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sabato 9 aprile 2022

INEDITI DI PIERSANTI

 


                                                  Marc Chagall  - Inverno a Vitebsk




GIORNO D'INVERNO


nevica, ma è nevischio

incerto che solo a tratti

imbianca questi colli

bassi, il mare li chiude

e orla del suo grigio azzurro,

ora sulle Cesane 

corrono i caprioli

nei luminosi campi,

il lupo affonda

le sue zampe magre

dentro il folto bianco,

gli scotani stanno curvi

sotto il gran peso,

è d'argento l'abete

alto nel cielo,

l'ava dagli occhi azzurri

è alla fonte

e con la mano nuda 

spezza il ghiaccio,

riempie la brocca d'acqua

la più fredda,

e lenta poi s'avvia

verso casa.


               Febbraio 2021



                                        ***


28  AGOSTO 1944


eravamo sui tetti,

tutto Urbino sui tetti,

e scendono dalla Cesana

i carri, grandi dieci volte

quelli dei buoi

e fitti, fitti come grandine

quando fischia e rimbalza

sui vetri e contro i coppi,

perché la gente urla

e piange e ride?

che succede ai grandi

a te d'intorno

portano bene o male

carri immensi?

e dov'era la madre,

in quale punto esatto

di quel tetto immenso

che la memoria ti spalanca

e oscura,

e le sorelle,

quella castana

che già porta i tacchi

e l'altra, la bruna,

con quella gonna bianca?


tu giochi con la figlia

del capoguardia,

non lo ricordi,

te l'hanno raccontato,

l'orso di pezza

così morbido e folto

solo se lo sfiori

quella s'arrabbia,

tu t'allontani,

fissi campi e carri,

e s'odono colpi di mitraglia,

alla seconda pineta

c'è una pattuglia,

sola e sperduta,

ma spara,

spara con la testa nascosta

dentro l'erba alta,

spara sempre,

sono fatti d'acciaio

questi tedeschi come i carri

che a loro non danno scampo


e sopra i Torricini

passa un aereo 

e vola basso,

verso Montecalvo,

dove i tedeschi

si sono trincerati


tu ti spaventi,

quel fischio era la porta,

la porta del Rifugio,

bassa e storta,

dove se entri

non sai

se riscappi


e allora piangi,

corri dalla madre,

afferri la sua gonna

e ti ci stringi

ma la sorella grande

ti consola


- la guerra s'allontana,

sopra Urbino,

sopra la nostra casa,

gli aerei non torneranno,

non torneranno mai. -


                              Luglio 2021



                                          ***


IN TEMPI OSCURI


c'è stato un tempo oscuro,

più triste e più nero 

di ogni altro,

i vecchi di una volta

che sempre raccontavano

le storie,

mai,

mai m'hanno detto 

d'un male più grande

- così parla l'Antico -

e i giovani morivano

schiantati tra gli spini,

e Berto di Che' Spasso

una pallottola gli spaccò

l'elmetto sulla tempia,

Giovanni di Che' Mandorlo

passò gli spini

ma una baionetta

tedesca gli sparse

sangue e budelli

sotto la cinta,

e gente

della tua razza

è lì caduta

in quei posti di pietre

così lontani,

uno forse è saltato

sulle mine,

l'altro non l'hanno mai

ritrovato

e non si sa niente


e dopo,

dopo era anche peggio,

tornavano dal fronte

bianchi bianchi

come cenci

con la tosse

e il catarro,

le donne li asciugavano

coi panni,

e anche loro bianche,

bianche come cenci,

nel respiro di quelli

c'era il male,

dopo prendeva i vecchi

e i bambini,

su, al cimitero

non si faceva in tempo

a scavare le fosse


- un tempo come quello

Antico oggi è tornato -

no, nessun filo spinato

dove schiantarsi

ma è ancora

il respiro,

il respiro fraterno

la minaccia

tu stai alla ringhiera

e guardi il mare,

passano sullo schermo

i cortei dell'assurdo,

filosofi famosi

li hanno benedetti

e la nebbia risale,

una bruma scura

immensa e sconfinata,

oceani e continenti

tutti li sommerge,

tormenti con le dita

le foglie del lentisco

così limpide e lievi,

inverno che procede

li cerchia

e minaccia,

tu guardi verso il mare,

appena lo intravedi.


                              Novembre 2021




                Umberto Piersanti  Inediti  da    " I luoghi persi"



lunedì 3 gennaio 2022

LA MORTE DI BELLA 1

 


                                                    Marc Chagall -  Passeggiata



(...) In America ebbe inizio per me una sorta di nuova stagione. Bella e io avevamo deciso di allontanarci quanto più possibile, trasferendoci in campagna, addirittura quasi sul confine canadese. Volevo che lei potesse dedicarsi tranquillamente a scrivere il suo libro, per il quale avevo preparato i disegni. Con lo scrivere, Bella trovò di nuovo se stessa. In effetti, il suo sogno sarebbe stato quello di diventare un'artista, ma era dovuta partire insieme a me lasciando Mosca e la Russia. Andammo ad abitare poco lontano dal confine canadese, in riva a un lago, il Cranberry. Come sempre, in campagna, io lavoravo. Mi piaceva portare a termine le gouaches, cominciarne di nuovi, stare a guardare le nuvole e gli alberi verdi alla ricerca di nuove tinte, alla ricerca di qualcosa. Guardavo Bella mentre passeggiava accanto a me, mentre scriveva,, guardavo su che cosa erano rivolti i suoi grandi occhi neri. I suoi occhi! In Europa si avvicinava il tempo delle vittorie. La Francia cominciava a liberarsi. Una sera, nella camera del nostro piccolo albergo, d'un tratto Bella cominciò a tirar fuori dalla valigia la biancheria e altre cose, sistemando con cura al loro posto i suoi manoscritti. Lo faceva stando in camicia da notte, in piedi. Io mi spaventai. Forse si preparava a lasciarmi, a partire? Dove, come, perché? Lei in silenzio, abbassando gli occhi, guardava i suoi scritti disposti in ordine nella valigia. Mi prese una sorta di presentimento, ma ero troppo spensierato per vedere subito la tragedia nascosta nei suoi occhi. Ho sempre creduto nei suoi grandi occhi neri. Quando dipingo il suo ritratto, ricordo sempre quel momento. Dal letto, le domandai : " Che cosa stai facendo? ".  E lei mi rispose . " Così saprai dove si trovano tutte le cose". Per me quelle parole furono come un tuono. Non volevo crederci, rimasi zitto. Quella non era la mia Bella, la mia amata Bella. Che cosa diceva? A che cosa pensava? (...)




                 Marc  Chagall   da      Memorie



LA MORTE DI BELLA 2

 



                                           Marc Chagall - Vetrate con angeli ( Zurigo )





(...) Verso mattina, uscimmo a fare una passeggiata. Ai lati della strada si vedevano campi e monti. Qua e là sulle cime delle montagne, c'era ancora molta neve. In lontananza il lago. Si poteva fare il bagno.Sui giornali scrivevano che Parigi era stata liberata. Bella esclamò: " Torniamo a Parigi, non voglio comprare qui la biancheria ". Inciampò, cadde in ginocchio. Ritornammo a fatica in albergo. Lei si mise a letto. Si ammalò. Era irriconoscibile. Eravamo in terra straniera. Dove trovare un medico? Il mattino dopo riusciva a malapena a parlare. Mentre andavamo all'ospedale, in macchina mi sussurrò : " Non dimenticare i miei quaderni, i miei manoscritti ". Io la trasportai in un ospedale, ahimé, non troppo accogliente. Forse perché accettavano soltanto la clientela rigorosamente selezionata. Lei parlava a fatica. Telefonai a mia figlia Ida, per chiamarla. Ida arrivò e si prese cura con devozione della propria madre. Entro poche ore la mia Bella era perduta per sempre. Per me tutto si ricoprì di tenebre. Né la morte di mia madre né la morte di mio padre mi avevano scosso allo stesso modo. Non avevo la forza di darmi la morte. Lei non era più con me. Mi sembrava che una sorta di angelo, rosso oppure pallido come la morte, la portasse via con sé, insieme ai quadri della mia gioventù, dove lei era raffigurata. I quadri che era come se lei stessa avesse generato e che insieme con me avevano cambiato la sua breve vita.Come potevo vivere ancora? Mi erano tutti estranei, nessuno che potesse consolarmi. Chi avrebbe pensato a lei? Chi si sarebbe occupato dei suoi libri? Chi avrebbe dipinto la sua immagine sui quadri, chi avrebbe ricordato questa fidanzata di Vitebsk? Tutta New York mi pareva una nube di afflizione, che mi occultava il mondo intero, la gente, gli amici, il senso stesso della vita. Mi sembrava che nei loro discorsi, nella cappella- al funerale - Maritain e il rabbino Stefan Ves mi compiangessero.  (...)




                Marc Chagall    da       Memorie


 


LA MORTE DI BELLA 3

 


                        Marc Chagall - Dopo il dolore ( a un anno dalla morte di Bella )






(...) Mia figlia, suo marito, fecero di tutto perché mi distraessi. Presero in affitto un nuovo appartamento, così che potessi andare a stare da loro e lavorare, ma io passavo interi giorni e notti a piangere, di fronte alla tela, davanti al piatto. Piangevo sul quadro e sul piatto di minestra, piangevo sulle nuvole. Perché ero rimasto qui, così solo. Non credevo alla consolazioni. Il direttore del  Museum of Modern Art, per placarmi in qualche modo, allestì una grande mostra dei miei lavori. Vedevo bene che tutti cercavano di distrarmi. Cercarono di organizzare la mostra con la maggior completezza possibile, in memoria di Bella. Ida si adoperò molto per questa mostra e fu presente alla vernice con indosso un abito che ricordava i ritratti della mamma. Ma io mi trascinavo per le sale come se non mi reggessi sulle gambe. Ero come una pietanza senza sale. Solo, eternamente solo. I visitatori guardavano ora i miei quadri, ora me, ora i miei occhi, che erano come sempre smarriti, e sembravano quasi scusarsi. In genere, quando ero presente alle mie mostre, cosa che avveniva di raro, sentivo sempre questa vicinanza delle persone, come se i dipinti appesi alle pareti fossero lettere indirizzate ai visitatori, e loro mi rispondessero con gli occhi. (...) .




                  Marc  Chagall   da     Memorie 



domenica 2 gennaio 2022

LA SOLITUDINE DI CHAGALL

 


                                                         Marc  Chagall -   Solitudine




(...) Scorrono gli anni, volano i mesi e i giorni. Quanta pioggia è caduta, quanta neve! Ti svegli una mattina, e pare che sia finito un altro anno, ma è soltanto un nuovo giorno, e qua e là è spuntata una nuova ruga sulla schiena, sul soffitto, sulla guancia. Quanta tristezza e quanti sorrisi, aspettative, incontri, speranze! Quando accadrà che io, lasciati da parte i pennelli, mi metterò seduto con la penna in mano a scrivere ancora qualche riga sulla mia vita?. Sono passati quasi cinquant'anni da quando, a Mosca, ho buttato giù in fretta il mio libriccino in nove o dieci quaderni di scuola, ed ecco la domanda: chi sono io? Non sono né Michelangelo, né Mozart, né Haydn o Goya, ma semplicemente un certo Chagall di Vitebesk, e non ho nessuna voglia di imporre agli altri la mia biografia. Non sono pochi e nemici che ho fra la gente; e forse sono io stesso il mio nemico? Certi critici d'arte citano quel mio primo libretto e a quanto pare, forse agli altri tocca fantasticare sul mio conto? Io non vorrei che mi fosse attribuito quel che non ho detto né pensato; e così ho deciso di dire qualche cosa su di me, nel caso che mi trovi ad avere un qualche significato. Forse non dirò tutto. Non mi bastano le forze per pensare a me stesso, quando i miei quadri mi fanno tanto soffrire; non mi  bastano le forze per parlare di me, quando ogni parola è come una lacrima che brucia la pelle. E se queste parole rimanessero per sempre, rimanessero dopo di te, come ombre, queste parole che implorano grazia? Eppure, non c'è stato giorno della mia vita in cui non abbia dubitato di me, del mio lavoro, in cui non abbia ricordato di essere stato l'ultimo della mia classe. Come se camminassi su un ponte d'aria, e gli anni della mia vita, trasparenti come nuvole, si estendessero come una veste luminosa, senza corpo. Vedo la danza di mani e piedi, colgo il suono delle parole, sento l'eco dei secoli, come se qualcuno mi baciasse e mi parlasse della vita che ho vissuto, e sono tutto come un mazzo di rose, un mazzo di marmo, ricoperto dalla rugiada del mattino. Io non vivo alla giornata, ma mi attraversano i venti dell'eternità, i problemi del passato mi passano attraverso. Ogni giorno afferro il pennello, la penna. Quante cose sono accadute in tutti questi anni! Da tempo ho lasciato i miei genitori sulla lontana collinetta della loro tomba; anzi, da tempo la loro tomba non esiste più, come non  c'è più casa mia sulla mia strada. O, forse, sulla Seconda Pokrovskja qualcosa si è conservato? Non ci sono più neppure quei ponti. Ma io continuo a disegnare ancora e ancora nei miei quadri. Quegli anni sono come mazzi abbandonati di fogliame appassito. Le erbe delle speranze, la spazzatura dei litigi e dei dialoghi. Quando vedo qualcuno, mi getto su di lui, lo imploro, vorrei farne il mio angelo custode. Voglio dissolvermi in lui, per diventare un artista - un uomo - migliore, più forte, per piangere meno, per essere meno triste. Così, come queste nubi invernali veleggiano, passano oltre la finestra, così passano gli anni, e io rimango solo, come quella sinfona di Schubert.  (...)




                          Marc  Chagall   da   Memorie




mercoledì 3 novembre 2021

LA PRATICA DELLA MERAVIGLIA

 


                                                               Marc Chagall - Stupore





(...) Una buona pratica preliminare di qualunque altra è la pratica della meraviglia. Esercitarsi a non sapere e a meravigliarsi. Guardarsi attorno e lasciar andare il concetto di albero, strada, casa, mare e guardare con sguardo che ignora il risaputo. Esercitare la meraviglia cura il cuore malato che ha potuto esercitare solo la paura. (...)



                 Chandra Livia  Candiani  da  Questo immenso non sapere




domenica 7 marzo 2021

STRINGIMI FRA LE TUE MANI



    Marc Chagall -  Nel sogno dipinto di blu



                       " Sono solo una delle cose, quelle piccole,

                   che riuscirono per esuberanza.

                  Stringimi fra le tue mani, che si espandono

                   oscillanti nella riuscita.

                   Quando hai paura "



                            Hannah  Arendt



 

mercoledì 24 febbraio 2021

NON SIAMO STATI NOI 1

 




                                 Marc Chagall -  Adamo ed Eva scacciati dal Paradiso 



SOLI  ( Genesi  2,3 )



(...) Tra le tante sfumature che il senso di colpa riesce ad assumere dentro di noi, ne esiste una profonda e radicale. Si tratta di quel fastidio che avvertiamo quando, ancora prima di aver compiuto qualcosa di male o aver cercato di fare tutto il bene possibile, ci sentiamo incapaci di uscire da noi stessi per costruire una relazione autentica con l'altro. Non è tanto la sofferenza per aver sbagliato qualcosa, quanto il dolore intimo e lacerante di non sentirci mai all'altezza di quello che ci si aspetta da noi. Le prime pagine della Scrittura, gettando uno sguardo penetrante nel cuore dell'esistenza uscita dalle mani di Dio, documentano questa ferita antropologica di cui tutti facciamo esperienza. Raccontano come all'uomo - di ogni tempo e di ogni luogo - accada di sentirsi prigioniero di un'invincibile solitudine dalla quale sembra impossibile uscire, se non al prezzo di rimanere segnati dalla paura e coperti dalla vergogna. E Dio rimarrà spettatore di un'opera così bella - la nostra vita - che purtroppo si guasta non appena esce dalle sue mani? (...)



                 Roberto  Pasolini    da     Non siamo stati noi


NON SIAMO STATI NOI 2

 


                                       Marc Chagall - Mosè rompe le Tavole della Legge





INADEGUATI  ( Genesi 4 )


(...) Alcune volte non ci sentiamo in colpa per un motivo ben preciso. Siamo semplicemente a disagio con noi stessi perché abbiamo la netta sensazione di non ricevere mai, né da parte degli altri, né da parte di Dio, uno sguardo di piena approvazione su quello che siamo o che proviamo a offrire di noi stessi. Il dolore che avvertiamo è reso ancora più acuto quando abbiamo l'impressione che - al contrario - la vita di chi ci sta accanto risulti sempre più gradita e, soprattutto, molto più gradevole della nostra. L'imbarazzo che proviamo nel tentativo di rimanere comunque  nei nostri panni prepara il terreno all'invidia. Il tormento di non sentirci mai abbastanza adeguati e di non avere mai nulla di bello da mostrare può generare in noi una silenziosa e pericolosa latenza. Non solo negativa, ma anche aggressiva e capace di armare le nostre mani fino a trasformare il sentimento che proviamo in odio verso chi è diverso da noi. E se non fossimo in grado di dominare questo istinto di violenza, che cosa saremmo capaci di fare ? Fino a dove potremmo spingerci?  (...)



                   Roberto  Pasolini    da    Non siamo stati noi



NON SIAMO STATI NOI 3

 


                               Marc Chagall -  La lotta di Giacobbe con l'angelo




CANCELLATI  ( Genesi 6- 9 )


(...) Ci sono periodi della nostra vita in cui non riusciamo a mettere a fuoco dove nasce l'afflizione che proviamo, né sappiamo dare un nome alle contrarietà che ostacolano continuamente il nostro cammino. Avvertiamo solo un senso di malessere diffuso a causa del quale non riusciamo mai a sentirci in pace, in nessun modo e da nessuna parte. Anzi, in ogni occasione sembra che sappiamo tirar fuori solo il peggio di noi stessi. Siamo tendenzialmente aggressivi, ci abbandoniamo facilmente alla tristezza, naufraghiamo in un mare di pensieri neri e laceranti. Mentre questa tempesta interiore ci agita profondamente, come barche sconvolte nel bel mezzo di un maremoto, può arrivare persino un'onda più grande capace di spazzare via ogni precario equilibrio e di sommergerci con inarrestabile violenza. Sono in naufragi della vita :  quando tutto - un lavoro, un'amicizia, un amore - improvvisamente finisce. E anche a noi sembra un po' di morire: spazzati via, senza alcun preavviso. Ma se viviamo solo un cielo paziente, che tollera persino i nostri errori, perché sul bagnato della nostra vita non smette mai di piovere ? (...).



                   Roberto  Pasolini   da     Non siamo stati noi



NON SIAMO STATI NOI 4

 




Marc Chagall - Giobbe e il mistero della vita




SOFFERENTI ( Giobbe )


(...)  Il senso di colpa più  crudele e lancinante è quello che proviamo quando non abbiamo fatto nulla di male, eppure la vita non smette di trattarci come se i colpevoli fossimo noi. E' il grande mistero della sofferenza innocente, con cui tutti prima o poi dobbiamo fare i conti. In questi momenti di agonia, non ci resta altro che lottare con tutte le forze che abbiamo, mentre il lamento è l'unica colonna sonora adeguata ad esprimere quello che stiamo provando. Quando non abbiamo nessuna responsabilità rispetto a quello che ci sta accadendo, eppure ogni cosa cospira contro di noi, inizia un tempo maledetto: giorni simili a interminabili deserti, nei quali perdiamo ogni riferimento e ogni speranza; abissi di disperazione dove nessuna voce amica e ragionevole può raggiungerci; solitudini dove arriviamo persino di desiderare di non essere mai nati. Nella caligine di questi giorni, possiamo solo sperare che il tormento finisca presto e non sia una conseguenza delle nostre scelte. Intanto una  velenosa domanda continua a torturarci: saremo davvero colpevoli di qualcosa che ignoriamo, oppure possiamo sperare che in fondo ad ogni dolore - anche del nostro - si nasconda una misteriosa innocenza? . (...)




                    Roberto Pasolini    da    Non siamo stati noi



NON SIAMO STATI NOI 5


                                           Marc Chagall -  Abramo piange Sara



                                                

FUGGIASCHI  ( Marco 16 )


(...) Il senso di colpa più duro da sciogliere è quello in cui sprofondiamo quando finisce una storia in cui avevamo creduto con tutte le nostre forze e nella quale ci era sembrato di poterci coinvolgere finalmente e pienamente. La delusione che sperimentiamo quando l'amore giunge al capolinea è la tenebra più fitta e lacerante che nella vita possiamo attraversare. Perché è l'unica frattura in cui non solo in cui proviamo dolore, ma contempliamo pure - da vivi - la morte anticipata del meglio che il nostro cuore aveva provato a desiderare e costruire. Per lasciarci alle spalle questo cadavere e imboccare di nuovo il sentiero della vita, abbiamo in genere due strade: tornare alle cose di prima e di sempre, provando a far finta che niente di eterno sia accaduto, oppure chiuderci nel ricordo di quello che è successo, imbalsamando la memoria del corpo ferito dall'amore. In entrambi i casi, pur essendo vivi, siamo già  morti. Non certo in un senso biologico, ma non per questo meno vero. Possiamo ancora scegliere, decidere di andare a destra o a sinistra. Ma non siamo più liberi di cominciare a vivere. Siamo ormai schiavi del timore di aver fallito.  E  se fosse proprio la paura la forza capace di rimetterci in piedi e in movimento?  (...)



               Roberto Pasolini   da     Non siamo stati noi



sabato 30 maggio 2020

ABBRACCIO IN BLU




                                                           Abbraccio blu -  Marc Chagall



E STO ABBRACCIATO A TE

Il modo tuo d'amare
è lasciare che io ti ami;
il sì con cui ti abbandoni
è silenzio. I tuoi baci
sono offrirmi le labbra
perchè io le baci.
Mai parole o abbracci
mi diranno che esistevi.
E mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi,
mappe, telefoni, presagi, 
tu, no,
E sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d'amarti solo io.




                         Pedro  Salinas     da       La voce a te dovuta


sabato 5 gennaio 2019

FAVOLE A COLORI ( La Fontaine & Chagall ) 1

 
 


IL PRETE E IL MORTO

Un morto se ne andava tristemente
ad insediarsi nell'ultima dimora.
Un prete se ne andava allegramente
a seppellire il morto con premura.

                                                  Il defunto veniva scarrozzato,
                                                  già bello e impacchettato

con un vestito adatto all'occasione,
un abito di legno - detto bara -
buono per il gran freddo o il solleone,
che non va mai cambiato.
Il nostro prete gli camminava accanto
biascicando versetti ed orazioni,
de profundis, dies irae, tutto quanto
e intanto già pensava al tornaconto.

                                           " Caro il mio morto, di me ti puoi fidare,

avrai salmi preghiere e anche l'incenso,
sempre che si provveda al mio compenso. "
Con gli occhi si covava il caro estinto
come se glielo volessero rubare,
e intanto continuava a fare il conto.
" Un tanto per i fiori e le candele,
tanto per il trasporto al camposanto,
più la tariffa per il funerale…"

                                             Calcolato il totale,
                                             il nostro prete passò alla divisione :

" Un tanto per la botte di moscato,
però di quello buono, di collina,
un tanto per la  vecchia Pasqualina
- così brava in cucina -
che ha il grembiule tutto consumato;
e poi mi resta da ricompensare
quella nipote che è così carina…"

                                          E qui uno schianto: il carro è fracassato.
                                          La bara casca in testa al suo pastore
                                          e lo lascia stecchito.
                                          Così, morto e curato
                                          vanno insieme al Creatore.

In fondo, non abbiamo tutti quanti
qualcosa di quel prete
che sul suo morto si faceva i conti?



      Jean De La Fontaine  & Marc Chagall  in    Favole a colori



FAVOLE A COLORI ( La Fontaine & Chagall ) 2

 
 


IL CIGNO E IL CUOCO

Due amabili pennuti
venivano allevati
in un cortile attiguo ad un castello.

                                           Il primo era un papero polposo
                                           destinato a finire su un fornello,
                                           il secondo era un cigno bianco e bello
                                           che della sua eleganza era orgoglioso.
                                           I due pennuti passavano le ore
                                           nuotando insieme su e giù per il fossato.
                                          Un giorno il cuoco, che aveva tracannato
                                          un bel fiasco di vino ed era brillo,
                                          scambiò il cigno per l'oca, e col coltello
                                          si preparava ad affettargli il collo.
                                          Il cigno - allora - vedendosi perduto,
                                          emise un lungo, dolcissimo lamento.

Il cuoco - udendolo - ne restò basito
e rendendosi conto dell'errore
gridò: " O cielo, come avrei potuto
mettere in pentola un simile cantore ?"

                                           Questo per dire che il saper parlare
                                           con voce dolce e con parole belle
                                           consente a volte
                                           di salvar la pelle.



  Jean De la Fontaine  & Marc Chagall  in      Favole a colori



 

FAVOLE A COLORI ( La Fontaine & Chagall ) 3

 
 


LA GATTA TRASFORMATA IN DONNA

Un uomo aveva una passione insana
per la sua gatta.
La cosa può sembrare una mattana,
per lui quell'amabile bestiola
era così graziosa, così bella,
che le mancava solo la parola.

                                             Così l'uomo, con lacrime e preghiere,  
                                             consultando stregoni e fattucchiere,
                                             tanto brigò , che per incantamento
                                             ottenne il sospirato cambiamento:
                                             al posto della gatta - una mattina -
                                             trovò una donna,e non più la gattina .

Pazzo d'amore, il nostro stravagante
volle sposarla subito,all'istante.
Quanta felicità, dopo le nozze!
Sospiri, baci, coccole, carezze…
Mai si era visto sposo più appagato.
Ogni traccia di gatta era sparita,
e la sposina era per il marito
un concentrato di femminilità.

                                         Però, però... di notte, certe volte
                                         si udiva sotto il letto coniugale,
                                         un rumore sospetto, un rosicchiare
                                         come di un topo che morde qualche cosa.

Salta in piedi la sposa,
si apposta accanto al letto
per catturare il famelico animale.
I topi, niente affatto spaventati,
vedendo in lei sembianze di una donna
e niente più di gatta,
ricomparvero spesso, e sempre più sfacciati,
e lei ricominciava la sua caccia.

                                        Tanta è la forza di madre natura.
                                        Se, nell'età matura,
                                        si tenta di cambiare una persona,
                                        l'impresa sarà vana.
                                       Una volta riempito,il vaso si è impregnato,
                                       la stoffa ha preso una piega maestra,
                                       non c'è niente da fare,
                                       non c'è frusta che tenga :
                                       chi è fatto ormai non potrà più cambiare.
                                       Se scacci la natura dalla porta,
                                       essa ritornerà dalla finestra.



     Jean De La Fontaine & Marc Chagall  in      Favole a colori 


                                                           

FAVOLE A COLORI ( La Fontaine & Chagall ) 4

 
 


IL LEONE DIVENTA VECCHIO

Il leone è invecchiato.
Lui, che era un tempo il re della foresta,
ora è fiacco, intristito, malandato.
Dell' antico valore non gli resta
che la memoria. I sudditi in rivolta,
-  senza rispetto per la sua maestà -
si presentano a lui uno all volta
per infierire sulla sua tarda età.

                                                 Il cavallo gli dà una zoccolata,
                                                 lo azzanna il lupo, e persino il bue
                                                 si avventa per mollargli una cornata.

Il povero leone, indebolito,
non ce la fa nemmeno più a ruggire
e aspetta - rassegnato - di morire.
Ma nel vedere l'asino accostarsi,
" No, questo è troppo ! " dice con orgoglio.
" Passi il morire, ma non sentendo un raglio! "


   Jean De La Fontaine & Marc Chagall  in   Favole a colori

                                                 

FAVOLE A COLORI ( La Fontaine & Chagall ) 5

 
 


LA VOLPE E I TACCHINI

Per sfuggire agli assalti reiterati
di una volpe vorace, un gruppo di tacchini
aveva eletto a propria roccaforte
una quercia frondosa,
dove stavano tutti appollaiati.

                                                    La volpe, fatto il giro dei bastioni,
                                                    e visto che i tacchini
                                                    stavano perennemente di vedetta
                                                   disse rabbiosa:" Razza maledetta,
                                                   vedremo chi di noi la spunterà!"
                                                   Viene la sera, e c'è la luna piena,
                                                   più amica della tacchinesca razza
                                                  che della vecchia volpe malandrina.

Ma questa, che è un'esperta di manfrine,
dà fondo a tutto quanto un repertorio
di trucchi e pantomime:
simula una scalata, zampetta come pazza,
si finge morta, poi è risuscitata,
drizza la coda, facendola brillare
ai raggi della luna; poi volteggia,
rotea, saltella, danza, gigioneggia
e da attrice provetta e consumata
cattura l'attenzione dei pennuti.

                                     Questi la guardano con gli occhi spalancati,
                                     incapaci di agire, affascinati,
                                     col becco aperto… Insomma, ipnotizzati.
                                     In  capo a un'ora,
                                     uno stramazza e cade giù sul prato,
                                     e subito la volpe lo cattura.
                                     Lo segue un altro, e poi un altro ancora.
                                     Così, alla fine della sceneggiata,
                                     la razza tacchinesca è decimata
                                     e il pranzo della volpe è  assicurato.

L'eccessiva paura
è spesso una cattiva consigliera
perché distoglie da ogni altra cura.



    Jean De La Fontaine & Marc Chagall  in     Favole a colori 



                                           

FAVOLE A COLORI ( La Fontaine & Chagall ) 6

 
 
 

IL LUPO, LA VOLPE E LA SENTENZA DELLA SCIMMIA

Un lupo gridava ai quattro venti
di aver subito un furto
e accusava del torto
la volpe - sua vicina -
che non godeva di una buona fama.

                                      La volpe fu chiamata in  tribunale,
                                     dove, a dirimere la cosa,
                                     c'era una scimmia, bestia giudiziosa.
                                     Niente avvocati. I due contendenti
                                     avrebbero difeso il proprio assunto
                                     ciascuno per suo conto.

Sotto la toga, la scimmia era sudata.
In tutta la sua vita
mai si era trovata a giudicare
una faccenda tanto ingarbugliata.
L'udienza durò a lungo: uno parlava
e l'altro contestava; una gridava
e l'altro insolentiva…

                                       Non se ne usciva più. Esasperata,
                                       la scimmia prese infine la parola.
                                   "  E' inutile che sprechiate tanto fiato,
                                       vi conosco fin troppo, amici cari.
                                       Pagherete l'ammenda, siete pari :
                                       tu - lupo - per aver simulato
                                       un furto mai subito,
                                       e tu - volpe - per aver rubato
                                       più d'una volta a vari proprietari "

La nostra brava scimmia- magistrato
ritenne che - colpevole o innocente -
non fosse mai sbagliato
punire un delinquente.



   Jean De La Fontaine & Marc Chagall  in   Favole a colori