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sabato 25 maggio 2024

IL PANE DEL BOSCO DI CHANDRA


                                        Il bisogno di parole che ospitino fitto il mistero...




Questa raccolta di Chandra Candiani nasce da un'esperienza reale: l'abbandono di Milano e il trasferimento in una casa su un alpeggio piemontese, in mezzo a un bosco. Non che la poeta non avesse un forte rapporto con la natura anche da " cittadina", ma quando le relazioni diventano fisiche, quando gli alberi e gli animali ti circondano, li vedi e li puoi toccare e vivi con loro, le sensazioni raggiungono un'intensità diversa, e le poesie che nascono da questa esperienza, propongono una svolta, cioè registrano i dati del mondo esterno, delle sue gioie e delle sofferenze con un sentire tanto più intimo, quanto più è defilata la posizione di ascolto.






Nel bosco vieni chiamata e perdi

il nome

sei molto spoglia in ogni stagione

eppure balli e fischi sei un po' uccello

e libellula

ma anche foglia e scorrere d'acqua.

Esci fuori

nuova nuova ma non se ne accorge

nessuno

tranne un sorriso invivibile.



                                                ***


Mentre mi abbandoni

sento la tua microscopica furbizia

a me si apre sopra la testa

un cielo

vestito di spazio

mi fa animale di prateria libero,

è l'arte del limite:

più resti quieta a fissare il muro

più si spalanca spazio.

Ma dove sono le parole?



                                                    ***


Tuona e tu non lo sai.

Si sente la promessa e la minaccia

che si allenano a far paura e attesa

e tu non lo sai.

Aspetto la tempesta

come si aspetta un'espressione

inequivocabile su una faccia.

I  pesci sotto l'acqua del lago

nuotano immobili sulle stesse

traiettorie. Gli stati d' animo

non li sfiorano. Sono ami

da pesca. Ignorarli salva

le squame.



                                                   ***


I fiori si affacciano neonati

in mezzo alle foglie secche

morte. La fatica della bellezza

nell'istante apre il pugno

e corre galoppa

il bisogno di parole

che ospitino fitto

il mistero.



                               ***


Il ciliegio si è sposato

i rami abbottonati di petali bianchi

si mostra tremulo e impacciato

vecchio ciliegio selvatico

abbigliato di fiori nuziali

pronti al vento

desti alla notte

la tenebra celeste li disperde

come ombre

di una passeggera moltitudine.



                                        ***


Il mio lavoro mi segue

come la scia di una lumaca.

La aspetto su ogni porta,

lentissima disegna

impercettibili sentieri lucenti

dove prima era notturna memoria.



                                           ***


Il punto in cui si smette di cercare

e ci si dispone ad essere trovati,

qualcosa ama il numero dei miei capelli,

non sa nome né storia

ma ha memoria di ogni singolo respiro

ama il battiti della notte

i denti e i pugni stretti

ama lo spalancarsi delle braccia

nell'affidamento, il precario equilibrio

sull'orlo dei precipizi, e i passi oscillanti

sul lago appena ghiacciato.

Ti salvo. Salvo di te il soccorso

e la spinta, l'immisurabile

e il limite. Mi lascio accogliere

con la vigile mutezza

dei piccole e dei selvatici.

Caduta, ripresa.

Ci sei.




                Chandra Livia Candiani da     Pane del bosco




venerdì 8 marzo 2024

POESIE DI DONNE

 


            Imparare ad essere una donna...



Oggi -  8 Marzo  - per la Giornata Internazionale della Donna, propongo la lettura di alcune poesie forse inconsuete : non si tratta della Donna Angelicata dei poeti dello Stil Novo; o della Donna Regina del Focolare di tante fiabe di un tempo ormai passato; né della Donna celebrata dal Romanticismo ispiratrice ( a volte ) di tragiche passioni; né del prototipo della Donna in Carriera o  quella onnipresente alle Sfilate di Moda a dettar legge su come dovremmo esteticamente essere; e neppure della Donna - Barbie ( come usa adesso ) sempre ferma ai trent' anni... ma di quella che è composta  dalla parte più nascosta ( o forse indicibile ) della sua essenza di femmina...






INNO ALL'UTERO


La prima cosa

che ho saputo di te

è stato un discorso di fretta:

ti chiamavano casetta di 

carne,

ti avrebbero abitato

strani bambini trasparenti

fatti di vene e pelle

sottilissima;

spiati per un attimo

sull'enciclopedia ho

saputo di te

quando già

mi avevi rigato le gambe

di sangue caldo:

ero una giovane bestia

con la testa scurissima

i sogni malati

il corpo sordo,

ero piccolissima

o forse mai nata e tu

eri già l'utero

di una donna avevo

paura di te,

la violenza del pene

era la giusta risposta

alla tua schifosa

dimostrazione di esistere è

successo di colpo

non hai sanguinato più,

il mio seno è ingrossato

il mio stomaco ha avuto

fame

e nausea

nausea

e fame

canzone monotona

e assurda

domande notturne

lunghe ore

di corpo nudo

di profilo

allo specchio,

non eri mai morto

stavi fabbricandomi

un bambino

il mio cervello

è partito di corsa

dopo tante amicizie

e alleanze

contro di te,

se n'è andato 

senza un saluto

ho fatto l'aborto

anche se amavo

quel bambino abbozzato

incosciente

identico a me

e tu da sasso

sei diventato ghiaia

e poi sabbia

e poi acqua

e poi fiume

e poi sangue

e ho parlato co

e ho capito te,

ti ho sentito

e difeso

e la mia nuova coscienza

è nata dal tuo sangue

che è il mio

e la nuova coscienza

è fatta finalmente

anche di carne

e tu sei una bomba

dentro di me

pronta a vendicare

il mio lungo sonno

schizofrenico

e tu ora

non devi più soffrire,

combatterai con la mia testa


ma questa volta

sarete dalla stessa parte.



                              Chandra Livia Candiani da  Ascolta: questa voce non può essere perduta. Poesia femminista. 



                                          ***


PER LA MIA ULTIMA MESTRUAZIONE


allora ragazza, arrivederci,

dopo trentotto anni,

trentotto anni e non

sei mai arrivata

- splendida nel tuo vestito

rosso -

senza qualche problema

da qualche parte, per qualche

motivo.


adesso è finita,

e mi sento proprio come

quelle nonne che,

dopo che la ragazzaccia che

erano se n'è andata,

siedono tenendo la sua foto

tra le mani,

sospirando " non era

bellissima?" non era

bellissima?".



                       Lucille Clifton  da    Nuovi poeti americani



                                       ***


DONNA SENZA FIGLI


L ' utero

scuote il guscio, la luna si

separa

dai rami e non arriva.


Il mio ambiente è una mano

 senza le linee, vie

strette in un nodo, io


io la rosa che adempi, io -

sono il corpo,

sono l'avorio


empio come uno strillo.

Questo ragno che sono

crea specchi docili alla mia

figura.



Emissioni di sangue

e basta - Prova il rosso!

E questo bosco funebre


questa collina e questo

effetto luccicante

delle bocche dei morti.



                   Sylvia Plath      ( Trad. di M. Sannelli )



                                             ***


IL CICLO


a quanto pare è una

mancanza di tatto

dire pubblicamente che ho il

ciclo

perché l'effettiva biologia

del mio corpo è troppo

concreta


è accettabile vendere ciò

che sta fra due gambe di

donna

più di quanto non sia

accettabile

nominarne i meccanismi

interni;


l'uso ricreativo di

questo corpo è ritenuto

bello mentre

la sua natura è

ritenuta brutta.



                               Rupi  Kaur   da  Milk and honey



                                             ***


SANGUE


Le ragazze indiane

cominciavano prima

a mestruare. Così diceva mia

madre.

( O così mi pareva avesse

detto ).

E mi raccontò di Neema

che un certo solenne

pomeriggio,

era venuta in visita, anni

prima,

si era seduta nel giardino

roccioso

e aveva dato il mio nome alla

sua bambola.

Una ragazza graziosa e

raffinata, cui

era presto toccato

quell'incredibile

gocciolìo su una specie di

benda,

nominata solo per le sue iniziali,

che si portava

misteriosamente tra le gambe.

E io, ero più indiana o più

inglese?

Ero confusa, come sarei

sempre stata

ogni volta che il mio sangue

gocciolava

regolarmente nel mondo

esterno.

Avrei persino corso con

quell'impaccio,

goffa, nella gara con l'uovo nel

cucchiaio,

l'avrei trattenuto nello sforzo di

passare

un'arancia stretta sotto il

mento,

le mani legate dietro la

schiena.



                              Moniza  Alvi   da    Un mondo diviso



sabato 6 agosto 2022

IL TE' COI MORTI DI CHANDRA



                                                      Non ai morti si addice la tristezza...



In questi versi " lievi " dell'autrice, la morte - e i morti - sono consegnati a una dimensione quasi intrauterina che nega loro qualsiasi connotazione negativa e, per tale ragione, conferisce loro un nuovo volto originalissimo, lontano da ogni tradizione letteraria. Un volto che presuppone innanzitutto una leggerezza consapevole, percepibile sia nel ritmo che nella scelta di immagini portatrici di un piccolissimo peso specifico, piccole briciole che quasi riducono tutto ad un unico, fragile respiro. Per questo anche la fine di una stagione è colta non nella sua drammaticità, ma nel suo resistente candore : anche fallire è dolce e la morte è quasi una danza, un evento che il morto ha quasi paura di rievocare con la sua presenza / assenza. La dimensione dell'altrove è ottenuta quindi con gesti pacati, con la voce di " bambina saggia " che così spesso contraddistingue la produzione poetica di questa autrice.




Verso sera 

i morti siedono sui fili della luce

come gocce di pioggia

che è già caduta.



                                   ***

Non alla terra

non al volo delle foglie

somigliano i morti

in autunno

ma al dolce

fallire dell'estate.



                                       ***


Io morta

danzo sulla tua fronte

come le dita della colomba

in equilibrio sul bordo

della fontana non cado

no, non cado dentro il tuo pensiero.



                                     ***


Tu morto

sei lo strappo nel sipario

la rosa inclinata

fino a far dubitare

della verticalità dell'aria,

la vertigine che si rinnova

senza notizia, il nodo

che altri chiamano corpo.

Tu nell'altra parte del tempo

sei il sorriso

delle piastrelle in cucina

il mio passo leggero

il tuo inchinarmi fino

alla devozione dell'assenza

senza prove; tu mi misuri

ora su un metro

di unità ignota:

uscita dalla superstizione

della tua presenza, entrata

nella pioggia.



                                          ***


Bevendo il tè coi morti

c'è sempre uno

che sottilmente tace

non un silenzio esangue

ma un narrare interdetto

che non vuole

nell'ascolto pace.



                                       ***


Abito nella tua voce

e quando tace

il silenzio è alato

abito sotto la violenza

delle tue ali

e quando il silenzio

è sommerso dai rumori

essi sono il cuore del mondo

abito nel mondo

e le sue piume

sanno che la bellezza esiste :

" Quando arriverà il tuo passo

metterò una conchiglia sopra la soglia

e nell'aprirla

i frantumi volando

reciteranno il tuo nome".



                                         ***


Il vecchio cedro è caduto

in una notte di litigi

tra le bufera di notizie

della primavera e l'assoluta

stanza dell'inverno.

Non più verticale al sogno

della terra, ora non separa

radici e uccelli ma profumando

esala l'ultimo urlo

di meraviglia della creatura:

" La primavera - possibile-

solo una stagione?".



                                   ***


Morire è adesso

un momento qualunque,

questo momento.

Un palombaro

con la testa sul cuscino


mi fai la cronaca

da sott'acqua :

" Difficile.

Adesso.

Abbandonarsi".

Vorrei essere l'acqua

in cui tu nuoti.



                                    ***


Non ai morti

si addice la tristezza

ma al bugiardo

perdurare dei vivi.




            Chandra  Livia  Candiani   da   Bevendo il tè con i morti




mercoledì 6 luglio 2022

QUESTO IMMENSO NON SAPERE DI CHANDRA 1

 



Questo è un libro nato disordinato. E ho scelto di lasciarlo così. Perché ogni disordine ha il suo ordine interno e misterioso. Forse è l'andatura della mente, forse quella del ricordo, forse è l'intenzione di essere volatile o l'aspirazione alla semplicità, in ogni caso è qualcosa di sfuggente che non vuole essere imbrigliato in un piano: come un animale o come un albero della foresta, non addomesticati, inutili, nel senso che non si curano di avere uno scopo: sono in vita e gli basta. Il disordine è questo essere così come si è seguendo un filo illogico di stare al mondo. Il disordine di un libro lascia intravedere il suo sottotesto: niente da dimostrare, eccomi solo qui.

Un libro disordinato è un invito alla sovversione.




       Chandra Livia Candiani  da   Questo immenso non sapere ( Conversazioni con alberi, animali e il cuore dell'uomo )



QUESTO IMMENSO NON SAPERE DI CHANDRA 2


 (...) Avere amici animale e vegetali, praticare la vista meravigliata e meravigliosa introduce al sollievo dell'impersonalità. Perché andare in profondità meditando non è solo l'archeologia della storia personale, ma anche sentire che non c'è persona ,assaporare la sofferenza senza cadere nella rete del raccontarla, ma lasciando che sia lei a raccontare, se ha qualcosa da rivelarci, e sentire che i suoi racconti servono solo e renderci più precisi nella compassione verso noi stessi, più acuti nel riconoscere il c'è della sofferenza in noi e attorno a noi. Impersonalità non è diventare invisibili e innocui, ma innocenti, consapevoli della propria fragilità e della propria capacità di nuocere, consapevoli del c'è . Consapevoli anche di splendere. E splendere. Perchè c'è e i bambini guariscono in fretta se sono compresi e curati : non gli piace essere malati e lo stesso fa il cuore, anche un vecchio cuore.

Accorgersi che anche la gioia, come la sofferenza è un c'è ,  e che è diversa dall'allegria; non vuole essere dimostrata: se a un animale viene da sorridere, sorride anche se è nel deserto: non vuole essere visto, non vuole essere non visto. Dunque, la gioia c'è ed è una gioia che tiene conto del nostro dolore, non un'allegria che lo cancella. E' una gioia su misura, che ci conosce bene.

Gli animali e gli alberi insegnano a non sapere, a tollerare di stare al mondo senza l'ossessione di capire. La loro assenza di controllo mi pare renda il loro mondo non più minuscolo, ma anzi vastissimo, misterioso. Sanno abbandonarsi, conoscono e insegnano una fiducia primaria e radicale.  (...)




            Chandra Livia  Candiani  da  Questo immenso non sapere (Conversazioni con alberi, animali e il cuore umano )



         

QUESTO IMMENSO NON SAPERE DI CHANDRA 3

 

(...) Ce lo si dimentica, ma anche noi umani abbiamo un cuore, e persino la capacità di silenzio: è vero. Gli animali sono educatori del cuore. Gli alberi del suo silenzio.

Non si incontrano di frequente persone con il cuore vivo. Ci sono tantissime persone intelligenti e anche attente e perfino sensibili, ma il cuore vivo è una qualità piuttosto rara. Anche perché varia: un giorno lo è, e il giorno dopo no; un giorno dorme e il giorno dopo è ottuso; un giorno canta e poche ore dopo piange. Però, quelli sono i climi del cuore. Il cuore è una dimora, ma non ha muri: è sconfinato. Per questo è anche pericoloso, perché invece il corpo i confini li ha e vanno rispettati. Il cuore ha un'apertura e una chiusura flessibili, ha i cardini. Il cuore può essere addestrato come si fa con un cavallo, o coltivato come si fa con un orto.

Quand'ero piccola, mi è stato detto spesso che ero senza cuore. Per questo, ho cominciato a stendere una mappa molto precisa del tragitto verso il cuore, o quello che penso sia il cuore. E' importante sapere da dove partiamo, riconoscere l'aridità del terreno o la focosità del cavallo, senza falsità né virtuosismi. Fare l'opposto di quello che sentiamo davvero: fare i buoni, i virtuosi, è creare una persona artificiale che prima o poi mostrerà i denti o distribuirà bocconi di veleno avvolti in carta argentata. Coltivare il cuore significa prima di tutto essere consapevoli di cosa sentiamo, essere onesti fino ad arrossire: a noi stessi possiamo dirlo. Ogni malvagità o meschinità accolta nella consapevolezza del cuore si trasforma in qualcosa di diverso. Scopriamo che dietro ci sono una paura e un tremore antichi e negati, oppure che c'è pronto un silenzioso clown che ci indica quanto siano anche umoristiche la nostra cattiveria, gelosia, invidia, tetraggine, falsità. Mai forzare però : chi forza crea quella stucchevole sensazione di accoglienza di tutto che è solo dimostrativa, mentre in realtà dimostra un'avidità di sottomettere tutti quanti alle proprie maestrie di prestigiatore del sorriso e dei bei gesti.

Partire da dove si è e augurarsi il bene è opera di bonifica. (...)



           Chandra  Livia  Candiani  da  Questo immenso non sapere ( Conversazioni con alberi, animali e il cuore umano )



QUESTO IMMENSO NON SAPERE DI CHANDRA 4

 

(...) Già, ma così potrebbe sembrare che solo io so cos'è e dov'è il cuore e come funziona: sarei una specie di immusonito cardiologo spirituale. Quindi, è bene dire come ho steso la mappa per andare al cuore e cosa ho trovato. La mappa si stende ogni volta che si sente male: il punto di partenza è il crepacuore, quando si smette di far finta di niente a ogni frecciata, a ogni graffio, ferita e pugnalata.

Succede  dopo averne prese tante da sembrare uno scolapasta approssimativo e dopo essersi accorti che non è utile a nessuno. Perché ad un certo punto si smette di guardarsi attorno con aria torva e si decide di osservare il male anziché scovare il malfattore. Allora, si scopre un percorso multiforme fatto di sensazioni vergognose - di abbandono, vendetta, fallimento, rivincita, desertificazione, furore -, e di crepe freddissime e di zone quiete, un po' lacustri un po' paludose, sospese sopra la terra della propria storia, fatte di spiazzi aperti con ampia vista, dove il sentire diventa limpido e solo, senza narrazione. Poi si respira dentro al  male raccolto e anche dentro a quello inferto ( che non fa meno male ) e allora si allarga la trama del tessuto, le sensazioni si stemperano e si intravede un orizzonte, e se è molto buio, anche la luce delle stelle. Procedendo sempre a cavallo del respiro. Quando si stendono mappe celesti, del tipo : la prossima volta che vai in pezzi, non cercare di restare insieme, spolverati sul paesaggio interiore finché scopri un puntino intatto. Credo proprio che si chiami cuore o luogo fondamentale o nucleo inviolabile o orto della tenerezza. Quando chiudi gli occhi, lascia andare ricordi e anticipazioni e resta nella vastità dello spazio, senza darle nomi.

Ci sono poi le mappe terrestri: la prossima volta che ti colpiscono, anche con uno spillo nascosto nella manica del sorriso, urla forte. " Ahi! ", poi gira le spalle e vattene al più presto. Oppure mappe d'emergenza: ferma la mano di chi sta per colpire, spostati e lascia che il colpo cada nel vuoto; fai un silenzio così profondo che il colpo trovi ad aspettarlo solo l'eco. Ma anche. prima di colpire, rifletti. Prima di colpire, esita. prima di colpire, ricordati che male fa. Trasforma il colpo in parola precisa e disarmata. Aggiungi alti dosaggi di silenzio, di ascolto di cosa senti davvero in quel preciso, instabile momento.

In sintesi, sapere cosa sia e cosa senta il cuore è una faccenda di cicatrici: segui la cartina muta delle ferite e trovi il luogo spoglio che chiamiamo cuore. Da lì in poi, guardati intorno e parla pure. Lascia segnali per tutti gli altri che seguiranno le loro piste, le loro cicatrici per arrivare alla stessa spoliazione.  (...)



    Chandra  Livia  Candiani  da  Questo immenso non sapere ( Conersazioni  con alberi, animali e il cuore umano )



mercoledì 30 marzo 2022

FATTI VIVO ( Prendimi )

 


 Tutti prima o poi cadono, ma non c'è nessuna caduta che impedisca di " farsi vivi ".




Portami in dono

la luce,

quella notturna,

candelina forsennata

contro la paura

del buio - lupo

e il fulmine

lustrante

che fa nuovo il campo

fra me e tutti.

Portami dono

portami luce

fino a me

fino a costo

della vita.



                                           ***


Non

non  diciamo 

le parole planetarie

smettiamola di farcela

ci sediamo qui

ci fermiamo

a polvere a pioggia

sul paesaggio.

Tra le pieghe delle ipotesi.

Io ho l'impermeabile

tu le ali.

Lasciale gridare.



                                           ***



Tu mi sei piccolo

quasi mi stai in tasca

sei di mollica di pane

quella che scavo di nascosto

dalla tua michetta

mi sei facile e vago

come nuvola

e certe volte mi sei fucile

mi prendi di mira

e mi fai rimproveri precisi

e puntuali come spari ma a salve

e poi mi sei grande e mi fai male

mi riordini tutta

mi domi la casa

addomestichi il gatto i caloriferi

e anche i libri tutti in fila

come soldati.

E poi mi sei

sconosciuto

mi sei solo

mi sei quiete e sepolta bufera,

in incognito

quasi un estraneo che balbetta i passi

e brontola da solo contro il cielo

e non vuole stagioni fuori stagione

e poi :

stella!

Cosmico mi sei.

Un animale del mondo

che traghetta lentamente lentamente

con occhi buoni

un significato.



                                         ***


L' amore è diverso 

da quello che credevo,

più vicino a un'ape operaia

a un tessitore

che ad un acrobata ubriaco,

più simile a un mestiere

che a un sentire.

Io amavo

un po' con la memoria astrale

e un po' con giustizia poetica,

ma l'amore

è più vicino a una scienza

che a una poesia,

ha delle sue regole di risonanza

e altre di respingenza,

ha angoli di incidenza

per profili alari e luce,

ma non ha regole per il buio

e l'assenza di ali.

L' amore è molto simile

all'insonnia,

non devi soffrirla

solo ospitarla,

lasciare che ti squassi

faccia di te un sistema nervoso

senza isolamento,

una corda tesa

di strumento musicale ignoto.

Essere temi musicali

non è una vocazione

ma una disciplina di spoliazione,

è farsi ossi

limati

dalle onde

goccia che si disfa

nel galoppante mare.




              Chandra  Livia  Candiani     da      Fatti vivo



domenica 26 dicembre 2021

LA DOMANDA DELLA SETE



                                                                 Sei l'unica me che ho...





Dove ti sei perduta

da quale dove non torni,

assediata

bruci senza origine.

Questo fuoco

deve trovare le sue parole

pronunciare condizioni

di smarrimento dire :

" Sei l'unica me che ho

torna a casa ".



                                                     ***


La pelle è sempre in prima linea

come i cappotti le madri i villaggi,

è un confuso conoscitore di mondi

è serbatoio e cemento

trasale fa barriera

è distendibile e delicatamente resistente

sanguina respira. Nuca mani e piedi

spalle petto fianchi conoscono

il mondo senza l'assedio della narrazione

stormiscono e scompensano il pensiero.

La pelle è educazione sentimentale

ogni parola un branco che preme i pori

e ne fa porte sul cielo vuoto dell'interno,

dove soffia la memoria

l'aria del tempo.

Per primo viene il tatto

quando mettiamo una parola

al mondo. Invecchiando la pelle

diventa più sottile

perché aumenta il desiderio

di mistero, diminuisce

la paura di attacco.

E' nuda su questa terra,

si sbriciola nel passaggio.

In lei la vita umana si consuma

e poi si spegne o forse vola

fuori di lei, la lascia,



                                          ***


La vita è vasta

ha bisogno di temperature elevate

e di capacità glaciali

di scompiglio del sangue

e di evaporazione,

di sgombero e sedimento.

La vita è grande

le dottrine avare

le menti mercenarie

non la riguardano;

nemmeno la punteggiatura

se non è musicale

la sfiora

perché ha andature immisurabili

e non consente punti fermi

né enunciazioni.

Ha movenze prodigiose

e tregue vulnerabili

nel fitto dell'inaspettato.

La vita ci sfoglia,

siamo appunti serali.



                                          ***


Tenere le braccia

la voce del mondo

ospitare i suoni ammucchiati

senza chiedere senso

cullare lingue e pelli

ossa di diverse misure

parole fredde e calde urla e bisbigli

una fioritura spinosa

e corrodere le frontiere

fare uno strepito sorridente:

sì, vieni, ben arrivato

nel mio sbando

c'è sempre posto per te.



                                        ***


Imparo a guardare

a imprestare lo sguardo;

a chi ha urgenza di tana

imparo a ospitare.

Custodisco con cura le parole

poi le silenzio per il suono

di un'altra lingua

per questo sentiero nostro

acuto e pugnalante

che non attenua gli urti

lascia il male così com'è

e accoglie tutte le ferite

come cani randagi

con improvvisate ciotole d'acqua

e parole poche smarrite

maldestre. Mani grandi

sorrisi abitabili.

Vivere è ospitare.




               Chandra Livia  Candiani  da    La domanda della sete




mercoledì 3 novembre 2021

THE BEST OF FRIENDS

 


                                                      Edgar Hunt -  The best of friends




(...) Gli animali che abitano in casa mia, li ho collezionati pian piano, nel giro di qualche anno, senza capire bene perché. Poi un giorno mi sono ammalata, non era una cosa grave, alla fine, ma ci hanno messo tanto per la diagnosi e io ero sempre più debole e stanca, stanchissima. Riposare serviva per non più di quindici minuti, poi ero stanca di nuovo. Gli animali mi hanno aiutato. Erano tutti lì, silenziosamente piantati nella vita a ricordarmi una forza naturale, non coltivata. Un voler vivere, perché si fa così, perché ki dicono le cellule. Mentre io vengo da un luogo dove voler vivere era considerato volgare, codardo, e invece autodistruggersi avventuroso ed elegante. Ho obbedito agli animali. Sono andata nella direzione che mi indicavano loro.


Un sogno inconfessabile che ho, è che al mio funerale vengano un sacco di animali, che gli umani restino a bocca aperta, spinti di qua e di là da un bel gruppetto folto di animali. Credo che sia perché sono loro la mia famiglia. Mi hanno parlato senza parole quando ero piccola e sola, mi hanno toccato. Quindi, sarebbe un po' come dire: " Eccomi, torno a casa. Torno da voi " .  (...)



                Chandra Livia  Candiani  da  Questo immenso non sapere



LA PRATICA DELLA MERAVIGLIA

 


                                                               Marc Chagall - Stupore





(...) Una buona pratica preliminare di qualunque altra è la pratica della meraviglia. Esercitarsi a non sapere e a meravigliarsi. Guardarsi attorno e lasciar andare il concetto di albero, strada, casa, mare e guardare con sguardo che ignora il risaputo. Esercitare la meraviglia cura il cuore malato che ha potuto esercitare solo la paura. (...)



                 Chandra Livia  Candiani  da  Questo immenso non sapere




lunedì 13 settembre 2021

LA MERAVIGLIA

 


                                                                        Foto dal web



" Una buona pratica preliminare di qualunque altra è la pratica della meraviglia. Esercitarsi a non sapere e a meravigliarsi. Guardarsi attorno e lasciar andare il concetto di albero, strada, casa, mare e guardare con sguardo che ignora il risaputo. Esercitare la meraviglia cura il cuore malato che ha potuto esercitare solo la paura.".



                Chandra  Livia Candiani  da   Questo immenso non sapere



venerdì 28 maggio 2021

PIANISSIMO ( per non svegliarti )

 


                                Trascinami verso di te come facevi con le parole...




Non essere morte

se vuol dire che mi trascuri

che mi sveglio e si sveglia

con me solo la punta acuminata

dell'assenza. Voglio che tu sia

carezza, sospensione prima

di un abbraccio corrente.

Trascinami verso di te

come facevi con le parole

sobria brillandole una a una :

sono-

proprio-

contenta-

che-

tu-

sia-

qui-

Come dentro le tue mani ospitali

le mie inezie si tramutavano

in doni grandi.

Sei uno sciame di nulla?

Semini luce?

Sei nella direzione dei gerani rossi?

Sei me?


Prendimi teneramente

nella memoria scalza

nella tua anima di filo forte

nell'invisibile rete:

anch'io

anch'io

senza significati.

sedia impagliata.

teiera.

rubinetto che sgocciola.

anch'io

tutto.

E' troppo breve la vita

per riascoltare la tua voce?

Mandami in sogno parole lunghe

lunghissime

che manchi il tempo

per pronunciarle.

Mandami parole.

che bacino le labbra.


Pensa, la relazione di ora

questa nuova faccia

dell'amore.

lo chiamano lutto.




              Chandra Livia Candiani  da   Pianissimo per non svegliarti




domenica 28 marzo 2021

IL SILENZIO DI MAGRITTE



                                                               R. Magritte -  Silenzio




Senti che silenzio ti regalo

perché tu abbia vuoto

e frescura e scavo lento

per le tue millenarie graffiature

per il tuo non registrare con la mente

ma tenere in appoggio funambulo sul cuore

la fatica della pressione altrui,

dei multipli imperativi

che sfrecciano e chiedono

e pretendono. Senti come sto

quieta e senza sonoro

appoggiata al bel niente

e dopo, quando torni contento,

e già pronta la saltabeccante energia

la zampata che t'invita

alla tua radice d'infanzia.




                Chandra Livia Candiani   da   La domanda della sete



lunedì 13 luglio 2020

IO E' TANTI...



                                                                          Io è un abbraccio...


Io è tanti
e c'è chi crolla
e chi veglia
chi innaffia i fiori
e chi beve troppo
chi dà sepoltura
e chi ruggisce.
C'è un bambino estirpato
e una danzatrice infaticabile
c'è massacro
e ci sono ossa
che tornano luce.
Qualcuno spezzetta immagini
in un mortaio,
una sarta cuce
un petto nuovo
ampio
che accolga la notte,
il piombo.
Ci sono parole ossute
e una via del senso
e una deriva,
c'è un postino sotto gli alberi, 
riposa
e c'è la ragione che conta
i respiri
e non bastano
a fare tempio.
C'è il macellaio
e c'è un bambino disossato
c'è il coglitore
di belle nuvole
e lo scolaro
che nomina e non tocca,
c'è il dormiente
e l'insonne che lo sveglia
a scossoni
con furore
di belva giovane
affamata di sembianze.
Ci sono tutti i tu
amati e quelli spintonati via
ci sono i noi cuciti
li lacrime e di labbra
riconoscenti. Ci sono
inchini a braccia spalancate
e maledizioni bestemmiate
in facci al al mondo.
Ci sono tutti, tutti quanti,
non in fila e nemmeno
in cerchio,
ma mescolati come farina e acqua
nel gesto caldo che fa il pane:
io è un abbraccio.



                         
                         Chandra Livia Candiani  da  La bambina pugile 
            


MORGEN !




                                                      Finché non arriva un vento di parole...



IL SONNO E' NOSTRO

 Il sonno è nostro
ordinario stato
finché non arriva
un vento di parole una
poesia,
un pastore d'istanti
con arcaica sapienza della cattura.



                Chandra Livia  Candiani    da        Fatti vivo



martedì 8 gennaio 2019

MAPPA PER L'ASCOLTO

 
 

                                                         Io ti conosco… maestoso silenzio…


Dunque, sapiente
è il corpo,
che sa morire  e consegnare
alla luce, mostrare
i denti piegare le due sponde
delle labbra, lacrimare
solo o faccia a faccia
sanguinare e squarciarsi
e dire parlare dire instancabilmente
parlare inascoltato.

Dunque, tra il silenzio assordante
dell'universo,
il nessuno che ama,
sentimento vertiginoso e tenero
che si sprigiona
come neve equanime
e spassionata - bella -
su noi distratti

e il mondo folgorato
e nero, nel fuoco di pianura,
il mondo patetico di scintilline
nella notte della visione aerea
di noi impastati di fango,
inadatti al volo sospesi
tra le bombe, dunque
tra tu universo e tu mondo
non c'è che il corpo, questa

minuscola mollica di pane,
questa fucina di passione
e quiete, questo sipario
delicato tra vuoto
e vuoto. Cacciati dall'universo,
dilaniati dal mondo,
il corpo è terra madre
postura raccolta per il balzo.

Dunque, solo il corpo
è patria e dimora
di noi orfani
spiumati
e senza casa,
il corpo sa
di muschio e zolfo
di essere immenso
di contenerlo
sa.


                                          ***


Io ti conosco
maestoso e ovvio lievitante
silenzio ti conosco
quando spieghi le ali
sulla mia testa di margherita
vana e stanca
ti conosco quando riempi
le vene di fioritura esatta
ricamata nella geometria del respiro.

Ti riconosco silenzio tenero
nelle tue vele
che imprestano minuscole
ali alle mie clavicole
ali di tela e foglie
ti riconosco dove
calligrafia d'albero
disegni altitudini lievi
e abissale nostalgia.

E ti avverto nel terrore
dei tuoi notturni
nella gola che si spiega
squarciata alla tua offesa
allora non più tenero
ma tremendo sei
silenzio
allora girovaghi nel sangue
per addestrarlo
a più vertiginoso inchino
e mi decapiti il pensiero
e oscenamente minuscola
mi getti nel gelido fuoco
dell'assenza di universo
opaca creatura
senza orientamento.

Ma dove sei
quando il mondo
mi ride addosso
quando mi assalgono di spilli
e disamorata e braccata
rispondo
a strappi e passi
di danza ubriaca
dove sei
nelle televisioni accese
a coprire gli urli seppelliti
al desco familiare
dove sei nei giochi sociali
che non lasciano tracce
di sangue ma buchi
a fiotti nella carne
invisibile del petto
dove sei non in guerra fame
violenza e miseria
ma nella quiete
con cui ci si dà il male
dove sei nella noia delle mani
che non sanno
più stringere né sfiorare
lavare i morti
calmare gli orrori infantili
con il tocco
di chi è preziosamente umano
e non pretende guarire
ma intende amare
volere il bene girare
i volti verso la luce.

Dove sei allora
silenzio
nell'assenza di mistero
e di vicinanza dove sei
nei corpi che non s'intendono
nelle facce che sbarrano
il passo, nei cappotti di spine
senza bivio per il respiro
che si fa forsennato,
davanti al loro ripetersi:
" Non sta succedendo
niente" - appunto -
dove sei silenzio
in quale tempo dimenticato
in quale perduta dimensione
in che ovvia misura
che non avverto e non sento?

Cura
di abitare l'anima
come l'animale
la sua pelle, abitarla
in gloria e luminescenza
e in pena e meschina piccolezza
in domestico deserto
abitarla sempre
anche in tua assenza
indossare la sua
carne senza spine
come corpo nuovo
come candida corrente.


                                     ***


Quando vuoi pregare,
quando vuoi sapere
ciò che sa la poesia,
veloce nella corsa,
senza indugio
cerca il gesto più piccolo che hai,
piegalo all'infinito,
piegalo fino a terra,
al suo batticuore.

Quando hai fame di luce
e l'amore è cinghia pesante
e il cuore stracolmo
di voli che allacciano troppo
al leggero del cielo,
istruisciti alla pura verità,
quella che non vuoi
e nemmeno immagini,
quella " polvere sul pavimento
e pane sulla tavola ",
ginocchia sbucciate
e pane che parla,
dice la fame giusta.

Offriti al paesaggio grande,
dalla finestra
o in piena aria aperta,
chinati a portare il mondo
sulla schiena nelle ossa
e poi lascialo
scivolare sbocconcellarsi
ai piedi della terra,
ascolta il suo silenzio
che risponde:
" Qui neve su albero.
Qui foglia piccola su pianura
immensa. Qui ghiaccio
esatto. Qui apprendista della luna
raccoglie luce".

Ci vuole incrollabile
ardente pazienza
e vicinanza al pavimento
fronte che lo fronteggi
e dica l'amore pesante,
la fame dei giusti mietitori,
di macina.
Per cercare un'altra strada
al desiderio che ti inaridisce
ci vuole furore,
farsi creatura randagia
nel disastro delle falci,
che ti cali il silenzio
sulla testa, l'affamato
sapere che tace
e fa foresta delle ferite.

Se vuoi dare la forza,
raccogliti in un balzo,
uno slancio senza mondo,
polvere da spazzare con devozione,
piccoli scricchiolii di ossa
che parlano alle tue prossime ceneri:
se vuoi essere adesso,
dàtti la forza,
senza salvare,
senza costringere l'amore
in relazione, lascialo soffiare,
mietere. E' un grande paesaggio
il mondo,
un uccello piccolo su un palo
lo conserva, ha sguardo.

Non serve squarciare il cielo
a caccia di segreti
se tu - abbagliata -
che di notte scegli,
non guardi la luce minuscola
ma il buio tutto
che le preme attorno.
Visto che non puoi
essere qui, allora ama altrove,
in rettilinea sequenza,
allora prega.



          Chandra  Livia  Candiani      da     Mappa per l'ascolto