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sabato 29 giugno 2019

LA BELLEZZA SIA CON TE ( introduzione )



"Nel cuore dell'uomo la speranza è come una fiammella: e uno dei più grandi peccati contro lo spirito avviene proprio quando viene cancellata o spenta. Ci vuole molto coraggio per cercare sempre di vedere il bicchiere mezzo pieno, per osare la ricerca del cane che salva l'uomo e non  quello che lo azzanna ".
E' questo l'augurio di Antonia Arslan : che la fiammella della speranza non si spenga mai. In tempi troppo spesso bui, la segreta bellezza dell'altro è la sola forma di salvezza, l'unica luce che possa liberarci dalle tenebre dell'intolleranza. E così non esiste crescita interiore senza condivisione; non c'è cammino senza incontro; non c'è amore per il Paese senza memoria delle origini.
Lo sa bene la testimone diretta dello scambio tra popoli, lei che attendeva nella sua casa di Padova i parenti sparsi e divisi dalla diaspora, davanti ai quali spalancava gli occhi incuriosita dai racconti dei cibi armeni o dei colori vivaci delle miniature. O sempre lei, che scopriva che il nonno Yerwant aveva dato ai suoi figli quattro nomi armeni ciascuno, nonostante avesse compreso che l'antica patria era perduta per sempre e avesse deciso di dedicarsi a quella nuova con inesauribile energia.
Dopo esili  e diaspore, partenze e abbandoni che hanno segnato indelebilmente il destino di Oriente e Occidente, navigare verso la tregua pare l'unica direzione accettabile, e proprio attraverso queste pagine l'autrice  ci conduce - così come si orienta un'imbarcazione che deve essere guidata - verso l'intimo equilibrio degli affetti e la scoperta dell'altro.


                                      ( f )


LA BELLEZZA SIA CON TE 1

 
 
 

                                                  Siamo pochi però ci chiamano Armeni…


(…)" Via dalla montagna sacra: l' Ararat ora sarà per noi un paese
      straniero": così piansero gli armeni, in tutti i luoghi del vasto
      mondo dove la diaspora successiva al genocidio del 1915 li
      aveva portati, quando dall'ottobre 1921 - col trattato di Kars -
      la grande montagna, simbolo fortissimo della loro unità di
      popolo, venne ceduta da Stalin a quella Assemblea Nazionale
      che ben presto sarebbe diventata la Repubblica di Turchia.
      Ma l' Ararat ( che gli armeni chiamano " Massis" ), è oggi più
      che mai presente nell'immaginario del popolo armeno.
      La sua vista incombe sulla capitale Yerevan,ma le sue due cime
      perennemente innevate sono drammaticamente lontane, al di là
      della chiusa frontiera con la Turchia, oltre il famoso ponte
      spezzato sul fiume Akhurian che univa le due parti del regno
      d' Armenia. Oggi, dal monastero di Khor Virab, vedi solo
      qualche sparso gregge che si aggira nella terra di nessuno che
      divide i due paesi; e, lontana, una baracca di soldati.
      Nessuno che porti un nome armeno ha il permesso di salire
      lassù. Eppure non è sempre stato così. Ben diversi sono i fatti
      che la Storia ci racconta. Come un celebre quadro di
      Ayvazovsky ci racconta ( La discesa  di Noè dal monte Ararat )
      dispiega ai nostri occhi con suadente fascino ottocentesco, gli
      armeni si sentono legati al monte dove si arenò l' Arca di Noè
      da un fortissimo legame spirituale - ma anche carnale. Il vino
      fu inventato nella pianura che si stende ai piedi del monte; i
      figli di Noè là coprirono i padre ubriaco, là nacque il
      cristianesimo armeno con le sue  " chiese di cristallo ", le croci
      di pietra, i monasteri splendidi annidati in valli romite, dove
      schiere di monaci diedero vita a un fiorire di codici miniati di
      straordinaria bellezza.  (…)


                       Antonia  Arslan    da    La bellezza sia con te





                                      Monte Ararat visto da un monastero ( frida )



LA BELLEZZA SIA CON TE 2



(…) Fino a quel tempo non troppo lontano, la sacra montagna era
       abitata, addomesticata da legioni di operose formichine umane
       che si erano arrampicate sulle sue coste brulle, spazzate da
       venti terribili e da bufere improvvise, fino ai ghiacciai solcati
       da crepacci profondissimi. Erano gli armeni di montagna, alti,
       massicci e robusti. Andavano in processione dal Caucaso e
       dagli altopiani in alcuni giorni solenni, salendo verso un
       ghiacciaio che era chiamato il " Luogo dell' Arca ", come
     ricordano numerose testimonianze,sino alla fine dell' Ottocento.
     Devoti, industriosi, parsimoniosi, essi si erano insediati in ogni
     angolo vivibile del monte, fondando numerosi villaggi situati
     nelle zone più riparate, anche a quote molto alte: vivevano di
     pastorizia e avevano selezionato una razza resistente di pecore
     con la coda grassa,capaci di trovare dovunque di che nutrirsi.
    I pascoli estivi arrivavano a più di tremila metri di altezza, e una
     razza di cani da pastore altrettanto robusti ed estremamente
     aggressivi badava alle greggi.
     I resti di quei villaggi sono oggi deserti, e i pastori curdi - che
     hanno ancora le pecore e i cani,e cent'anni fa spesso accolsero
     qualche bambino armeno- li considerano luoghi maledetti.
     Parlano le croci sui muri in rovina, resti crollati delle antiche
     chiese,le croci di pietra rovesciate,e se qualcuno ti accompagna
     a cercarle, le fosse comuni dove si possono ancora contare le
     ossa: perché gli armeni dell' Ararat non sono mai stati
     deportati, ma eliminati sulla loro stessa montagna.
     Sono tutti lì: si tengono compagnia e aspettano la resurrezione.
     (…)



                    Antonia  Arslan   da       La bellezza sia con te


domenica 19 agosto 2018

NOI SIAMO POCHI PERO' CI CHIAMANO...

    Le foto sono state scattate al Museo del Genocidio  a Yerevan .( frida )
                                                                                                                                                                                                                                                                                       




Noi non ci anteponiamo a nessun altro.
Solamente anche noi dobbiamo accettare
che noi- solo noi - abbiamo l'Ararat
e che al lago Sevan
il cielo abbia la sua vera copia.
Solamente qui ha combattuto David,
solamente qui è stato scritto il libro di Narek,
solamente noi sappiamo ricavare una chiesa da una roccia,
plasmare il pesce dalla pietra,l'uccello dall'argilla.

Per insegnare ad apprendere
dal bello
dal buono
dall'eccellente
dal bene.

Noi siamo pochi però ci chiamano Armeni.      

Noi non ci anteponiamo a nessun altro.
Solamente il nostro destino è stato diverso.
Solamente abbiamo perso molto sangue,
solamente noi, nella nostra vita secolare.
Quando eravamo tanti ed eravamo in piedi
non abbiamo mortificato nessun altro popolo.
Nessuno ha subito un colpo dal nostro braccio.
Se abbiamo attratto, abbiamo attratto
solo con i nostri libri;
se abbiamo dominato, abbiamo dominato
solo con i nostri doni.
Solamente la morte si era innamorata di noi,
invece noi non l'abbiamo accettata volontariamente.
E, quando disperatamente abbiamo lasciato la nostra terra,
ovunque siamo arrivati, ci siamo sforzati per tutti.
Abbiamo costruito ponti,
abbiamo innalzato archi,
abbiamo arato dappertutto,
abbiamo raccolto le messi,
abbiamo dato a tutti un'idea, gli aforismi, le canzoni.
Abbiamo difeso gli altri dal gelo spirituale,
abbiamo lanciato dappertutto il fulgore del nostro occhio,
la reliquia della nostra anima
e l'essenza del nostro cuore.

Noi siamo pochi - sì - ma ci chiamano Armeni.

Sappiamo gemere delle ferite non guarite
ma gioire ed esultare della nuova allegria.
Possiamo tuffarci nel costato del nemico
e dare una mano al nostro amico,
ricambiare tante volte di più
il bene che ci hanno fatto;
alla giustizia e alla luce
sappiamo votare la nostra vita.
Ma se vorranno bruciarci con la forza,
sappiamo soffocare e spegnere il fuoco.
E se c'è bisogno di fugare il buio,
sappiamo ridurci come cero ardente
e sappiamo amarci anche con passione,
però avendo rispetto per gli altri.

Noi non ci anteponiamo a nessun altro, però ci conosciamo:


ci chiamano Armeni:
e perché non dobbiamo inorgoglirci?

Ci siamo. Dobbiamo esserci. E cresceremo ancora.


              Parnir  Sevak

Ma lui ci ha lasciato troppo presto: a 47 anni in un incidente stradale, vicino ad uno dei suoi amati monasteri. Una lapide- lungo la strada - lo ricorda.




                                              f.





PIETRE SUL CUORE ( Introduzione )



Varvar ha sei anni quando nel suo villaggio- un giorno d'estate del 1915 - irrompe una squadra di soldati a cavallo che passano casa per casa sequestrando uomini e ragazzi, urlando ordini concitati in una lingua sconosciuta. Poi ammassano la gente, spintonando con i fucili chi si attarda, su una strada appena fuori dal paese già disseminato di cadaveri. Al suo sguardo infantile quelle scene sono incomprensibili, immagini di un incubo che non può scacciare. Ci vorranno anni prima  che la piccola possa dare un nome alla tempesta che ha cancellato in un momento la placida vita della sua famiglia in una fertile vallata dell' Anatolia: più tardi si chiamerà deportazione, persecuzione del popolo armeno; al momento è fame, paura, stanchezza e la scomparsa improvvisa della madre.
La protagonista di questo libro è tra i pochi superstiti dello sterminio degli Armeni pianificato dal governo nazionalista turco al tempo della prima Guerra Mondiale. Salvata da un soldato, viene dapprima accolta come serva da una famiglia turca, poi affidata all'orfanatrofio di Sivas. Al termine del conflitto, gli orfani armeni sono migliaia : per il governo di Ataturk anche loro sono nemici e vengono espulsi assieme ai missionari che li custodiscono. Così Varvar si trova di nuovo in fuga, questa volta verso la Grecia, in un viaggio quasi privo di speranza, in cui la tappa finale sarà la Francia: una nuova patria talvolta inospitale dove vivrà la difficile esistenza degli esuli.
Il diario di Varvar, scritto in armeno su quaderni di scuola e ritrovato dalla figlia Alice dopo la sua morte, è una testimonianza straordinaria, che riporta alla luce una pagina di storia troppo a lungo dimenticata e mostra - in un racconto semplice, toccante e privo di compiacimenti- cosa significhi essere un sopravvissuto, uno straniero, un individuo senza diritti e come sia possibile crescere cercando le proprie radici nel terreno rarefatto della memoria.


                      frida

PIETRE SUL CUORE 1

 
 

" I giorni di infelicità - come l'inverno- vengono e vanno. Non disperare : avranno fine".

"Tsakbort orere tsmervan nman -gukan u ghertan - vbadelu tché: vertch gunenan "


(…) Costretti ad abbandonare le case, le terre, gli averi, abbattuti
       per il dolore delle separazioni, donne, bambini e vecchi
       camminavamo a testa bassa,in silenzio, controllati da 
       gendarmi brutali, verso una destinazione ignota. Sempre più
       timidamente continuavo a chiedere a mia madre dove ci
       stavano conducendo. Mi lamentavo perché il sole era troppo
       caldo - mi bruciava la pelle - e avevo anche molta sete. Mia
       madre mi dava un sorso d'acqua dalla borraccia, mi
       accarezzava  la testa e mi diceva: " Coraggio, fai la brava!".
       La nonna non teneva più il passo e noi ci mettemmo sul bordo
       della strada per aspettarla, ma i soldati turchi a cavallo ci
       ordinarono di andare avanti spingendoci con le baionette. La
       povera nonna camminava abbracciata a due nostre conoscenti
       e si riuniva a noi solo quando il convoglio rallentava o si
       fermava. Respirava a fatica e sembrava che dovesse cadere a
       terra da un momento all'altro, ma pian piano poi si
       raddrizzava. Chi cadeva e non si rialzava, veniva finito e
       lasciato sul posto.
       Camminare, camminare, sempre camminare. Sotto il sole. La
       gola secca. Le membra doloranti.  Mia madre ormai mi
       trascinava tenendomi per mano. Qualche volta mi prendeva in
       braccio. Reggeva anche - a turno - i neonati di mia zia e di mia
       sorella: erano tutti e due da allattare strada facendo.
       Sempre camminando.  (…)


Alice Tachdjian  da  Pietre sul cuore ( Diario di Varvar, una bambina scampata al genocidio degli armeni )

PIETRE SUL CUORE 2



(…) Ignorando la nostra destinazione, il lento e farraginoso
       convoglio dei deportati si snodava incerto su e giù per le
       colline, sollevando volute di polvere che pigramente si
       posavano sul terreno. Il paesaggio era cambiato: scomparsi i
       campi verdi e le case dei contadini, gli alberi si erano fatti
       radi e spogli e chiazzavano di un'ombra anemica la steppa
       bruciata dal sole. Tutto era immobile, attorno alla carovana.
       Verso sera giungemmo alle pendici del monte Tecer, e qui
       fummo fatti fermare per passare la notte all'aperto.Le famiglie
       erano raggruppate sedute in circolo per terra, gli occhi erano
       asciutti nel freddo della notte incombente. Nel buio, interrotto
       qua e là dai brevi lampi degli spari e dalle urla rabbiose delle
       guardie turche, udii mia madre parlottare con i miei fratelli
       maggiori: un abbraccio convulso, cercando nell'oscurità, e
       poi passi rapidi. Seppi più tardi che erano fuggiti verso un'
       improbabile salvezza. Seduti per terra, stretti al grembo di
       nostra madre squassata da profondi singulti, io e mio fratello
       minore tentavamo di dormire, bagnati dalle sue lacrime
       disperate.
       La mia mente di bambina - quella notte - non era in grado di
       comprendere compiutamente la tragedia che ci aveva colpiti.
       Cadevo in un sonno agitato, e subito dopo mi svegliavo per i
       colpi di fucile, le urla, i pianti e le implorazioni delle donne.
       C'era la luna piena, e siccome si diceva che i gendarmi turchi
       avrebbero rapito le ragazze giovani e belle, le mie sorelle si
       rannicchiarono tra i cespugli fino al mattino per la paura di
       essere prese. Quella prima notte di deportazione è  impressa
       nella mia mente in modo indelebile. Quando cerco di ricordare
       il viso di mia madre, ancora oggi la rivedo così : seduta per
       terra, la mia testa e quella di mio fratello nel suo grembo,
       tremante per i singhiozzi, le braccia e le mani strette intorno
       a noi.  (…)


Alice Tachdjian    da    Pietre sul cuore ( Diario di Varvar, una bambina scampata al genocidio degli armeni )



sabato 15 aprile 2017

UNA PASQUA FA

 
 
 
 
Madre Armenia

 
 
Altissima mater

 
 
Resurrexit

UNA PASQUA FA 2

 
 
 
 
Colombe della pace

 
 
Il nido della cicogna

 
 
Albicocchi in fiore

UNA PASQUA FA 3

 
 
 
 
Monastero e monte Ararat

 
 
Monastero armeno

 
 
Monastero e neve

UNA PASQUA FA 4

 
 
 
 
Interno di antico monastero

 
 
Tra ombre e luci

 
 
Interno

UNA PASQUA FA 5

 
 
 
 
Tradizioni pasquali

 
 
Pasqua in Armenia

 
 
Preparativi

UNA PASQUA FA 6

 
 
 
 
Curiosità pasquali

 
 
L' uovo della Festa




                                                         Bambole e non

UNA PASQUA FA 7

 
 
 
Il pane

 
 
Tavola di Pasqua

 
 
Pasqua armena

Bab' aziz ( Dolce Armenia )

 
 


             "  Noi siamo pochi però ci chiamano Armeni" . ( Parmir Sevak )