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venerdì 5 giugno 2020

SEMPRE DOPO I FUNERALI




                                              Non era mica un mostro, aveva un cuore...


Aveva un'amante che andava a trovare soltanto dopo i funerali.
A lei piaceva vederlo così: “Dopo i funerali sei un altro uomo,” gli diceva “mi ami con molto più ardore, mi piaci solo così”.
Aveva cura di leggere per lui tutti gli annunci funebri e gli segnalava per telefono le cerimonie alle quali, secondo lei, non doveva mancare. “Sai chi è morto?” gli diceva subito, e magari lui non la sentiva da tre o quattro settimane. “Chi?”. “N.N., e tu lo conoscevi, dovresti andare”. “A che ora?”. “Lunedì alle tre, al crematorio. Ti aspetto dopo”.
Ogni volta che gli trovava un funerale, lei si sentiva subito meglio, e già faceva tutti i preparativi per la sua visita. Lui andava e ascoltava e si guardava in giro, e andava anche volentieri perché sapeva che cosa sarebbe successo poi. Ma non era un cinico, altrimenti i funerali non lo avrebbero eccitato. Pensava al morto, lo vedeva davanti a sé, teneva con lui vecchi discorsi. Ne era così toccato che senza qualche incoraggiamento non sarebbe stato in grado di continuare a vivere. Curvo e invecchiato, s'incamminava per andare da lei. E lei, in piedi dietro la tendina, lo vedeva arrivare. Gli spalancava la porta e diceva: “Benvenuto!”. Ogni volta indossava qualcosa che a lui ricordava la particolare circostanza, qualcosa di modesto, tutt'altro che vistoso, ma lui lo notava ogni volta e le era riconoscente.
“Vieni,” diceva lei “sei sfinito. Ci hai sofferto molto, anche questa volta”. Lui annuiva, entrava e si sedeva, un po' contegnoso, nella poltrona migliore. Lei gli si sedeva vicino, ma una certa distanza veniva sempre rispettata. “Racconta! E stata molto dura? Forse preferisci star zitto”. “Per il momento sì” rispondeva lui. Gli sembrava più giusto. Non era mica un mostro, aveva un cuore, doveva riprendere fiato prima di ammettere tra sé che la vita continuava. “Non te la prendere troppo” diceva lei, e aveva le lacrime agli occhi, pativa con lui. Lui le era grato per ogni minimo atto che dimostrasse comprensione e affetto. Poi lei domandava: “E durato molto?” “Non tanto, per fortuna. A me non piacciono le cerimonie che vanno per le lunghe. Tutto è già così terribilmente penoso. Si continua a pensare, si rischia di crollare se non finisce presto”. “E il sacerdote com'era?”. “Non male. Breve, direi, e conciso. Dopo si è fermato all'uscita e ha stretto la mano a tutti. Mi domando ogni volta se non sarebbe il caso di dargli qualcosa”. “Ma non sta bene”. “Sì, ma ha un certo modo di porgere la mano. Credo che sarebbe capace di nascondere tutto così bene che nessuno se ne accorgerebbe”. “C'erano molti fiori?”. “Montagne, ma non tanti come l'ultima volta”. “Dev'essere bello, con tutti quei fiori”. “A volte non ce n'è neanche uno, per espresso desiderio”. “Già, mi ricordo. La penultima volta che sei stato da me, di fiori non ce n'erano”. “Hai una bella memoria”. “Vivo solo per te. Condivido tutti i tuoi crucci”. “Questo è vero. Non so proprio come farei, senza di te, ad andare ai funerali”. “Non lo farai, spero”. “Come potrei ingannarti?”. “A volte penso che tu ci sia andato senza dirmelo”. “Ma gli annunci li leggi tutti, non ti scappa nulla". “Non sono infallibile. Se non ti vedo per sei settimane, penso che qualcosa dev'essermi sfuggito”. “Ma tu non leggi soltanto un giornale, spero”. “Naturalmente, questo sì, ma ci sarà anche gente che non pubblica nessun annuncio”. “In questo caso non ne saprei niente nemmeno io”. “E a casa non ti arrivano mai annunci privati?”. “Io getto via tutto quello che è listato di nero. Sono nelle tue mani. Senza di te sarei perduto”. Dopo questa piccola scena di gelosia, alla quale era abituato e che si riferiva esclusivamente ai funerali, lui allungava la destra
e le prendeva il ginocchio.



Elias Canetti  da    La rapidità dello Spirito



mercoledì 8 agosto 2018

ISTRUZIONI PER DORMIRE

 
 


       " Non potremo mai più odiare chi abbiamo visto dormire" . ( Elias Canetti )



Certo, addormentarsi.
Scacciare la luna
dalla finestra.
Mettere in contumacia
le zanzare.
Stabilire per i gatti
lo spazio notturno.
Zittire i malinconici
cani dei vicini.
Chiudere l'udito
a tutti i rumori
tranne a quello della pioggia.
Relegare tutti i pensieri
angosciosi nel posto
che gli spetta,
nel tempo passato
o futuro.
Sistemare i sentimenti
nei reconditi
meandri del cuore,
in astucci
chiusi a chiave fino all'alba.
Reprimere i dolori.
Controllare i desideri
e superare le offese.
Non comporre poesie.
Afferrare il filo di una storia
e inventare una fiaba.
Fungere da mamma a se stessi.
Essere la propria amata.
Coprire di baci
il cuore insoddisfatto.
Coprire con una coperta
le membra infreddolite.
Entrare
nell'enclave monastica
del buio e del silenzio.
Andare lontano.
In capo al mondo.
Al confine dei sogni e dei non sogni.
E magari
ancora più lontano.


            Kajetan Kovič   da     Le ore di sambuco

venerdì 8 settembre 2017

IL LIBRO CONTRO LA MORTE 2


1952

(...) La mia ingiustizia di fondo verso gli uomini deriva dal mio
      atteggiamento nei confronti della morte. Non posso amare
      nessuno che accetti la morte o la metta in conto. Amo-
      comunque egli sia - colui che aborre la morte, che non la
      accetta e che non la utilizzerebbe mai in nessuna circostanza
      come mezzo per conseguire i propri fini.
      Perciò non posso ammettere che qualcuno oggi lavori come
      fisico nucleare o intraprenda di sua volontà una carriera nell'
      esercito; ma nemmeno un religioso che ricorra a una vita
      futura come consolazione per la morte degli altri, mentre lui di
      per sé non pensa affatto di morire presto; né posso ammettere
      che qualcuno giudichi la morte di un parente o di un amico
      come giunta al " momento giusto ", quasi fosse una sorta di
      coronamento di quella particolare vita; o chi alla morte di
      un nemico provi soddisfazione invece che vergogna; o chi
      ancora abbia fatto conto su un'eredità; - a chi potrei
      ancora riservare la mia approvazione, chi non rientra- almeno
      qualche volta  o in rapporto a qualcuno - in una di queste
      categorie? . Perciò io, che dico sì alla vita senza riserve né
      limitazioni, devo condannare ogni uomo in base a una morale
      che di fatto è assolutamente inapplicabile finchè esiste la morte
      Sono a tal punto consapevole di questa contraddizione di
      fondo del mio essere che, a ogni piè sospinto, mi esorto a
      moderarmi e a soppesare con attenzione tutte le circostanze,
      dopo aver pronunciato ancora una volta la più dura delle
      sentenze all'indirizzo di un essere umano.(...)




1953

(...) E' mai possibile che la sua morte mi abbia curato dalla
      gelosia? Sono diventato più tollerante nei riguardi delle
      persone che amo. Veglio meno su di loro, concedo loro libertà.
      Penso così: fate questo, fate quello, fate quel che vi dà gioia,
      basta che viviate; fate, se così dev'essere, tutto il possibile
      contro di me: offendetemi, ingannatemi, mettetemi da parte,
      odiatemi,- non mi aspetto niente, non voglio niente, a parte
      un'unica cosa : che viviate .  (...)



1954

(...)  Ai vivi che conosciamo bene, abbiamo sempre qualcosa da
       rimproverare. Ai morti siamo invece riconoscenti perché non
       ci proibiscono il ricordo.  (...)



1976

(...)  Caro Thomas Bernhard,
       io L'ho criticata duramente e Lei adesso - fuori di sé - mena
       colpi alla cieca. Sa benissimo con quanta serietà io abbia
       sempre considerato il Suo lavoro: già Perturbamento mi
       aveva colpito moltissimo e Glieli avevo detto di persona. Ma
       poi Lei mi sbatte in faccia questa affermazione:" La morte è
       la cosa migliore che abbiamo ". Da uno che era stato in punto
       di morte e l'aveva scampata, mi è parso un ripugnante cinismo.
       Nessuno sa meglio di Lei quanto siamo contaminati dalla
       morte. Che Lei voglia diventarne pure il patrocinatore, mi ha
       riempito di diffidenza nei confronti della Sua opera. Sono
       persuaso che proprio questo Suo modo di pensare la
       indebolisca e volevo dirGlielo apertamente.
       Alle critiche Lei reagisce sempre accecato dall'ira. Ma poiché
       io non sono un imbrattacarte, pensavo che un duro colpo da
       parte mia - da parte di una persona che Lei in realtà considera
       ben diversamente da quanto emerge dalla Sue contumelie -
       potesse condurLa alla ragione. Lei non ha nessuno che Le
       dica la verità, e la verità Le è forse diventata indifferente?
      
      Volevo spedire questa lettera - il che avrebbe contraddetto nel
      modo più assoluto i miei principi - per il caso in cui Bernhard
      si fosse sentito eccessivamente urtato dalla mia critica, se
      davvero gli avessi nuociuto.
      Ma poi ci ho ripensato. La sua reazione, quale ne sia stata la
      causa, è talmente ignobile, talmente al di sotto di quanto di
      peggio gli uomini possano permettersi di dire anche se in
      preda all'ira,, che non devo farlo. La cosa potrebbe
      inorgoglirlo: come se fosse un tentativo da parte mia di
      sottrarmi alle sue contumelie. Ma in tal caso l'avrebbe vinta
      lui e si sentirebbe confortato nella sua bassezza. E questo
      sarebbe il contrario di ciò che volevo ottenere. La lettera
      resterà fra le mie carte, esattamente come l'ho scritta, a
      indicare qual era il mio vero stato d'animo. (...)


            Elias  Canetti    da   Il libro contro la morte
    
 

The city of the dead by Korngold

 
 


                         " Si muore troppo facilmente: dovrebbe essere più difficile morire.... ( Elias Canetti )

giovedì 7 settembre 2017

IL LIBRO CONTRO LA MORTE 1


15 febbraio 1942

(...) Oggi ho deciso di annotare i miei pensieri contro la morte così
      come mi vengono - a caso - senza stabilire alcun nesso fra loro
      e senza asservirli al dominio tirannico di un progetto. Non 
      posso lasciar passare questa guerra senza forgiare nel mio 
      cuore l'arma che sconfiggerà la morte. Diventerà tormentosa e
      subdola, adeguata alla morte. In tempi più lieti la volevo
      brandire fra scherzi e sfacciate minacce; mi figuravo  l'
      uccisione della morte come un ballo in maschera; e in 
      cinquanta travestimenti - una infinita serie di congiurati - 
      volevo farle la posta. Ma la morte adesso ha di nuovo 
      cambiato le sue maschere. Non contenta delle vittorie che
      riporta ogni giorno, allunga a destra e a manca i suoi 
      tentacoli. Setaccia l'aria e il mare: l'infinitamente piccolo come
      l'infinitamente grande le sono familiari e benaccetti, tutto
      affronta in una volta sola, per nulla più si lascia tempo. Così
      neanche a me resta tempo. Devo afferrarla dove posso e
      inchiodarla qua e là, alle prime frasi che mi vengono a tiro.
      Ora, per la morte, non posso più costruire bare, tanto meno
      ornarle di fregi. Pascal è arrivato a 39 anni, io fra poco ne
      compirò 37. Se avessi il suo stesso destino, mi resterebbero
      due miseri anni di tempo. Lui ha lasciato pensieri a difesa del
      cristianesimo, io voglio formulare i miei pensieri a difesa
      dell'uomo dalla morte.  (...)



1943

(...) Vivere almeno quanto basta per conoscere tutti i costumi e le
       vicende degli uomini; recuperare tutta la vita trascorsa,
       perché quella ulteriore è vietata; raccogliere se stessi prima
       di dissolversi; meritare la propria nascita; riflettere sui
       sacrifici che ogni respiro costa agli altri; non glorificare il
       dolore sebbene si viva di esso; tenere per sé soltanto ciò che
       non si può trasmettere, finchè non sia maturo per gli altri e
       non si trasmetta da sé; odiare la morte di chiunque come la
       propria; far pace una buona volta con tutto, ma mai con la
       morte.  (...)



(...) La frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto " al
       momento giusto "  (...)




1951

(...) Persino l'idea della metempsicosi appare più ragionevole di
      una permanenza nell'aldilà. I sostenitori della fede nell'aldilà
      non si rendono conto che si tratta di qualcosa che essi non
      chiamano nemmeno per nome: di un " rimanere insieme" nell'
      aldilà, di una massa che non si decompone mai. Una volta
      riuniti laggiù, vogliono non doversi più separare.
      Come sarebbe un Paradiso in cui i beati non riuscissero a
      vedersi mai, in cui tutti stessero da soli, quasi fossero beati
      eremiti, lontani dagli altri, tanto che nessuna voce potrebbe
      raggiungerli.Un Paradiso in eterna solitudine, senza bisogni o
      fastidi fisici; una prigione senza muri, grate e guardiani, da
      dove non si potrebbe fuggire in nessun luogo poiché non vi
      sarebbe alcun luogo cui approdare. Là ciascuno terrebbe
      discorsi a se stesso, farebbe il predicatore, l'insegnante, il
      consolatore di se stesso, e nessun altro ascolterebbe.
      Un'esistenza beata alla quale molti preferirebbero i tormenti
      dell' Inferno.  (...)


             Elias  Canetti    da   Contro la morte


     

IL LIBRO CONTRO LA MORTE ( Canetti )


       Il libro più importante della sua vita, Canetti lo portò sempre
      dentro di sé, ma non lo compose mai. Per cinquant'anni
      procrastinò il momento di ordinare in un testo articolato  i
      numerosissimi appunti che, nel dialogo costante con i
      contemporanei, con i grandi del passato e con i propri lutti
      familiari, andava prendendo giorno dopo giorno su uno dei
      temi cardine della sua opera: la battaglia contro la morte,
      contro la violenza del potere che afferma se stessa annientando
      gli altri, contro Dio che ha inventato la morte, contro l'uomo
      che uccide e ama la guerra. Una battaglia che era un costante
      tentativo di salvare i morti - almeno per qualche tempo ancora-
      sotto le ali del ricordo: " noi viviamo davvero dei morti. Non
      oso pensare che cosa saremmo senza di loro".
      Sospeso tra il desiderio di veder concluso Il libro contro la
      morte e la certezza che solo i posteri avrebbero potuto
      intraprendere il compito di ordinatore a lui precluso, Canetti
      continuò a scrivere fino all'ultimo senza imprigionare nella
      griglia prepotente di un sistema i suoi pensieri: frasi brevi e
      icastiche, fabulae minimae, satire, invettive e fulminanti
      paradossi.
      Quel compito ordinatore è assolto ora da questo libro,
      ricostruito con sapienza filologica su materiali in  gran parte
      inediti: esso ci restituisce un mosaico prezioso, collocandosi
      fra le maggiori opere di Canetti.


                         frida