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lunedì 3 giugno 2024

JUNG SI RACCONTA...

 




                                                      "  L'uomo non può sopportare

                                 una vita priva di senso ".


                                

                                            C. G. J.



mercoledì 18 maggio 2022

CARA TU ( Lettera ad una ex moglie ) 1

 

Foto tratta dal web      


 

" Vi siete separati, è vero, ma perché devi odiarlo? " Da questa domanda nasce la lettera che l'autore indirizza a una virtuale ex moglie e in cui la scena è occupata da due personaggi : Marta ed Enrico, simbolo di tante coppie che vivono la medesima situazione. In questa lettera, amara e diretta, si affronta uno dei problemi meno noti della nostra società: i mariti e padri separati che prima di ogni altra cosa sono " uomini" separati. Uomini di ogni età e ceto sociale che spesso perdono tutto, incalzati da giudici che fanno poco per interpretare la situazione in chiave più equa, e che vanno così  ad ingrossare le file dei nuovi poveri. Un esercito silenzioso e rassegnato.



(...) Ti scrivo perché anche Tu, cara, sei una delle tante. Una dei milioni di un altro esercito di reclute ugualmente infelici e incompiute. Una donna separata con figli, rappresentante di una categoria che quarant'anni fa faceva scandalo. Non sono sciocco. So bene che le tue antenate venivano trattate come reprobe, done poco frequentabili, tentazioni a piede libero pericolose per l'equilibrio delle altre famiglie, e anche le più fortunate venivano considerate testimoni di un fallimento grossolano e drammatico che tutti - comprese le amiche - sintetizzavano con una frase insopportabile : " Non è stata capace di  tenerselo". Di tenersi il marito, o il matrimonio. Una fallita. Oggi siamo tanto moderni, ci stiamo abituando alle famiglie allargate e alle famiglie larghissime, ma il ritornello è lo stesso: appena giri le spalle c'è qualcuna che - tra un sospiro sincero e un commento acido, di te dice esattamente la stessa cosa. Non sei stata capace di tenertelo. Che inutile e bestiale umiliazione. La tua rabbia la capisco, credimi. Vorrei che partissimo da una reciproca concessione che Enrico deve a te, e tu a Enrico: tutti e due state vivendo un grande dolore. Tutti e due annusate l'odore acre del fallimento. Tutti e due oggi siete parte di una guerra incivile dove non vince nessuno. Tutti e due avete il diritto al riconoscimento della vostra sofferenza. Dunque metti da parte per un attimo l'asfissia, lo stritolamento dei meccanismi di controllo sociale, il blasone, l'onorabilità, ciò che " dice la gente", quello che ti pare; torna in te e ricorda che anche Lui, il tuo ex compagno o ex marito, è una goccia del mare nero. E' uno dei tanti, uno che sta, numero tra i numeri, nel numero grande di uomini che possono riconoscersi in questa lettera. Ti scrivo perché Tu possa provare almeno a capire. Se ne avrai voglia. Se aprirai il tuo cuore, di nuovo. E allora iniziamo dalla fine (...)




              Angelo  Mellone  da  Cara Tu ( Lettera a una ex moglie )



CARA TU ( Lettera a una ex moglie ) 2

 

(...) La fine, è che era finita la vostra storia. Non stiamo troppo a girarci intorno. Tu che sei una lottatrice e una testarda, sai che la verità è questa. Era finita. Lo so che non andavate più d'accordo da anni. Tu non ricordi bene quando è accaduto e nemmeno Lui, ma ad un certo punto non è stata più la stessa cosa. In tanti rapporti che finiscono, esiste il ricordo di un punto di cesura, di un momento preciso della vita di coppia in cui la scintilla che ogni giorno dovrebbe rinfocolare la passione e la voglia di stare insieme, smette di accendersi e portare calore. Arriva il giorno X, il giorno maledetto in cui ti svegli e, magari a colazione, ti accorgi che quell'uomo o quella donna che ti sta di fronte è un estraneo o persino un invasore. Arriva il giorno in cui senti freddo. So che quando accade - è successo anche a te, Cara Tu - vivi questo strappo come se fossi la prima e l'unica persona al mondo ad avvertirlo e a farti carico di questa situazione orrenda e straniante. Esiste un istante, un istante infame in cui scopri che non hai più niente da dirgli, proprio a Lui, a colui al quale avevi giurato amore eterno. La conversazione boccheggia, annaspa : ci si riduce a discutere delle poppate, della scuola dei figli, delle bollette da pagare, al massimo delle prossime vacanze. Ma senza gioia. Piccoli stratagemmi retorici per coprire il vuoto che vi separa. Per il resto, siete stranieri l'uno all'altra. Così è accaduto ance a voi. Solo che non avete ancora deciso chi è stato il primo a chiamarsi fuori. (...)



                 Angelo Mellone  da   Cara Tu ( Lettera a una ex moglie )


CARA TU ( Lettera a una ex moglie ) 3

 


(...) Enrico, come spesso accade agli uomini, non parla con acrimonia quando descrive la vostra crisi matrimoniale. Lo vedo pacato, più che altro dispiaciuto, e per certi versi incredulo. Lo capisco: ti senti trattato da delinquente quando invece non hai fatto alcunché di male. Enrico sa, che quando qualcosa si rompe, i cocci sono di tutti e due, e se una cosa è rotta, stabilire chi ha fatto il danno è cosa poco utile. Mi dice : "Abbiamo tutti e due la nostra parte di responsabilità". Ma su questo uomini e donne sono diversi. Dove l'uomo cerca velocemente una ricomposizione, voi volete lo scontro, lo pretendete, lo cercate. E Tu, ovviamente, sei convinta che la colpa sia sua, dell'infame bastardo stronzo fallito figliodiputtana mentecatto. Tutta sua. Per intero. E se la colpa del naufragio è il fardello del maschio, la deve pagare. Lo ripeti ogni giorno alle tue amiche o a tua madre, e soprattutto lo ripeti a te stessa perché il mantra del è-tutta - colpa-sua resta un grande esercizio di autodifesa, il migliore, il più semplice. Caricare sulle spalle dell'altro l'intero peso del fallimento, che liberazione! Non avrai mai la scocciatura di guardarti allo specchio e chiederti se e dove hai sbagliato anche Tu, chiamando a te il fantasma dell'errore. Così, la tua occupazione principale diventa la minuziosa catalogazione delle ragioni per le quali Tu eri e resti sempre la stessa, la stessa che quell'uomo ha amato  e magari sposato, mentre Lui è diventato un " totalmente altro". Un essere irriconoscibile con cui non andresti a prendere neppure un aperitivo, e la cosa che più ti scoccia e persino ti fa ribrezzo è che quell'essere odioso, quell'obbrobrio calzato e vestito, è il padre dei tuoi figli, e purtroppo su questo non puoi farci niente.(...)




                         Angelo Mellone  da   Cara Tu ( Lettera a una ex moglie )



lunedì 2 maggio 2022

ESERCITI DI CARTA ( la vita dell'uomo )

 


                                                         Avanti coi vostri ultimi miti...



" I testi raccolti in questo libro, considerati singolarmente, hanno valore ciascuno per i suoi contenuti specifici, per le caratteristiche stilistiche che li caratterizzano anche in modo diversificato, ma sono da intendere come " poema totale" che si articola nelle diverse pagine, talvolta con poesie ad ampio respiro che si dispiegano in testi più lunghi e compatti, altre volte in brevi unità sospese o folgoranti come pure in poesie strutturate in diverse strofe. Si tratta di un Poema epico e lirico, per certi versi mitomodernista, un poema cosmico che spesso riprende alcune forme di opere della letteratura delle origini - non solo occidentale - oppure passi delle Scritture. Al centro il Divino, il Cosmo, il Soggetto emblema di una condizione collettva " . ( Dalla Prefazione di L. Cannillo )



Il sole aveva i suoi eserciti di carta,

e li mandò nel mare

a svelare le grazie della luna.

Ma la luna, che ha il cuore di un uccello

che dorme, sollevò le maree

e affondò gli eserciti del sole.

Allora il sole si rivolse ai vulcani

dicendo: oscurate il cielo

- quando io mi nascondo -

affinché le luci argentate rimangano segrete

e nessuno più le possa vedere.

Gli uccelli impazzirono,

andarono dagli uomini,

ma gli uomini non capivano

e gli uccelli gli mangiarono i capelli.

Così gli uomini uscirono sul mare,

i soldati del sole, con barche di carta, e reti

di carta, a raccogliere la luce della luna.

Il mondo è diviso, disse il mare.

Luce e buio, oro e argento.

si mescolano dentro di me

come due pesci in amore.



                                        ***


Maturo era l'uomo dell'infanzia

infantile quello della maturità,

ma questa maturità porta il segno delle ustioni :

è bene ora che il vecchio si scrolli come un animale fradicio di nulla.



                                         ***


Oh mare di dolore

le nostre case sono così meschine,

è meschino il muro che ci copre.

Dovremmo - come libellule senza nome -

vagare per le foreste.

Ma il cammino è stato tracciato

da fionda e fucile, da mano e da oscuro

cervello.

Non so perché l'uomo si ostina a cercare.

Ad agitarsi, a muoversi, a creare.



                                      ***


Ora penso che l'autunno mi fa paura,

e che l'estate è un vero terrore,

penso che la distruzione verrà

e io non sarò stato fedele

ai cespugli di rose e alle grosse margherite,

non avrò insegnato a mio figlio il canto del prato

o la potenza del sole,

non gli avrò mostrato le grazie del mattino

quando la rugiada contende il sogno

e il vento cortese ripulisce l'anima.



                                             ***


Noi ci arrampichiamo sui

pensieri migliori


perché aneliamo

alla più vasta guarigione,


nel cadavere del cielo il nostro seme

sta bruciando;

infinita tristezza.


La genialità del mare e la sua piuma di neve,


mi ricordo, dei cavalli delle onde,

avevo semi nei capelli,

la spuma che mi usciva dalla testa

era il delirio del sole.


Avanti coi vostri ultimi miti

tutto quanto è sconfitto.




               Antonio Santiago Ventura   da    Eserciti di carta



sabato 6 marzo 2021

GLI UOMINI

 



                        Guardarsi senza luce, mentire ad alta voce: è questo che vuoi?






Odorano di bucato quelli che mi piacciono

- ma di bucati fatti da altre -

sanno di mela e legno nuovo, duro,

portano il colletto floscio, slacciato.

E' il genere sportivo d'ossa solide il mio,

atleti d'aria aperta e pelle fresca,

che protendono il tronco per sentirci meglio,

un po' arruffati con scarso sense of humour,

non colgono i giochi di parole

ma hanno i soldi le case le automobili

coi bambini dentro,

e posseggono e amano la terra.

Lì si sentono a casa e a loro agio

non sanno d'essere stati partoriti

né come sia difficile far nascere

perché colgono la vita

come venuta giù dritta dal cielo,

una palla da cricket presa bene

che ti riempie la mano.


Li manderei tutti al mare, là dove

tra le ombre abbaglianti di luce intravedono

la mia striscia di terra nera e ridono.




                     Kate Clanky   da     La testa di Shakila



giovedì 21 gennaio 2021

LA LEGGENDA PRIVATA DI MICHELE 1


 




" Tu non ricordi / ma in un tempo/ così lontano che non sembra stato / ci siamo dondolati / su un'altalena sola /. Che non finisse mai quel dondolìo / fu l'unica preghiera in senso stretto/ che in tutta la mia vita / io abbia levato al cielo ".  ( M. Mari )




(...) Una confessione di quelle pesanti, toh, per alzare la posta. Fino al compimento del sedicesimo anno, il soggetto scrivente soffrì di una disfunzione di origine psicologica nota come " eneuresi notturna". Sotto il profilo psicologico, appunto, l'abbandono all'istinto mingitorio e la disattivazione dell' allarme - inibizione sono un evidente segno di regressione: così la letteratura scientifica, con una nota di inesattezza linguistica che non può non lasciare insoddisfatti: quale mai regressione, infatti, se non si è mai extragrediti? . Comunque, di ciò si trattava. In genere, ma non sempre, si dava un'autorizzazione onirica: io sopra un vasino o davanti a un cesso, o in un prato o nell'acqua del mare, che mi abbandono al bisogno: in genere, ma non sempre, svegliandomi a metà del disastro. In ogni caso, o lì nel pieno della notte, o al mattino, la percezione dell'irreparabile: l'angoscia, il tentativo di occultare le prove, ammassando le lenzuola pollute sotto al letto o direttamente nella lavatrice, e distendendone di nuove e asciutte sul materasso ( almeno lui salvato da una provvidenziale tela cerata). Naturalmente mia madre mi era complice, coprendo il misfatto. Ma se ( ma se ) capitava che mio padre se ne accorgesse, se addirittura ( se addirittura ) mi svegliava lui  ritraendo schifato la mano, oh allora  ( preterisco ) oh allora! E pure, col culo viola dalle gragnuole, mantenere il contegno perché lui le cinghiate e prima di lui dalla parte della fibbia fino alle mazze chiodate la pece bollente il pubblico squartamento. Mette conto avvertire quanto in simili circostanze ci si riferisse a una certa vaga possibilità che qualcuno, un giorno, potesse diventare un culattina? (  Culattina- piscialetto ). A fare le spese delle mie minzioni notturne era anche il mio adorato orsino di stoffa che se ne intrideva siccome spugna: io poi lo lasciavo delle ore al sole o su un calorifero e lo asciugavo col phon, ma un nonsoché di umido- al suo interno - non se ne andava mai, e con esso l'odore: tamen, la reliquia è ancora con me, adagiata in un armadio.  (...)



 Michele  Mari  da   Leggenda Privata




LA LEGGENDA PRIVATA DI MICHELE 2

 

(...) Così, a ridurre la probabilità ( che viaggiavano sul fifty - fifty ), presi l'abitudine, sui dieci - undici anni, di non bere più dopo le quattro del pomeriggio: onde per cui, per mancanza di salivazione, una loquela impastata e impedita, come di chi abbia la bocca piena di sabbia e di Vinavil ( con il soprammercato della beffa: " Non puoi parlare come una persona normale? Mi sembri un deficiente!", ma io ben contento di sembrarlo, purché la vescica fosse vuota.) La sete che ho patito!. Va da sé che dopo la separazione dei miei genitori, la mia vita prendesse due stili: con acqua la sera a casa nostra, senz'acqua la sera da mio padre. In questo modo me la cavai per un po', fin quando - una Pasqua - egli decise di affittare una casa all' isola d' Elba per l'estate. Essendo persona con le idee molto chiare e non fidandosi di nessuno, programmò di cercarsela di persona durante quella Pasqua: facendosi poi venire la pessima idea di portarmi con lui. Quattro giorni durò quell'inferno, quattro giorni in cui divenni una mummia disidratata. Ogni giorno ci si spostava in taxi lungo la costa: mio padre guardava, chiedeva, questionava poi, con un umore che andava peggiorando di tappa in tappa, sceglieva una locanda per la sera. Irreprensibile, fui, un vero soldato. La quarta sera, invece, cedetti: non più di un bicchiere, ma cedetti. Voleva il caso crudele che proprio quell'ultima notte alloggiassimo in un albergo di un certo lusso e che, non essendo disponibili camere doppie, io e mio padre dovessimo dormire in un letto matrimoniale. C'è bisogno di andare avanti? All'alba, ridestomi, mi trovo avvolto nel ben noto sudario inzuppato... e anche il pigiama di mio padre ( ancora nel sonno ) è bagnato... e di brutto! oh tempo, per quanto ti sei fermato? Lottando freneticamente con il panico, esaminai le possibili soluzioni : non ce n'erano. Così, come un condannato a morte, mi riaccoccolai dalla mia parte in attesa della Punizione. Oggi un meccanismo pietoso mi impedisce di ricordare nitidamente: sorvolo. Accennerò invece al silenzio, lo spaventoso silenzio che calò fra di noi durante il viaggio di ritorno, ancora in taxi, poi sul traghetto, poi in treno, poi in tram fin davanti al portone di casa mia, dove fui congedato senza una parola. Seppi poi da mia madre che non si era mai vergognato così in vita sua che " vaffanculo dio " quando mai gli era venuta l'idea di portarmi con lui e " come cazzo stavo venendo su", ecc, ecc.

L'Elba non ci sono voluto tornare mai più.  (...)



                     Michele Mari   da    Leggenda privata



LA LEGGENDA PRIVATA DI MICHELE 3

 

(...) Mio padre, non si pensi che non gli ho voluto bene; solo non è ,mai stato facile dirlo ( dirmelo - dirglielo ) questo bene: più facile comunque da lontano, in absentia: è difficile, in ogni caso, sceverare il bene dall'ammirazione. Esattamente come nei confronti di mia madre è difficile distinguere il bene dalla compassione. Per il genitore, dunque, affetto - ammirazione, dimolto guardingo, per la genitrice, affetto - afflitto, che non è un'allitterazione, ma la verità. Si tengo poi conto che mio padre istesso, si sarebbe dispiaciuto di un affetto più pieno e spiegato, ogni morbidezza, ogni intenerimento di medulla equivalendo, nella catabasi àpulo- barbara, a indecorosa svenevolezza, a un simil frigno, all'incubo - culattina. Veri uomini, duri, sguardo Jack Palance - Charles Bronson, estremo - laconici, quozienti di intelligenza vertiginosi, all'incontrarsi casualmente per casa non andare al di là dell'effato " Grunt" e tirar dritti. In effetti... mai visto piangere mio padre, io, che dico piangere? mai l'occhio velato di commozione, il che non vuol dire ( voglio sperare ) , che non si sia mai commosso, ma talmente al di sotto ( sotto numerosi strati di corazza, intendo ) da non essersene accorto neppure lui. Così, la sua araldica insegna, il rinoceronte o il porcospino.. meglio il triceratopo...

( Sue cartoline degli anni Sessanta o Settanta suggeriscono quanto l'idea stessa di tematizzare la paternità lo imbarazzasse. Spesso prive di testo, sotto la data recano firme come " Enzo", " E ", E.M. " o, fra le virgolette originali che la dicono tutta in tema di straniamento, " tuo padre" e, una volta dall' America, " the father ".Io cercavo di non essere da meno, limitandomi a mia volta al mero nome proprio o all'iniziale: qualche volta però premettendovi quanto già mi sembrava un'indulgenza sentimentale : " ciao".)

( Un giorno mia madre, come si trattasse di un esperimento scientifico, mi suggerì di sostituire la parola " papà " con il più affettuoso e collodiano " babbo" : quando lo chiamai così - ci eravamo appena messi a tavola - mi stupì per la velocità della replica, che rivelava un'insospettata conoscenza dei toscanismi: " Se ci riprovi - sibilò - io ti chiamerò " fanciullo" . Fine dell'esperimento, anche perché non sfuggiva a nessuno dei due l'associazione a " grullo e citrullo, nonché a " ( vaf ) fanculo" ).




                Michele  Mari  da    Leggenda privata



sabato 9 gennaio 2021

LA PIRAMIDE DI ROTH

 


                                             Foto sulla copertina del libro "  Patrimonio "


(...) Sulla credenza di fronte al sofà c'era l'ingrandimento dell'istantanea scattata cinquantadue anni prima con una macchina fotografica a cassetta sulla costa del New Jersey che anche noi - mio fratello ed io - avevamo incorniciato e messo bene in vista nelle nostre case. Siamo in posa, in costume da bagno, un Roth dietro l'altro, sul prato antistante la pensione di Bradley Beach dove la nostra famiglia affittava una camera da letto con uso cucina ogni estate per un mese. E' l'agosto 1937. Abbiamo quattro, nove e trentasei anni. Ci drizziamo verso il cielo formando una V, di cui i miei sandaletti sono la base appuntita e le spalle larghe di mio padre - tra le quali è perfettamente centrata la faccia furba da folletto di Sandy - le due imponenti terminazioni della lettera. Sì, quella che spicca sulla foto è la V di Vittoria : di Vittoria, di Vacanza, di retta e distesa Verticalità ! Eccola, la linea maschile, intatta e felice, in ascesa dalla nascita alla maturità ! (...).



               Philip Roth    da       Patrimonio ( Una storia vera )



domenica 29 dicembre 2019

ELEVAZIONE ( Ascoltando Paganini )

 
 
                                
                                       Qualcuno, da un angolo, suonava Paganini…


ELEVAZIONE

(…) Quella sera, nella strada, le foglie degli alberi erano parole. I
       vetri delle finestre,i balconi, i marciapiedi erano parole. L'aria
       stessa era fatta di parole, e per questo era assordante. Il
      frastuono spegneva i pensieri. Mi trovavo nella folla , fermo,
      guardavo come gli altri verso un punto. In alto, sul fondo della
      strada, comparve il funambolo: sul filo teso fra due palazzi,
    aveva appena cominciato l'attraversamento.Venne - improvviso-
    il silenzio. La voce di un violino si levò nell'aria. Era lontana e
    prossima allo stesso tempo. Pianto, e racconto. Qualcuno, da
    un angolo, suonava Paganini, mi sembrava di ravvisare il
    Largo del Quartetto 14: un violino solo prendeva nel suo suono,
    il suono della viola, del violoncello, della chitarra.
    Le foglie tornarono ad essere foglie. Così i vetri delle finestre, i
    balconi, i marciapiedi.Un passaggio di luce rivelò per un istante,
    sopra il filo, il viso del funambolo, che stava per raggiungere la
    metà del cammino. Le foglie degli alberi, i vetri delle finestre, i
    balconi, i marciapiedi erano di silenzio. L'aria era di silenzio.
    Anche il violino ora taceva.
    In alto, il funambolo, continuava il suo cammino.  (…)


                                               ***

LA DISTANZA

(…) " Vedi", disse fissandomi negli occhi " sto usando la tua lingua
        perché tu possa intendermi, ma sento che gran parte di quello
        che vorrei dirti resta al di qua della lingua, non è preso nel
        senso e nel suono della lingua, e allora è come se ti mostrassi
        soltanto la veste di un pensiero,la sua apparenza che - subito,
        appena detta - si perde nell'insignificanza  ".
       " Così ", continuò " è anche quando tu mi parli: sento che quel
        che mi giunge è solo la superficie di una verità che resta
        nascosta dentro di te o - se vuoi - nell'enigma che tu sei per
        me. Per questo non possiamo mai davvero incontrarci".
    " Ma gli occhi " azzardai " e tutto il corpo non possono riparare
       a questa insufficienza della parola ? "
     " Anche gli occhi, anche il corpo sono nell'apparenza ", rispose
       muovendosi verso la porta . " Voi dite visibile ", aggiunse, "
       dite tangibile, ma anche questo è solo superficie ".
       Fuori il giorno declinava. Sapevo che per alcuni della loro
       specie l'assenza di luce è fonte di grande turbamento. Per
       questo s'era affrettato a lasciare la stanza per volarsene chissà
       dove, certamente in un lago di luce .  (…)


                                             ***

L'ORECCHIO INTERIORE

(…) Lungo gli anni, con molti esercizi, aveva affinato i modi dell'
     ascolto.Sapeva distinguere, in esso, quello che doveva trattenere
   nella mente,da quel che poteva lasciar cadere nella dimenticanza
   Questa abitudine lo faceva apparire distratto, ma non se ne
   rammaricava perché, più egli chiudeva all'esterno l'orecchio, e
   più dentro di sé prendevano timbro e tonalità le voci e i suoni che
   davvero contavano. Attenzione e memoria erano alleate in questa
   ricerca. Amante della musica classica, faceva le sue scelte anche
   nel corso dei concerti: poteva poi risentire nella scena interiore
  con nitida riproduzione non solo un'aria o una romanza,ma anche
  variazioni e gradazioni tonali di una toccata, la tessitura di un
  tappeto armonico, le risonanze orchestrali di un' esecuzione al
  pianoforte solo. L'ascolto interiore in lui era diventato finissimo, e
  fuori dal lavoro poteva starsene a lungo raccolto in quel silenzio
  ricco di suoni. Ma col tempo sopravvennero sere in cui i suoni
  preservati con tanta cura cominciarono ad essere disturbati dall'
  inattesa incursione di altri suoni, i quali si mescolavano ai primi
  rovinandone ritmo e timbro: all'improvviso prendevano il campo
  frasi musicali o voci di un tempo ritenute insignificanti e vuote.
  La rivolta del suono escluso fu rapida, implacabile. Nello stesso
  periodo egli s'accorse di andare incontro , nella vita quotidiana, a
  una sordità sempre più forte. Ma di questo non se ne dolse: non
  ricevendo più suon e voci dall'esterno, poteva nel suo silenzio
  combattere meglio la battaglia contro il ritorno interiore di quel
  che era cancellato e ripudiato. Sarebbe stato più agevole il 
  compito che s'era proposto:edificare- dentro di sé - l'uomo nuovo,
  l'uomo armonioso.  (…)




                        Antonio Prete   da        Tutto è sempre ora 


sabato 28 settembre 2019

AAA VENDESI UOMO

 
 
 

                                      Vendo cervello in buono stato apparente…


Vendesi uomo
senza rima e senza uscita
del resto completo
e opportunamente disassemblato
sì segni di usura
no malfunzionamenti
causa cambio fede
e riduzione spazio
in relativo disimpegno
con realizzo di vuoto.


                                            ***

Vendo cervello
in buono stato apparente
uso pensieri buoni e cattivi
completo di subconscio e super io
controllo movimenti e linguaggio
gestione riflessi e semicoscienze
andato qualche volta in sovraccarico
poi opportunamente svuotato
e ricondizionato per nuovo utilizzo
confezione in scatola cranica.


                                        ***

Vendo capelli
tonalità iniziale nero
sviluppo in variazioni castano
e cadenza finale bianco
salvo perdita componenti
in spazi tra righe in mezzo
per debolezza d'attacco
in contrasto con le cose fisse
come i motivi classici
e le vecchie paure.


                                  ***

Vendo orecchie
per ascolti musicali
di fatti personali o socio sanitari
storie mitologiche e leggende
di via di verità e di vita
professioni libere di fedi
recitazioni di credo e rosari
giuramenti eterni illuminazioni estatiche
e buone e cattive novelle
in cui chi vuole intendere intende.


                                  ***

Vendo pene
utilizzo svago e riproduzioni
con svariate memorie di forme
di corpi da donne da letto
e buchi di angoli di strada
dopo imbarazzi da polluzioni notturne
sbalordimento di primi orgasmi
e il piccolo glande a capolino
accolto con risate di sorpresa
di iniziali manipolazioni materne.


                            ***

Vendo famiglia
per gioco combinato cuore intelletto
costruzione comune senso della vita
celebrazioni sparse di vittorie
e ripresa da schiaccianti sconfitte
allego campionario scontri diretti
su base di genere e generazionale
da giocare in casa e fuori casa
a modulo misto uomo bambino
supremazia non richiesta.


                                  ***

Vendo amici
di valore relativo
e resistenze misurabili
su lunghi tempi di latenza
buoni per serate fuori
e fronteggiamento mali passeggeri
sì  cortocircuito negativo positivo
no protezione isolamenti estremi
raccomandato trattamento con i guanti
più archiviazione sulle dita di una mano.


                                   ***

Vendo futuro
con  vedute di belle speranze
e locali devastate sovraimpressioni
stato d'uso parzialmente esaurito
funzione automatica riflessi del passato
e cambio sequenziale inquadratura
sì modalità visioni apocalittiche
no compensazione soggetti in allontanamento
più regolazione angolatura prospettica
con focale fissa sottoterra.


                                 ***

Non vendo
anima smarrita.




                       Mario Campanino  da    Vendesi uomo


venerdì 27 settembre 2019

CON IN BOCCA IL SAPORE DEL MONDO ( Presentazione )



L'ultima spiaggia di via Veneto e un uomo con il cappotto in ogni stagione ( Vincenzo Cardarelli ). Un concerto di passerotti sul davanzale e un baritono mancato ( Eugenio Montale ). Lo scalo di un treno alla foce di un fiume e un accordatore di parole ( Salvatore Quasimodo ). Il salotto borghese di una casa in collina e un collezionista di farfalle ( Guido Gozzano ). Il baraccone di un tiro a segno e l'uomo dei boschi ( Dino Campana ). Il retrobottega di una libreria antiquaria e un figlio del vento ( Umberto  Saba ). Una raccolta di francobolli e un funambolo solitario e malinconico ( Aldo Palazzeschi ). Un concerto di Bossa Nova e un bambino di ottant'anni che aveva la voce di Omero ( Giuseppe Ungaretti ). L'invettiva contro la luna e una donna che pagava i caffè con dei versi ( Alda Merini ).
L' autore, Fabio Stassi, rende omaggio al Novecento e alla grande dimenticata del panorama letterario nazionale - la poesia - con una coraggiosa avventura mimetica e fantastica. Rimpatria nel mondo di questi dieci autori, li fotografa in un gesto, li fa parlare in prima persona, dopo la morte e oltre la morte, ossia da quel punto sospeso dello spazio e del tempo in cui sopravvive la voce di ogni poeta. Ne viene fuori un racconto in presa diretta della loro vita, dei loro pensieri sulla scrittura, delle idiosincrasie, ossessioni, desideri, dolori, allegrie.
Dieci monologhi appassionati e coinvolgenti in un'unica dichiarazione d'amore.



                                        ( f. )

CON IN BOCCA IL SAPORE DEL MONDO 1

 
 

" Gli uomini d'intelletto, educato al culto della Bellezza, conservano sempre - anche nelle peggiori depravazioni - una specie di ordine " . ( G. D' Annunzio )



IL MERCOLEDI' DELLE MIE CENERI  ( G. D' Annunzio )

(…) Me ne sono andato come un attore sulla scena. La sera di
       Carnevale, pochi minuti fa, all'ora del crepuscolo.Dalle labbra
       non mi è uscito nemmeno un sospiro. Avevo sfiorato la morte
       così tante volte, che quasi pensavo non arrivasse più. Ma l'ho
       sempre detto che sui tavoli piccoli si lavora meglio, e anche
       morire è un lavoro che richiede fatica, e stile.
    Avrei potuto lasciare tutti a bocca aperta con un'ultima impresa,
    beffare il mondo un'altra volta come avevo beffato la marina
    inglese a Buccari o l'esercito austriaco quando volai su Vienna.
    Sparire su una mongolfiera o un dirigibile sopra il Polo Nord,in
    un viaggio senza ritorno, tra i ghiacciai puri e incorrotti con il
    cuore ibernato in una montagna di cristallo.Ma in fondo è giusto
    così: nessun rimpianto. Per uno come me non ci poteva essere
    luogo migliore che questa scrivania, il vero teatro di tutte le mie
    avventure.
    Ho reclinato la testa, toccato un'ultima volta con la punta delle
    dita questo legno così familiare, masticato un verso che nessuno
    potrà più sentire.
    La morte ha il sapore di una poesia incompiuta.
    Presto si alzerà il lamento delle donne e riempirà la casa. Mi
    porteranno a letto, mi distenderanno.Poi cercheranno di mettersi
    in contatto con Roma. E Mussolini, dall'altro capo del telefono,
    dirà : " Finalmente".
    Subito dopo comincerà la girandola delle ipotesi: è stato un
    cocktail di droghe; lo hanno avvelenato i tedeschi, perché quel
    pagliaccio con i baffetti alla Charlot non gli era mai piaciuto:
    si è tolto la vita. Ma saranno soltanto voci, che non smetteranno
   di correre. Anche se gli arsenici li avevo a portata di mano, sul
   mobiletto vicino alla biblioteca. E la data, sì, la data… non avrei
   potuto trovarne una più adatta.
   L'ultimo giorno di festa. L' ultima sera in cui indossare una
   maschera. Le luci di un interminabile veglione che si spengono.
   E quest'aria da epilogo, che si respira ormai in tutto il
   continente e che è giunta fin qua, fino alla mia villa isolata come
   un monastero.
   Domani sarà il mercoledì delle mie ceneri. Nessuno chiederà l'
   autopsia di questo corpo stanco.Mi faranno sparire rapidamente.
   Sono diventato un ingombro già da molto tempo. Il regime mi
   considerava un cadavere ambulante, un uomo sopravvissuto a
   se stesso, un comandante senza truppe, un maestro senza
   discepoli. Anche l'anno - in fondo - è perfetto. Il 1938. Con me
   cala il sipario sull'ultimo carnevale della lunga epoca che ho
   vissuto: l'intero teatro dell' Europa sta per andare a fuoco, la
   rovina è già alle porte.


                          Non piangere più. Torna il diletto figlio
                          a la tua casa. E' stanco di mentire.
                          Vieni, usciamo: tempo è di rifiorire.
                          Troppo sei bianca: il volto è quasi un giglio. 


                Fabio Stassi   da    Con in bocca il sapore del mondo

CON IN BOCCA IL SAPORE DEL MONDO 2



(…)Anche per la mia nascita avrei voluto un'occasione di leggenda
      Mi sarebbe piaciuto venire alla luce in mare, su un brigantino
      con il nome di una donna, Irene . E in certe ore sognanti che
      la letteratura concede, mi convinsi che le cose fossero andate
      proprio così. Fu in una casa - invece - che presi vita, in corso
      Manthoné. Pescara era allora un borgo di campagna di
      cinquemila anime morte. Io fui il primo maschio della famiglia,
      dopo due sorelle,e per questo fui molto amato e godetti subito
      di privilegi. Della mia infanzia ricordo soprattutto la Maiella, i
      suoi fianchi profondi, i nevai. E' a quel paesaggio che non ho
      mai smesso di somigliare: un impasto di promontori e di golfi,
     un trabocco pieno di reti protese in mare. Ma a unici anni mio
     padre mi spedì a Prato,in un collegio, perché mi " intoscanissi".
     E' lì che feci il mio voto all'eleganza: non mi sarebbero mai
     mancati sciarpe, guanti e abiti di buona fattura, né un
    inesauribile  valzer di parole in bocca. Posso dire con orgoglio
    di aver fatto ballare tutte le parole che esistono sulle mie labbra,
    senza peso né stanchezza e di averle liberate dalle colonie penali
    dei vocabolari, di avergli ridato vita. Mi sono anche divertito a
    inventarne o ad accoppiarle in modo insolito:la vittoria mutilata,
    il milite ignoto, i vigili del fuoco… L'italiano è come il costume
    di Arlecchino: una veste di infiniti colori e sfumature, una
    girandola di suoni che non si dovrebbe mai barattare per
    qualche giacca usata.
    No, il fiato non l'ho risparmiato.Mi ammalai per la nostra lingua
    di un amore assoluto e inguaribile. Ma se devo dire un nome su
    chi mi contagiò questa febbre, dico Giosuè Carducci. Gli scrissi
    una lettera senza compromessi: avrei consacrato la mia vita alla
    poesia, e questa è l'unica promessa a cui mi sia mantenuto
    fedele. Non avevo ancora sedici anni.
    Pubblicai il mio primo libro e  tutti mi presero sul serio. Sul
    Fanfulla  uscì una recensione a quattro colonne dal titolo
    premonitore : " A proposito di un nuovo poeta ".
    I conti con quel mago di Carducci, e poi con il Pascoli, li avrei
    fatti più tardi, quando, per trovare la mia voce, avrei dovuto
    recidere con loro ogni parentela.  (…)


             Fabio  Stassi    da   Con in bocca il sapore del mondo

CON IN BOCCA IL SAPORE DEL MONDO 3



(…) Ma oltre alla poesia, in collegio, scoprii anche l'amore. Una
       domenica pomeriggio, nella sala deserta di un museo etrusco,
       di fronte ad una statua di bronzo della Chimera, nel momento
       in cui la mia vita stava per diventare la mia arte,e l'arte la mia
       vita, baciai a morsi la bocca a una ragazza che aveva tre anni
       più di me, e si chiamava Clemenza. Quel primo bacio mi portò
       fortuna, perché da allora in poi le donne sono sempre state
       clementi con me. La chiamai, l'ora della Chimera, il momento
       in cui ogni equilibrio tra due esseri si rompe e il desiderio
       straripa. Non molto tempo dopo, spezzai in un postribolo una
       fiala d'essenza di gelsomino.
       Sì, le donne sono state la mia ossessione. A ciascuna diedi un
       nomignolo diverso, perché si ricordassero che in quel modo le
       chiamavo io soltanto, e nessun altro.
       Le ho tradite tutte, è vero. Barbarella, la Duse, le altre. Mia
       moglie, abbandonata anche dal padre, si gettò da una finestra.
       Eppure ogni volta che una di loro si ammalò, le accudii con
       la tenerezza e l'attenzione di un infermiere. Perché tutte - a
       mio modo - le ho amate. E non dico soltanto nel lungo tempo
       che passai con loro  in conclave , quel tempo sospeso di
       piacere e libertà e distrazione che nient'altro  - più del sesso -
       ci regala: l'esperienza della morte prima della morte e dell'
       eterno ritorno. Mi considerarono un corruttore di costumi, e
       la cosa mi fa ancora sorridere; sono stato invece un educatore
       coraggioso. Il sesso è uno scandalo soltanto per gli ipocriti e
       i bugiardi.
       Falsario delle parole e dei sentimenti, dissero di me. Ma il
       poeta è una razza particolare di fingitore, come ha scritto
       bene un mio collega portoghese.
       Le mie donne giuro di averle amate con tutto me stesso: con gli
       occhi, con le mani,con il fiato. Dicevano che quando parlavo
       con loro, mi trasfiguravo, le facevo sentire come se fossero il
       centro dell'universo. Lo erano, per me. Mi restituivano la
       bellezza che mi mancava. Le amavo, e attraverso l'amore, le
       creavo. Come sussurravo loro, io sono un mistero musicale
       con in bocca il sapore del mondo.


                                        Taci. Su le soglie
                                        del bosco non odo
                                        parole che dici
                                        umane.



         Fabio  Stassi   da    Con in bocca il sapore del mondo

domenica 21 luglio 2019

L'ANIMALE CHE MI PORTO DENTRO ( introduzione )



" Se c'è qualcosa che mi dispiace molto, se ho un dolore fisico, se ho una scadenza, se devo risolvere un tarlo interiore, se ho dei dubbi, se ingrasso, se mi colpisce un lutto, se faccio un incidente per strada - ignoro; ignoro tutto. Vado avanti, non voglio intoppi. Continuo."
Quella che l'autore racconta in questo libro è la formazione ( autobiografica ), di un maschio contemporaneo, specifico e qualsiasi. Tentativo fallimentare - comico e allo stesso tempo drammatico - di sfuggire alla legge del branco ma, nello stesso tempo, la resa alla sua forza. La lotta indicibile e vitale tra l'uomo che si vorrebbe essere e l'animale che ci portiamo dentro.
Vista da quest'ottica,è il racconto di tanti anni passati a cercare di spegnere quel ronzio collettivo per poi ritrovarsi ad ascoltarlo- nel proprio intimo - nei momenti più impensati.
" Dentro di me continuerò a chiedermi : siete contenti di me? Sono come mi volevate? ".
In un mondo da sempre governato dai maschi, capirli è la chiave per guardare più in là. Per questo il racconto si nutre di tutto ciò che incontra: i brufoli e il sesso, l'amore e il matrimonio, l'egoismo e la tenerezza - in un andamento vivissimo, ma riflessivo che ci interroga e ci risponde fino a ridisegnare il nostro sguardo.



                                         ( f )


L'ANIMALE CHE MI PORTO DENTRO 1

 
 

                                                                     Hai scelto me...


(…) Tutti i valori positivi della virilità maschile potevo osservarli,
       ascoltare quando li spiegavano, stare lì davanti a mio padre in
       silenzio mentre mi spiegava ( dopo avermi picchiato ) come ci
       si comporta; stare davanti al preside in silenzio mentre mi
       spiegava come ci si comporta; ascoltare tutti e giurare sia di
       aver compreso, sia di aver agito di conseguenza. Ma non lo
       ritenevo in nessun modo possibile; e non era solo questo:
       temevo che quei valori mi avrebbero fatto perdere il legame
       con la mia comunità maschile, con il gruppetto dei miei
       compagni di scuola e con gli amici del cortile.
       E allora, poiché non ero in possesso dei valori positivi della
       virilità, l'unico legame condiviso con gli adulti era l'interesse
       per le donne, quindi per il sesso. L'unico legame complice e
       positivo era quello instaurato mentre andavamo dalla villa al
       Villaggio Svedese. Quindi ne dedussi questo: se mi concentro
       su quanto mi piacciono le ragazze, farò di me - alla fine - un
       buon individuo della comunità maschile. Mi apprezzeranno,
       saranno contenti di me, tutti, anche mio padre mentre mi
       punisce, mentre mi picchia.
       Concentrandomi sul sesso, avrei potuto fare a meno degli altri
       valori - di cui alcuni di noi desideravano e pensavano fosse più
       virile farne a meno.Essere un individuo significava essere solo,
       ma noi avevamo bisogno del battaglione dei soldati o della
       squadra di calcio.E per ottenere ciò, preferivamo questa specie
       di virilità disordinata, ribelle e brutale. Era la strada per
       portare a compimento l'accettazione dell'individuo dentro la
       collettività.
       Andando per questa strada è successo che ho pensato al sesso
       per gran parte della giornata, per gran parte della vita. Dentro
       questa protezione non soffrivo mai. Non mi faceva soffrire il
       professore delle Medie, mio padre che mi picchiava, il fatto di
       non poter andare a basket, nulla di tutto quello che mi era
       successo. L'unico momento in cui ho sofferto è stato su quella
       panchina, quando ho scoperto che sulla strada del sesso e
    delle donne era possibile( poi ho capito che era molto probabile)
    inciampare nel sentimento e nelle sue conseguenze. (…)



         Francesco  Piccolo   da    L'animale che mi porto dentro



L'ANIMALE CHE MI PORTO DENTRO 2


(…) Il futuro sentimentale e sessuale si determina in tutto il periodo
    che va dalla scuola Media al Liceo,quando il desiderio e l'amore
     si palesano in modo inevitabile. E la natura umana ha reso i
     maschi più piccoli, sempre in ritardo.
     Federica era molto più grande di me, pur avendo la mia età.
     Elena era molto più grande di me, pur avendo solo un anno in
     più. In seconda media di fronte a Federica e nei primi anni del
     liceo di fronte a Elena, mi sentivo infinitamente più piccolo,
     debole, brutto, inutile, non interessante. E credo che il primo
     grumo sostanziale di frustrazione nasca dentro l'insoddisfazione
     di se stessi, dentro la pochezza di come ci si percepisce. Quel
     dolore provato su quella panchina, quel pianto; le mille
     frustrazioni ricevute da Elena e poi dal periodo dei brufoli,dallo
     sguardo delle donne; la paura delle conseguenze della fimosi e
     quindi l'idea che - forse -non avrei mai avuto un cazzo adeguato
     o comunque non lo avrei avuto all'altezza degli altri; tutti i
     genitori che non mi volevano; l'incapacità di scopare la prima
     volta; ogni elemento in più ha costruito dentro di me una specie
     di rabbia animalesca mai espressa, mai mostrata per davvero -
     c'erano solo degli allarmi , e il primo allarme, positivo,
     rassicurante, è stato quella fame all'ora di pranzo nel giorno del
     dolore.
     Nel tempo, è sorto un senso di difesa, una specie di patina di
     durezza che corrisponde benissimo a quella durezza che si nota
     facilmente nel maschio. Sono andato a cercarmi gli strumenti
     per dominare, per aver potere e - di conseguenza - per far male;
   e far male,più che un modo di vendicarmi per aver ricevuto male,
    era un modo per non ricevere altro male. E' come quando - da
    ragazzino - i miei amici del cortile mi avevano insegnato che
    bisognava partire con una testata in faccia prima di discutere,
    prima, appena si sentiva la possibilità di uno scontro, di una
    sfida: non era tanto un gesto di violenza attiva, ma impediva all'
    altro di farla  te. E quindi far male - in qualche modo - mi
    avrebbe difeso. Di tutto questo non ero consapevole, o comunque
    non ne ero pienamente cosciente.  (… )



             Francesco  Piccolo   da    L'animale che mi porto dentro


L'ANIMALE CHE MI PORTO DENTRO 3




(…) Se posso dire in maniera virtuosa che non sono mai stato lo
       stereotipo del maschio perché sono  sempre stato innamorato,
       questa affermazione si può ribaltare: si può anche dire che non
       sono mai stato davvero innamorato perché sono sempre stato
       lo stereotipo del maschio.
       Ho costruito tutta la mia crescita in contrasto con lo stereotipo
       del maschio, con un misto di imbranataggine e di volontà di
       essere diverso. Ma non ho potuto evitare che il nucleo del
       maschio si conservasse intatto, e apparisse ancora e sempre -
       tutte le volte - atteso o inaspettato.
       Cioè, voglio dire che ho attraversato tante debolezze antivirili,
       ma poi quel nucleo che ho scoperto dentro di me quando mi
       sono alzato dalla panchina per andare a pranzo ( cioè dopo
       che la ragazzina delle Medie mi aveva lasciato ), è rimasto
       sempre lì, a mostrarsi, a difendermi, a costruire il contraltare.
      (…)



           Francresco  Piccolo  da     L'animale che mi porto dentro