) La compresenza dell'animo umano di BeneMale trova la sua
       esteriorizzazione el conflitto fra Dio e Diavolo, intesi come
      figure simboliche di elementi assoluti. Occorre poi sottolineare
      un elemento fondamentale, ossia il ruolo che riveste il demonio
      rispetto non soltanto al Bene assoluto, ma anche all'umanità
      tutta. Infatti, una caratteristica demoniaca, derivante da una
      competizione indiretta con Dio, è quella di indurre l'uomo in
      tentazione e di allontanarlo da Dio stesso. Il diavolo come
      istigatore rappresenta - dunque - il filo che, attraverso i piaceri
      mondani che egli è in grado di procurare, lo lega all'umanità.
      Questo legame tra l'uomo e il diavolo è, dunque, molto più
      stretto e frequente di quanto si pensi, dal momento che attiene a
      tutta la sfera non soltanto sensuale,ma anche relativa ai diversi
      piaceri che l'uomo può ricavare dal suo permanere sulla terra.
      D'altro canto, l'insoddisfazione spesso derivante dal vivere
      secondo i dettami della religione, soprattutto cristiana, procura
      nell'animo umano un'inquietudine che spinge alla ricerca di
     " altro". Questo altro può trovare la sua realizzazione nei
      meandri del male, o del piacere, o comunque di tutte quelle
      esperienze che potremmo definire " proibite ".
      Dilungarsi sul fascino che emana dal cosiddetti" tabù " sarebbe
 sicuramente dispendioso,ma va tuttavia sottolineato che se proprio
     le normali strade, le procedure convenzionali di conoscenza
   non soddisfano più l'individuo, lì insorge il desiderio di forzare le
     barriere dei dogmi ed esplorare i territori insondabili.
     Questo accade nell'animo umano, nel momento in cui una
     persona vive il confronto con i propri aspetti Ombra, che altro
     non sono se non le cristallizzazioni individuali di un male
     universale nella struttura stessa del creato. Ma quando l'ago
     della bilancia si sposta proprio verso l' Ombra, ossia verso la
     trasgressione, l'oscurità e il perturbante, allora l'uomo avverte
     l'esigenza di difendersi da quella che appare una minaccia al
     proprio equilibrio. In quei momenti, accade di puntare il dito
     contro il demonio, rinvenendo nel suo intervento l'origine delle
     proprie sventure.
     Se la ragione si rivela incapace non tanto di comprendere,
     quanto piuttosto di controllare ciò che accade in natura,
     soprattutto quando gli eventi mostrano delle tracce
  incomprensibili che, proprio per la loro irrazionalità, spaventano,
  allora diviene necessario etichettare tutto ciò come " intervento
  del maligno". L'inquietudine e il turbamento prendono il
  sopravvento. Ma proprio nel momento in cui prende vita questa
  sorta di sconvolgimento interiore, occorre superare le consuete
  credenze cui la ragione solitamente ama fare appello. Bisogna
 scorgere allora nei fenomeni stessi la compresenza di Bene e Male
  e legittimarla in quanto connaturata alla struttura dell'uomo
  come all'assetto del creato, fatto di opposti integratisi, ma pur
  sempre complementari.  (…)



Aldo  Carotenuto  da   La forza del Male ( Senso e valore del mito
di Faust )

lunedì 27 gennaio 2020

KAFKA E LA CHIAMATA DEL DAIMON 1

 
 

" La verità è ciò che ad ognuno occorre per vivere, ma non si può ricevere né acquistare da nessuno. Ogni uomo deve produrla continuamente dal proprio intimo, altrimenti perisce. E' impossibile vivere senza verità. Può darsi che la verità sia la vita stessa. " ( Janouch, 1951 )


(…) Kafka fu un uomo solo e tormentato. " Solo come Kafka", dirà
       lo scrittore al giovane Janouch per trovare l'unica, adeguata
       misura del suo stato : la metafora non era fuori, ma dentro,
       mescolata al suo essere. Nessuna condizione umana, neppure
       la più disperata, poteva essere altrettanto tragica. In una
       lettera che Milena scrisse a Max Brod ( 1937 ), dopo la fine
       della loro relazione, ella lo definiva " un puro, un uomo senza
       rifugio proprio a  causa della sua purezza. La vita era per lui
       qualcosa di ben diverso da ciò che essa rappresentava per tutti
       gli altri uomini: era un enigma, un " enigma mistico". Egli
       doveva sollevarla verso il puro, il vero, l'immutabile ".
       Kafka doveva risolvere questo enigma: doveva capire chi era
       lui e chi era l' Altro, quell'altro inquietante che compariva nei
       suoi scritti, vestendo ogni volta panni diversi : l'imputato, il
       giudice, il medico, l'insetto, il potente signore del Castello e la
       fitta schiera di amanti, di donne ora grasse, elefantiache e
       castranti come Gardena o Brunelda, ora invece magre e
       accoglienti come Frieda, immagine della passione.
       Se l' Altro, quale immagine endopsichica rappresentava una
       modalità di esistenza a lui sconosciuta, se incarnava una
       possibilità racchiusa in fondo all'anima, il volto di Kafka non
       poteva che mutare continuamente nella messa in scena dei suoi
       personaggi.   (…)



Aldo  Carotenuto  da  La chiamata del Daimon ( Gli orizzonti della verità e dell'amore in Kafka )

KAFKA E LA CHIAMATA DEL DAIMON 2



(…) Nelle sue opere, l'inconscio ha la voce di un deus absconditus
    che da lontano tuona la sua Legge, che da un luogo inaccessibile
    invita a mettersi in cammino, perché l'uomo possa incontrarlo.
    Nel mito greco la Sfinge divora tutti coloro che non sanno
    risolvere i suoi enigmi.Anche in questa ricerca esiste un pericolo
    mortale, perché la verità non vuole essere svelata, il suo segreto
    non può essere infranto, portando alla luce ciò che deve restare
    sepolto nell'oscurità della propria inconsapevolezza. Nel sogno
    di una donna compare un'immagine inquietante: la sognatrice si
    trova nei pressi della casa dell'uomo che ama.Quando ella varca
    il cancello di quella casa, comprende di non poter più uscire. L'
    atmosfera è solenne, come se ci si trovasse in una cattedrale.
    Adesso la donna sa che in quel luogo è custodito un segreto, un
    terribile segreto che ella deve svelare. Ma tutte coloro che hanno
    tentato l'impresa sono state scoperte e uccise. C'è una botola e
    una scala che porta a un sotterraneo buio e umido. Una donna è
    alle prese con un cadavere. Altri, in decomposizione, sono
   nascosti nelle vicinanze del palazzo.Chi ha visto non può lasciare
    vivo quel luogo. La sognatrice invece riesce a scavalcare il
    cancello e a portare fuori un biglietto su cui è scritta la verità.
    Ma non ha il tempo di leggerlo. Sa che può essere scoperta da
    un attimo all'altro e carca di nascondere quel foglio in un luogo
    alto, inaccessibile e insospettabile. Teme però che il mondo non
    lo trovi mai e che il suo messaggio non raggiunga mai il
    destinatario. Il suo sacrificio allor sarà stato vano. La donna
    sente che qualcosa di oscuro la minaccia: nessuno può rivelare
    la verità senza morire. Il terrore la invade, prendendo il volto
    della follìa. E' un terrore di morte, di possessione simile a quella
    diabolica: il volto segreto del fantasma potrebbe distruggerla,
    impadronendosi di lei, della sua ragione.  (…)


Aldo Carotenuto  da  La chiamata del Daimon ( Gli orizzonti della verità e dell'amore in Kafka )


  

KAFKA E LA CHIAMATA DEL DAIMON 3



(…) La ricerca di Kafka è la ricerca di questo segreto che deve
       essere svelato, dato al mondo. Il terrore della donna del sogno,
       le sue angosce, sono simili a quelle di Kafka. Il mistero che ha
       a  che fare con l' Alterità ,ha a che fare con un passato di cui si
       è persa la memoria. Per sapere chi è e chi siano gli altri che
       incontra sul suo cammino, Kafka deve aprire quella botola,
       scendere nel sotterraneo e guardare quei cadaveri. Deve
       incontrare il demone, sfidare la sua legge di silenzio. E' per
       questo motivo - allora - che Kafka scrive: i suoi libri sono il
       messaggio che lancia al mondo, sperando che riesca a varcare
       il cancello, sperando che qualcuno possa leggerlo. Questi testi
       a volte oscuri, queste metafore dense nelle quali ciascun
       interprete può cogliere una diversa verità, sono la sua
       testimonianza, sono quel biglietto che egli forse non ebbe il
       tempo di leggere, di elaborare sino in fondo, in maniera da
       non restare vittima del suo fantasma. Il Daimon evocato, si
       vendicò spietatamente con lo scrittore,procurandogli insonnia,
       angoscia e gettando in lui il seme della distruzione, di quella
       malattia che chiuse i suoi giorni. La tubercolosi lo colpì alla
       laringe e quell'incapacità di comunicare direttamente con l'
       Altro si cristallizzò nella degenerazione organica prodotta dal
       male : non gli restava che il mezzo scritto. Significativamente
       veniva condannato a servirsi unicamente di ciò che per anni
       aveva privilegiato quale via per aprirsi alla relazione. Le
       ultime comunicazioni dello scrittore furono costituite - infatti -
       da biglietti su cui egli annotava i suoi messaggi. (…)


Aldo Carotenuto  da   La chiamata del Daimon ( Gli orizzonti della verità e dell'amore in Kafka )

 

domenica 26 gennaio 2020

KAFKA E LA CHIAMATA DEL DAIMON 4



(…) La verità che Kafka ricerca è una verità nella quale il suono
       dell'emozione si rende Parola , attraverso cui l' Altro scopre il
       suo volto e nella quale si possano finalmente riaccostare i
       frammenti della propria anima, perché l'identità prende forma.
     " Una voce nel caos " è stata l'opera kafkiana ( Magris, 1974 ).
       L'esistenza dello scrittore si può forse riassumere nel tentativo
       di registrare il caos e l'assurdo, lo spalancarsi di quell' abisso
       di nulla che sembra voler inghiottire l'individuo. Di fronte a
       questo orizzonte, l'unica soluzione possibile sembra essere
       quella della domanda. La passione per l'interrogativo che
       contraddistingue tutti i suoi eroi, e che spinge il cane (Kafka,
       1922 ) a rifiutare il cibo, a osservarlo soltanto per poterlo
       analizzare e capire, contiene la drammatica metafora dell'
       incapacità di accostarsi direttamente alla vita, di lasciare che
       essa fluisca all'interno dell'essere. Il cane sa di essere diverso
       dal resto degli altri cani,perché qualcosa in lui - fin dall'inizio-
       non era in regola. In quel suo digiuno " scientifico" di cui
       nessun altro animale intorno a lui sembra curarsi, si consuma
       il dramma dell'abbandono, il quale si rivela - in realtà -
       auto - abbandono .

     " Era chiaro che nessuno si curava di me, nessuno sotto la
        terra, nessuno sopra, nessuno nell'alto: io perivo per la loro
        indifferenza, la quale diceva : ecco che muore, e così sarebbe
        avvenuto. E non ero forse d'accordo? Non dicevo la stessa
        cosa ? Non ero stato io a volere quell'abbandono?
        Forse la verità non era troppo lontana, né io quindi ero così
        abbandonato come credevo- abbandonato dagli altri - ma
        soltanto da me che  fallivo e morivo."  ( Kafka, 1922 )

     " Nessuno si cura di me", è una frase che sento ripetere molto  
       spesso dai miei pazienti e per la quale - in molti casi - c'è una
       sola, amara risposta : " Nessuno ha cura degli altri". La
       sensazione di essere abbandonati non nasce dalla mancanza
       delle persone intorno a noi,non nasce dall'assenza del sorriso,
       dall'assenza di un volto sul quale è scolpito l'interesse per la
       nostra vita. L'abbandono è dentro e contro di esso non si
       combatte attraverso un'incongrua ricerca di solidarietà.
       Proprio per alleviare questa penosa sensazione, il cane-Kafka
       decide di percorrere un'altra via. All'abbandono fa eco la
       ricerca. Nonostante non riesca mai a rispondere ai suoi
       interrogativi, l'animale - con il suo agire - pare indicare quale
       unica strada la ricerca della libertà, come risposta alla
       sofferenza dell'esclusione e della solitudine. Questa libertà che
     - nel caso di Kafka - sembra poter provenire soltanto dall'arte,
       fà di quest'ultima il tentativo di redenzione di un'esistenza
       altrimenti fallita. Attraverso le migliaia di pagine dei suoi
       diari, delle sue lettere, come dei suoi romanzi e dei suoi
       racconti, lo scrittore boemo dà un volto al caos interiore, lo
       affronta, ricerca una sua unità interiore. E se l'unica realtà
       che pare comunque aprirsi è quella del vuoto, della solitudine
       e dell'impossibilità di amare, dell'esilio come della privazione,
       la sua attività diventa testimonianza e " implacabile esegesi
       dell'esistenza " ( Magris, 1974 ).  (…)



Aldo Carotenuto  da  La chiamata del Daimon ( Gli orizzonti della verità e dell'amore in Kafka )


KAFKA E LA CHIAMATA DEL DAIMON 5



(..)Leggere Kafka significa interrogarsi continuamente su se stessi,
    scoprire con lui vuoti e fratture, e - come lui - desiderare un
    universo che sembra irrimediabilmente precluso. La scelta di un
    autore non è mai casuale: ogni interesse che proviamo verso
   qualcuno o qualche cosa rivela che una parte della nostra anima
   è stata proiettata su essi. Ed è proprio questo carattere proiettivo
   a dare all'esperienza il tono dell' incontro, del ritrovamento .
   Ed è proprio attraverso l'incontro con i vari personaggi delle
   opere di Kafka che ho scoperto delle parti di me stesso che fino a
   quel momento mi erano sconosciute. Dentro molti di noi c'è un
   Franz Kafka, un uomo solo che teme e ha bisogno dell'amore,
   mentre ricerca con tutte le sue forze i suoi orizzonti di verità.
   Kafka è un autore sconcertante, unico, la cui scrittura non cerca
 il coinvolgimento del lettore attraverso l'evocazione dell'emozione 
  e del sentimento. La sua è una prosa pura, limpida, essenziale,
  apparentemente fredda, staccata, che poco concede ai turbamenti
  dell'anima. C'è sempre un sottile argomentare. E' un labirinto
  razionale quello in cui il personaggio vaga, in attesa di incontrare
  i suoi mostri. Il daimon sconosciuto prende allora mille forme per
  sorprendere l'ignaro protagonista.
  La critica ha scandagliato l'opera kaftiana da una molteplicità di
  prospettive, da quella teologica all'approccio psicanalitico o a
  quello esistenziale, senza che nessuno sia mai riuscito ad esaurire
  il testo in una spiegazione unica ed esaustiva. L'opera d'arte ha
  in sé la propria realtà, la propria validità intrinseca, che non si
  lascia afferrare né rinchiudere da un particolare approccio
  teorico. In fondo, ogni interpretazione è valida e legittima perché
 - al di là della chiave di lettura prescelta, o forse proprio per la
  scelta metodologica che la informa - si rivela come il mezzo
  segreto per avvicinare un autore alla propria interiorità.
  Nella lettura che ne facciamo, noi risogniamo - con le nostre
  categorie personali - l' avventura umana e artistica di qualcuno
  che crediamo di poter assimilare e fare nostro attraverso l'
  interpretazione.  (…)



Aldo Carotenuto  da  La chiamata del Daimon ( Gli orizzonti della
verità e dell' amore in Kafka )

KAFKA E LA CHIAMATA DEL DAIMON 6



(…) L'intento con cui mi sono accostato agli scritti di Kafka esula
       da qualsivoglia valutazione estetica.Ciò che mi interessava era
       invece la dimensione psicologica emergente da quelle pagine,il
    portare alla luce quella trama interiore che - magari all'insaputa
    dell'autore -si era celata dietro la vicenda narrativa.Il complesso
    intreccio de Il Processo e de Il Castello mi ha fornito l'occasione
    per riflettere su una serie di tematiche sulle quali Kafka - più o
    meno direttamente - aveva soffermato la sua attenzione. Come
    quella di Dostoevskij, anche la prosa kaftiana è un continuo
    viaggio, un'esplorazione all'interno dell'anima umana. E' il
    mondo sognante e lacerato dell'interiorità, con i suoi desideri, le
    sue paure, le sue incapacità, le sua paralisi.Si può allora leggere
    lo scrittore praghese accompagnandolo con le dimensioni di
    sofferenza e di speranza di molti dei miei pazienti. Così la
    solitudine di Kafka, il suo bisogno d'amore come la sua
    incapacità di abbandonarsi all' Altro, di incontrarlo nello spazio
    della relazione, divengono la solitudine e la paura di noi tutti.
    Io credo che accostare sia il dolore dello scrittore, sia il suo
    disperato tentativo di ricerca della verità a quelli di molti altri
    uomini e donne, sia il più commosso e sincero riconoscimento
    della sua profonda umanità.  (…)



Aldo Carotenuto  da  La chiamata del Daimon ( Gli orizzonti della verità e dell' amore in Kafka )


venerdì 10 gennaio 2020

LETTERA APERTA A UN APPRENDISTA STREGONE 1

 
 
 

ACULEI NEL RAPPORTO D'AMORE

(…) Ti persuade l'esotismo come " nostalgia del diverso?". Bada
       bene: nostalgia, non attrazione pura e semplice. E neppure
       semplice invidia ( lui ha qualcosa che noi non abbiamo ). Nella
       nostalgia c'è una componente in più : il rimpianto per un bene
       che abbiamo posseduto e che ci è stato tolto. Ci si scopre
       esuli da una patria " sì bella e perduta…" . Naturalmente non
       esuli di seconda o terza, ma di " ennesima " generazione: da
       chissà quanti millenni siamo stati cacciati da quell'Eden
       primario vagheggiato in tanti miti, l'infanzia felice dell' Homo
       Sapiens.
       In pratica sto semplicemente amplificando il mito platonico
     ( citato anche da Jung a proposito a AnimaAnimus ) di un
      ermafroditismo originario, scisso in due sessi diversi nella
      notte dei tempi - unità che anela a ricomporsi con l'amore ( per
      Jung con l'individuazione ): sto amplificando - dicevo - questo
      mito, estendendolo dalla coppia amorosa in cerca di una
      originaria unità perduta ( " Tu mi appartieni ", " Io ti
      appartengo ", " Siamo una cosa sola " ), alla vicenda culturale
      dell'uomo come specie, anche lui in  cerca di una remota,
      primordiale unità.
      E così siamo approdati al rapporto di coppia, che di tutte le
      versioni e varietà del " rapporto con l'altro " si direbbe la più
      universalmente diffusa, non solo tra gli uomini, ma anche fra
      tutte le creature viventi ( mi si dice che persino i batteri " fanno
      sesso" in quanto si scambiano - a due a due - materiale
      genetico).Per quanto riguarda la nostra specie,sarà anche vero
    - come favoleggiava  Shopenhauer - che gli uomini sono come
   "porcospini freddolosi",che se per riscaldarsi si accostano troppo
     l'uno all'altro, si pungono e arretrano, salvo poi avere freddo di
     nuovo, e di nuovo accostarsi e pungersi; ma è difficile negare
     due verità inoppugnabili:la prima è che la nostra specie - come
     del resto altri mammiferi - ha scelto di vivere in comunità a
     costo di pungersi a ogni piè sospinto; la seconda è che, almeno
     nel nostro rapporto d'amore , gli aculei sono retrattili come le
     unghie dei gatti: li sfoderiamo solo quando vogliamo ferire o
     temiamo di essere feriti.  (…)



     Aldo  Carotenuto  da  Lettera aperta a un apprendista stregone


LETTERA APERTA A UN APPRENDISTA STREGONE 2



(…) Ma sul rapporto di coppia si sono versati non fiumi, ma oceani
       d'inchiostro - e anch'io ho dato il mio piccolo contributo all'
       inondazione, ragion per cui non mi soffermerei più di tanto su
       questa tematica, affascinante, ma inflazionata. C'è un solo
       aspetto del rapporto di coppia, anomalo ma così frequente da
       rappresentare la regola,che vale la pena di sottolineare,perchè
       riguarda da vicino il nostro discorso sul " bisogno dell'altro ".
       E' che questo bisogno è così vitale che sopravvive alla sua
       soddisfazione. Mi spiego: se per ciascuno dei due componenti
       della coppia " l'altro " è il partner, la " comunione " di due
       individui dovrebbe in teoria rappresentare la soluzione, l'esito,
       il punto di arrivo. Invece succede che anche la coppia, abbia 
       un " vitale bisogno dell'altro". Un ulteriore " altro".
       Un momento: non sto rispolverando il classico " triangolo" di
       tanta letteratura e di tanta cronaca, rosa e/o nera. Si sa che
       secondo una certa cultura borghese, che ha trovato la sua
       apoteosi nel teatro " boulevardier " ( chiamato così perché
       aveva per centro i boulevards di Parigi, n.d.r ), la coppia
       prevede e di fatto comporta tre componenti ( lui, lei e l'altra, o
       viceversa ). Ma anche sul " triangolo " si è già detto tutto,
       sicchè non è sulla presenza o sull'entrata in scena di un terzo
       che la psicologia del profondo ha ancora qualcosa da dire.
       Quando un elemento nuovo interviene a turbare un sistema più
       o meno armonioso e ordinato, è naturale che rimescoli le
       carte e riapra i giochi: narratori e drammaturghi sanno bene
       che una vicenda nasce solo e sempre quando in una situazione
       statica, " normale" viene introdotto - come un sasso gettato in
       uno stagno - un elemento di disturbo non contemplato in quel
       sistema, che ne viene , appunto, sconvolto o  quanto meno
       scombussolato.  (…)



     Aldo  Carotenuto  da   Lettera aperta a un apprendista stregone


LETTERA APERTA A UN APPRENDISTA STREGONE 3



(…) Anche sulla gelosia la nostra cultura ha indagato a fondo:
       teatro e letteratura ne hanno esplorato ogni angolo, da
       Shakespeare a Proust, dai Romantici ai Veristi. Non parliamo
       poi della Psicologia e della Psicoanalisi : un sentimento - o
       uno stato emotivo - così diffuso e che tocca così profondamente
       le nostre radici, capace di alterare profondamente la vita
       psichica  un individuo, inducendolo a comportamenti del tutto
       irrazionali ( compreso il crimine ), non poteva non affascinare
       gli addetti ai lavori, da Freud alla Klein, che ne hanno
       sviscerato le componenti narcisistiche e l'ambivalenza ( amore
       e aggressività  nei confronti della stessa persona ), i sensi di
       colpa negati e perciò proiettati sul partner, e di conseguenza
       ne hanno cercato e trovato le radici nell'inconscio.
       Se c'è qualcosa su cui forse vale ancora la pena di riflettere, è
       un aspetto della gelosia su cui ho l'impressione che finora si
       siano soffermati più la letteratura e la fiction che l'indagine
       psicoanalitica: non già il timore, ma il bisogno del " terzo ",
       che metta in discussione - se non in crisi - il rapporto.
       Quando non c'è in carne ed ossa , lo si cerca nel passato ( la
       cosiddetta gelosia retroattiva ), o nel gioco delle pure ipotesi:
       un rivale virtuale, convocato e scritturato per poter mettere in
       scena il conflitto e rendere così la relazione amorosa il più
       somigliante possibile - almeno nello schema - alla primissima ,
       rimossa ma mai risolta vicenda d'amore.
       Questo dovrebbe farci sospettare che, qualunque sia il fine che
       la natura ha affidato al rapporto amoroso ( e noi sappiamo
       che è quello pragmatico della riproduzione, anche se spesso
       viene disinnescato e " coperto " da altre varie sovrastrutture
       mentali e da giochi psichici ), l'uomo culturale ha finito per
       servirsene - inconsciamente - per uno scopo diverso : quello
     - appunto - di ri- mettere in scena quell'antico conflitto, da cui
       usciamo naturalmente sconfitti : la prima apparizione dell'
       altro nella nostra vita.  (…)


Aldo  Carotenuto   da      Lettera aperta  a un apprendista stregone





LETTERA APERTA A UN APPRENDISTA STREGONE 4



(…) Ecco perché con le tue prime esperienze di psicoterapeuta
       scoprirai che, se è vero che di ogni vicenda umana potrai
      " vivere" col tuo paziente una sola versione - quella, appunto,
       del paziente, dal suo punto di vista, dalla sua angolazione ( lo
       sai bene che non potrai permetterti il lusso di " prendere in
       analisi " nessuno dei suoi co- protagonisti - a mano che tu non
       intenda abbracciare altri tipi di psicoterapia ), è altrettanto
       vero che con lui siederanno, nel tuo studio  - invisibili - i
       fantasmi dei personaggi significativi della sua vicenda. Anche
       nel " sacro recinto" della coppia paziente - analista, l' Altro è
       una presenza vitale, anche se impalpabile.
       D'altronde, il rapporto paziente - analista è un rapporto di
       coppia: una sottospecie - ovviamente più rara della relazione
       amorosa propriamente detta, non foss'altro perché - dalle
       statistiche - pazienti e psicoterapeuti rappresentano una
       sparuta minoranza della popolazione adulta; ma è pur sempre
       una relazione profonda e coinvolgente, con le sue bravi
       componenti affettive che abbiamo battezzato " transfert" e
      " controtransfert ". Jung sosteneva che "il transfert è l' Alfa e
       l' Omega  della psicoterapia",  ma io sostengo nel mio
     " Colomba di Kant" che a mio parere, anche il controtransfert -
       depurato delle componenti erotiche - è il veicolo ideale per
       una autentica e profonda comunicazione e di conseguenza per
       il successo della terapia.
       Ne consegue che alla regressione all'infanzia del paziente farà
       da controcanto un'analoga regressione dell'infanzia dell'
       analista, che a sua volta sarà spinto a evocare e perciò a
       convocare nel sacro recinto altri fantasmi, gli involontari
       responsabili della loro ferita non rimarginata.
       Così, il tuo " sancta sanctorum " sarà ancora più affollato di
       presenze impalpabili - un autentico assembramento - che a fine
       seduta non ti sarà facile disperdere.   (…)



    Aldo  Carotenuto   da    Lettera aperta a un apprendista stregone



lunedì 6 gennaio 2020

AMARE TRADIRE (Presentazione )



Possiamo fare a meno di tradirci  o di tradire ? E' questa la domanda cui l'opera tenta di dare una risposta. Il tradimento ripugna alla nostra coscienza di " puri" ma, afferma l'autore, è un'esperienza ineluttabile. Dopo aver percorso i drammi della solitudine dell'amore, Carotenuto affronta il delicato tema del tradimento inteso come atto necessario perché la psiche sia iniziata al mistero della vita e dell'amore. Tradire ed essere traditi significa infatti " essere consegnati" a un destino di ricerca costellato di cadute e di sconfitte; significa riconoscersi come quegli esseri separati che, per ricostituirsi come soggetto, devono affrancarsi dai dettami e modelli collettivi: devono - dunque - tradire.
Ogni individuo è consegnato all'imperativo di emanciparsi da tutto ciò che lo mantiene fedele a un'immagine di sé che non gli corrisponde e che risponde - invece - alle richieste dell'ambiente sociale o al desiderio dei suoi interlocutori. E' per questo motivo che il processo di individuazione comporta frequentemente situazioni di rottura, fratture inevitabili, destinate a segnare la nostra vicenda umana : dal tradimento perpetrato dal genitore sul figlio ancora non nato come già " immaginato", a quello all'interno del rapporto di coppia, per passare in rassegna altri suoi volti meno consueti.
Il tradimento del corpo, della malattia, della morte, ossia l'esperienza del limite vissuta come scacco e come fallimento definitivo dell'esistenza.
Senza tradimento non si dà possibilità di riscatto: solo noi possiamo scegliere.



                                                 ( f. )

AMARE TRADIRE 1

 
 
 
         Liszt's Dance Sonata 



     L'intero percorso del libro si dipana tra due immensi luoghi
     metaforici: lo spazio del tradimento corrisponde infatti, per
     un verso,all'esperienza passiva - spazio dunque di morte - dell'
     essere traditi, quella del subire il bacio di Giuda; per l'altro
     corrisponde all'esperienza umana dell'esser traditori, dell'agire
     una volontà di trasgressione che non si arresta dinanzi a nessun
     divieto. La scena della vita vede ognuno di noi assumere di
     volta in volta il ruolo del tradito o di quello del traditore,o forse
   - più esattamente - l'uno e l'altro contemporaneamente a seconda
     degli spostamenti di scena nel gioco " demoniaco" degli
    scambi relazionali, in cui siamo le vittime e insieme i  carnefici.
  E' la complessità dell'anima che ci richiede un continuo confronto
  con le nostre parti più recondite, e la nostra piena umanizzazione
  comporta la capacità di restare in rapporto con la poliedricità
  della psiche, che può stupire o disorientare, a volte purtroppo
  anche travolgere.Subire un tradimento significa essere consegnati
  a una morte dolorosa e provare in prima persona le ferite dell'
  abbandono e la perdita di ogni riferimento. Ma la psiche, nel suo
  linguaggio simbolico e carico di immagini, ci insegna a vivere
  ogni morte come un rito di passaggio a nuove forme di esperienza
  dell'esistenza. Come ci ricorda Jung, l'ampliamento della
  personalità passa quasi sempre attraverso un sacrificium mortale
  e l'esperienza del tradimento e del lutto può svolgere una funzione
  trasformativa, se riusciamo ad elaborare il vissuto. La
  crocefissione di Cristo,e tutta la sua opera di redenzione, possono
  avere compimento solo per opera del tradimento di un apostolo.
  Scrive Jung , in La psicologia del transfert  ( 1946 ):

 "Chiunque percorra la strada che porta alla totalità, non può
   sfuggire a quella caratteristica sospensione che è rappresentata
   dalla crocefissione. Egli finirà infatti per imbattersi senza fallo
   in ciò che gli taglia la strada, che lo incrocia : in primo luogo
   in ciò che non egli, ma l'altro è... e in terzo luogo in ciò che
   costituisce il suo non- Io psichico. "   (…)



               Aldo  Carotenuto  da       Amare  Tradire