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sabato 31 luglio 2021

AUTORITRATTI DI EGON ( Schiele )

 



AUTORITRATTO

Io sono per me e per quelli

ai quali la morbosa sitibonda smania d'essere liberi

tutto a mio avviso effonde,

e anche per tutti, perché tutti amo - anch'io.

Sono tra i distintissimi il più distinto -

e tra che rende, il massimo.

Sono umano, amo la morte e amo la vita.


                                             ***



AUTORITRATTO


Un perenne sognare

colmo d'un tracimare dolcissimo di vita

incessante, con paurosi dolori dentro l'anima.

Divampa, brucia, sviluppandosi a conflitto -

spasmo del cuore.

Ponderare - follemente vivo di voglia eccitata.

Insensato è il torrente del pensare,

impotente a porgere pensieri.

Parli la lingua del creatore ed offra!

Demoni ! rompete questa furia !

La vostra lingua - i vostri segni - il vostro potere.



                                        ***




SCHIZZO PER UN AUTORITRATTO


In me scorre antico sangue tedesco e spesso sento in me la natura degli avi. Pronipote del consigliere di giustizia Friedrich Karl Schiele, sono nato  il 12 giugno 1890 a Tulin sul Danubio, da padre viennese e madre di Krumau. Da paesaggi pianeggianti con viali primaverili e da furiose tempeste ho assorbito le impressioni dell'infanzia che si perpetuano nell'immaginario . In quei primi giorni era come se già sentissi o odorassi i fiori prodigiosi, i giardini muti, gli uccelli nei cui occhi lucenti mi vedevo rispecchiato in sfumature rosa. Spesso mi si inumidivano gli occhi all'arrivo dell'autunno. Quand'era primavera sognavo la musica universale della vita, poi mi rallegravo della splendida estate e ridevo, immaginando il bianco inverno nel suo pieno fulgore. Fino ad allora vissi felice, in una felicità mutevole, ora serena ora malinconica, poi iniziarono i giorni del dovere e le scuole senza vita. Giunsi in città sconfinate che sembravano morte e mi compiansi. In quel tempo assistetti alla morte di mio padre. I miei rozzi insegnanti mi furono sempre nemici. Loro - e gli altri - non mi capivano. Il senso più alto è quello della religione e dell'arte.La natura è funzione, ma Dio è là, e io lo sento intensamente, con la massima intensità. Credo che non esista un'arte " moderna", che non conosce interruzioni.



                                                  ***



AUTORITRATTO


Io sono ogni cosa allo stesso tempo, ma non farò mai ogni cosa nello stesso tempo.



                                                 ***



Io esisto per me e per coloro ai quali l'inestinguibile sete di libertà che ho in me dona tutto, ed esisto anche per tutti, perché amo - anch'io amo - tutti. Sono il più nobile tra gli spiriti nobili - e quello che più ricambia tra chi ricambia. Sono un essere umano, amo la morte e amo la vita.



                                              ***




Un eterno sognare colmo dei più dolci eccessi dell'esistenza - irrequieto - con travagli angosciosi, dentro, nell'anima. Divampa, brucia, si accresce dopo la lotta, spasimo del cuore. Ponderare - e la folle esuberanza con eccitato piacere -. Impotente è il rovello del pensiero, inutile giungere all'ispirazione. Parlo la lingua del creatore e offro. Demoni! Spezzate la violenza!

La vostra lingua - il vostro segno - il vostro potere.



                                                 ***




Lassù sulla terra che stormisce circondata da ampi boschi, cammina lentamente alto e bianco l'uomo entro un vapore azzurro sempre fiutando i bianchi venti del bosco. Attraverso la terra che sa di cantina e ride e piange.




                            Egon  Schiele   da      Io, eterno fanciullo  e Ritratto d'artista 



domenica 30 settembre 2018

EGON SCHIELE ( Rendere visibile il dolore )

 
 
 
Alberi autunnali

 
Donna incinta e la morte

 
Madre cieca


(…) L' autunno era la stagione preferita da Schiele: dichiarava di
      amarlo " non soltanto come stagione dell'anno, ma anche come
      una condizione dell'uomo e delle cose.  La delicata, gentile
     malinconia di cui la natura sembra permeata in autunno, emana
     perfino dai vecchi muri, colma il cuore di tristezza e ci ricorda
     così che siamo soltanto pellegrini su questa terra ". Ogni
     paesaggio - popolato di strade, di alberi e case-veniva percepito
     nel suo cono d'ombra, nella sua stilizzazione devitalizzata, colto
     attraverso uno stato d'animo che neutralizzava ogni variabilità
     atmosferica: la finalità interna, la vocazione ineludibile, la
    ragione d'essere di ogni stagione risiedeva nella malinconia dell'
    autunno, onnipervasiva anche nel mese di agosto: " Si può
    percepire intimamente, nel profondo del cuore - scriveva Schiele
    ventiduenne - un albero autunnale in piena estate; io vorrei
    dipingere questa malinconia ". Agli occhi dell'artista, l'autunno
    non è mai stato una tarda estate, quanto un inesorabile preludio
    dell'inverno, annunciato dall'inaridimento della natura visibile
    nei rami secchi e nei girasoli appassiti, dall'assorbimento della
    linfa vitale che appare come un presagio di morte: i tre alberi
    autunnali del 1911,ormai quasi privi di foglie, sembrano evocare
    il Golgota, l'evento di una gelida estinzione dell'uomo.
    Il pittore sa che tutto ciò che vive è anche morto, porta cioè in sé
    il suo esiziale compimento, fin dall'istante del concepimento,
    come attesta il funesto dipinto del 1910  La madre morta, in cui
    il grembo appare come un lugubre mantello, un involucro
    mortuario che racchiude il  Sein Zum Tode del nascituro, ne
    circoscrive la parabola esistenziale, prefigurandola orfana dell'
    affetto materno.
    Per Schiele la maternità è l'evento tragico della vita, in cui si
    preannuncia la percezione originaria del dolore e della
    solitudine che neppure l'erotismo e l'apparente congiunzione dei
    corpi può scalfire. Si osservi la tela Donna incinta e la morte
    del 1911 che è un'autentica annunciazione macabra, in cui un
    monaco di spettrali fattezze appare alla puerpera agonizzante
    come angelo della morte; e qualora un bagliore di vita riesca a
    sottrarsi all'abbraccio mortale, esso non può che esibire la
    propria mutilazione, come nello splendido Madre cieca  del
    1914, in cui l'allattamento viene privato di quello sguardo
    affettuoso che comunicherebbe fiducia al neonato.
    Schiele, nell'iconografia della malinconia e della vanitas ,
    introduce un evento di grande rilievo, operandone una
    trasfigurazione tragica: l'uomo non reclina più la testa sotto il
    peso della riservatezza pensosa , non medita più sulla morte
    raffigurata da un teschio posato sul tavolino dello studio come
     altro da sé, ma assume sul proprio volto l'icona funebre,
    diventa morte incarnata esibita nel gesto di esistere, nel
    godimento del sesso e nella prostrazione della sofferenza . (…)


Marco Vozza  da  Rendere visibile il dolore (  La pittura oltre la filosofia )

                             
 
Madre coi due bambini