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mercoledì 3 aprile 2024

L' ALTRO DENTRO DI NOI

 


                                                                    La vita pulsa ovunque...




(...) Di chi scrivo? Di esseri strani, ma non per guarirli, ma per dare loro una voce. Niente rende accessibile la follia. La mancanza di ragione è sempre quello che è : un mondo a sé, solitario e inviolabile. Ma occorre ridurre il dolore dei sintomi e assorbire quella che è la sua luce di conoscenza e di profezia, la sua stravaganza feconda. Ogni volta occorre ricreare le regole del mondo. Non rassegnarsi all'esistenza di quanto è realtà costituita, ma uscire dai solchi tracciati nel terreno. Disobbedire. Delirare. Rischiare la propria ragione e sbattere contro il muro della solitudine : non c'è altra scelta per rendere meno vano il nostro soggiorno terreno. Scrivere è la " promessa etica" di restare noi stessi, liberi dal mondo, traditori del mondo, anche se nessuno si accorge che abbiamo pensato e promesso qualcosa. L' Isola Ferdinandea, al largo della costa sicula, esiste e non esiste, scompare e riemerge, ma noi sappiamo quello che vogliamo, contro ogni verità comune : parlare del vento, che non ha un nome, che va ovunque. Se non esiste vento, ci si rassegni : tutto è marmo, tomba. E invece, se esiste, morremo nel rimpianto dell'aria dove non siamo stati, dell'aria dove non saremo ancora. Non credo a nessuna giustizia postuma. Si scrive con la speranza che le proprie parole siano, un giorno oppure l'altro, se non lette, almeno sognate. Per esistere di fronte a quanto ci costringe al silenzio, occorre una speranza fatta di parole : se è impossibile, tanto meglio. Ma io continuo a sperare, anche contro le stragi che crivellano i corpi e li scagliano fra rovine senza nome. (...)



                                                    ***


(...) Perché parlo sempre dell'infelice destino umano? Mi piace ascoltare persone che sono finite ai margini del mondo, ma che non per questo rinunciano a tacere. Io racconto questa non - rinuncia alla vita attraverso il lavoro accanito sulle loro minime storie, che talvolta invento e talvolta no, dilatando alcuni dettagli reali fino a farli diventare impressionanti o improbabili. Se l'arte è una forma delicata ed esasperata di vertigine, occorre essere vertiginosi contro ogni forma di ovvietà, proprio per arricchire con la nostra ossessione personale questi miseri tempi incarcerati da obbedienze collettive. " Necessario è solo tradire ". Una realtà compatta, priva di deviazioni e di tradimenti, impone una purezza tirannica, un pensiero unico. Tradire è la natura del viaggio umano. Chi diventa adulto, tradisce se stesso bambino; chi invecchia, oltraggia la sua giovinezza. E chi interpreta la voce dei pazzi non sfigura forse il loro silenzio? Se restasse fedele al delirio e condividesse la stessa gabbia, sarebbe disorientato come loro e non più lucido di loro. Non è forse " l'esasperata lucidità " la sola, fragile illusione che il sano possiede per cogliere " la fuggitiva follia " ?.  (...)



                                                ***


(...) Io " sono e non sono " ma ho sempre bisogno dei miei ricordi, delle mie idee. Se un mio personaggio, nel corso di un racconto, non è d'accordo con me ed esige di essere sottoposto ad un intervento di lobotomia perché vuole dimenticare tutto, io, da scrittore, come reagisco?. Mi comporto con lui come se fosse un essere vivente. Lo seguo nei suoi bisogni, li descrivo, lascio che la narrazione prosegua e che lui, dopo aver subito l'intervento, dimentichi tutto proprio come voleva dimenticare. Uno scrittore deve lasciare spazio ai sentimenti e ai pensieri di un personaggio, anche se non li condivide. Cosa è vero? Cosa è falso? Tutto " è vero". Lo scrittore cede e il personaggio inventato si emancipa da lui. Da Pirandello in poi gli attori ( maschere, personaggi ) possono contrastare il loro autore. Otello, Lear, Macbeth, Ofelia, convivono nell' anima di Shakespeare. Lo scrittore adulto non parla con una sola voce, ma con tutte quelle che combattono in lui, sopraffatte o vittoriose, fragili o tenaci. Fine dei monologhi lirici o religiosi : inizio dei drammi feroci o cruenti. La vita pulsa ovunque, selvaggia, fitta di invettive barocche. (...)




                  Marco Ercolani   da   L' altro dentro di noi



mercoledì 16 novembre 2022

I FUOCHI COMPLICI DI ERCOLANI



                                                            Una lieve follia entrava in te...



" Alcuni giovani poeti hanno interrotto volontariamente la loro vita e quella fine è sempre presente nei pensieri dei sopravvissuti. Morire - naturalmente - non è meglio di vivere. Ma chi interrompe la sua vita e ha a che fare con la poesia, deve vivere una doppia incandescenza : quella del suo dolore personale e quella della vocazione poetica. La poesia, come la vita, non immunizza, non protegge : espone. Ci consente di usare il linguaggio come una bomba innescata e non come un abito da cerimonia. Questo ci insegnano quei poeti disperati e imperfetti ( di cui di seguito sono trascritte poesie ). Non si tratta di un cimitero di lapidi spente, ma di un semicerchio di fuochi sempre accesi. E' ancora possibile che chi soffre troppo insegni qualcosa a chi soffre poco, e gli suggerisca che l'assenza di dolore non è un'insperata fortuna ma, talvolta, un'assenza di passione vitale. Se questo è un tempo difficile per la poesia, lo è per viltà e miseria morale : la maggioranza dei poeti non custodisce nulla al di fuori dei prossimi libri da offrire ai recensori. Le lettere di Marina Cvetaeva, gli appunti di Paul Celan, le prose di Amelia Rosselli non erano l'elenco dei prossimi libri da stampare, ma il segno, ardente ed esatto, che a loro, poeti del loro tempo, toccava un compito, che è identico nei secoli : custodire la poesia come cosa urticante, aspra, inattuale. Le vite interrotte dei giovani poeti lo testimoniano ancora, benché sia forte il rimpianto per le loro opere future, rese impossibili dalla morte fisica. Ma questo conta meno. Pur non promuovendosi più sul mercato letterario, questi poeti tengono acceso il fuoco che serve a noi per vivere ancora la poesia come stupore per la parola. Né loro né noi siamo diventati classici da antologia, licheni da museo, argomenti per tesi di laurea. Ma di quella dolorosa energia e di quel tragico destino, che in certi casi ha i tratti della follìa, non dobbiamo e non possiamo fare a meno."  ( M. Ercolani  )





MARCO AMENDOLARA  ( La passione prima del gelo. Poesie 1985-2008 )


Con un ghigno soave e sinistro

i cadaveri precipitano nel vortice

indicando in lingua sconosciuta

ai vivi la terra destinata.

Era tutto orto, lo spazio

che ti abitava:

le radici, le piante, le acque

che sgorgavano piano e formavano

piccole pozze; i vari volatili;

gli alberi, più lontano: nespoli, fichi

e oltre, la vigna.

Una lieve follia entrava in te,

corpo di molte presenze.



                                                    ***


NADIA CAMPANA  ( Verso la mente )


Ho fatto un grande sogno ma non ne ricordo

niente babbo amiamo le teste bruciate

dell'amore ma non la misericordia e

i chiodi come coltelli di gelosia

tra poco cadrà la strada su di te

spergiuro sulla mia infanzia scrivo

lettere, se non mi dai da mangiare

i capelli mi diventano come crine

e come un fucile. Notte di lupi

sprangare l'angelo del vento

qui è la piega

dove non sarà nuovo morire.



                                            ***


SIMONE CATTANEO  ( Nome e soprannome )


Se appoggio le mani al viso

gli occhi non seguono la mia ombra,

e le soglie di spiagge e di pelle

che leggero attraverso

indicano i confini di vento di mio padre,

nemmeno i polmoni sembrano ricordarsi di te

e mi mordo le gambe e ho voglia di urlare,

di schiarire almeno le spine del mio nome

di sentire il sole bruciare

sulle costole delle mie parole.

Non luogo a procedere.

Guardo dalla finestra di casa lo scheletro di una lavatrice

partorire sotto i platani del viale una nidiata di conigli elettrici,

alzo la testa e vedo un soffitto di stagno rosso arancio

sbilanciarsi in avanti con rumori assordanti, cammino rasente i muri

con la  paura di inciampare nel materasso di lana arrotolato e

fracassarmi di nuovo la clavicola.



                                            ***


LORENZO PITTALUGA  ( Sono la foce e la sorgente )


Le scritture, le mie, naturalmente

nate postume, celano la forma

del riposo, del denso incantamento.

Versi da gogna nati per non restare,

per morire embrioni innalzati

dal mio cestinato orgoglio.

Leggimi di notte come io scrivo,

fallo pietosamente, con indulgenza,

perché, lo sai, sono nato sfinito.

Diritta non è la mia strada,

confuse le orme. Sulla selce,

calciato, il mio volto incancrenito.



                                       ***


CLAUDIA RUGGERI  ( Inferno minore )


questa che ora interroga, t'arrovescia

l'inizio : t'avviva a questo Inverso

cui un dio non corrispose ; tu sei

l'oggetto in ritardo, l'infanzia persa

su tutte le piste, l'incrocio rinviato; sei l'amnistia

dell'idioma viaggiato

volli

la fine dell'era delle streghe volli

il chiarore di chi ha gettato gli arnesi

di memoria di chi sfilò il suo manto

poggiò per sempre il libro.





                  Marco Ercolani  da    Fuochi complici


                   

sabato 10 settembre 2022

ELOGIO DELLA FOLLIA ( di Ercolani ) 1



                                                                   Vivaldi -  La Follia





TRA LIBERTA' E PRIGIONE


(...) Una normale  recettività alle sensazioni e alle emozioni scorticherebbe vivi. Una certa ottusità protegge, e consente la crescita dell'illusione. La necessità dell'illusione e del gioco combatte la " vera follia " stemperandone la tragedia. Il matto non gioca mai, ma edifica monumenti capovolti. L' artista gioca sempre, edificando gli stessi monumenti. Nessun folle inventa dal nulla il suo delirio, ma lo assembla pezzo per pezzo con i propri fantasmi misti agli eventi e alle cose della realtà, per riparare quella che resta la sua frattura insanabile : la vita come lutto della vita. Alcuni scrittori - il primo Buchner, con il suo racconto Lenz - hanno cercato di rappresentare la figura del folle come se questa potesse, per le sue caratteristiche di esclusione dal mondo e di veggenza interiore, ricordare la figura dell'artista. In parte è vero. Georges Braque osserva che l'artista, nell'attimo in cui rischia la malattia psichica, prova assurde esperienze, interne ed esterne, ma poi, nel momento successivo, un'ossessione gli si radica nelle dita, gli si imprime nella mente. E allora il pittore deve fare il quadro e liberarsene, oppure muore. Insomma, l'arte non può sottrarsi ai suoi incubi mentali, ma da questi deve estrarre il suo quadro - il suo limite. Liberarsene. Poi, a opera finita, ricominciare a farsi possedere dall'incubo successivo. Nessuna arte ha una fine reale, ma solo una serie di piccole vertigini, di catastrofi e approdi, utili solo per ripartire ancora, riprendere fiato, rinnovare il rito. Interminabilmente. Solo quando si sa che ( la scrittura nasce quando non si sta né troppo bene né troppo male- Lorenzo Pittaluga ), solo allora è possibile dire  la sofferenza con parole che la evocano ma non la mostrano, la nascondono e la rivelano .  (...)



              Marco  Ercolani   da   Galassie parallele



ELOGIO DELLA FOLLIA ( di Ercolani ) 2

 

( ...) Non occorre sprofondare irreversibilmente   nelle proprie immagini psichiche. Questa esperienza estrema può procurare un dolore intollerabile e diventare una follia senza ritorno, che non consentirebbe al viaggiatore di assolvere al suo preciso dovere : il racconto del viaggio. Ogni discesa agli inferi - ogni domanda che cerca se stessa senza soluzioni previste né risposte già formulate - è tanto assoluta , nel trovarsi il proprio mondo interno di immagini, simboli, analogie, quanto relativa nel definire il tempo preciso e limitato dell'esperienza. Difendersi dal pericolo di cui scrive Emily Dickinson : " Poi un'asse si spezzò nella ragione/ e io precipitai sempre più in fondo", è seguire le parole prudenti dello psicanalista Donald Winnicott : " Se il viso materno è privo di risposte, allora uno specchio è una cosa che si può guardare ma che non si deve guardare fino in fondo ", senza dimenticare, come azzardo iniziale, il consiglio di Hermann Melville : " Preferirei essere folle piuttosto che essere saggio... mi piacciono tutti gli uomini che si immergono. Qualsiasi pesce può nuotare fino alla superficie, ma ci vuole una grande balena per scendere cinque miglia e oltre...Fin dall'inizio del mondo, i palombari del pensiero sono tornati con gli occhi iniettati di sangue ".  (...)



            Marco Ercolani  da   Galassie parallele



mercoledì 16 giugno 2021

IN LODE DELLA SCRITTURA APOCRIFA

 


                                                      Libro avuto in dono dall'autore



(...) Scriverò in lode della scrittura apocrifa perché è in essa che coincidono più perfettamente che mai il lettore e lo scrittore; è in essa che la finzione suprema che è la letteratura trova uno dei suoi più alti ( o più profondi ) inveramenti ; è in essa che diviene programmaticamente evidente il movimento connotativo della scrittura, perché è sempre in essa che biografia e opera artistica sembrano vicine - anzi vicinissime - e al contempo, arbitrariamente vicine, perché la scrittura apocrifa è un atto d'amore dichiarato, un'invenzione condotta sul filo della verosimiglianza, un modo di vivere molte vite e di sognare innumerevoli sogni. Queste affermazioni andrò ora a spiegare, facendo presente che sono tutte risultanze della lettura del libro di Marco Ercolani ( Atti di giustizia postuma, n.d.r. ), il quale va esercitandosi da anni con la scrittura apocrifa, attività che nasce almeno da tre tronchi: quello della scrittura " in proprio", quello della sua attività di psichiatra e quello della collaborazione con la scrittrice Lucetta Frisa.

Già nel 1994, Giuseppe Zuccarino scriveva nella prefazione a  " Vite dettate " di Ercolani ( il primo dei suoi libri apocrifi ) " che un simile intervento perturbativo nei confronti del passato, intende colmare i vuoti, correggere le storture, e ristabilire in tal modo una giustizia postuma, di natura essenzialmente poetica ".  (...)



           Estratto dalla Prefazione di Antonio Devicienti al libro  Atti di giustizia postuma.



ORO ( Parmigianino ) 1



                                                   Parmigianino -  Auroritratto




 DOVE FRANCESCO MAZZOLA, DETTO IL PARMIGIANINO, IN PREDA ALLA FEBBRE PER GLI STUDI ALCHEMICI, RIPUDIA LA SUA PITTURA



Castelmaggiore, Estate 1540


(...) Non turbare il mio sonno. Non ora. Non venire a trovarmi. Lasciami solo. Non sono più il Parmigianino. Niente. Nihil. Nessuna commissione. Non voglio pensare a nessun affresco. I miei animali stiano dove stanno. Sui muri. Nei ritratti. Non aggiungerò pitture a pitture. Bata con la Cappella della Steccata. Io voglio la luce.

Febbre altissima. Fuori la palizzate, un sole nebbioso, nuvole. Orrore! Niente di limpido. Ma io devo trovarla, quella luce. Io, Francesco Mazzola. Non posso più metterla in una pelle, in un riflesso, in un colore : ne morirebbe! Basta pennelli. Voglio vetri, legno, carbone : voglio congelare il mercurio, trovare l'oro!

E voi, uomini della Steccata, non mi troverete là, a fare il pittore. R

esto a letto, febbricitante, selvatico. Quell'autoritratto con la faccia da bambino e la mano enorme dentro lo specchio, è roba sepolta.

Oro giallo, la luce.

Non ha spighe, né stoffe né carne.

Non ha forme. Nulla. Nihil . Nessuna immagine.


Oh, mi scottano le mani !


                                                   Francesco (...)



                           Marco Ercolani  da   Atti di giustizia postuma


       

IL PORTACROCE ( Poussin ) 2

 


                                                         Nicola Poussin -   Crocefissione



DOVE, ALL'AMICO CHANTELOU, NICOLA POUSSIN RIVELA LA NATURA DOLOROSA DEI SUOI AUTORITRATTI.



Roma, Aprile 1646

(...) Caro Chantelou,

come ho già scritto all'amico Jacques, non ho più gioia e salute sufficiente per impegnarmi in soggetti tristi. E vi assicuro che, se della mia ultima Crocefissione, avessi dipinto anche il Portacroce, sarei morto d'angoscia. Ma voi serbate il disegno di quel volto : meritate ci costudirlo e meditarci sopra. Noterete gli occhi bassi, la fronte curva, la bocca serrata. Vi colpiranno la mascella malrasata e il cranio quasi calvo. Una faccia rozza, torva, da schiavo percosso, da umiliato, da rivoltoso: qualcuno che, d'un tratto, per non si sa quale pensiero arcano, vuole reggere sulle sue spalle possenti la croce del Cristo: ma, mentre la regge, nasconde gli occhi e sembra assorbire, in quello sguardo che ci è proibito vedere, tutto il dolore e il rancore della condizione umana. Conservàtelo. Non appena sarò in condizioni di continuare il quadro, vi chiederò di reinviarmelo.

E per l'autoritratto che mi avete commissionato, pazientate ancora. Sapete bene quale ritrosia provi nel definire i tratti del mio viso: se volete intuire quale potrebbe essere ora il volto che non voglio presentare ai vostri occhi, date una sbirciata al disegno del Portacroce. Guardatelo più a fondo, nei suoi occhi bassi, nelle sue orecchie attaccate alle tempie, piene di urla che non udiremo mai. Niente a che fare con il nobile Portacroce del Vecellio.

Spero che domani la mia depressione sia più lieve.


                                          Vostro Poussin  (...)



             Marco Ercolani   da    Atti di giustizia postumi



LE MIE PAGINE FUTURE ( Proust ) 3

 


                                                                  Marcel Proust



UNA LETTERA DI MARCEL PROUST ALLA MADRE JEANNE PROUST.


Evians - les Bains 23 Agosto 1900


(...) Mia cara mammina,

un'altra crisi, di una violenza e di una tenacia parossistiche, del tutto simile a quella che mi ha sconvolto la sera del 21: di nuovo il triste bilancio di una  notte dolorosa che ho trascorso in piedi, credendo di soffocare. Per molti minuti non c'è stata nessuna aria nei miei polmoni. Il mondo letteralmente non entrava dentro di me. Poi, lentamente, ho ripreso a respirare. Mi dirai che devo essere felice perché posso parlarne, ma è solo desolante e stupido vivere sapendo di avere, negli anni che mi verranno concessi, solo piccoli pezzi di respiro.

Io devo risarcirmi. C'è ancora nebbia davanti ai miei occhi, tutto è incredibilmente confuso come dentro la luce notturna di un temporale, ma il progetto mi splende dentro già da ora: il tuo piccolo Marcel lotterà contro l'asma che gli spezza quasi tutte le notti il respiro costruendo una scrittura che possa avere il respiro ampio, profondo, solenne, che io non avrò mai, come un lungo soliloquio che il lettore non potrà smettere di leggere, ipotizzato dalle frasi. Ci vorrà tempo, e silenzio per questo, e una costanza infinita, ma inizierò questa tela. So che non ci credi,  so che vorresti canzonarmi, ti vedo già che ridi, ma vedrai che ce la farò. Mamma. Promesso. Se il mio corpo non può guarire, sapranno guarirmi le mie pagine future. Respireranno loro per me.


                                         Tuo Marcel   (...)



             Marco Ercolani   da   Atti di giustizia postuma



LA VERGOGNA DEI SANI

 



                                  Gerrit Ludens - Sutura di una ferita minore presso un barbiere





DAL DOTTOR LATREMOLIERE A ANTONIN ARTAUD


30 Gennaio 1945

(...) Carissimo monsieur Artaud,

concordo con voi nell'esecrare l'orribile trattamento che è stato inflitto alla vostra mente e al vostro corpo. Ma, come voi sapete, l'uomo è un essere spaventato, oltre che spaventoso. Voi, troppo a lungo, avete retto per lui la visione dell'abisso e vi siete infognato nel problema dell'essere in modo accanito, come un condannato al rogo - ripeto le vostre parole - che fa  segni attraverso le fiamme. Ma chi, fra i testimoni - non parlo dei carnefici che hanno acceso il fuoco - sarebbe in grado di spegnere quelle fiamme? Sono felice che oggi siate meno ossessionato dalle congiure e dai deliri di nascita e di morte. Sapete, la società umana, quando non capisce qualcuno dei suoi membri,lo espelle da sé con le peggiori torture. Non paga della morte fisica, esige che rinneghi le pagine e i pensieri che osano metterla in scacco. Nessuno di noi dimentica Giordano Bruno o Giovanna d'Arco: voi stesso lavoraste nel film di Dreyer e certo non per accusare Giovanna, ma per apparire - forse unico - fra quei volti di giudici e di criminali, il giovane pietoso monaco che vigila il dolore dell'eretica. E' quella la mia parte. Come medico e come uomo detesto gli elettroshock e cerco di ridurre il loro numero falsificando le diagnosi. Tuttavia non sono migliore degli altri psichiatri e non mi arrogo il diritto di esserlo. Se è difficile tollerare quanto voi avete tollerato, è anche difficile che si possa ammettere che esista un uomo sulla faccia della terra che abbia fatto soffrire questo a un altro uomo se non per vendicarsi della spinosa sensibilità che voi - e non lui - possedete. Voi siete sceso nella carne del vostro sentire al punto da creare voi stesso i vostri demoni. Non è una malattia essere scesi all'inferno col vostro coraggio : ma bisogna ridurvi a bestia in modo che non fosse evidente la realtà : che la vita è fuoco che assorbe la vita e ne fa scempio.

Sono molto lusingato della vostra amicizia e vorrei fare molto di più per voi che non interrompere temporaneamente questi orrendi trattamenti da mattatoio. Ma è già qualcosa - credo - potervi aiutare. Io sono legato alle istituzioni dell'uomo e allo scudo inutile della ragione. Quindi potrò essere con voi solo per pochi attimi, quelli che al poeta sono concessi per impazzire con un amico fedele. Perdiamo la ragione insieme, ma per qualche secondo soltanto, monsieur Artaud. Di più non riesco, ve l'assicuro, e ne provo vergogna come, per la vostra sofferenza, ogni essere che appartiene alla specie umana dovrebbe provare la vergogna dei sani.


Sempre vostro signor de Latremolière. (...)




                                                Marco  Ercolani



ESASPERATO MA VIVO

 


                                                        Arnold Bocklin -  Autoritratto



DA THOMAS BERNARD A HEDVIG STAVIANICKEK ( 1976 )


(...) Leggo e rileggo la tua lettera, Hedvig :


" Sono stanca, Thomas, delle tue ossessioni. Sei come un monaco zen: ma un monaco che si consuma nella pienezza del dolore. Basta con il dolore. Bisogna essere zen del vuoto. La pienezza è qualcosa che i vecchi - lentamente - dimenticano. Si fanno minuti, fragili. Non hanno più niente da opporre né alla vita né alla morte : né un desiderio sensuale né un silenzio assoluto. Io sono vecchia. Lascia che resti tranquilla, anche se ho ancora energie. Vuoi viaggiare con me? Ci sono posti che vorrei vedere prima che arrivi il buio - o la troppa luce bianca che , a quanto pare, mi aspetta. Vorrei li vedessi tu per raccontarmeli".


Viaggiare io, Hedvig? So farlo nei muri delle mie frasi. Lì viaggio a colpi di vanga che mi fanno rovesciare la terra sulla testa, come se abitassi i cunicoli di un cimitero. Sono un servo di scena. Servo i miei incubi. Neppure vivo con te. Non potremmo. Tu sei dentro un'età della vita, io dentro un'altra. Trentasei anni ci dividono ( l'ho sempre detto a bassa voce solo a me stesso ). Ma questo significa non che tu sei vecchia e che parli da vecchia: significa che tu sei giovanissima, piena di energie forti e hai scelto un sotterrato come me, uno che non era solo vecchio, ma che era già morto. Ci sarà una ragione. Volevi disseppellirmi? Ci sei riuscita in parte, mia giovane Hedvig. D'altronde non potevi guarirmi del tutto. Gli scrittori sono cadaveri inguaribili e non smettono di assolvere il loro compito neppure dopo la morte fisica.

Luce bianca? Cercherò di vederla per te, prima che i tuoi occhi smettano di vedere.

Ti parlerò ancora nei prossimi giorni. Non ho ossessioni fresche a parte la storia di uno che se ne sta sempre dentro una certa casa e sa che, ad ogni foglio che scrive, quella casa è più salda, quei muri più spessi. Alla fine, consegnato l'ultimo capitolo all'editore, si troverà dentro la sua stessa bara, pronto a morire, esasperato ma vivo. L' arte non è sempre una forma di esasperazione?


                                      Thomas  (...)



                                         Marco Ercolani


sabato 31 ottobre 2020

V COME VINCENT




Disegno dell'autore


" V come Vicent, nasce da un radicale ripensamento del poema inedito " Vincent". Una sorta di foga - in me - col tempo si è stemperata. Sento di non dovere più semplicemente chiamare per nome il destino di Van Gogh, ma di avocare, come un come, per la lettera del nome, la tragedia, il dramma, il raptus proliferante di quell'arte ".  (  nota  dell' autore  )

 nero, grigio, bianco sfumato e con riflessi carminio che volgono vagamente al verde oliva...si chiama testa di morto la farfalla notturna che non hai dipinto per non ucciderla.



                                     ***


lo zigomo è sbilenco come il tetto l'iris la luna. niente di calibrato centrato perfetto. le setole del pennello si imbevono nelle afasie della mente.



                                     ***


sul bianco netto della tela spremi un cielo verde pallido e sulla testa impagliata del falciatore il sole.



                                        ***


arrampicandoti ti accorgi che la discesa è la faccia inquieta della salita, e sali con le unghie del nero. i graffi i contorni dei rilievi montuosi. tenti le unghie su crinali ubriachi fino al tac che insanguina le mani. strappi ali di papaveri tra le forre insidiose di pietre. dai ciuffi di cappero delle rocce scivoli nei nidi dei ragni e delle serpi. tratteggi il percorso con segni precisi come qualcosa da non dimenticare: salire, salire... tra poco sarà finita e avrai dimenticato. il cielo, patria di ogni partenza, nessuno te lo tocca: sta lì in vetta.



                                           ***


se le stelle cadono, aumentano i digiuni. se immagini finalmente la calma, il mare si agita. se ami la tua donna, lei scompare in un collettivo giudicante. se qualcuno ride di te, tu ridi e ti incupisci. se il dr. Gachet lo vuole, tu lo vuoi. se a tuo fratello nasce un figlio, dipingi mandorli in fiore. ma se il cielo si oscura, voli con i corvi.



                       Davide Racca  da    V come Vincent



Dalla Post- fazione:


" Si tratta di un libro veloce, anomalo, visionario, insieme poesia, prosa e segno : una incursione libera nel raptus selvaggio dell'arte di Van Gogh.


Racca esprime l'ossessione dell'uomo e dell'artista Van Gogh : combattere ogni limite che voglia annientare la sua ricerca espressiva : " la natura, perfetta, tenta la tua rabbia ". Il compatto mondo esterno cerca sempre l'artista che lo raffiguri / sfiguri con il suo occhio personale ( " dagli escrementi del tubetto vengono forme finora neanche intraviste " ). Al poeta preme indagare l'enigma dell'atto creativo, la sua visceralità e la sua esattezza e tutto il libro è un'incursione di una parola tormentosa, laconica, lacerata, nel bianco del foglio, alternata ad eleganti segni stilizzati che evocano le forme create dal pittore. Risuonano - come un'eco deformata - le parole delle lettere di Vincent a Theo, in un dialogo tellurico, magmatico, dove la percezione è quella della visione e del sogno, del continuo sfuggire della materia. Il poeta scava, nelle parole di Vincent e nella sua stessa parola, fino a lasciare nella pagina - a volte - soltanto un rigo, con effetti aforistici e perturbanti."


                                                Marco Ercolani


                  

                                                                     Disegno dell'autore



sabato 5 settembre 2020

PREFERISCO SPARIRE



           " Non andare a caccia di pensieri; sono loro a venire incessantemente da te " . ( R. Walser )



IMPENETRABILE

(...) Difficile risponderti. Non sono impenetrabile. Sono docile alle
       domande degli altri, ma devono essere le domande giuste. Non
       posso essere io a chiedermi qualcosa: saprei già tutte le
       risposte. Qui, a  Herisau, nessuno mi chiede nulla. E' tutto un
       leggiadro silenzio.Nessuno sa che io scrivevo, nessuno nomina
       i miei libri.Dovessi consigliare qualcosa a qualcuno, gli direi:
       scrivi per te e per nessun altro. Mostra la tua pagina a
       qualcuno, e poi cancellala, dimenticala. Cosa significa questa
       funebre immortalità dei libri, poveri oggetti a volte lasciati
       soli per anni, nelle biblioteche,coperti di polvere come scrigni
       senza tesori?Gli scrigni vanno aperti e la polvere d'oro sparsa
       sui sentieri !
       Non è vero che detesto gli scrittori vincenti, solo che mi
       disinteresso a loro. Non mi sento né padre né figlio di quello
       che scrivono. Vivo una " sindrome della fuga?". Non so. E' 
       una questione di musica, più che di innocenza. I vincenti non 
       mi parlano, sono bronzi sordi. Dentro il paesaggio 
       temporalesco della città in bilico, sono inutili gli archi di
       trionfo. Cosa vuoi che dica? Sotto gli archi pisciano i poeti e
       passano i girovaghi: io sono lì.
       Vedi tu a che punto sono superbo.  (...)



   Marco  Ercolani  da  Preferisco sparire ( Dialoghi con Robert Walser,  1954 - 1956 )



martedì 26 settembre 2017

L'OSCURO DI OGNI SOSTANZA

 
 

                 
                                                                                    ...l'oscuro sfiorire di ogni cosa...



Ad attenderlo un poco sulla riva
scorrerà imbalsamato
il mondo nostro di cose dissolte
e ricucite a pezzi.

Ma è breve ora il respiro,
il sole declina.
E' solo polvere bianca
questo greto disseccato
nel mezzo

e alla fine del cammino.
Mi dici che dagli alberi
dobbiamo imparare e dai fiori
e da ogni forma vivente
che si protende verso la luce.





Una doppia cornice di parole,
un intralcio di materia,
una ferita, una lama
che volteggia e colpisce.
Essere per sempre così
tra un declino e una crescita,
essere nuvole, fiori, l'oscuro
sfiorire di ogni cosa.


       Francesco  Macciò     da     L' oscuro di ogni sostanza


" Lo stilus - incidere la propria esperienza nelle parole - è la forza
  interna della poesia di Macciò, che in questo ultimo libro
  perviene ad uno dei suoi risultati più alti. Le parole si
  intrecciano tra di loro, consentendosi libertà analogiche e
  strutturali. Il poeta le sceglie, le dispone, le combina. Organizza
  un contrappunto, un controtempo. Attraverso questo contrappunto
  la poesia è quella pausa, come direbbe Holderlin " fra pathos e
  precisione". Una pausa dove, se la materia verbale è visionaria,
  esige un'eccezionale chiarezza compositiva; dove, se la materia
  verbale è razionale, esige una particolare densità della sintassi.
  La costruzione è quella di una lingua esatta e classica, che
  domina la sua intima malinconia. "

       Marco Ercolani

domenica 12 febbraio 2017

L' APPRODO DEL SILENZIO



(...) Il silenzio è l'approdo cui tende la parola. Ma non può essere il
       silenzio dell'inizio: deve essere il silenzio dell'arrivo. Il proprio
       silenzio, quello determinato dalle proprie - e di nessun altro -
       parole. Nessun silenzio è innocente. Nessuna armonia  è
       possibile. Bisogna trovare, con il proprio linguaggio, il
       proprio silenzio. E, mentre lo si trova, vivere l'esperienza di
       uno shock, di un allarme, di uno stupore sempre nuovi, perché
       la poesia è linguaggio ammutolito, meraviglia per quanto non
       è pensabile, esperienza dell'impensato, magia del dire che si
       intesse " alla stregoneria del non- detto" ( Mario Luzi ) .
       La poesia raggiunge, con forme diverse, la sua natura di grido
       e si scopre porosa, lacunosa, traversabile da sussulti. Perché
       ogni arte autentica ha qualcosa di elementare, di atroce, di
       irriducibile alla logica del discorso. Poi, dopo tutto questo,
       dopo aver trascorso il sogno e la notte, dopo essere stata ad un
       palmo dall'afasia, riprenda ad essere canto. Ma canto nudo,
       breve, sempre all'inizio ma che è - anche approdo di sé.- (...)


                Marco  Ercolani  da     Parola e pericolo

venerdì 21 ottobre 2016

ROBERT WALSER & MARCO ERCOLANI (Elogio dell'apocrifo )



              " Se un uomo sano scrive male, allora è malato in qualità di poeta.
                 Se un uomo malato scrive bene, allora appartiene in qualità di uomo
                 a coloro che sono sani. "    Robert  Walser










Mio giovane amico, mi son fatto aprire io le porte di questo luogo: è per un insopprimibile bisogno etico che ci sono entrato
dentro, quasi senza accorgermene. Sì, mia sorella era d'accordo.
Etico è sparire. Non esserci più in mezzo alle persone che credono
di essere vive.  E quale luogo migliore di questo può affermarlo in
modo definitivo, con la complicità della vostra inutile scienza?
Ora posso intrecciare canestri e legare pacchi. Guardare scorrere
le stagioni. Scrivere poesie e godere della loro inesistenza. Il tempo
in cui dovevo dire chi sono ( ma sono pentito dei monologhi di
Simon nei Fratelli Tanner, tante - troppe parole - che sequenza di
pagine uguali! ) è passato da un pezzo. Ho anche avuto troppo
tempo per dirlo, ma allora i pianeti giravano con orbite graziose
e io li assecondavo. Oggi li sento immobili e li guardo come un
solo punto , non mi vanto di loro, e certo non loro di me.
Mi guardo le dita: c'è aria che le separa, tanta, troppa aria, e
vibra fastidiosa nelle orecchie! 



           Marco  Ercolani   da      Preferisco sparire