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lunedì 3 febbraio 2020

I DIALOGHI MANCATI DI PESSOA 1

 
 
 
              " Ho viaggiato per più terre di quelle che ho toccato…"
 
 
      
IL SIGNOR PIRANDELLO E' DESIDERATO AL TELEFONO

Non risulta che Luigi Pirandello e Fernando Pessoa si siano conosciuti. Questi due grandi autori del Novecento, con una poetica simile sotto molti aspetti, non hanno mai avuto occasione di comunicare fra loro. Eppure l'opportunità ci sarebbe stata: nel 1931, Pirandello si recò a Lisbona, dove restò per alcuni giorni, per assistere alla prima mondiale ( in portoghese ) del suo Sogno...
ma forse no.
In una delle ultime lettere alla fidanzata Ophelia Queiroz, Pessoa manifesta il proposito di ricoverarsi - per un periodo di cura - in una clinica psichiatrica di Cascais. Le motivazioni che fornisce alla fidanzata sono l'insonnia e il turbamento causati dalle " visite " dei suoi personaggi che ormai lo obbligano a scrivere in continuazione, svegliandolo nel cuore della notte.
Non risulta comunque che egli si sia poi ricoverato in clinica.



                 Antonio  Tabucchi   da     I dialoghi mancati


I DIALOGHI MANCATI DI PESSOA 2

PRSONAGGI :

UN ATTORE
UN SUONATORE D'ORGANETTO
UN CORO

LUOGO :
UN OSPEDALE PSICHIATRICO PORTOGHESE NEL 1935


Una vasta stanza. A sinistra un lettino di ferro, due vasche da bagno smaltate, un tavolino e un armadietto di ferro smaltato. Pavimento a losanghe bianche e nere. Una porta e una finestra inferriate. Pareti bianche. A una parete, un telefono a cornetta. Sulla destra, a un livello del pavimento leggermente più basso, con due scalini che dividono la sala a metà, quattro file di sedie occupate da una ventina di figure maschili e femminili. La maggior parte sono dei manichini, ma ci sono anche cinque o sei persone che tuttavia mantengono una posizione di perfetta immobilità. Tutti, come dei pazienti di un manicomio, indossano una sorta di pigiama grigio.
Si apre la porta inferriata ed entrano due uomini : il primo è alto, vestito di scuro, papillon, occhialini rotondi, cappello e impermeabile. Il secondo ha gli occhiali neri dei ciechi, un bastoncino bianco e spinge un organetto di Barberia. Con il bastone tasta lo spazio circostante finchè non trova una sedia dove accomodarsi. L'altro occupa il centro della sala, si toglie la gabardine, poi il cappello, facendo una riverenza alle figure che occupano le sedie. Rivolto al pubblico:

ATTORE

Eccomi, sono Pessoa, o così
mi hanno detto di essere.
Diciamo che sono un attore
e sono venuto per divertirvi,
oppure - se più vi piace -
sono Pessoa che finge di essere un attore
che stasera interpreta Fernando Pessoa.

( Pausa )

Nacqui da un padre e da una madre
come tutta  l'altra gente,
non ho mai avuto un'infanzia,
davanti a casa mia c'era un teatro,
questo lo ricordo e posso testimoniarlo,
e io lo guardavo dalla finestra,
ma poi non c'è  altro nella mia infanzia
perché io non ho voluto che ci fosse.
Peripezie
ne ho avute molte,
tutte dentro di me, beninteso,
ma le battaglie peggiori
e le grandi tempeste - voi lo sapete -
sono quelle che succedono
dentro la nostra testa; a volte
si scampa, più spesso si soccombe:
è per questo del resto
che anche voi siete qui.

( Pausa )

Non saprei dire esattamente
se si tratti di dramma o di commedia,
il mio autore su questo è reticente
e questa è la mia personale
tragedia :
che vivo entrambe le cose
come se fossero la stessa cosa,
che non è né una cosa né l'altra.
Il mio spettacolo sarà un fiasco,
di questo almeno sono sicuro.

( Pausa, fra sé e sé )




               Antonio  Tabucchi   da   I dialoghi mancati


I DIALOGHI MANCATI DI PESSOA 3



Mi piacerebbe telefonare a Pirandello,
nel Trentuno è venuto a Lisbona,
di persona
non ci siamo conosciuti
ma mi piacerebbe pensare che avvenne,
io non gli direi che sono un attore,
gli direi solo: buonasera
signor Pirandello,
le telefono perché ho l'anima in pena.

Perché a lui interessano le anime in pena.
A lui, e a me, e a gente come voi;
gli altri sono sani
e con le anime in pena si divertono.
Sono un attore, sono un poeta,
per questo costoro mi cercano, poi,
quando si stancano,
girano il mio interruttore
e vanno a dormire tranquilli.

(pausa )

Sono un poeta,
sono un attore,
ma la mattina mi sveglio, mi vesto,
infilo le scarpe,
esco per strada e sono come tutti,
e nella strada passano i passanti,
e io li guardo e sorrido perché passano,
e anch'io passo e nessuno mi nota.
Ma poi,
nella solitudine della mia stanza,
apro le botole dell'anima,
guardo nel buio dei sotterranei,
ci sono topi,
ruscelli di diamante,
bellezze, miasmi e rancori:
lo faccio per me, lo faccio per voi,
perché ci vuole qualcuno che guardi,
e questi sono i poeti,
che cercano le stelle in fondo ai pozzi.
A volte vedo figure,
ricordi, memorie vigliacche,
oppure i rimasugli
di ciò che avrei voluto essere e non fui,
appena lividi desideri
che galleggiano come bestie morte.
L' amore,
l'ho conosciuto anch'io.
Prese le forme di una ragazza,
era gentile, ridente, appassionata,
con gli occhi birichini da quanto erano ingenui.
Anche lei credette di amarmi
e ci davamo degli appuntamenti.
Erano sempre dei luoghi in alto,
sul belvedere di questa città;
e intanto scendeva la sera
e noi
stavamo appoggiati ai parapetti
congetturando la vita che non avremmo avuto.

CORO

Ah, l'amore ! Spiegaci l'amore, poeta,
ti hanno mandato anche per questo!

ATTORE

Potrei dirvi che è l'essenziale,
e che il sesso è solo un accidente,
può essere uguale o differente,
l'uomo non è un animale,
è una carne intelligente,
solo che a volte è malata.
Ma anche così
non avrei spiegato l'amore,
vi direi solo dei versi
del poeta che sto interpretando,
di colui che fingo d'essere stasera,
perché questa è la mia parte:
di fare il poeta.
No...se vi dovessi parlare
come io sono davvero,
come quest'uomo che non conoscete
e che si nasconde sotto questo costume,
allora vi direi che l'amore…
l'amore è come un sogno da svegli,
è un volere soltanto, senza sapere
che cosa, è un riflesso lontano,
un riflesso senza figura,
e quando ci si avvicina, resta
l'immagine appena,
come una fotografia incorniciata…



             Antonio Tabucchi   da     I dialoghi mancati



domenica 26 febbraio 2017

L' INDE. QUE SAIS - JE ?


(...) In un capitolo di Notturno indiano, un membro della Società di
      Teosofia di Madras, un signore raffinato e distante, sottopone il
      mio personaggio ( il viaggiatore occidentale che si è recato in
      India sulle tracce di un amico scomparso ), a una sorta di
      esame, interrogandolo sulle sue conoscenze di quel Paese.
      Imbarazzato dalla propria incompetenza e come punto sul vivo,
      il protagonista risponde sgarbatamente : le sue conoscenze
      sull' India consistono in una guida in inglese, India, a travel 
      survival kit  e soprattutto in un libriccino della
      collana francese  " Que sais-je? ( una sorta di Bignami
      transalpino ) che si intitola  L' Inde. Que sais - je?
      Quel mio romanzo era preceduto da una nota con le mie iniziali
      che comincia così : " Questo libro, oltre che un'insonnia, è un
      viaggio. L'insonnia appartiene a chi ha scritto il libro, il
      viaggio a chi lo fece." Dietro questa specificazione, plausibile
      per ogni libro, ma che sembra scritta apposta per narratologi,
      si cela - non lo nego - una  excusatio non petita. 
      E' tempo di ammetterlo : le conoscenze sull' India dell'insonne,
      che coincide con chi ha scritto li libro, probabilmente non
      erano molto diverse da quelle di chi aveva fatto il viaggio, cioè
      il suo protagonista. " La cattiva coscienza", una faccenda che
      si verifica ovviamente solo a posteriori, non tardò a intervenire
      Come desideroso di togliere il mio personaggio dalla profonda
      ignoranza in cui si trovava, cominciai a leggere tutto quello
      che lui avrebbe dovuto aver letto sull' India prima di
      intraprendere un viaggio del genere. Possibile - cominciai a
      chiedermi - che con le conoscenze che ci hanno lasciato dal
      Medioevo fino ad oggi tutti i nostri grandi viaggiatori, uno
      scrittore avesse il coraggio di infilare in un suo romanzo  - in
      un continente del genere - e in situazioni tutt'altro che facili,
      un personaggio così smaccatamente ignorante?
      Libri e libri cominciarono ad accumularsi sulla mia scrivania,
      finchè non mi sembrò di avere materiale a sufficienza da poter
      suggerire al personaggio il comportamento giusto e le risposte
      adeguate per le situazioni in cui si trovava. Rileggevo ad
      esempio il capitolo allorchè il mio viaggiatore conversa di 
      notte nella stazione di Bombay con un jainista che va a morire
      a Madras, gli dicevo : " Tira fuori almeno una frase decente
      sul jainismo come l'hai letto su quello storico delle religioni;
      non ti accorgi che la vostra è una conversazione fra sordi?".
      Oppure rileggevo il capitolo in cui il viaggiatore entra nel
      sordido alberghetto Khajuraho e colto da stupida paura,
      reagisce facendo sapere che la sua ambasciata è al  corrente
      delle sue mosse e gli dicevo : " Comportati come quel
      giornalista inglese che ha girato tutto il mondo e che in una
      situazione del genere sa benissimo che ad un occidentale non
      torcerebbero mai un capello; hai fatto la figura del fesso."
      Così pensavo, convinto ormai di sapere a sufficienza sull' India
      Ma sull' India non si sa mai abbastanza.  (...)


                Antonio Tabucchi    da    Viaggi e altri viaggi