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martedì 1 aprile 2025

LA STAGIONE DELL' AMORE

 


                                                                La stagione dell' amore viene e va...



Dal momento che ci siamo incamminati sul sentiero dolce e tortuoso dell' amore, propongo - a compendio dell' argomento - una riflessione del filosofo Umberto Galimberti , perché ci offra qualche ulteriore spunto di riflessione :



"Parlare d' amore non è mai semplice. L' amore è forse il sentimento più discusso, raccontato e frainteso nella storia dell' umanità. Eppure, ci troviamo spesso a viverlo senza comprenderlo pienamente. Quando parlo d' amore, non mi riferisco solo alla passione romantica o all' attrazione fisica, ma a quell' esperienza che ci mette di fronte alla parte più profonda e vulnerabile di noi. L' amore è - prima di tutto - un rischio. Amare significa consegnare una parte di noi a un' altra persona, sapendo che potremmo soffrire, che potremmo essere non ricambiati o, peggio, che potremmo perderci nell' altro fino a smarrire noi stessi. Questo- però- non è il limite dell' amore, ma la sua essenza. Amare significa accettare che l' altro esista non come proiezione dei nostri desideri, ma come individuo autonomo con i suoi bisogni e i suoi limiti. Nel mondo contemporaneo, l' amore si scontra con le dinamiche di un' epoca che tende a ridurre tutto a consumo, persino i sentimenti. La velocità con cui viviamo ci porta spesso a confondere l' amore con l' eccitazione del momento o con il bisogno di riempire vuoti emotivi. Ma l' amore, quello vero, richiede tempo. E' un sentimento che cresce, si trasforma e resiste alle tempeste della vita. E' un atto di pazienza, di ascolto e di cura ".




                                   Umberto  Galimberti



venerdì 20 marzo 2020

NOI E IL CORONAVIRUS








                                        Per farne motivo di riflessione.


                              
                                       frida

                                

lunedì 27 gennaio 2020

KAFKA E LA CHIAMATA DEL DAIMON 1

 
 

" La verità è ciò che ad ognuno occorre per vivere, ma non si può ricevere né acquistare da nessuno. Ogni uomo deve produrla continuamente dal proprio intimo, altrimenti perisce. E' impossibile vivere senza verità. Può darsi che la verità sia la vita stessa. " ( Janouch, 1951 )


(…) Kafka fu un uomo solo e tormentato. " Solo come Kafka", dirà
       lo scrittore al giovane Janouch per trovare l'unica, adeguata
       misura del suo stato : la metafora non era fuori, ma dentro,
       mescolata al suo essere. Nessuna condizione umana, neppure
       la più disperata, poteva essere altrettanto tragica. In una
       lettera che Milena scrisse a Max Brod ( 1937 ), dopo la fine
       della loro relazione, ella lo definiva " un puro, un uomo senza
       rifugio proprio a  causa della sua purezza. La vita era per lui
       qualcosa di ben diverso da ciò che essa rappresentava per tutti
       gli altri uomini: era un enigma, un " enigma mistico". Egli
       doveva sollevarla verso il puro, il vero, l'immutabile ".
       Kafka doveva risolvere questo enigma: doveva capire chi era
       lui e chi era l' Altro, quell'altro inquietante che compariva nei
       suoi scritti, vestendo ogni volta panni diversi : l'imputato, il
       giudice, il medico, l'insetto, il potente signore del Castello e la
       fitta schiera di amanti, di donne ora grasse, elefantiache e
       castranti come Gardena o Brunelda, ora invece magre e
       accoglienti come Frieda, immagine della passione.
       Se l' Altro, quale immagine endopsichica rappresentava una
       modalità di esistenza a lui sconosciuta, se incarnava una
       possibilità racchiusa in fondo all'anima, il volto di Kafka non
       poteva che mutare continuamente nella messa in scena dei suoi
       personaggi.   (…)



Aldo  Carotenuto  da  La chiamata del Daimon ( Gli orizzonti della verità e dell'amore in Kafka )

giovedì 11 aprile 2019

LA RELIGIONE DAL CIELO VUOTO ( Prefazione ) 1



(…)Il Cristianesimo ha perso la dimensione del sacro,
      inaccessibile con gli strumenti della ragione che procede per
      differenze , perché il sacro è il luogo dell' indifferenziazione
      dove il bene e il male, il giusto e l'ingiusto, il benedetto e il
      maledetto si  con- fondono e da cui, nella sua evoluzione, l'
      umanità si è emancipata senza tuttavia poter sopprimere lo
      sfondo enigmatico e buio da cui ha tratto origine. Nei confronti
      del sacro, che gli uomini hanno collocato in cielo come
      proiezione della follia che - più o meno consapevolmente -
      avvertono nel fondo della loro anima, le religioni - tutte le
      religioni - hanno provveduto a circoscriverne l'area, in modo
      da garantirne a un tempo la distanza , onde evitare la sua
      irruzione che sconvolgerebbe l'ordine della comunità, e il
      contatto , onde evitare la sua rimozione, con il rischio del
      ritorno inatteso della violenza del sacro inscritta nella sua
      natura indifferenziata. Il Cristianesimo ha desacralizzato
      il sacro, sopprimendo la sua ambivalenza  e assegnando
      tutto il bene a Dio e tutto il male al suo avversario, Satana, a
    cui è da ricondurre la vulnerabilità dell'uomo e il suo cedimento
       al male.  (…)


Umberto Galimberti  da  Cristianesimo ( La Religione dal cielo vuoto )

LA RELIGIONE DAL CIELO VUOTO ( Prefazione ) 2


(…) La seconda ragione per cui il cielo del Cristianesimo è vuoto è
       dovuta al fatto che questa religione, a differenza di tutte le
       religioni monoteiste, ha fatto scendere Dio in terra, e con la
       sua incarnazione - atto fondativo del Cristianesimo - Dio,
       che già si era congedato dal sacro, si congeda anche dal cielo
       per farsi mondo. L'umanizzazione di Dio ha determinato
       inevitabilmente la divinizzazione dell'uomo, che si sente unico
       artefice della sua storia: prima sotto la protezione di Dio e poi
      - gradatamente - anche senza Dio.  (…)


Umberto Galimberti da  Cristianesimo ( La Religione dal cielo vuoto )

LA RELIGIONE DAL CIELO VUOTO ( Prefazione ) 3



(…)Ma poi il Cristianesimo non è rimasto fedele eppure al suo atto
      fondativo che è il Vangelo del Dio fatto uomo. infatti ha
      costruito una teologia sul modello della filosofia platonico -
      aristotelica che non ha alcuna relazione con il messaggio
      evangelico. E questo nel tentativo di attenuare le distanze tra
      fede e ragione e soprattutto trovare nella ragione argomenti a
      conforto della fede. Impresa impossibile, ma comunque tentata
      ininterrottamente per secoli, mentre andava progressivamente
      smarrendosi il messaggio evangelico che recita: " Dove due o
      più persone sono riunite nel mio nome, io sarò in mezzo a loro"
     (Matteo, 18-20 ). Il Cristianesimo, infatti, è fra le religioni
     monoteiste, l'unica che diffonde il comandamento dell' amore
     nella relazione tra gli uomini. Questo è il suo tratto distintivo.
   La distanza che i fedeli oggi avvertono tra la Chiesa e il Vangelo,
    non riguarda tanto - come essi credono - i comportamenti degli
    uomini di Chiesa che, essendo uomini, possono anche sbagliare,
    ma ,se pur non lo percepiscono chiaramente, riguarda la
    distanza tra il messaggio d'amore annunciato nel Vangelo e la
    teologia che, in un mondo come quello occidentale che procede
    con gli strumenti della sola ragione, cerca nella ragione
    argomenti in grado di giustificare la fede. (…)


Umberto Galimberti da  Cristianesimo ( La Religione dal cielo vuoto )



LA RELIGIONE DAL CIELO VUOTO ( Prefazione ) 4



(…) Smarrite le tracce del sacro, attenuata con l'incarnazione la
       trascendenza di Dio, il Cristianesimo si è ridotto ad Agenzia
       etica e perciò si pronuncia sulla morale sessuale, sulla
       contraccezione, sulla fecondazione assistita, sull'aborto, sul
       divorzio, sul fine vita, sulla scuola pubblica e privata, e in
   generale su argomenti che ogni società può affrontare e risolvere
    da sé. In questo modo il cristianesimo s'è fatto evento diurno,
    lasciando la notte indifferenziata del sacro alla solitudine dei
    singoli, che un tempo si sentivano protetti da quei riti e da quelle
    metafore di base che hanno fatto grande questa religione e così
    decisiva per la formazione dell'uomo occidentale  e che oggi,
    senza protezione religiosa, devono vedersela da soli con l'abisso
    della propria follia, che il sacro sapeva rappresentare e  la
    ritualità religiosa placare. (…)


Umberto Galimberti  da  Cristianesimo ( La Religione dal cielo vuoto )

IL CRISTIANESIMO 1

 
 
 
 

IL SENSO DELLA PAROLA

(…) " Sacro " è una parola indo- europea che significa " separato".
       La sacralità, quindi, non è una condizione spirituale o morale,
       ma una qualità che inerisce a ciò che ha relazione e contatto
       con potenze che l'uomo, non potendo dominare, avverte come
       superiori a sé, e come tali attribuibili ad una dimensione - in
       seguito denominata " divina ", pensata comunque come
      " separata e altra " rispetto al mondo umano. Dal sacro l'uomo
       tende a tenersi lontano,come sempre accade di fronte a ciò che
       si teme, e al tempo stesso attratto come lo si può essere nei
       confronti dell'origine da cui un giorno ci si è emancipati.
       Questo rapporto ambivalente è l'essenza di ogni religione che
      - come vuole la parola - recinge - tenendola in sé raccolta ( re-
       legere ) l'area del sacro, in modo da garantirne a un tempo la
       separazione e il contatto, che restano comunque regolati da
       pratiche rituali capaci, da un lato, di evitare l'espansione
       incontrollata del sacro e, dall'altro, la sua inaccessibilità.
       Sembra che tutto ciò sia stato presentito dall'umanità prima di
       temere o di invocare qualsiasi divinità. Infatti, come ci ricorda
       Van der Leeuw ( teologo olandese e teorico delle Religioni
       n.d.r ) : " Dio nella religione è arrivato con molto ritardo ".
       Al contatto con il mondo sacro sono preposte persone
       consacrate e separate dal resto della comunità; spazi ,separati
       dagli altri in quanto carichi di potere ( sorgenti, montagne,
       templi, sinagoghe, moschee e chiese ); tempi, separati dagli
       altri e nominati festivi che delimitano i " periodi sacri" da
       quelli profani dove - fuori dal tempio- ( fanum ), si svolge la
       vita di ogni giorno, scandita dal lavoro e dai divieti ( tabù ),
       da cui traggono origine le regole e le trasgressioni.
       L'opposizione sacro - profano è riconducibile all'opposizione
       puro - impuro con cui si circoscrive la sfera del male, creando
       schemi d'ordine che poggiano sull'antitesi di un polo positivo
       e di uno negativo. All'impurità è connesso il contagio, con
       conseguente reazione di terrore e di procedure di isolamento,
       da cui si esce con particolari pratiche rituali, magiche e
       sacrificali. Rito, magia e sacrilegio servono a tener lontani gli
       effetti malefici delle potenze superiori che abitano la sfera del
       sacro, e a propiziare quelli benefici. (…)



 Umberto Galimberti  da  Il Cristianesimo ( La Religione dal cielo vuoto )       


IL CRISTIANESIMO 2



IL SACRO E LA FOLLIA

(…) Oltre alla lettura religiosa, del sacro si danno anche diverse
       interpretazioni antropologiche e psicologiche, perché il sacro
       non è solo esterno all'uomo, ma anche interno ad esso,come
       suo fondo inconscio da cui un giorno la coscienza si è
       emancipata e resa autonoma, senza peraltro sopprimere lo
       sfondo enigmatico e buio della sua origine. Da questa origine,
       la coscienza ancora dipende sia per la genesi delle sue
       ideazioni, sia per la minaccia mai scongiurata di essere di 
       nuovo risucchiata in quelle forme che l'odierna " patologia ", 
       in cui si è risolta l'antica mitologia, chiama follìa .
       Conosciamo la follìa in due accezioni: come il contrario della
     ragione,e come ciò che precede la stessa distinzione tra ragione
     e follìa. Nella prima accezione la follìa ci è nota: essa nasce da
     quel sistema di regole in cui la ragione consiste. Dov'è la
     regola c'è deroga, e la storia della follìa, raccontata dalla
     psichiatria e dalla sociologia, è la storia di queste deroghe.
     Ma c'è una follìa che non è deroga, per la semplice ragione che
     viene prima delle regole e delle deroghe; di essa non c'è sapere,
     perché ogni sapere appartiene all'ordine della ragione che può
     mettere in scena il suo discorso tranquillo solo quando la follia
     è stata cacciata dalla scena, quando la parola è data alla
     soluzione del conflitto,non alla sua esplosione,alla sua minaccia
   Il luogo di questa minaccia è da rintracciare là dove la coscienza
    umana si è emancipata da quella condizione animale o divina
    che l'umanità ha sempre avvertito come suo antecedente e da cui
   - pur sapendosi in qualche modo uscita, ancora si difende,
    temendone la sempre possibile irruzione.
    A conoscere questa follìa non sono la psicologia, la psichiatria o
    la psicoanalisi,ma la religione che,delimitando e circoscrivendo
    l'area del sacro, e tenendola ad un tempo " separata " dalla
  comunità degli uomini e accessibile attraverso ritualità codificate,
   ha posto le condizioni perché gli uomini potessero edificare il
   cosmo della ragione , il solo che essi possono abitare senza
   rimuovere l'abisso del Caos, la terribile apertura verso la fonte
   opaca e buia che chiama in causa il fondamento stesso della
   razionalità, perché è da quel mondo che vengono le parole che
   poi la ragione ordina in modo non oracolare e non enigmatico.
   Sembra - infatti - che ogni parola che la ragione, nel corso della
   sua storia,pronuncia, non sia possibile se non liberando in parte,
   ma solo in parte, l'antica follìa. (…)


Umberto Galimberti  da  Il Cristianesimo ( La Religione dal cielo vuoto )


   

giovedì 23 novembre 2017

IL DESIDERIO ( Respiro della psiche ) 2



(...) Una caratteristica del desiderio è la spinta ad intraprendere
      viaggi avventurosi, fatti di memorie del passato e di tensioni
      verso il futuro: verso regioni, territori e orizzonti sconosciuti,
      che ci appaiono suggestivi e che ci attirano senza sapere
      chiaramente il perché.
      Ciò che desideriamo, lo sappiamo più inconsciamente che  con
      la ragione. " Nessuno è mai là dove si crede, ma ciascuno è
      sempre là dove il desiderio lo spinge ". ( U. Galimberti ).
      Scrive Nietzsche :
     
    " Quando - un giorno - arriviamo a toccare la nostra meta,
       mostriamo con orgoglio quali lunghi viaggi abbiamo fatto per
       giungervi. In verità non c'eravamo accorti di essere in viaggio.
       Ma appunto per questo ci eravamo spinti tanto lontano da
       illuderci di essere - in ogni luogo - a casa nostra. "

      Il desiderio narra la nostra storia e la storia dell'intera
      umanità. Rivela le ragioni del nostro vivere e del vivere degli
      altri. Ci informa sulle rappresentazioni di noi stessi e di coloro
      con cui interagiamo. Il desiderio dell'uno è - infatti - in stretta
      connessione con il desiderio dell'altro, per cui è mediante la
      relazione intersoggettiva che viene tracciato il profilo del " chi
      sono io" e, allo stesso tempo, del " chi è l'altro". Di riflesso,
      viene definita la nostra e l'altrui identità. E' dunque seguendo
      le tracce del desiderio che è possibile cogliere le molteplici e
      labirintiche sfumature della psiche umana.
      Per il nostro benessere non è tuttavia sufficiente essere 
      oggetto di desiderio dell'altro, occorre anche essere causa di
      desiderio dell'altro.
 
    "  Sentire - almeno a volte - che siamo l'ideale per l'altro, è
        altrettanto importante da un punto di vista evolutivo che
        imparare a tollerare i propri limiti e le proprie imperfezioni."(Jacques Lacan )

                            


          Vittorio Castellazzi   da  Il desiderio ( Respiro della psiche )
    

giovedì 12 ottobre 2017

IL MERCATO DELL' INTIMITA'



                    Papà puoi venire un'ora prima domani? Vorrei stare un po' con te...


(...) A dissolvere la famiglia non è stato il comunismo come un
      tempo si diceva, ma il capitalismo, sottraendo ai padri e alle
      madri quell'unica cosa necessaria alla cura e alla crescita
      emotiva che è il tempo. Il mito dell'efficienza, che all'inizio
      del secolo scorso Frederick Taylor aveva applicato alla catena
      di montaggio per eliminare i " tempi morti", oggi si è
      trasferito dalla fabbrica alla famiglia, dove gli adulti " non
      hanno tempo". E allora viene in soccorso il mercato che, con i
      suoi prodotti " già pronti" evita alla madre di combattere con
      il suo bambino la scarsità di tempo. Basta guardare la
      pubblicità dove la lentezza dei bambini viene attribuita al loro
      carattere e non al fatto che possano sentirsi assediati dal
      ritmo accelerato della vita lavorativa degli adulti, o che stiano
      protestando contro la fretta dei grandi, proprio con la messa in
      scena della lentezza. Con l'intento di evitare alla madre e al
      figlio la battaglia sul tempo, il mercato individua
      immediatamente il problema e propone una merce come
      soluzione. Quando non c'è la merce, il mercato vende quella
      che Arlie Russell Hochschild chiama l'ideologia del " tempo
      qualità" per cui non è necessario che, in occasione del
      compleanno del suo bambino, la madre prepari la torta, gonfi
      i palloncini e inviti gli amichetti: è sufficiente che si affidi ad
      un'agenzia di servizi che, oltre a farle guadagnare tempo, le
      regala quel " tempo qualità" che consiste nel godersi la festa
      insieme al suo bambino e ai suoi amichetti, mescolando i suoi
      gridolini agli strepiti dei bambini.
      Ma purtroppo il tempo non è qualità, è quantità necessaria
      per fare le cose insieme, per seguire i processi di crescita, per
      scoprire i problemi, per creare quella base di fiducia per cui i
      genitori " ci sono" non solo quando si compiono gli anni. Se il
      tempo qualità, a scapito della quantità, non è sufficiente a
      togliere ai genitori il senso di colpa, l'ideologia del mercato
      moltiplica le sue proposte e tende a vendere come indipendenza
      e autonomia dei bambini quello che in un passato non troppo
      lontano si chiamava " incuria". A questi bambini in  " auto-
      gestione, a questi bambini con le chiavi di casa, come si farà
     - quando saranno adolescenti - a dir loro di non rincasare alle
      sei del mattino?
      Spesso sentiamo parlare di famiglia, di difesa della famiglia, di
      aiuti per la famiglia e nessuno ci avverte che la famiglia è
      incompatibile con il modello capitalista, costretto a diventare
      turbo- capitalista per effetto della concorrenza globale. Oggi
      una famiglia media non ha abbastanza risorse economiche se
      non lavorano entrambi i genitori, e per giunta a quel ritmo che
      va tutto a scapito della cura.
      Cura dei figli, cura degli anziani, cura delle relazioni
      reciproche familiari e di vicinato, cura della propria vita
      emotiva. E se il mercato ci soccorre per tutto quello che non
      riusciamo più a " curare", non dimentichiamo che il denaro
      non vale uno sguardo accogliente, una carezza tranquilla, un
      sentimento gravido di storia, un tratto umano inscritto nel
     " prendersi cura" che, come ci ricorda Heidegger è altra cosa
      dal " pro- curare " qualcosa a qualcuno . (...)


           Umberto  Galimberti  da     I Miti del nostro tempo
             
     


giovedì 15 giugno 2017

PSICOPATOLOGIA DA CELLULARE 1


(...) I nuovi mezzi di comunicazione che velocizzano il tempo e
      riducono lo spazio forse non provocano nuove patologie, ma
      certamente amplificano quelle che uno già possiede: le
      evidenziano, le rendono pubbliche, le mostrano a tutti. Se
      fossimo buoni osservatori di noi stessi - forse - per conoscerci,
      potremmo risparmiarci le sedute psicanalitiche e prestare
      attenzione all'uso che facciamo di Internet, della posta
      elettronica, del cellulare, che sono grandi rivelatori del
      rapporto che abbiamo con la realtà e con gli altri. In
      particolare l'uso nevrotico del cellulare rivela, secondo lo
      psicologo Luciano Di Gregorio, diversi aspetti della nostra
      personalità, quali ad esempio :

     L' INTOLLERANZA DELLA DISTANZA

     Non c'è dubbio che da un punto di vista psicologico, il cellulare
     è un moderatore e un regolatore dell'angoscia di separazione,
     determinata non solo dalla distanza fisica, ma soprattutto da
     quella più intollerabile di natura sentimentale che nasce dai
     vissuti di mancanza e di perdita dei contatti con l'altro. E' un
     sentimento - questo - che abbiamo provato più volte da
     bambini quando la mamma si assentava. La possibilità che il
     cellulare ci offre di superare questa distanza e sopperire a
     questa assenza, dice quanto le sindromi infantili sono presenti
     e attive in noi e quanto - incapaci di superarle - le tamponiamo
     con il mezzo tecnico.
     Ma chi è un uomo che non sa tollerare la distanza e l'assenza,
     che non sa stare solo con sé, che traduce subito la solitudine
     in vissuto di abbandono, quando non addirittura di una perdita
     di identità?. "Pur avendo il cellulare sempre acceso, non mi
     chiama e non mi scrive nessuno, quindi sono nessuno."
     I sentimenti non hanno mediazioni razionali, il loro modo di
     procedere è da cortocircuito. Le conclusioni arrivano presto.
     E allora mettiamoci noi a telefonare, a chattare, a scrivere
     mail, non perché abbiamo davvero qualcosa da dire, ma per
     soddisfare un bisogno di sicurezza incrinato, da ricostruire con
     contatti continui, per non dire compulsivi. Non tolleriamo la
     distanza, non sopportiamo l'assenza, viviamo come dono degli
     altri, come loro concessione, in uno stato di dipendenza
     parziale o totale, che la dice lunga sul nostro stato infantile e
     sulla nostra mancanza di autonomia . (...)


       Umberto  Galimberti   da     I Miti del nostro tempo

PSICOPATOLOGIA DA CELLULARE 2


      L' ILLUSIONE DELL' ONNIPOTENZA

(...) Sappiamo però che l'infanzia non conosce solo la dipendenza,
      ma anche l'onnipotenza. Un'onnipotenza magica, che forse
      compensa la dipendenza reale del bambino nei confronti degli
      adulti che lo aiutano a crescere. Le nuove tecnologie al servizio
      della comunicazione soddisfano anche il bisogno infantile di
      onnipotenza, perché garantiscono illusoriamente il dominio e il
      controllo delle persone e degli eventi che ci interessano, con
      conseguente ridimensionamento dell'ansia ad essi connessa.
      L' ansia non viene più elaborata, ma immediatamente agita e
      placata dalla risposta e dalla rassicurazione dell'altro. Ciò
      comporta che le nostre capacità interiori di  gestire ansie e
      conflitti si indeboliscono progressivamente e al loro posto
      subentra quella sorta di delirio di onnipotenza che ci dà l'
      illusione - ma non più che l'illusione- di poter controllare la
      realtà a distanza con la semplice attivazione di una tastiera o
      di un auricolare.  (...)


            Umberto Galimberti  da    I Miti del nostro tempo

PSICOPATOLOGIA DA CELLULARE 3


     IL CONTROLLO PARANOICO



(...) Con il cellulare trasformiamo una condizione di reale
      impotenza, che alimenta in noi una tensione emotiva, in un
      gioco illusorio di dominio sul mondo. Ma qui il rimedio è 
      peggiore del male perché, se per placare l'ansia abbiamo 
      bisogno del controllo, il controllo a sua volta alimenta i nostri
      vissuti paranoici, per cui incontenibili diventano le nostre
      verifiche sulla vita delle persone che ci interessano, sui luoghi
      che frequentano, sugli spostamenti che effettuano nell'arco 
      della giornata, sulle persone che incontrano e sulle cose che
      fanno in nostra assenza. In nome di un ( presunto ) amore ci
      trasformiamo in investigatori privati che - in ogni momento -
      vogliono sapere dove si trova il compagno, la compagna, la
      moglie, il marito, la figlia, il figlio, sempre che essi ci 
      raccontino la verità quando li raggiungiamo con il cellulare, e
      a condizione che noi si sia abbastanza abili a captare alcuni
      segnali, i rumori di fondo, le voci d'attorno, e ora anche le
      immagini, che ci possono fornire utili indizi per alimentare la
      nostra ansia o garantire la nostra quiete.
      Questo bisogno di controllo sottintende un radicale sentimento
      di incertezza e di sfiducia, che noi tentiamo di limitare allo
      spazio esistenziale privato per nasconderci che - forse - questo
      spazio è più vasto perché investe il nostro presente e il nostro
      futuro, su cui non esercitiamo alcun controllo, e perciò
      riversiamo l'ansia che ne deriva sullo spazio personale e
      relazionale che ci riguarda da vicino. Quanta nostra radicale
      impotenza a governare la nostra vita scarichiamo su quei
      malcapitati che sono i nostri familiari e i nostri amori?
      La rassicurazione che nasce dall'avere un certo controllo sulla
      realtà personale porta l'individuo a immaginare di possedere
      strumenti di controllo anche sugli eventi sociali, sugli
      imprevisti della strada, sulle anomalie del clima, e quindi di
      non essere in balia degli eventi e di tacitare quel sentimento
    - alla base dell'angoscia primitiva - che è il terrore dell'
      imprevedibile, vero motore delle ricerche tecnico- scientifiche
      di cui il cellulare e il computer sono i mezzi più potenti nelle
      nostre mani.   (...)


        Umberto  Galimberti  da     I Miti del nostro tempo

PSICOPATOLOGIA DA CELLULARE 4


           L' ANGOSCIA DELL' ANONIMATO

(...) Il bisogno di visibilità la dice lunga sul terrore dell'anonimato
      in cui gli individui, nella nostra società, temono di affogare.
     " Anonimato" qui ha una duplice e tragica valenza: da un lato
       sembra la condizione indispensabile perché uno possa mettere
       a nudo - per via telefonica  o per via telematica - i propri
       sentimenti, i propri bisogni, i propri desideri profondi, le
       proprie per- versioni sessuali; dall'altro, come osserva Di
       Gregorio," è la denuncia dell'isolamento dell'individuo" che
       ciascuno cerca a suo modo di colmare attraverso contatti
       telefonici o telematici dove, senza esporre la propria faccia, si
       soddisfa il bisogno di essere al centro dell'interesse di
       qualcuno, di non sentirsi soli al mondo e del tutto isolati, in
       un solipsistico rapporto privato tra sé e quel vuoto di sé che
       ciascuno di noi avverte quando può vivere solo se un altro lo
       contatta.
       Come i bambini possono cominciare ad abitare il mondo, a
       padroneggiare la realtà e ad instaurare relazioni affettive
       tramite gli orsacchiotti e i giocattoli preferiti ( oggetti
       transizionali n.d.r ), così sembra che noi adulti non siamo più
       capaci di abitare il mondo e di garantirci e le relazioni
       affettive senza quel tramite che è il cellulare o il computer
       portatile, in nulla dissimili dall'orsacchiotto o dal giocattolo
       preferito dal bambino.
       Che dire a questo punto? Che le nuove tecnologie, di cui
       andiamo tanto fieri, portano ad una progressiva
       infantilizzazione di tutti noi e, in generale, della società in cui
       viviamo.  (...)


            Umberto Galimberti  da     I Miti del nostro tempo



PSICOPATOLOGIA DA CELLULARE 5


            L' ESIBIZIONISMO


(...) Ma l'onnipotenza non è vera onnipotenza se non è esibita, e
      l'esibizionismo è un'altra patologia che il cellulare ostenta, fino
      a giungere alla pubblicazione dell'intimo, del personale, del
      segreto, del riservato. Come osserva Di Gregorio : " Ci sono
      persone di ogni età che usano il cellulare per strada e danno
      visibilità ai propri sentimenti e ai propri rapporti affettivi.
      Aggiungono volentieri dettagli intimi e - senza mostrare
      vergogna - dicono in pubblico certe frasi volutamente a voce
      alta, come se fossero in preda ad un bisogno - appunto -
      esibizionistico. Le espressioni del loro viso, dopo la telefonata,
      non ci fanno pensare ad un senso di vergogna, nato dall'essere
      state colte inopportunamente in un momento delicato della
      conversazione. Noi siamo stati solo dei testimoni - quasi
      necessari - del loro bisogno di rendersi visibili. Alla fine esse
      sembrano molto soddisfatte di essere state colte nella loro
      intimità da un pubblico ignaro, chiamato a raccolta per l'
      occasione". In fondo " non hanno nulla da nascondere, nulla
      di cui vergognarsi", che, tradotto, significa scambiare la
      spudoratezza per sincerità, e guadagnare visibilità a buon
      mercato, solo con il costo di una telefonata ( oggi anche senza
      costo n.d.r. ).


      Umberto Galimberti  da     I Miti del nostro tempo

           

PSICOPATOLOGIA DA CELLULARE 6

        LA PERDITA DEL MONDO CIRCOSTANTE E DEL MONDO
     INTERIORE


(...) Luciano De Gregorio ( psicologo e psicoterapeuta n.d.r.) fa
      notare ironicamente che, per uno strano scherzo lessicale, il
     " cellulare" ha lo stesso nome del mezzo che si usa per il
      trasferimento dei detenuti. Andiamo allora a scoprire che cosa
      perdiamo con l'uso disinvolto di questo mezzo. Un'infinità di
      cose a cui hanno rinunciato tutti quei nevrotici che per strada,
      al ristorante, in treno, al cinema, a teatro, e ovunque in
      generale arriva il trillo prepotente, girano ansiosamente su se
      stessi per cercare " il campo", congedandosi immediatamente
      dalla conversazione in attesa che la telefonata finisca.
      Naturalmente si scusano prima e dopo la telefonata. In
      entrambi i casi vi fanno comunque sapere che voi venite dopo,
      molto dopo la loro ansia e che non riescono ad astenersi dal
      flusso di parole scandite dai minuti che costano.
     Un tempo chi parlava da solo ad alta voce in strada era
     considerato un pazzo; oggi quanti si comportano in questo
     modo sono considerati persone molto impegnate. Per loro il
     cellulare è la spina che li tiene legati al mondo, e così perdono
     il mondo circostante e soprattutto il loro mondo interiore.
     Infatti non sanno più cos'è il silenzio che è poi l'unica via di cui
     disponiamo per entrare in comunicazione con noi stessi e quindi
     in qualche modo per conoscerci. Non sanno più cos'è l' attesa,
     con il carico di emozioni che comporta e quel tanto di
     imprevisto che colora di sorpresa la nostra quotidianità. Non
     hanno più rispetto dell'atmosfera che si crea nella
     comunicazione d' amore , quando il mondo deve essere
     messo tra parentesi perché un altro mondo possa prender
     quota. Il loro presenzialismo al mondo esterno non concede
     all'interlocutore alcun privilegio. Il cellulare acceso è un mondo
     in mezzo ai due.  (...)


          Umberto Galimberti   da    I Miti del nostro tempo

PSICOPATOLOGIA DA CELLULARE 7

      LA PERDITA DELLA LIBERTA'

(...) Ma i telefonini si possono spegnere, talvolta non prendono
      oppure il credito è finito. E allora ecco tutta quella cascata di
      bugie e di giustificazioni a cui siamo costretti quanti sono
      raggiungibili in qualsiasi punto della terra, senza potersi
      sottrarre a quella sorveglianza continua a cui sono sottoposti
      per sentirsi al mondo. Acceso o spento che sia, il cellulare non 
      ci dà scampo. Se chiamiamo vuol dire che non sappiamo più
      attendere e - nell'attesa - pensare ed elaborare; se 
      rispondiamo siamo in ogni momento alla mercè degli altri ; se
      spegniamo il cellulare dobbiamo prima o poi giustificarci.
      Come ognuno può constatare, non siamo più liberi, non
      abbiamo più chances. Non disponiamo più del nostro tempo per
      pensare le nostre risposte perché dobbiamo darle subito e di
      corsa; non abbiamo più la possibilità di interiorizzare i nostri
      amori perché - se non chiamiamo - è già subito abbandono.
      Non sappiamo più stare soli con noi per più di un'ora e così
      la nostra interiorità si impoverisce.
      E tutto ciò per sapere subito e sul momento che la mamma sta
      bene, che la fidanzata ci ama, che l'amico ci aspetta, che il
      commercialista è riuscito ad aggiustare le cose, che l'avvocato
      ha trovato un buco per riceverci, insomma, che il mondo
      esterno c'è e funziona, e noi siamo in mezzo, e ad ogni istante
      lo possiamo controllare. Così sappiamo di esistere.
      Forse abbiamo perso il soliloquio dell'anima, ma in compenso
      il cellulare - anche se con qualche interferenza , con qualche
      galleria, con qualche vuoto di campo - ci ha dato il mondo, e
      se non proprio il mondo, senz'altro il rumore del mondo.
      Un buon baratto, tutto sommato. In cambio ha voluto solo una
      grossa fetta della nostra libertà. (...)


        Umberto  Galimberti   da        I Miti del nostro tempo 

giovedì 1 giugno 2017

AMORE 1



(...)  Il richiamo a Socrate introduce alla quarta follia, la follia d'
       amore dove questi, che non perde occasione per proclamare la
       sua ignoranza su tutto, si dice " particolarmente esperto solo
       nella scienza d'amore" ( Convito 177 ).
       Prima che essere un sentimento umano, l'amore di cui parla
       Socrate si presenta nella forma della possessione di un dio.
       Nel recarsi con Aristotele al convito di Agatone, Socrate,
       sentendosi dominare da una strana forza, " andava per la
       strada restando via via indietro...tutto rivolto in se stesso",
       finchè, completamente afferrato da una strana condizione che
       tutto lo pervade, si toglie dal trambusto di una via " per
       ritirarsi nel vestibolo della casa vicina dove se ne sta in piedi,
       immobile". I convitati mandano un servo a chiamarlo, ma
       Aristodemo interviene dicendo : " Eh no, lasciatelo stare. E'
       un'abitudine sua. Avviene spesso che si fa in disparte e che se
       ne sta lì immobile. E ciò in qualunque luogo. Verrà fra poco,
       ne sono sicuro."
       Che cosa faccia Socrate, Platone non lo dice: si limita ad
       ascrivere questa curiosa abitudine alla sua nota " stranezza",
       ma forse sarebbe meglio dire " dislocazione".
       L' amore infatti "porta fuori dai luoghi " dove solitamente si
       svolge la vita; crea uno stato di sospensione in cui spazio e
       tempo perdono estensione e durata. E- straneo all'ordinato
       scorrere della quotidianità, l'amore è  fuori luogo.
       Giunto tra i convitati, Socrate indugia immobile per circa 
       mezz'ora, giusto il tempo per cui il pranzo giunga a metà e poi,
       quando - ebbro - Alcibiade inizia a parlare del suo amore per
       Socrate, accenna ad un altro episodio in cui lo stesso per
       ventiquattr'ore " da un'aurora ad una successiva aurora" se
       ne stette immobile, spiato dai compagni che volevano sapere
       quanto sarebbe durato in quella condizione..
       Questi episodi sarebbero trascurabili se Amore fosse solo un
       sentimento umano e non qualcosa di demonico, anzi " il
       segno di un dio".
       Come Apollo, Dioniso e le Muse, anche Amore è simbolo del
       legame tra l'uomo e il dio che viene incontro, o, come è detto
       nel Teage ", che afferra". " Amore infatti è un dèmone
       possente ed è mediatore tra dio e l'uomo.
      "Essendo in mezzo tra l'uno e l'altro, colma l'immenso vuoto
        che separa i due mondi, in modo che tutto sia in sé connesso."
        ( Convito , 202 ).   (...)


Umberto Galimberti da   La terra senza il male. Jung :dall'inconscio al simbolo

AMORE 2



(...) Ma che significa dèmone?. Nel Timeo si legge che il dio dà a
      ciascuno come proprio dèmone la parte dominante dell'anima.
      Esso dimora nella terra, congenere al cielo, e perciò volto
      verso l'alto. Ed è questo divino che si tratta di curare, perché
      l'individuo abbia come ospite il dèmone ben ordinato e divenga
      eu- demonico, cioè felice. La felicità dell'uomo è dunque nella
      cura della sua parte divina, in termini junghiani potremmo dire
      che è nella cura del suo Sé.
      Prendersi cura del Sé, o di sé, è forse l'espressione più alta
      della libertà dell'anima sancita da Platone nel mito di Er dove,
      prima dell'incarnazione, l'anima, limitata ma non determinata
      dalla sorte, si sceglie liberamente il modo di vita e quindi il suo
      dèmone. Il processo di individuazione, quel processo 
      attraverso cui ogni uomo è chiamato a realizzare
      compiutamente sé, non poteva trovare espressione migliore
      dell'immagine platonica che presenta la vita dell'anima come
      itinerario " psicologico" dove ci si prende cura del dèmone,
      ossia del divino che c'è in noi. In questo senso è possibile
      leggere il frammento 119 di Eraclito : " Il dèmone è per l'uomo
      la sua condotta, la guida del suo condursi".
      La raffigurazione del demonico come ambito fra l'umano e il
      divino, e che per la sua posizione intermedia " connette tutto
      con sé", è in Platone l'espressione più alta del simbolo, inteso
      come ciò che compone e tiene insieme.
      Diotima, " quell'amica di terre lontane" da cui Socrate dice di
      aver appreso quell'unica scienza che conosce, colloca questo
      simbolo all'inizio della sua narrazione e ne fa l'ambito di ogni
      rapporto tra dei e uomini, quindi di ogni mantica e profezia, di
      ogni consacrazione e magia, cioè di tutti quei misteri che per
      Platone valgono come accenno verso quella controparte
      celeste che, rimanendo nascosta, richiede- per accedervi - un
      mezzo, una mediazione.
    " Che due cose sole, senza una terza si colleghino bene" è detto
      a proposito della dottrina degli elementi nel Timeo, " non è
      possibile". Ci deve essere tra loro un legame che le annodi
      l'una all'altra. Ma il più bel legame è quello che fa - per quanto
      è possibile - un'unità di sé e ciò che collega. E compiere
      questo nel modo più bello è il carattere essenziale della
      proporzione".   (...)


 Umberto Galimberti da  La terra senza il male. Jung: dall'inconscio al simbolo