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mercoledì 2 marzo 2022

LA GUERRA RACCONTATA DA POETI ITALIANI

 


                                                      Viventi siam rimasti noi e nulla più...





MARCIA NOTTURNA


Con le lanterne del tempo di guerra

si procede, e la luna ha un tenue velo,

tutte le chiare stelle ardono in cielo.

Oh, spegnete quei lumi - uomini- in terra!

Presso, nel mare, quell'argenteo gelo

trema, e ci segue. Ebbri di sonno, stanchi

di querelarsi e di cantare, i fanti

tornano sotto un luminoso cielo,

lungo il golfo che a me ricorda quello

dove nacqui, che a notte ha il tuo sorriso

malinconico, l'aria del tuo viso.

Così che intorno io mi ritrovi il bello

lasciato quando qui venni a marciare,

e i sonni dell'infanzia a ritrovare.


                                 ( Umberto Saba )



                                            ***


SAN MARTINO DEL CARSO


Di queste case

non è rimasto

che qualche

brandello di muro.


Di tanti

che mi corrispondevano

non è rimasto

neppure tanto.


M nel cuore

nessuna croce manca.


E' il mio cuore

il paese più straziato.


                                   ( Giuseppe  Ungaretti )



                                                   ***


FORSE IL TEMPO DEL SANGUE


Forse il tempo del sangue ritornerà.

Uomini ci sono che debbono essere uccisi.

Padri che debbono essere derisi.

Luoghi da profanare bestemmie da proferire

incendi da fissare delitti da benedire.

Ma più c'è da tornare a un'altra pazienza

alla feroce scienza degli oggetti alla coerenza

nei dilemmi che abbiamo creduto oltrepassare.

Al partito che bisogna prendere e fare.

Cercare i nostri eguali osare riconoscerli

lasciare che ci giudichino guidare essere guidati

con loro volere il bene fare con  loro il male

e il bene la realtà servire negare mutare.


                                      (  Franco Fortini )



                                                ***


VIATICO


O ferito laggiù nel valloncello,

tanto invocasti 

se tre compagni interi

cadder per te che quasi più non eri.

Tra melma e sangue

tronco senza gambe

e il tuo lamento ancora,

pietà di noi rimasti

a rantolarci e non ha fine l'ora,

affretta l'agonia,

tu puoi finire,

e nel conforto ti sia

nella demenza che non sa impazzire,

mentre sosta il momento

il sonno sul cervello,

lasciaci in silenzio

grazie, fratello.


                                    (  Clemente  Rebora )



                                              ***


UOMO DEL MIO TEMPO


Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

t'ho visto - dentro il carro di fuoco - alle forche

alle ruote di tortura. T'ho viso : eri tu

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.

E questo sangue odora come nel giorno

quando il fratello disse all'altro fratello

" Andiamo ai campi". E quell'eco, fredda, tenace,

è giunta fino a te, dentro la tua giornata.

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue.

Salite dalla terra, dimenticate i padri :

le loro tombe affondano nella cenere,

gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.


                                         (  Salvatore  Quasimodo )



venerdì 10 aprile 2020

ORA NONA




                                                Sangue arso dall'Immacolato Cuore di Maria…


Solo calcai il torchio:
con me non era nessuno:
calcarono su me tutti :
inebriato quasi speco di sangue
in una rossa follia:
solo il torchio calcai:
liquido amore profuso
in estremo furore,
calcai il torchio, solo :
solo a torchiare,
solo a spremere il sangue mio:
tutto il mio Sangue sparso,
tutto in me già arso
dall' Immacolato Cuore di Maria:
invisibile ardore, quaggiù :
l'incomprensibile amore del Padre.


                Clemente Rebora  da      Canti dell'infermità


                                       ***

A questo crocevia di tenebre
davanti a noi sorgi tremendo,
albero secco, stadera
che reggi il gran corpo inerte.

Un nudo legno trasversale
taglia lo spazio
e un nudo legno verticale
svetta oltre il tempo :

assi cartesiane
della vita e della morte,
intorno a cui si schiude
ora il nero quadrifoglio.

Nei lobi, in alto, il vuoto e il terrore
come al grido : " Mio Dio
perché mi hai abbandonato?"
In basso, fatto roccia in tre figure,
tutto il dolore umano.

Ma ecco avanza l' Agnello vittorioso
verso la sua piagata controparte.
E un Profeta ci addita - perentorio -
salvezza nella metafora !


                       Margherita  Guidacci   da     L'altare di Isenheim


                                        ***

XIII

Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto.
E' bella e terribile la terra.
Io ci sono nato quasi di nascosto, ci sono cresciuto e fatto adulto
in un suo angolo quieto
tra gente povera, amabile ed esecrabile.
Mi sono affezionato alle sue strade,
mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti,
le vigne, persino i deserti.
E' solo una stazione per il figlio tuo la terra,
ma ora mi addolora lasciarla
e perfino questi uomini e le loro occupazioni,
le loro case e i loro ricoveri
mi dà pena doverli abbandonare.
Il cuore umano è pieno di contraddizioni,
ma neppure un istante mi sono allontanato da te.
Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi
o avessi dimenticato di essere stato.
La vita sulla terra è dolorosa,
ma è anche gioiosa : mi sovvengono
i piccoli dell'uomo, gli alberi, gli animali.
Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario.
Congedarmi mi dà angoscia più del giusto.
Sono stato troppo uomo fra gli uomini o troppo poco.
Il terrestre l'ho fatto troppo mio o l'ho rifuggito?
La nostalgia di te è stata continua e forte :
tra non molto saremo congiunti nella sede eterna.



                     Mario Luzi    da     Via Crucis al Colosseo


                    

sabato 31 marzo 2018

NELLA DIREZIONE DI...( La Pasqua adveniente ) 2

 
 

                            Se non fossi stato figlio di Dio, t'avrei ancora per figlio mio...



VIA CRUCIS

Solo calcai il torchio:
con me non era nessuno:
calcarono su di me tutti:
inebriato quasi spreco di sangue
in una rossa follia:
solo il torchio calcai:
liquido amore profuso
in estremo furore:
calcai il torchio, solo:
solo a torchiare,
solo a sprecare il sangue mio:
tutto il mio Sangue sparso,
tutto in me già arso
dall' Immacolato Cuore di Maria:
invisibile ardore, quaggiù:
l'incomprensibile amore del Padre.


              Clemente  Rebora    da       I Canti dell' infermità





RADONITZA ( Annuncio della Pasqua ai morti )

Vento di primavera
traslucido come spada:
esilia dal sépalo affilato
il boccio cremisi che ancora trema,
come dall'anima lo spirito,
il sangue dalla vena.
L'inverno, occulto stelo
che cullò le intenzioni, incubò le mortali esitazioni,
falcia senza un grido;
le psichiche vecchiezze recide
dalla terribile vita.
Pasqua d'incorruzione!
Nel vento di primavera
l'antica chiesa indivisa
annuncia ai morti che indivisa è la vita:
su lapidi d'ipogei
posa i sepali che ancora tremano
e al centro, al plesso, al cuore,
là dov'è sepolto il Sole,
là dov'è sepolto il Dono,
il piccolo uomo cremisi dal perenne tornare,
dell'umile, irriconoscibile
trasmutato tornare.
Pasqua che sciogli ogni pena!


         Cristina   Campo      da            La Tigre assenza  





PASQUA DEI POVERI

Forse per noi,che non abbiamo che pane,
forse più bella è la tua Santa Pasqua,
o Gesù nostro, e la tua mite frasca
si spande, oliva, nelle stanze quadre.

Povero il cielo e povere le stanze,
Sabato Santo, il tuo chiarore ci abbaglia,
e il nostro cuore fa una lenta maglia
col cielo, che ne abbraccia le speranze.

Semplice vita, alle nostre domande
tu ci rispondi: Su, coraggio, andate!
Noi t' ubbidiamo; e questa povertà
non ha bisogno più d'altre vivande.

Noi siamo tanti quanti alla campagna
sono gli uccelli sulle mosse piante,
cui sembra ancora che le parole sante
giungan col vento e l'acqua che li bagna.

A noi, non visti, nelle grigie stanze,
miriadi in  mezzo alla città che fuma,
Sabato Santo, la tua luce illumina
solo le mani - unica festa - stanche:

a noi la pace che verrà, operosa
già dentro il cuore e sulla mano sta,
che ti prepara - o Pasqua - e che non ha
che il solo pane per farti festosa.


          Carlo Betocchi   da      Tutte le poesie