" L'uomo non può sopportare
una vita priva di senso ".
C. G. J.
" Vi siete separati, è vero, ma perché devi odiarlo? " Da questa domanda nasce la lettera che l'autore indirizza a una virtuale ex moglie e in cui la scena è occupata da due personaggi : Marta ed Enrico, simbolo di tante coppie che vivono la medesima situazione. In questa lettera, amara e diretta, si affronta uno dei problemi meno noti della nostra società: i mariti e padri separati che prima di ogni altra cosa sono " uomini" separati. Uomini di ogni età e ceto sociale che spesso perdono tutto, incalzati da giudici che fanno poco per interpretare la situazione in chiave più equa, e che vanno così ad ingrossare le file dei nuovi poveri. Un esercito silenzioso e rassegnato.
(...) Ti scrivo perché anche Tu, cara, sei una delle tante. Una dei milioni di un altro esercito di reclute ugualmente infelici e incompiute. Una donna separata con figli, rappresentante di una categoria che quarant'anni fa faceva scandalo. Non sono sciocco. So bene che le tue antenate venivano trattate come reprobe, done poco frequentabili, tentazioni a piede libero pericolose per l'equilibrio delle altre famiglie, e anche le più fortunate venivano considerate testimoni di un fallimento grossolano e drammatico che tutti - comprese le amiche - sintetizzavano con una frase insopportabile : " Non è stata capace di tenerselo". Di tenersi il marito, o il matrimonio. Una fallita. Oggi siamo tanto moderni, ci stiamo abituando alle famiglie allargate e alle famiglie larghissime, ma il ritornello è lo stesso: appena giri le spalle c'è qualcuna che - tra un sospiro sincero e un commento acido, di te dice esattamente la stessa cosa. Non sei stata capace di tenertelo. Che inutile e bestiale umiliazione. La tua rabbia la capisco, credimi. Vorrei che partissimo da una reciproca concessione che Enrico deve a te, e tu a Enrico: tutti e due state vivendo un grande dolore. Tutti e due annusate l'odore acre del fallimento. Tutti e due oggi siete parte di una guerra incivile dove non vince nessuno. Tutti e due avete il diritto al riconoscimento della vostra sofferenza. Dunque metti da parte per un attimo l'asfissia, lo stritolamento dei meccanismi di controllo sociale, il blasone, l'onorabilità, ciò che " dice la gente", quello che ti pare; torna in te e ricorda che anche Lui, il tuo ex compagno o ex marito, è una goccia del mare nero. E' uno dei tanti, uno che sta, numero tra i numeri, nel numero grande di uomini che possono riconoscersi in questa lettera. Ti scrivo perché Tu possa provare almeno a capire. Se ne avrai voglia. Se aprirai il tuo cuore, di nuovo. E allora iniziamo dalla fine (...)
Angelo Mellone da Cara Tu ( Lettera a una ex moglie )
(...) La fine, è che era finita la vostra storia. Non stiamo troppo a girarci intorno. Tu che sei una lottatrice e una testarda, sai che la verità è questa. Era finita. Lo so che non andavate più d'accordo da anni. Tu non ricordi bene quando è accaduto e nemmeno Lui, ma ad un certo punto non è stata più la stessa cosa. In tanti rapporti che finiscono, esiste il ricordo di un punto di cesura, di un momento preciso della vita di coppia in cui la scintilla che ogni giorno dovrebbe rinfocolare la passione e la voglia di stare insieme, smette di accendersi e portare calore. Arriva il giorno X, il giorno maledetto in cui ti svegli e, magari a colazione, ti accorgi che quell'uomo o quella donna che ti sta di fronte è un estraneo o persino un invasore. Arriva il giorno in cui senti freddo. So che quando accade - è successo anche a te, Cara Tu - vivi questo strappo come se fossi la prima e l'unica persona al mondo ad avvertirlo e a farti carico di questa situazione orrenda e straniante. Esiste un istante, un istante infame in cui scopri che non hai più niente da dirgli, proprio a Lui, a colui al quale avevi giurato amore eterno. La conversazione boccheggia, annaspa : ci si riduce a discutere delle poppate, della scuola dei figli, delle bollette da pagare, al massimo delle prossime vacanze. Ma senza gioia. Piccoli stratagemmi retorici per coprire il vuoto che vi separa. Per il resto, siete stranieri l'uno all'altra. Così è accaduto ance a voi. Solo che non avete ancora deciso chi è stato il primo a chiamarsi fuori. (...)
Angelo Mellone da Cara Tu ( Lettera a una ex moglie )
(...) Enrico, come spesso accade agli uomini, non parla con acrimonia quando descrive la vostra crisi matrimoniale. Lo vedo pacato, più che altro dispiaciuto, e per certi versi incredulo. Lo capisco: ti senti trattato da delinquente quando invece non hai fatto alcunché di male. Enrico sa, che quando qualcosa si rompe, i cocci sono di tutti e due, e se una cosa è rotta, stabilire chi ha fatto il danno è cosa poco utile. Mi dice : "Abbiamo tutti e due la nostra parte di responsabilità". Ma su questo uomini e donne sono diversi. Dove l'uomo cerca velocemente una ricomposizione, voi volete lo scontro, lo pretendete, lo cercate. E Tu, ovviamente, sei convinta che la colpa sia sua, dell'infame bastardo stronzo fallito figliodiputtana mentecatto. Tutta sua. Per intero. E se la colpa del naufragio è il fardello del maschio, la deve pagare. Lo ripeti ogni giorno alle tue amiche o a tua madre, e soprattutto lo ripeti a te stessa perché il mantra del è-tutta - colpa-sua resta un grande esercizio di autodifesa, il migliore, il più semplice. Caricare sulle spalle dell'altro l'intero peso del fallimento, che liberazione! Non avrai mai la scocciatura di guardarti allo specchio e chiederti se e dove hai sbagliato anche Tu, chiamando a te il fantasma dell'errore. Così, la tua occupazione principale diventa la minuziosa catalogazione delle ragioni per le quali Tu eri e resti sempre la stessa, la stessa che quell'uomo ha amato e magari sposato, mentre Lui è diventato un " totalmente altro". Un essere irriconoscibile con cui non andresti a prendere neppure un aperitivo, e la cosa che più ti scoccia e persino ti fa ribrezzo è che quell'essere odioso, quell'obbrobrio calzato e vestito, è il padre dei tuoi figli, e purtroppo su questo non puoi farci niente.(...)
Angelo Mellone da Cara Tu ( Lettera a una ex moglie )
Avanti coi vostri ultimi miti...
" I testi raccolti in questo libro, considerati singolarmente, hanno valore ciascuno per i suoi contenuti specifici, per le caratteristiche stilistiche che li caratterizzano anche in modo diversificato, ma sono da intendere come " poema totale" che si articola nelle diverse pagine, talvolta con poesie ad ampio respiro che si dispiegano in testi più lunghi e compatti, altre volte in brevi unità sospese o folgoranti come pure in poesie strutturate in diverse strofe. Si tratta di un Poema epico e lirico, per certi versi mitomodernista, un poema cosmico che spesso riprende alcune forme di opere della letteratura delle origini - non solo occidentale - oppure passi delle Scritture. Al centro il Divino, il Cosmo, il Soggetto emblema di una condizione collettva " . ( Dalla Prefazione di L. Cannillo )
Il sole aveva i suoi eserciti di carta,
e li mandò nel mare
a svelare le grazie della luna.
Ma la luna, che ha il cuore di un uccello
che dorme, sollevò le maree
e affondò gli eserciti del sole.
Allora il sole si rivolse ai vulcani
dicendo: oscurate il cielo
- quando io mi nascondo -
affinché le luci argentate rimangano segrete
e nessuno più le possa vedere.
Gli uccelli impazzirono,
andarono dagli uomini,
ma gli uomini non capivano
e gli uccelli gli mangiarono i capelli.
Così gli uomini uscirono sul mare,
i soldati del sole, con barche di carta, e reti
di carta, a raccogliere la luce della luna.
Il mondo è diviso, disse il mare.
Luce e buio, oro e argento.
si mescolano dentro di me
come due pesci in amore.
***
Maturo era l'uomo dell'infanzia
infantile quello della maturità,
ma questa maturità porta il segno delle ustioni :
è bene ora che il vecchio si scrolli come un animale fradicio di nulla.
***
Oh mare di dolore
le nostre case sono così meschine,
è meschino il muro che ci copre.
Dovremmo - come libellule senza nome -
vagare per le foreste.
Ma il cammino è stato tracciato
da fionda e fucile, da mano e da oscuro
cervello.
Non so perché l'uomo si ostina a cercare.
Ad agitarsi, a muoversi, a creare.
***
Ora penso che l'autunno mi fa paura,
e che l'estate è un vero terrore,
penso che la distruzione verrà
e io non sarò stato fedele
ai cespugli di rose e alle grosse margherite,
non avrò insegnato a mio figlio il canto del prato
o la potenza del sole,
non gli avrò mostrato le grazie del mattino
quando la rugiada contende il sogno
e il vento cortese ripulisce l'anima.
***
Noi ci arrampichiamo sui
pensieri migliori
perché aneliamo
alla più vasta guarigione,
nel cadavere del cielo il nostro seme
sta bruciando;
infinita tristezza.
La genialità del mare e la sua piuma di neve,
mi ricordo, dei cavalli delle onde,
avevo semi nei capelli,
la spuma che mi usciva dalla testa
era il delirio del sole.
Avanti coi vostri ultimi miti
tutto quanto è sconfitto.
Antonio Santiago Ventura da Eserciti di carta
(...) Così, a ridurre la probabilità ( che viaggiavano sul fifty - fifty ), presi l'abitudine, sui dieci - undici anni, di non bere più dopo le quattro del pomeriggio: onde per cui, per mancanza di salivazione, una loquela impastata e impedita, come di chi abbia la bocca piena di sabbia e di Vinavil ( con il soprammercato della beffa: " Non puoi parlare come una persona normale? Mi sembri un deficiente!", ma io ben contento di sembrarlo, purché la vescica fosse vuota.) La sete che ho patito!. Va da sé che dopo la separazione dei miei genitori, la mia vita prendesse due stili: con acqua la sera a casa nostra, senz'acqua la sera da mio padre. In questo modo me la cavai per un po', fin quando - una Pasqua - egli decise di affittare una casa all' isola d' Elba per l'estate. Essendo persona con le idee molto chiare e non fidandosi di nessuno, programmò di cercarsela di persona durante quella Pasqua: facendosi poi venire la pessima idea di portarmi con lui. Quattro giorni durò quell'inferno, quattro giorni in cui divenni una mummia disidratata. Ogni giorno ci si spostava in taxi lungo la costa: mio padre guardava, chiedeva, questionava poi, con un umore che andava peggiorando di tappa in tappa, sceglieva una locanda per la sera. Irreprensibile, fui, un vero soldato. La quarta sera, invece, cedetti: non più di un bicchiere, ma cedetti. Voleva il caso crudele che proprio quell'ultima notte alloggiassimo in un albergo di un certo lusso e che, non essendo disponibili camere doppie, io e mio padre dovessimo dormire in un letto matrimoniale. C'è bisogno di andare avanti? All'alba, ridestomi, mi trovo avvolto nel ben noto sudario inzuppato... e anche il pigiama di mio padre ( ancora nel sonno ) è bagnato... e di brutto! oh tempo, per quanto ti sei fermato? Lottando freneticamente con il panico, esaminai le possibili soluzioni : non ce n'erano. Così, come un condannato a morte, mi riaccoccolai dalla mia parte in attesa della Punizione. Oggi un meccanismo pietoso mi impedisce di ricordare nitidamente: sorvolo. Accennerò invece al silenzio, lo spaventoso silenzio che calò fra di noi durante il viaggio di ritorno, ancora in taxi, poi sul traghetto, poi in treno, poi in tram fin davanti al portone di casa mia, dove fui congedato senza una parola. Seppi poi da mia madre che non si era mai vergognato così in vita sua che " vaffanculo dio " quando mai gli era venuta l'idea di portarmi con lui e " come cazzo stavo venendo su", ecc, ecc.
L'Elba non ci sono voluto tornare mai più. (...)
Michele Mari da Leggenda privata
(...) Mio padre, non si pensi che non gli ho voluto bene; solo non è ,mai stato facile dirlo ( dirmelo - dirglielo ) questo bene: più facile comunque da lontano, in absentia: è difficile, in ogni caso, sceverare il bene dall'ammirazione. Esattamente come nei confronti di mia madre è difficile distinguere il bene dalla compassione. Per il genitore, dunque, affetto - ammirazione, dimolto guardingo, per la genitrice, affetto - afflitto, che non è un'allitterazione, ma la verità. Si tengo poi conto che mio padre istesso, si sarebbe dispiaciuto di un affetto più pieno e spiegato, ogni morbidezza, ogni intenerimento di medulla equivalendo, nella catabasi àpulo- barbara, a indecorosa svenevolezza, a un simil frigno, all'incubo - culattina. Veri uomini, duri, sguardo Jack Palance - Charles Bronson, estremo - laconici, quozienti di intelligenza vertiginosi, all'incontrarsi casualmente per casa non andare al di là dell'effato " Grunt" e tirar dritti. In effetti... mai visto piangere mio padre, io, che dico piangere? mai l'occhio velato di commozione, il che non vuol dire ( voglio sperare ) , che non si sia mai commosso, ma talmente al di sotto ( sotto numerosi strati di corazza, intendo ) da non essersene accorto neppure lui. Così, la sua araldica insegna, il rinoceronte o il porcospino.. meglio il triceratopo...
( Sue cartoline degli anni Sessanta o Settanta suggeriscono quanto l'idea stessa di tematizzare la paternità lo imbarazzasse. Spesso prive di testo, sotto la data recano firme come " Enzo", " E ", E.M. " o, fra le virgolette originali che la dicono tutta in tema di straniamento, " tuo padre" e, una volta dall' America, " the father ".Io cercavo di non essere da meno, limitandomi a mia volta al mero nome proprio o all'iniziale: qualche volta però premettendovi quanto già mi sembrava un'indulgenza sentimentale : " ciao".)
( Un giorno mia madre, come si trattasse di un esperimento scientifico, mi suggerì di sostituire la parola " papà " con il più affettuoso e collodiano " babbo" : quando lo chiamai così - ci eravamo appena messi a tavola - mi stupì per la velocità della replica, che rivelava un'insospettata conoscenza dei toscanismi: " Se ci riprovi - sibilò - io ti chiamerò " fanciullo" . Fine dell'esperimento, anche perché non sfuggiva a nessuno dei due l'associazione a " grullo e citrullo, nonché a " ( vaf ) fanculo" ).
Michele Mari da Leggenda privata
(...) Sulla credenza di fronte al sofà c'era l'ingrandimento dell'istantanea scattata cinquantadue anni prima con una macchina fotografica a cassetta sulla costa del New Jersey che anche noi - mio fratello ed io - avevamo incorniciato e messo bene in vista nelle nostre case. Siamo in posa, in costume da bagno, un Roth dietro l'altro, sul prato antistante la pensione di Bradley Beach dove la nostra famiglia affittava una camera da letto con uso cucina ogni estate per un mese. E' l'agosto 1937. Abbiamo quattro, nove e trentasei anni. Ci drizziamo verso il cielo formando una V, di cui i miei sandaletti sono la base appuntita e le spalle larghe di mio padre - tra le quali è perfettamente centrata la faccia furba da folletto di Sandy - le due imponenti terminazioni della lettera. Sì, quella che spicca sulla foto è la V di Vittoria : di Vittoria, di Vacanza, di retta e distesa Verticalità ! Eccola, la linea maschile, intatta e felice, in ascesa dalla nascita alla maturità ! (...).
Philip Roth da Patrimonio ( Una storia vera )