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martedì 3 maggio 2022

QUEL CH'E' VERO PER INGEBORG

 


                                                  Quel ch'è vero non crea tempo, lo salva...




QUEL CH'E' VERO


Quel ch'è vero non sparge sabbia nei tuoi occhi

per quel ch'è vero morte e sonno con te si scuseranno,

come incarnato, saggio per ogni dolore

quel ch'è vero smuove la pietra dal tuo sepolcro.


Quel ch'è vero, caduto ormai, slavato,

seme o già foglia, nel letto malsano della lingua,

un anno un anno ancora ed ogni anno -

quel ch'è vero non crea tempo, lo salva.


Quel ch'è vero discrimina la terra,

pettinando sogno serto e coltura,

alza la cresta e colmo di frutti strappati

ti folgora, prosciugando ogni cosa.


Quel ch'è vero non spera la scorrerìa

quando per te forse è in gioco tutto.

Sei la sua preda, se le tue ferite sgorgano;

nulla ti assale che non ti tradisca.


Giunge la luna, con brocche avvelenate.

Bevi il tuo calice. L'amara notte cala.

La feccia schiuma su le penne di colombe,

se un ramo non è portato in salvo.


Schiavo del mondo, sei gravato di catene,

ma quel ch'è vero nel muro apre le crepe.

Vegli e nel buio vai scrutando intorno

a ignota via d'uscita tu sei volto.



                 Ingeborg Bachmann   Trad. di L. Reitani



domenica 3 ottobre 2021

LE ROSE DI INGEBORG

 



           " ...ovunque ci volgiamo, nella bufera di rose,

               la notte è illuminata di spine, e il rombo

               del fogliame, così lieve poc'anzi fra i cespugli,

               ora ci segue alle calcagna."




                                         Ingeborg  Bachmann



mercoledì 18 agosto 2021

TRIONFO DI AMORE E MORTE

 





Ha un trionfo l'amore e la morte ne ha uno,

il tempo e il tempo dopo.

Noi non ne abbiamo alcuno.


Solo calare d'astri intorno a noi. Riverbero e tacere.

Ma il canto oltre la polvere dopo

ci saprà sormontare.



                    Ingebord Bachmann  Invocazioni dell' Orsa Maggiore



sabato 31 luglio 2021

POESIE DI INGEBORD

 


                                                          S' avanzano giorni più duri...




TUTTI I GIORNI

La guerra non viene più dichiarata,
ma proseguita. L'inaudito
è diventato quotidiano. L'eroe
resta lontano dai combattimenti. Il debole
è trasferito nelle zone del fuoco.
La divisa di oggi è la pazienza,
medaglia la misera stella
della speranza, appuntata sul cuore.

Viene conferita
quando non accade più nulla,
quando il fuoco tambureggiante ammutolisce,
quando il nemico è divenuto invisibile
e l'ombra d'eterno riarmo
ricopre il cielo.

Viene conferita
per la diserzione delle bandiere,
per il valore di fronte all'amico,
per il tradimento di segreti obbrobriosi
e l'inosservanza
 di tutti gli ordini.


                                        ***

MESSAGGIO

Dall'atrio celeste, tepido di salme, spunta il sole.
Non gli immortali sono lassù,
bensì i caduti, apprendiamo.

E lo splendore non si cura della corruzione. La nostra
divinità, la Storia, ci ha riservato un sepolcro
da cui non vi è resurrezione.



                                           ***

NELLA BUFERA DI ROSE

Ovunque ci volgiamo nella bufera di rose,
la notte è illuminata di spine, e il rombo
del fogliame, così lieve poc'anzi tra i cespugli,
ora ci segue alle calcagna.


                                          ***

IL TEMPO DILAZIONATO

S'avanzano giorni più duri.
Il tempo dilazionato e revocabile
già appare all'orizzonte.
Presto dovrai allacciare le scarpe
e ricacciare i cani ai cascinali:
le viscere dei pesci nel vento
si sono fatte fredde.
Brucia a stento la luce dei lupini.
Lo sguardo tuo la nebbia esplora:
il tempo dilazionato e revocabile
già appare all'orizzonte.

Laggiù l'amata ti sprofonda nella sabbia,
che le sale ai capelli tesi al vento,
le tronca la parola,
le comanda di tacere,
la trova mortale
e proclive all'addio
dopo ogni amplesso.

Non ti guardare intorno.
Allacciati le scarpe.
Rimanda indietro i cani.
Getta in mare i pesci.
Spegni i lupini!

S'avanzano giorni più duri.


                                     ***

ESTRANEITA'

Negli alberi non posso più vedere alberi.
I rami non hanno le foglie, che offrono al vento.
I frutti sono dolci, ma senza amore.
Non riescono nemmeno a saziare.
Che avverrà mai?
Davanti ai miei occhi il mondo fugge,
davanti al mio orecchio gli uccelli serrano il becco,
per me nessun prato si fa giaciglio.
Sono sazia prima del tempo
eppure ho fame di esso.
Che avverrà mai?

Di notte sui monti arderanno i fuochi.
Devo dunque rimettermi in cammino, riaccostarmi a tutto?

In nessuna via riesco più a vere una via.




                      Ingebor  Bachmann   da      Poesie ( Trad. M.T. Mandalari )


giovedì 21 novembre 2019

CI DICIAMO L'OSCURO ( Presentazione )


"Ci diciamo l'oscuro / ci amiamo l'un l'altra come papaveri e memorie ". Nel 1948, a Vienna, Paul Celan dedica questi versi a Ingeborg Bachmann. Il componimento " Corona " celebra il fatale incontro tra due anime che parlano la stessa lingua, la lingua " oscura " della poesia e che si uniscono come il papavero e la memoria, l'oblio e il ricordo.
Nella primavera di quell'anno, i due poeti si ritrovano a Vienna per vie e ragioni molto diverse. Morti i genitori in un campo di concentramento in Ucraina ed entrata Czernowitz, la sua città natale, a far parte dell' Unione Sovietica, il ventisettenne Celan ripara dapprima a Bucarest e poi, dopo una lunga e pericolosa fuga a piedi durata intere settimane, nella capitale austriaca. Occupata da quattro potenze straniere, nel 1948 Vienna è la città delle spie, della criminalità politica ed economica, dei grandi spacciatori e dei piccoli trafficanti. E' anche la città degli Ebrei scampati alla deportazione, sradicati che, come Celan, hanno perso la propria Heimat, il luogo natio.
Ingeborg Bachmann è a Vienna per una Heimatlosigkeit di tutt'altra specie :ha solo ventidue anni ma, nella capitale austriaca, raggiunta a diciotto anni per studiare e sfuggire a quella Carinzia e a quel padre che hanno accolto con entusiasmo il nazismo, è già una promettente giovane autrice. I due poeti trascorrono sei settimane insieme: un incontro esplosivo che lascerà tracce indelebili nell'esistenza di entrambi. Un incontro - tuttavia - segnato anche da sentimenti di incertezza e di insicurezza.
A Vienna, Celan si scontra ovunque con segnali che testimoniano il perdurare dell' antisemitismo e dell'ideologia nazista. La capitale austriaca non può essere pertanto il suo rifugio. Fugge a Parigi, dove però i fantasmi e gli incubi della Shoah continuano a perseguitarlo. Ingeborg, dal canto suo, va incontro ad un destino tragico dopo la fine della sua relazione con  Max Frisch.
In questo testo, l'autore ricostruisce la storia dei due poeti dal loro primo incontro fino agli anni della loro " catastrofe parallela ", nei primi anni Settanta. La storia di un amore struggente che troverà il suo epilogo nell'ultimo libro della Bachmann, pubblicato dopo la sua morte : " La mia vita finisce perché lui è annegato nel fiume durante la deportazione : era la mia vita ". 



                                  ( f. )

CI DICIAMO L'OSCURO 1

 
 
 

 " I cuori luminosi sono preda del folletto della nebbia " ( P. Celan )                                                                                               
                                                                 
                                
IL CODICE SEGRETO DELL' AMORE


(…) Il 24 Giugno 1949, un anno dopo la primavera di Vienna,
       Ingeborg scrive a Paul Celan a Parigi: " Ci ho pensato spesso.
       Corona è la tua poesia più bella, la perfetta anticipazione di
       un istante nel quale tutto diventa e rimane marmo per sempre.
       Ma qui per me, nulla è " tempo ". Anelo a qualcosa che non
       raggiungerò, tutto è piatto e scialbo, estenuato e consunto, già
       prima di essere usato ".
       Il sentimento di anelare a qualcosa a lei negato,  si avverte
       presto in Ingeborg: vi orbitava attorno già nei suoi primi testi
       in prosa. Ma ormai Celan è un " signore " difficilmente
       separabile dalla vita della Bachmann, né relegabile ad altre
       sfere, perché esiste in carne ed ossa.
       La poesia Corona è un testo intimo e codificato della loro
       relazione. Da molte allusioni postume, emerge chiaramente 
       che dietro l' " amata " evocata nei versi, si cela l'esperienza
       concreta di Celan con Ingeborg Bachmann.Corona è una delle
       ventiquattro liriche della raccolta Papavero e memoria che l'
       autore le dedicherà, apponendo ad ognuna la scritta " Per te ".
       La Bachmann è desiderata come la " straniera " e in Corona
    la lontananza tra i due amanti viene superata sul piano artistico.
    Questa è la poesia a cui entrambi alluderanno più spesso negli
    anni successivi. Passaggi di Corona diventano frasi rituali che
    verranno usate nel corso della loro relazione come reciproca
    conferma. La primavera condivisa l'anno prima è rievocata nelle
    parole : " E' stata bella, come le poesie e la poesia che abbiamo
    fatto insieme. ". Il discorso della " poesia che abbiamo fatto
    insieme " ha un sapore erratico e non è dimostrabile
    concretamente. Nella formulazione c'è però qualcosa di nascosto
    di cui, tuttavia , non si trova traccia in nessun archivio. In ogni
    caso, le poesie sono il metro della loro relazione, ne sono il
    fondamento. Della loro specificità fanno parte sostanzialmente
    anche dei lati oscuri, e questa forma di oscurità trova forse in
    Corona la sua espressione più compiuta. Il verso " Ci diciamo
    l'oscuro " è il codice del loro amore.
    Più avanti nel tempo, Celan affermerà : " La poesia è scura
    perché questo è poesia ", e dunque si tratterebbe della parte più
    intima, dell' esistenza stessa della poesia.
    E aggiunge che proprio per questo si fonda su un incontro e una
    conversazione.  (…)


Helmut  Bottiger  da   Ci diciamo l'oscuro ( La storia d'amore tra Ingeborg Bachman  e Paul Celan )



CI DICIAMO L'OSCURO 2



(…) Corona fu scritta a Vienna e sembra dire segretamente molto
      di più sul rapporto tra la Bachmann e Celan di quanto riescano
       a fare dati e documenti concreti.


     CORONA

  Dalla mano l'autunno mi bruca come una sua foglia: siamo amici.
  Sgusciamo  il tempo dalle noci e gli insegniamo a camminare :
  il tempo torna indietro, nel guscio.

  Nello specchio è domenica,
  nel sogno c'è chi dorme,
  la bocca dice il vero.

  Il mio occhio scende giù al sesso dell'amata :
  ci guardiamo,
  ci diciamo l'oscuro,
  ci amiamo l'un l'altra come papavero e memoria,
  dormiamo come vino nelle conchiglie,
  come il mare nel raggio sanguigno della luna.

  Siamo abbracciati alla finestra, ci guardiamo dalla strada:
  è tempo che si sappia !
  E' tempo che la pietra accetti di fiorire,
  che l'affanno facia battere un cuore.
  E' tempo che sia tempo.

  E' tempo.



 Nella lirica si parla di un accordo sulle possibilità insite nella
 poesia, la quale può fissare un preciso istante e, sebbene questo
 ineluttabilmente passi, ha comunque una sua durata. Che questo
istante sia un istante d'amore diviene chiaro nel corso della poesia,
come pure il fatto che i due amanti incarnino dei contrasti. Corona
racchiude una galleria di immagini in cui sia Ingeborg che Paul
possono riconoscersi in ogni momento e senza che ciò sia subito
visibile all'esterno. Essi sono in grado di intendersi sul tempo e sul
poetare semplicemente evocando tali immagini.
Nella lirica si parla innanzitutto delle comunanze tra il poeta e l'
autunno, al cui centro c'è la foglia, parte dell'autunno, ma anche
del poeta. La foglia nella mano del poeta ha evidenti in sé i segni
della stagione. Non è più verde né vigorosa e, vivendo in un
momento di transizione, oscilla in un intervallo fra maturazione e
appassimento, in uno stadio nel quale - prima di sfiorire - pare
voler concentrare tutte le sue forze e avvampare da dentro.
Contrariamente all'estate - alla vita, all'istante, al fluire fulmineo ,
l'autunno è il momento in cui questo fluire fulmineo diviene
consapevole : è il momento in cui la vita può rendersi poesia . (…)



Helmut  Bottiger  da     Ci diciamo l'oscuro ( La storia d'amore tra Ingeborg Bachmann e Paul Celan )    

    

venerdì 30 agosto 2019

TROVIAMO LE PAROLE ( Lettere 1948- 1973 ) 1

 
 


Ingeborg Bachmann a Paul Celan
Natale 1948

(…) Caro, caro Paul,
       ieri e oggi ho pensato molto a te, se preferisci a noi. Ti scrivo
      non perché voglio che tu risponda, ma perché ora mi fa piacere
      e perché voglio. Mi ripromettevo anche di incontrarti in questi
      giorni, da qualche parte a Parigi,poi però, il mio sciocco, vuoto
      senso del dovere mi ha trattenuta qui e non sono venuta. Che
      significa da qualche parte a Parigi?Non lo so proprio, ma in un
      modo o nell'altro sarebbe stato certamente bello.
      Tre mesi fa qualcuno, senza che me l'aspettassi, mi ha regalato
      la tua raccolta di poesie. Non sapevo che era uscita. Proprio
      così… il suolo ha cominciato a oscillare leggermente sotto i
      miei piedi e la mano un pochino, appena, appena un po' ha
      tremato. Poi a lungo più nulla. Alcune settimane fa  a Vienna è
      circolata la voce che gli Jené si erano recati a Parigi. Anch'io
      allora ho ripreso a viaggiare.
      Anche adesso continuo a non capire che cosa ha significato la
      primavera scorsa - tu sai che voglio capire tutto nei minimi
      particolari. - E' stata bella - come le poesie e la poesia che
      abbiamo fatto insieme.
      Oggi ti voglio bene e ti sento così presente. Questo voglio
      dirtelo assolutamente - allora, spesso, non l'ho fatto.
      Appena ho tempo vengo per qualche giorno.
      Vorresti anche tu vedermi? Un'ora o due.
      Molte, molte cose care!   (…)

     Tua

                                     Ingeborg


Ingeborg Bachmann - Paul Celan  da   Troviamo le parole ( Lettere 1948- 1973 )


     

TROVIAMO LE PAROLE (Lettere 1848-1973 ) 2



Paul Celan a I. Bachmann
Parigi, 20 Giugno 1949

(…) Ingeborg,
       " impreciso" e tardi arrivo quest'anno.Sì, forse soltanto perché
       vorrei che nessuno - tranne te  - fosse presente, quando io
       pongo papavero, moltissimo papavero e memoria, altrettanta
       memoria, due grandi mazzi di fiori luminosi sul tavolo del
       giorno del tuo compleanno.
       Da settimane penso con gioia a questo istante.  (…)


                                         Paul


Ingeborg Bachmann - Paul Celan  da   Troviamo le parole ( Lettere 1948 - 1973 )

TROVIAMO LE PAROLE ( Lettere 1948-1973 ) 3


Paul Celan a I. Bachmann
Parigi, 20 Agosto 1949

(…) Mia cara Ingeborg,
    dunque non verrai prima di due mesi - perché? Non dici neppure
    per quanto tempo, non dici se ti concedono la borsa di studio.
    Intanto - come tu consigli - possiamo, perché no, " scambiarci
    lettere ". Ingeborg, sai perché in quest'ultimo anno ti ho scritto
    così poco? Non soltanto perché Parigi mi aveva imposto un
    terribile silenzio dal quale non riuscivo ancora una volta a
   liberarmi, ma anche perché non sapevo cosa tu pensassi di quelle
    brevi settimane a Vienna.Cosa potevo mai capire dalle tue prime
    righe scritte frettolosamente, Ingeborg?
    Forse mi inganno, forse è vero che noi ci schiviamo proprio
    quando vorremmo tanto incontrarci, forse colpevoli siamo tutti e
    due. Ma talvolta mi dico che il mio silenzio è - in qualche modo -
    più comprensibile del tuo, perché il buio che mi impone è più
    antico.
   Come sai: le grandi decisioni bisogna prenderle sempre da soli.
   Quando è arrivata quella lettera in cui mi chiedevi se era meglio
   per te Parigi o  gli Stati Uniti, non avrei esitato un istante a
   dirti quanto sarei stato felice se fossi venuta. Riesci a capire,
   Ingeborg, perché non l'ho fatto? Mi dissi che, se davvero ti
  importava qualcosa ( ovvero, più di qualcosa ) di vivere nella
  città in cui anch'io vivevo, non saresti venuta prima da me a
  chiedere consiglio, proprio no.
  Un anno intero adesso è trascorso, un anno durante il quale ti
  sarà successo senz'altro qualcosa. Ma tu non mi dici quanto
  lontani sono, dietro quest'anno, il nostro maggio e il nostro 
  giugno…
  Quanto lontana o quanto vicina sei, Ingeborg?
  Dimmelo, così saprò se tu chiudi gli occhi quando adesso io ti
  bacio… (…)


                                Paul

Ingeborg Bachmann - Paul Celan  da   Troviamo le parole ( Lettere 1948- 1973 )

TROVIAMO LE PAROLE ( Lettere 1948-1973 ) 4


I.Bachmann a Paul Celan
Vienna, 24 Novembre 1949

(…) Caro, caro Paul,
     adesso siamo a Novembre.La lettera che avevo scritto ad agosto
     è ancora qui - è tutto così triste. Forse allora l'hai attesa. Oggi
     l'accogli ancora ?
   Sento che ti dico troppo poco quando dico che non posso aiutarti.
   Dovrei venire, guardarti, tirarti fuori, baciarti e sostenerti, per
   non farti scivolare via. Ti prego, credimi, un giorno verrò e ti
   porterò via con me. Piena di paura, vedo che vieni spinto alla
   deriva in un mare immenso, ma io voglio costruirmi un vascello e
   ricondurti a casa lontano dal tuo smarrimento. Devi anche tu
   metterci del tuo e non rendermi il compito troppo difficile. Il
   tempo e molte cose ancora sono contro di noi, ma il tempo non
   ha il diritto di distruggere ciò che da lui vogliamo salvare.
   Scrivimi presto, ti prego, e scrivi se vuoi ancora una mia parola,
   se puoi ancora accogliere la mia tenerezza e il mio amore, se
   qualcosa ancora può aiutarti, se tu ogni tanto tendi ancora la
   mano verso di  me e mi oscuri con il sogno pesante, nel quale
   vorrei splendere come una luce.
   Tenta, scrivimi, rivolgiti a me, allontana da te - scrivendo - tutto
   ciò che ti opprime!
   Ti sono vicinissima   (…)

   Tua

                                       Ingeborg


Ingeborg Bachmann - Paul Celan  da   Troviamo le parole ( Lettere 1948-1973 )

TROVIAMO LE PAROLE ( Lettere 1948-1973 ) 5


I. Bachman a Paul Celan
Monaco,22 Novembre 1957


(…)Sette anni fa abbiamo festeggiato insieme - per l'ultima volta -
      il tuo compleanno. Stupidamente e tristemente.
    Ma adesso vengo a sedermi per un po' vicino a te e ti bacio sugli
    occhi. Fino all'ultimo volevo mandarti qualcosa a Parigi, ma poi
    ho capito che è impossibile, che lì io non posso mandarti nulla.
    Dovresti nasconderlo oppure tornare a fare del male.
    Ho qui pronto il regalo per te e lo cercherai quando verrai da
    me. ( Le nostre ultime lettere si sono incrociate - che possano
    tornare a farlo di nuovo o addirittura si incrocino per la prima
    volta ! ).
    Io penso a te, Paul, e tu pensa a me!  (…)


                                             Ingeborg


Ingeborg Bachmann - Paul Celan  da   Troviamo le parole ( Lettere 1948 - 1973 )




TROVIAMO LE PAROLE ( Lettere 1948- 1973 ) 6


Paul Celan a I. Bachmann

Parigi, 13 Dicembre 1957

UN GIORNO E UN ALTRO ANCORA

Sciroccoso tu. Il silenzio
procedeva con noi come una seconda,
distinta vita.

Io vinsi, perdetti, credevamo
ad oscuri prodigi, ci reggeva, inscritto
grande nel cielo, il ramo, e crebbe
fino alla luna, un mattino
si alzò nell'ieri, cogliemmo
quel lume, io piansi
nella tua mano.



                                  Paul


Ingeborg Bachmann - Paul Celan  da   Troviamo le parole ( Lettere 1948-1973 )


TROVIAMO LE PAROLE ( Lettere 1948 -1973 ) 7


I. Bachmann a Paul Celan
Zurigo 1959

(…) Proprio adesso è arrivata la tua lettera - espresso, grazie a
       Dio. Si torna a respirare. Ieri ho cercato, nel mio sconforto, di
       scrivere a Gisèle ( moglie di Cela, n.d.r.) : la lettera sta lì
       abbandonata,incompiuta, io non vorrei turbarla, ma attraverso
       te pregarla adesso con l'ardore di un sentimento di sorella, un
       sentimento che può farti capire la mia pena, il conflitto - e
       l'imbarazzo della mia lettera, una lettera cattiva, lo so, alla
       quale non riesco a dare vita.
       Gli ultimo giorni qui, dopo la tua lettera, sono stati terribili:
       tutto vacillante, vicino al crollo, adesso ognuno infligge all'
       altro continue ferite,ma io non posso e non devo parlare di qui.
       Di noi devo parlare. Adesso non dobbiamo perderci di nuovo -
       questo mi distruggerebbe.Dici che non sono più con me stessa,
       ma... nella letteratura ! No, ti prego, dove ti smarrisci con i
       tuoi pensieri! Sono dove sono sempre, soltanto nello sconforto,
       vicina al crollo a causa degli oneri: è difficile sostenere anche
       un solo uomo che l'istinto di autodistruzione e la malattia
       conducono alla solitudine. Devo potere ancora di più - lo so -
       e lo potrò.
       Ti ascolterò, ma anche tu aiutami, ascoltandomi. Adesso invio
       il telegramma con il numero e prego perché noi troviamo le
       parole. (…)

                                        Ingeborg



Ingeborg  Bachmann - Paul Celan  da   Troviamo le parole ( Lettere 1948  - 1973 )       

martedì 20 agosto 2019

INGEBORD

 
 

Rudolf von Alt -  Dorotheum




                                               I campanili della pianura dicono a nostra lode
                        che involontaria fu la nostra venuta e sui gradini 
                        cademmo della malinconia, sempre più in basso,
                        con lucido ascolto della caduta.



   Ingebord  Bachmann da   Grande paesaggio nei dintorni di Vienna


IL PENSIERO DI ( PER ) INGEBORD

 
 


                                                               Non devi assolutamente piangere…



STELLE DI MARZO

Ancora la semina è lontana. Si vedono
terreni inzuppati di pioggia e stelle di marzo.
Nella formula di pensieri infecondi
si configura l'universo seguendo l'esempio
della luce, che non sfiora la neve.

Sotto la neve ci sarà anche polvere
e, non disfatto, il futuro nutrimento
della polvere. Oh, il vento che si leva!
Altri aratri dirompono l'oscurità.
Le giornate tendono a farsi più lunghe.

Nelle lunghe giornate - non richiesti -
veniamo seminati entro quei solchi storti
e diritti, e si eclissano stelle. Nei campi
prosperiamo o ci corrompiamo a caso,
docili alla pioggia e - infine - anche alla luce.


                                    ***

NELLA PENOMBRA

Ancora mettiamo entrambi le mani sul fuoco:
tu per il vino del lungo fermento notturno,
io per la mattinale acqua sorgiva, che non conosce i torchi.
Il mantice attende il maestro, in cui confidiamo.

Non appena l'ansia lo scalda, il soffiatore giunge.
Via via prima di giorno, arriva prima del tuo richiamo:
è antico, come la penombra delle nostre ciglia rade.

Di nuovo egli fonde il piombo nella caldaia di lacrime :
per una coppa a te - occorre solennizzare il tempo perduto -
a me per il coccio pieno di fumo - che sarà versato nel fuoco.
Mi scontro così con te, facendo tintinnare le ombre.

Scoperto è chi esita, adesso,
chi ha scordato la formula magica.
Tu non puoi e non vuoi conoscerla,
bevi sfiorando l'orlo, dove è fresco :
come un tempo, tu bevi e resti sobrio,
e le ciglia ti crescono ancora, tu ancora ti lasci guardare!

Io, con amore, all'attimo protesa sono già, invece :
il coccio mi cade nel fuoco, piombo mi ridiventa
qual era. E dietro al proiettile sto,
monocola, risoluta, defilata,
e incontro al mattino lo invio.


                                         ***

ENIGMA

Nulla verrà più.

Non vi sarà più primavera.
Almanacchi millenari lo predicono a tutti.

Ma nemmeno estate ed altre cose
che recano il bell'attributo " estivo".
Nulla verrà più.

Non devi assolutamente piangere,
dice una musica.

Nessun
altro
dice
qualcosa.




           Ingebord  Bachmann  da    I. Bachmann. Poesie


sabato 17 agosto 2019

AD OGNI DONNA...

 
 

                                Dedico questa canzone ad ogni donna pensata come amore…



VOCE DI DONNA

Io nacqui sposa di te soldato.
So che a marce e a guerre
lunghe stagioni ti divelgon da me.

Curva sul focolare aduno bragi,
sopra il tuo letto ho disteso un vessillo -
ma se ti penso all'addiaccio
piove sul mio corpo autunnale
come su un bosco tagliato.

Quando balena il cielo di settembre
e pare un'arma gigantesca sui monti,
salvie rosse mi sbocciano nel cuore:
che tu mi chiami,
che tu mi usi
con la fiducia che dai alle cose,
come acqua che versi sulle mani,
lana che ti avvolgi intorno al petto.

Sono la scarna siepe del tuo orto
che sta muta a fiorire
sotto convogli di zingare stelle.


                                                     Antonia  Pozzi


                                                  ***

CANZONE A MEZZANOTTE

Fratelli,
questa grande donna
porta tanta dolcezza
nelle pieghe della sua carne
I suoi capelli sono bianchi di splendore,
lei è
più tonda della luna
e molto più fedele.
Fratelli,
chi la terrà  tra le braccia,
chi la troverà bella
se non lo fate voi?


                                      Lucille  Clifton


                                             ***

CORTEGGIAMENTO

Corteggio tutti
e non conquisto nessuno;
il bigliettaio del tram
che mi chiude la porta in faccia, il postino
che suona troppo forte; corteggio
tutti, mi occorre
una folla di persone
per poterle amare;
è pericoloso amare
gli uomini, un delitto
imporsi a forza.


                              Ingeborg   Bachmann


                                            ***

CANTO DI DONNA

Canto di donna che si sa non vista
dietro le chiuse imposte, voce roca,
di languenti abbandoni e d'improvvisi
brividi scorsa, di vuote parole
fatta, ch'io non discerno.
O voce assorta, procellosa e dolce,
folta di sogni,
quale rapiva i marinai in mezzo
al mare, un tempo, canto di sirena.
Voce del desiderio, che non sa
se vuole o teme, ed altra non ridice
cosa che sé, che il suo buio, tremante
amore. Come te l'accesa carne
parla talora, e ascolta
sé stupefatta esistere.


                                Sergio  Solmi  


                                           ***

DONNA CORPOSA, TERRESTRE, MIA ESTATE, MIA NOTTE

Donna corposa, terrestre, mia estate, mia notte,
perché non ti trovo che quando muti,
non ti vedo
che nel rapido profilo d'un mutamento
inconcluso?

Sei familiare e insieme difforme.
Cortese io sono, signora, ma sotto l'albero
questa sensazione inattesa pretende ch'io dica

il tuo nome chiaro, senza spreco di sillabe,
e controlli le tue evasioni, t'assicuri a te stessa.
E tuttavia quando ti penso forte o spossata,

curva al lavoro, angosciata, contenta, sola,
tu rimani per me la figura più che naturale. Tu
divieni il fantasma dal passo leggero, la distorsione

irrazionale, per quanto fragrante, per quanto cara.
Sì, questo: la distorsione più che irrazionale,
la finzione che risulta dal sentimento. Sì, è questo.

Lo capiranno prima o poi alla Sorbona. Torneremo
dalla lezione al tramonto, compiaciuti
di sapere che l'irrazionale è razionale

finchè una sensazione ci colpirà, in una strada
dorata,
e ti chiamerò per nome mio verde muto fluente.
E tu avrai smesso di girare se non nel cristallo.


                                Wallace  Stevens




                                     ( f )