venerdì 21 agosto 2026
ASSENZA E FIORITURA
giovedì 6 febbraio 2025
IL PERDONO SECONDO RECALCATI 2
Come può prodursi questo effetto? In che cosa consiste ? Il perdono non consiste in una decisione. Se il perdono fosse una decisione, rappresenterebbe una divisione : una parte di me rimarrebbe ferita e l' altra - invece - vorrebbe poter perdonare. Non può essere dunque una cosa che si può decidere: è l' esito di un lavoro. Anche per la psicoanalisi il perdono è possibile se è - innanzitutto - una lavoro sulla nostra imperfezione e non sull' imperfezione di chi ha tradito. Anche perché tra i due è probabile - ma non è una legge - che soffra di più chi ha tradito. In altri termini, il lavoro del perdono necessita di una condizione : si tratta di accogliere l' imperfezione dell' Altro come una rappresentazione della nostra stessa imperfezione. Si può perdonare per amore , " ma si può - con la stessa dignità - non riuscire a perdonare per amore ". Il perdono, per essere tale, deve perdonare l' imperdonabile - spiega Jaques Derrida ( filosofo francese, n.d.r. ). L' imperdonabile con cui il trauma del tradimento ci confronta non è ( o non solo ) nel tradimento del corpo, " ma nel tradimento del patto e della parola che il tradimento del corpo comporta ".
Grazie al perdono, la perdita e la morte dell' amore non sono l' ultima parola sull' amore "; il perdono consente all' amore di ricominciare, come alla vita che si pensava fosse morta, di rinascere. Il perdono afferma che la distruzione e la morte non sono le ultime parole sulla vita ". Un effetto che ci segnala che il lavoro del perdono arriva a compimento è un effetto di alleggerimento della vita stessa. Nei Vangeli il perdono è un dono. Gesù invita a perdonare fino a settanta volte sette, ossia, l' unica misura del perdono è perdonare senza misura. Gesù non alza l' asticella della morale, ma porta la bella notizia che l' amore di Dio non ha misura. E lo racconta con la parabola dei due debitori. ( il primo doveva una cifra iperbolica al suo signore.. allora, gettatosi ai suoi piedi, lo supplicava...). Occorre considerare che il debito - al tempo di Gesù - era una cosa durissima: chi non riusciva a pagare diventava schiavo per sempre. Il perdono è scandaloso perché chiede la conversione non a chi ha commesso il male, ma a chi l' ha subito. Quando, di fronte a un'offesa, penso di riscuotere il mio debito con un'altra offesa, non faccio altro che alzare il livello del dolore e della violenza. Anziché liberare dal debito, aggiungo una sbarra alla prigione. Penso di curare una ferita ferendo a mia volta. Come se il male potesse essere riparato, cicatrizzato mediante un altro male. Ma alla fine saranno non più una, ma due ferite a sanguinare. Il Vangelo sembra voler ricordare che noi siamo più grandi della storia che ci ha partorito e ferito, che siamo grandi quanto
"il perdono che strappa dai circoli viziosi, spezza le coazioni a ripetere su altri il male subito, rompe la catena della colpa e della vendetta, spezza la simmetria dell' odio " ( Hanna Arendt )
Liberamente tratto dal testo di Massimo Recalcati Mantieni il bacio ( Lezioni brevi sull' amore )
frida
lunedì 12 dicembre 2022
RECALCATI ( PSICOANALISI E BIBBIA )
Massimo Recalcati
Estratto da un'intervista concessa dallo psicoanalista ad Antonio Sanfrancesco, dal titolo " Ho messo Mosè sul lettino dell'analista "
***
Una volta, ha detto che da bambino, aveva due eroi: Gesù e Telemaco ed entrami avevano problemi con il padre. Qual è il nesso tra i due ?
" Sono due figure di figlio che hanno vissuto in maniera diversa l'assenza del padre. Telemaco all'inizio della sua vita. Gesù in maniera radicale nel Getsemani e sulla croce. Per entrambi, però, l'esperienza di questa assenza è ciò che li rende pienamente e autenticamente umani."
Cos'è per lei il padre?
" E' il simbolo della Legge, o meglio, di come si possa unire e non opporre la Legge al desiderio. Ma, per certi versi, è anche sempre un'assenza, nel senso che non può essere uno scudo e un rifugio assoluti di fronte alle atrocità della vita. Nella domanda di padre c'è sempre una domanda di senso e di riparo. Gesù ne sperimenta la mancanza nel momento più drammatico nella notte del Getsemani, quando fa esperienza dell'abbandono assoluto non solo del padre, ma anche dei suoi discepoli che non lo sostengono nemmeno nella veglia. Telemaco invece fa esperienza dell'assenza del padre, quando comprende che il padre non può salvaguardare la sua vita di fronte all'arroganza dei Proci.Per questo egli si decide a iniziare il suo viaggio singolare assumendo pienamente la sua solitudine. L' Odissea si inaugura con il viaggio di Telemaco, non di Ulisse ".
La sua lettura sulla Bibbia si concluderà con un'ampia opera. Di cosa si tratta? Una lettura dei Vangeli alla luce della psicoanalisi, sulla scia di Françoise Dolto?
" Dolto ha letto psicanaliticamente la Bibbia. La mia operazione è più scabrosa è, probabilmente, più discutibile perché si tratta di dimostrare che vi sono radici bibliche della psicoanalisi, la quale si è nutrita di alcuni grandi concetti che possiamo reperire nella lettura delle Sacre Scritture, sebbene nella sua storia la psicoanalisi abbia sempre negato questo debito".
In che senso?
" Nessun psicoanalista autorevole riconosce che vi sia un'eredità biblica della psicoanalisi, neanche Jung. La psicoanalisi sarebbe un' emancipazione illuminista, diciamo così, dall'oscurantismo del discorso religioso. Freud è stato un ateo rigoroso, figlio del positivismo scientista del suo tempo. Lacan ha un rapporto più complesso con la tradizione giudaico - cristiana. Un concetto fondamentale come quello di Nome del padre è chiaramente attinto da quella tradizione. Ma nel mio lavoro sulla Bibbia cerco di dimostrare che alcuni grandi temi come quello della Legge, dell'amore, dell'odio e della discendenza provengono direttamente dal logos biblico. Sia la psicoanalisi che la Bibbia affrontano la condizione umana senza mai fare della retorica. Non fanno sconti. E questa condizione ha nell'esilio la sua cifra di fondo. Il problema è come abitare in modo generativo e non depressivo l'esilio. Tutto questo però cerco di mostrarlo non applicando la psicoanalisi alla Bibbia, ma leggendo la Bibbia per comprendere meglio la psicoanalisi stessa. "
Nella difesa dell'umano psicoanalisi e cristianesimo non si trovano oggi dalla stessa parte.
" Sì, condividono un punto fondamentale : la resistenza allo scientismo dilagante, al feticismo del numero che lo caratterizza, al materialismo volgare degli algoritmi, ma anche la resistenza nei confronti del mito del consumo per il consumo, del profitto, del cinismo e del nichilismo che caratterizzano il discorso del capitalista. Contro l'oggettivazione dello scientismo e contro la mercificazione neoliberale, la psicoanalisi e il cristianesimo rivendicano che la verità ha sempre un volto singolare e un nome proprio. Questo è il cuore più profondo della psicoanalisi e del cristianesimo : non dimenticare mai la cura per il nome. Il problema non è tanto quello di dire la verità, ma di fare la verità. Il sistema dei consumi e lo scientismo sono due grandi avversari che cancellano la verità del nome: il primo attraverso un godimento senza limiti e il secondo attraverso la riduzione impersonale del nome al numero. Non a caso il profeta Isaia dice : " Non temere, io ti ho chiamato per nome".
f.
martedì 24 agosto 2021
IL GRIDO DI GIOBBE 1
" Sono diventato il sarcasmo dei miei amici, io che grido a Dio perché mi risponda; sarcasmo, io che sono il giusto, l'integro! ( Gb 12, 4 )
(...) Nel racconto biblico, Giobbe appare come un grido. E' la sua postura di fondo. Il grido è il modo più estremo della domanda. Non si articola nelle parole, non risponde alla legge del linguaggio, non è adottato da nessun significante. Esce dal corpo come un altro corpo. E' uno strappo, una lesione, una nuda voce. Quella del bambino inerme innanzitutto. Il grido accompagna la nascita e le prime turbolenti percezioni della vita. Di fronte alla condizione di estrema passività e sconforto nella quale il bambino si trova gettato, il grido appare come una prima invocazione della vita rivolta all' Altro. E' lo stesso che si ripete in coloro che si trovano esposti ad un pericolo o a una condizione di derelizione. E' lo stesso che sorge dalla sofferenza che intacca alla radice la vita umana. Anche nell'esperienza analitica - in ogni paziente - si palesa il grido come domanda di soccorso. E' questa una delle eredità bibliche della psicanalisi dell'ebreo Freud : rispondere al grido della sofferenza, interrogarne il senso. E' questo ciò che Giobbe insistentemente chiede: qual è il senso del dolore che mi affligge? Di fronte alla lama della sofferenza la sua voce non si adagia remissiva nel silenzio, non sussurra, non dialoga con i suoi amici, non si ripiega in una contemplazione meramente teoretica del dolore del mondo. La voce di Giobbe prende corpo solo nel grido. E' il carattere blasfemo della sua interrogazione. E se Dio fosse l'artefice del male, se fosse un persecutore anziché un padre? Se non fosse il Dio del patto, ma il Dio voluttuoso e inumano della pura potenza? Anche la bestemmia, rompendo le consuetudini della comunicazione umana, tende al grido. Giobbe oscilla tra il grido della bestemmia e quello dell'invocazione : bestemmia il Dio sadico che infligge dolore al giusto, mentre invoca il Dio padre dell'universo. La domanda intorno al senso della sofferenza prevale su ogni possibile risposta. Perché la violenza del male si accanisce sull'innocente? Questa domanda nel Libro di Giobbe è la pietra dello scandalo. La sofferenza che non è stata generata dalla colpa, che non è manifestazione della ritorsione della Legge sul reo, eccede ogni forma di spiegazione. Il dolore dell'innocente sovverte la rappresentazione morale della Legge di Dio poiché nessuna Legge, nemmeno quella di Dio, può giustificarne l'esistenza. Questa Legge, infatti, di fronte alla domanda di Giobbe, resta opaca, illeggibile, indecifrabile. (...)
Massimo Recalcati da Il grido di Giobbe
IL GRIDO DI GIOBBE 2
(...) La scena che domina il Libro di Giobbe è allora quella di un abbandono: l'uomo retto e giusto, timorato di Dio, viene lasciato cadere, rotola nella " polvere e nella cenere", il suo corpo viene ricoperto di piaghe. La notte di Giobbe assomiglia a quella di Gesù nell' Orto del Getsemani: il padre non si cura del figlio, non lo tutela, lo lascia nella solitudine più assoluta; il silenzio di Dio appare scandaloso di fronte al dolore dell'uomo. Ma costretto a questa solitudine e a questo silenzio, Giobbe non cessa di rivolgersi a Dio. La sua deve insiste nella forma acuta del grido: " Perché ? " Perché la legge di Dio non sanziona il malvagio e azzanna l'innocente? Il dolore di Giobbe non può essere ricondotto all'ordine del senso perché nessuna teologia è in grado di spiegarne l'eccesso. Il grido di Giove accade laddove le parole della teologia sono costrette al silenzio, dove ogni forma di sapere deve rivelare i propri limiti. L'uomo non è padrone del dolore come non è padrone della propria morte. Giobbe però, diversamente dall'uomo greco, non si limita a costatare l'assurdità del dolore, la sua originaria insensatezza e crudeltà, ma insiste nel rivolgersi a Dio, esige di incontrarlo " faccia a faccia", di vederlo in persona. E' per questo suo carattere radicale che la domanda di Giobbe mette sottosopra la Legge di Dio. Il Dio della Legge di cui Mosè canta le lodi e il rigore nel Deuteronomio mostra un altro volto, quello inquietante di un nemico irriducibile all'uomo. Mentre il Dio di Mosè è il Dio del patto, quello di Giobbe è il Dio della potenza che infrange il patto. Di fronte al destino che si accanisce contro la sua vita, egli non sceglie però la via del sacrificio rassegnato di se stesso, quanto quella del grido. Egli desidera incontrare Dio che ha rotto il patto per chiedere le ragioni di questa disdetta drammatica. Ma quando finalmente, al termine del Libro, avviene l'incontro con Dio in persona, Giobbe si trova di fronte alla dismisura della creazione. La potenza di Dio non è la potenza del male, ma quella ontologica della creazione. Egli deve così rettificare la sua posizione, convertendosi a una nuova versione della fede. (...)
Massimo Recalcati da Il grido di Giobbe
sabato 14 novembre 2020
ADOVIOLENZA 1
" Il mondo in cui i ragazzi e le ragazze di oggi sono immersi è un mondo in cui - in effetti - sono caduti tutti i sembianti e tutti i veli. Non sembra esserci più spazio per credere non solo nelle diverse figure dell'autorità, ma neanche negli ideali che hanno mosso le generazioni che li hanno preceduti: politici, religiosi, sociali etc. I tentativi di costruire dei movimenti ideali intorno cui aggrapparsi e che diano un senso all'esistenza, vengono immediatamente fagocitati e trasformati in nuovi oggetti che alimentano la macchina consumistica : ne sono un esempio la miriade di gadget all'insegna dell'ambientalismo che hanno invaso il mercato, fino alle prospettive di una nuova crescita economica o di un radioso futuro basato sulla green economy. Come enunciava Lacan, già nel 1972 : " Il discorso capitalista è qualcosa di pazzamente astuto: esso ingloba tutto, trasformando in oggetto di consumo, e quindi in plusgodere, ciò che potrebbe tradursi in ideale". Non resta - per alcuni - che aggrapparsi a un Altro assoluto, autoritario, feroce : dai raggruppamenti settari ai fenomeni di radicalizzazione. Ma anche le aggregazioni di stoffa piuttosto immaginaria che si costituiscono per mezzo dei social : " Si nota come prendono piedi oggi le teorie del complotto, al punto che ci si stupisce del numero di scolari, di studenti liceali o universitari che vi aderiscono. Si tratterebbe del loro modo di evocare il grande Altro, ma in una forma degradata e molto cattiva".
Dunque, i ragazzi e le ragazze del nostro mondo contemporaneo si trovano sguarniti di strumenti per trattare la pulsione, per addomesticarla, per canalizzarla.".
Paola Bolgiani da Adoviolenza ( La psicoanalisi e la violenza degli adolescenti)
* Testo prodotto ad opera di GRiM ( Gruppo ricerca minori )
ADOVIOLENZA 2
" Nel testo " En direction de l'adolescence" , Jacques - Alain Miller si interroga e ci interroga : la violenza può essere considerata un sintomo? La sua risposta è No: la violenza non è un sintomo, intendendo il sintomo per come Freud lo ha messo in valore: una soluzione di compromesso, la risultante di uno spostamento, di una sostituzione del soddisfacimento pulsionale. Il sintomo così inteso produce sofferenza e può diventare motivo di interrogazione, se messo al lavoro dell'inconscio. Ma se la violenza non è un sintomo, allora non dovremmo attenderci né sofferenza né interrogazione. La violenza fra i giovani è - quando lo è - fondamentalmente un problema per il mondo adulto e per la società. Tuttavia ciò non comporta ancora che si traduca in " sintomo sociale", sempre attenendoci alla definizione or ora richiamata di sintomo. Un problema è ciò che si cerca di rimuovere, di cancellare, di risolvere, di debellare. Le risposte che vediamo dispiegarsi a livello sociale rispetto alla violenza fra i giovani, in genere testimoniano i loro effetti di impotenza: né la comprensione , né l'autorità paiono infatti poter arginare questo tipo di fenomeno.
Un sintomo - come detto - può produrre interrogazione. Ed è questa la prospettiva: lasciarsi interrogare dal fenomeno della violenza, per mettere in rilievo - prima di tutto - che occorre fare dei distinguo. Un'azione violenta può essere un appello, un richiamo all'Altro, affinché introduca o faccia valere quel limite che manca. Può anche essere un modo per individuarsi, costituirsi un'identità riconosciuta dall' Altro, per esempio come " bullo" o " teppista " oppure come appartenente a un certo gruppo violento: un'identità che non si lega a un ideale, ma a uno specifico godimento. Un modo per dire, per riconoscere e far conoscere l'indicibile; una sorta di cortocircuito attraverso il quale provare a trattare quello che riguarda solo se stessi con un predicato universale ".
Paola Bolgiani da Adoviolenza ( La psicoanalisi e la violenza degli adolescenti )
* Il testo è stato prodotto da GRiM ( Gruppo di ricerca minori )
ADOVIOLENZA 3
" In altri casi, l'azione violenta può essere un modo di rompere i legami che l'adolescente sente come insufficienti, un modo paradossale per uscire dall'impasse del rapporto con l'Altro vissuto come mancante o carente, o peggio, come impostore, rompendo ogni ancoraggio. Ancora, l'azione violenta può essere un modo per cercare di trattare, limitare, circoscrivere un'angoscia debordante o invasiva, che in tal modo viene localizzata ( per esempio attraverso agiti contro il proprio corpo, o azioni distruttive ) e che produce - come molti ragazzi testimoniano - un effetto di sollievo. Infine - ma l'elenco non è esaustivo - la violenza è soddisfazione " diretta" della pulsione di morte: il bambino o il ragazzo violento trova una soddisfazione nell'atto stesso di distruggere. Ricordiamo che Freud aveva messo in rilievo nella sua opera che in certe condizioni " straordinarie", come quella della guerra, gli uomini potevano lasciarsi andare ad atti di crudeltà e brutalità incompatibili con la loro morale in situazioni " normali". Aveva attribuito questo scatenamento al venir meno della funzione regolatrice operata dalla cultura e dalla tradizione: cioè dagli ideali. Aveva anche messo in rilievo come la libido, cioè la funzione del desiderio, potesse fare ostacolo alla forza oscura del godimento che la guerra può scatenare".
Paola Bolgiani da Adoviolenza ( La psicoanalisi e la violenza degli adolescenti )
* Il testo è stato prodotto ad opera di GRiM ( Gruppo di ricerca minori )
domenica 16 febbraio 2020
LE NUOVE MELANCONIE 1
" E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce " ( Giovanni, 3, 19 )
(... ) La clinica della melanconia è una clinica della pulsione di
morte : il soggetto è preso in una spirale di odio per se stesso
- di rifiuto della propria vita - che sembra non avere argini e
che tende a trascinarlo fuori dalla scena del mondo. Nella sua
versione freudiana più classica, la melanconia è caratterizzata
da un'incessante ruminazione morale sul senso di colpa : il
soggetto melanconico è sovrastato dal peso di una Legge sadica
e inflessibile e da un profondo sentimento di indegnità.
La tesi qui sviluppata è che nel nostro tempo siamo di fronte a
nuove forme di melanconia sempre più diffuse. In esse non
riscontriamo più il corredo sintomatico classico della
melanconia codificata da Freud : ritiro libidico, auto -
denigrazione, auto accusa, senso di colpa inscalfibile, spinta
suicidaria, delirio di rovina. Di questo corredo sopravvive
ancora il ritiro libidico come tendenza del soggetto alla
chiusura, al rifiuto dei legami sociali, unito a una restrizione
drastica della sua pinta vitale. L' elucubrazione delirante sulla
perdita dell'oggetto e sul senso di colpa sembra però essere
sostituita da un altro fenomeno:una sorta di pulsione a chiudere
il legame con la vita, un'inclinazione paradossalmente
securitaria che conduce il soggetto a disertare il proprio
desiderio. Nelle nuove forme di melanconia - presenti in modo
preoccupante soprattutto tra le nuove generazioni - in primo
piano non c'è più l'auto- flagellazione morale e la dimensione
irrimediabile della perdita dell'oggetto, quanto invece un'
inclinazione a ritirarsi dalla precarietà e dall' ingovernabilità
della vita, a ridurre al minimo le tensioni all'interno dell'
apparato psichico, alla chiusura securitaria. Il punto
clinicamente più cruciale è,che mentre nella sua versione
freudiana il soggetto melanconico viveva l'impossibilità di
elaborare il lutto per la perdita di un oggetto narcisisticamente
significativo, nelle nuove melanconie emerge una adesione
intensa nei confronti di un oggetto sempre presente, tenuto ad
agire come una sorta di supporto " iper - anaclitico " che
penalizza l'emergenza del desiderio nel soggetto . (...)
Massimo Recalcati da Le nuove melanconie ( Destini del desiderio nel tempo ipermoderno )
LE NUOVE MELANCONIE 2
(...) E' questo un tratto davvero contemporaneo: la nuova
melanconia scaturisce non dall'assenza o dalla perdita dell'
oggetto, come avveniva nella melanconia freudiana, ma dalla
presenza iper- presente dell'oggetto. Se il fallimento dell'
elaborazione del lutto obbligava il melanconico a sperimentare
l'adesività dell'oggetto in quanto assente - l'assenza dell'oggetto
è per il soggetto melanconico sempre presente -, le nuove
melanconie vivono l'assenza dell'oggetto come insopportabile,
impossibile da elaborare, incollandosi quindi alla presenza di
un oggetto che ripara il soggetto dal rischio della perdita
sottraendolo all'esperienza dell'assenza. Il loro nucleo è
autistico non nel senso delle psicosi infantili, ma in quello del
ritiro regressivo della libido dal mondo: la vita si ritrae dalla
vita, la libido regredisce e il soggetto si introverte su se stesso.
Si tratta di una tendenza alla chiusura che definisce in generale
la spinta oggi dominante non solo nel campo strettamente
clinico ( anoressie, dipendenze, isolamento, ritiro dai legami,
depressioni ),ma in quello più apertamente sociale che ha ormai
configurato un nuovo volto del discorso del capitalista.
Esaurita l'enfasi esaltata neo- liberale della globalizzazione,
emergono tendenze apertamente reazionarie e involutive che
glorificano il muro: nazionalismo, sovranismo illiberale,
chiusura identitaria. (...)
Massimo Recalcati da Le nuove malinconie ( Destini del desiderio nel tempo ipermoderno )
venerdì 15 novembre 2019
LA LIBERTA' D'AMARE DI F. DOLTO 2
G.S. :
La Samaritana ha ben capito di quale " acqua " si trattava e quando la chiede a Gesù, egli la rimanda a suo marito! Lei risponde : " Non ho marito".
F. D. :
Allora Gesù - casto - le fa scoprire la metafora di quell'acqua che egli le suggerisce, iniziando dalla sua vita sessuale.
G.S. : Ma qui, cosa significa , essere casto, per Gesù?
F. D. :
La Samaritana fa un " transfert " su Gesù : ella è sedotta da quell'uomo. Gesù le risponde: " No, non con me. Vai a chiamare tuo marito… Poiché Gesù non vuole iniziare quella donna a una vita spirituale, se essa confonde vita sessuale vita spirituale. Infatti, una donna che prova un desiderio genitale, non sa se è in gioco il suo desiderio genitale o il suo desiderio spirituale. E' così. Per questo Gesù le dice: " Per il corpo, per l'affettività della tua vita quotidiana, hai bisogno di un uomo che non sarò io. Anche se in modo fulmineo, tu ti sei innamorata di me, ma io non posso soddisfarti su questo piano. Potrà farlo tuo marito. Io ti porto la vita spirituale".
Essere casto - per Gesù - vuol dire non rispondere al desiderio genitale carnale di quella donna innamorata di lui, e farla così accostare a un'altra vita. La donna scopre così che quella vita sessuale non l'ha mai appagata, perché nella sua profondità vi è stata una mancanza, ma di questa mancanza ella non vuole sapere nulla. Eppure proprio da quella mancanza, che la rende diversa dall'uomo, nasce il suo desiderio che la spinge a cercare da un uomo all'altro piacere e sicurezza. Gesù le rivela che, al di là del piacere sempre confuso con un bisogno, il suo desiderio resta insoddisfatto, perché lei non punta sull'amore.
Françoise Dolto da Libertà d'amare
LA LIBERTA' D' AMARE DI F.DOLTO 3
G.S. :
Un'altra cosa che mi colpisce è il tono con cui parla quella donna di Samaria. Essa appare come un'adescatrice che insinua la sua civetteria nel tono beffardo tradizionale : " Come tu, un Giudeo, chiedi da bere a me, una donna, una Samaritana? "
F.D. :
Se ella è provocante, è perché ha incontrato gli uomini solo sul terreno della seduzione e della complicità. Questi uomini occasionali le hanno offerto le loro attrattive o, col pretesto di chiederle un favore, speravano qualcos'altro. Gesù le chiede da bere, ma ella suppone un'altra domanda… Schiava delle proprie astuzie, cerca subito di offrirgli qualcos'altro: offre tutta se stessa. Gesù non la biasima. Gradatamente la aiuterà a scoprire la verità del suo desiderio, la seguirà nelle sue scappatoie : " Tu non hai acqua… Dammi di quell'acqua così che io non debba più venire qui…"
G.S. :
Perché queste scappatoie ?
F.D :
Perché - come tutti noi - ella cerca di non sapere nulla della deformazione o dell'anchilosi del suo desiderio. Tutti, quando cerchiamo ciò che ci manca, cerchiamo nello stesso tempo la sicurezza, vale a dire una ripetizione di ciò che conosciamo.
G.S.
Una ripetizione del piacere.
F.D. :
Una ripetizione del piacere conosciuto, e la cerchiamo da un oggetto all'altro, come quella donna da un incontro all'altro. Noi non sappiamo azzardarci nel nostro desiderio a concederci completamente. E' questo che Gesù tenta di insegnarci: a non avere paura. " Non temete nulla dal vostro desiderio. Non abbiate paura di rischiare tutto, nemmeno la morte ". Lui, lui non l'ha temuta.
G.S. :
Secondo lei, vi sono dei desideri che non sono rivolti verso Dio?
F.D. :
Io credo che siano tutti rivolti verso Dio se noi non ci fermiamo. Spesso, quando diciamo " desiderio ", pensiamo " desiderio parziale".
G.S. :
Per l'appunto : tutta questa storia comincia con l'espressione di un desiderio parziale, o più esattamente di un bisogno: Gesù chiede da bere.
F.D. :
A quella donna che è venuta così spesso a estinguere la sua sete a quel pozzo, Gesù fa una domanda : le parla - infatti - del suo bisogno. Ma poiché è casto, Gesù può attirarla più in là del suo corpo: egli è sorgente, origine di un'acqua rimbalzante per una vita senza fine. Ella è ferma ai bisogni fisici del suo corpo, mentre Gesù vuole portarla più lontano.
G.S.
Ma il bisogno nell'uomo non è mai puro bisogno : porta con sé qualcos'altro. Per esempio, se abbiamo bisogno di mangiare, insieme a quel bisogno di cibo sentiamo anche il bisogno di qualche piatto appetitoso o di un sorriso o di una conversazione, di un piacevole incontro. Desideriamo di più che non soddisfare semplicemente un bisogno.
Quella donna, coi suoi bisogni fisici, come lei dice, aspettava probabilmente qualche altra cosa.
Françoise Dolto da La libertà d'amare
martedì 12 novembre 2019
PSICANALISI DEL VANGELO 1
" L'atteggiamento spontaneo di un essere umano è : " Non voglio saperlo", una resistenza fondamentale all'accesso di conoscenza " . ( J. Lacan )
Gérard Sévérin :
Non capita spesso di trovare psicanalisti che si dichiarino pubblicamente credenti e cristiani. Non accade frequentemente di trovare una psicanalista che accetti di affermare ed esporre la sua fede nel Vangelo. E assai raramente si verifica che una psicanalista non si opponga a che il frutto di anni di vita spirituale e di esperienza umana e clinica sia consegnato ad un libro e offerto al pubblico.
Perché ha acconsentito a svelare come può gioire e godere del suo incontro con il Vangelo di Gesù Cristo ?
Françoise Dolto :
Da bambina ascoltavo in chiesa i vangeli - o li leggevo - come fossero brani di una fiaba, quella di Gesù e del mondo del suo tempo e di quei luoghi solari. Erano " cose di una volta ", come dicevano i vecchi della mia famiglia quando parlavano della loro infanzia e di un tempo ancora più remoto. Queste cose mi facevano sognare; le immagini poi, i quadri, mi dimostravano che tutti le sognavano,ognuno ricostruendone una rappresentazione diversa. Io però non vedevo alcun legame tra questi racconti e la maniera in cui viveva attorno a me e in me la gente, si trattasse di appartenenti alla gerarchia ecclesiastica o di " fedeli ", come si diceva. Poi sono diventata adulta, ho sofferto e sono stata psicanalizzata per diventare a mia volta medico e analista. L'importanza dei testi sacri della nostra civiltà elleno - giudaica - cristiana mi è apparsa via via sempre più evidente. La Bibbia e i Vangeli si sono messi a interrogarmi e io ho reagito alla loro lettura. Mi stupiva il fatto che questo interesse venisse continuamente rinnovato man mano che sperimentavo la vita e soprattutto la clinica psicanalitica, parallelamente anche alla scoperta della dinamica dell'inconscio, di cui dopo Freud stiamo scoprendo la portata e decodificando le leggi. Sempre più mi sembra che quanto noi scopriamo dell'essere umano, questi testi lo contengano e lo lascino trasparire; tutto ciò si trova espresso in questo tesoro di parole riunite.
Françoise Dolto da La Psicanalisi del Vangelo
PSICANALISI DEL VANGELO 2
G.S. :
Che cosa le dà la lettura del Vangelo?
F.D. :
Quello che io, in quanto formata dalla psicanalisi, leggo nel Vangelo mi sembra la convalida, l'illustrazione della viva dinamica operante nello psichismo umano e della sua forza che sgorga dall'inconscio, dove il desiderio sorge e si avvia alla ricerca di quanto gli manca. La vita, l'effetto di verità sempre nuova generati nel cuore e nell'intelligenza dalla conoscenza approfondita del Vangelo, sono un incitamento a superare i nostri processi logici coscienti. Le parole sono le stesse e sempre sembrano rivelare un senso diverso man mano che procediamo nel nostro tempo, parallelamente allo svolgersi delle nostre esperienze. E' questo che mi appassiona. Mai il Vangelo smette di interrogarci, quali che siano le risposte già trovate. Com'è che questi testi, queste successioni di parole colpiscono la nostra conoscenza e inviano onde d'urto fin nell'inconscio, facendone scaturire gioia e desiderio di conoscere il regno di Dio? Sono molte - come vede - le ragioni che mi spingono a pubblicare le mie riflessioni. Leggere il Vangelo vuol dire ascoltare, tramite quelli che lo hanno visto, udito e ne sono stati testimoni, la voce di Gesù, essere di carne e ossa mentre viveva sulla terra nella sua individualità scomparsa ormai ai nostri occhi. Egli parla al mio essere attualmente individuato, parla al mio cuore e incita la mia intelligenza ad ascoltarlo e a desiderare l'incontro con Lui.
G.S. :
Lei allora psicanalizza Gesù, Marco, Matteo, Giovanni, ecc. ?
F.D. :
Per niente. La lettura del Vangelo - ripeto - provoca innanzitutto uno shock nella mia soggettività; poi - a contatto con questi testi, scopro che Gesù insegna il desiderio e trascina ad esso. Scopro che questi testi di duemila anni orsono non sono in contraddizione con l'inconscio degli uomini d'oggi. Scopro che illustrano e chiariscono le leggi dell'inconscio scoperte il secolo scorso. Tutto qui.
G.S. :
Sono testi - insomma - con lo stesso potere delle fiabe?
F.D. :
Hanno anzi un potere ben più sorprendente! Sono duemila anni che vengono letti e provocano sempre lo stesso impatto di verità nell'intimo di chiunque li legga. La ricerca delle fonti di questa verità è quanto mi ha interessato. Questi testi, che siano storici o no, sono un fantastico torrente di sublimazione delle pulsioni. Non si possono trascurare scritti che ti colpiscono a tal punto. Meritano anzi che noi, formati dalla psicanalisi, ci dedichiamo alla ricerca della chiave di quella dinamica di cui sono stati il supporto.
Françoise Dolto da Psicanalisi del Vangelo
PSICANALISI DEL VANGELO 3
DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI
CAPITOLO XIX, VERSETTI 25 - 27
(…) Stavano accanto alla croce di Gesù la madre e la sorella della madre, Maria, Cleopa e Maria di Magdala. Vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, Gesù le dice: " Donna, ecco tuo figlio". Poi dice al discepolo : " Ecco tua madre". E il discepolo, da quel momento, la prese con sé. (…)
***
Gérard Sévérin :
A Cana, la " gloria"; ai piedi della croce l'abbandono…
Françoise Dolto :
Povera donna! In quel momento - veramente - è come tutte le donne che hanno posto nel figlio la loro speranza di riuscita e poi, eccolo ai loro occhi, fallire completamente !
Gesù fallisce come figlio, come figlio affettivo e carnale. Si rende conto che essa soffre troppo, che sua madre è perduta. Se lui sparisce, lei non ha più di che vivere.
G.S. :
In lei, chi sosterrà il desiderio di vivere e il significato della sua vita di madre, ora che il figlio- promesso a tutte le speranze - è coperto di obbrobrio e muore ?
F.D. :
A Cana l'apice della potenza, qui gli abissi della disperazione. Ella ha bisogno di un figlio per continuare ad essere madre. Per questo Gesù le dona Giovanni. Le donne, infatti, hanno come destino carnale quello di fare figli. Ma non basta : esse hanno anche bisogno di un essere vivente da amare per poter continuare a esistere.
G.S. :
Gesù ha pietà di lei?
F.D. :
Per niente. Non si impietosisce su di lei, né su se stesso, causa del suo dolore. Non le dice: " Povera mamma, quanto soffro di farti soffrire ! " come negli amori patologici tra figlio e madre. Si rende conto che in lei soffre la donna in quanto madre: questa donna non potrà più esercitare la sua funzione " maternante " perché questa funzione si può esercitare solo quando si hanno figli vivi : uno muore, un altro le è dato. Le offre quindi il mezzo per sopportare e accettare la prova che - per una madre - è la più grande fra tutte le prove. Una madre perde - se si può dire - una parte carnale di se stessa perdendo il proprio figlio. Ma con Gesù, Maria perde anche la sua ragione di sperare. Gesù le offre Giovanni che diviene un suo sostituto come figlio : " Costui farà per te tutto ciò che farebbe un figlio; e tutto quanto una madre farebbe per il figlio, tu lo farai per lui. Tutto ciò che una madre rappresenta per suo figlio, tu lo sarai per lui. E lui, ugualmente, sarà tuo figlio".
Così, nella sua miseria, le porge un'umana consolazione.
Françoise Dolto da Psicanalisi del Vangelo
PSICANALISI DEL VANGELO 4
G.S. :
Ma Giovanni non è Gesù! E non può sostituire il figlio Gesù nel cuore di una madre.
F.D. :
No, certamente. E Maria soffre di questa separazione, prova un grande abbandono interiore. Gesù cerca egualmente di consolarla nel suo dolore e ci mostra come possiamo consolare gli esseri. Noi tutti, esseri umani, rispetto alla carne siamo esseri di legami, e rispetto al cuore, esseri di parole. Il nostro desiderio è di comunicare. Quando poi un essere ci manca, la relazione è rotta. Allora, in questo momento, Gesù propone Giovanni a Maria, affinché si stabilisca un legame tra il suo desiderio di essere madre e un adolescente. E accompagna questo dono con una parola : " Ecco tuo figlio". Così Egli, con una parola, crea un nuovo rapporto vitale. Questa parola conserva tutto il suo senso al desiderio di Maria di essere madre. Il desiderio non muore fintantoché un legame lo mantiene vivo. Quando un legame è sparito, o si è rotto, si può - con una parola - creare un nuovo legame vitale.
Françoise Dolto da Psicanalisi del Vangelo
lunedì 28 ottobre 2019
LA COLETTE DI JULIA KRISTEVA 1
(…) Mi piace come scrive questa donna: è un piacere immediato,
senza " perché ", ma voglio comunque scommettere su una
spiegazione. Colette ha trovato un linguaggio per esprimere
una singolare osmosi tra le sue sensazioni, i suoi desideri, le
sue angosce e l'infinito del mondo: sbocciare di fiori, palpiti di
bestie, apparizioni sublimi, mostri contagiosi. Un linguaggio
che trascende la sua esperienza di donna nel mondo, vagabonda
o condizionata, libera, crudele o sensibile. Lo stile coniuga le
sue radici rurali e il suo accento borgognone, alleggerendoli in
un'alchimia che continua ad essere per noi misteriosa.
Come accade spesso,Colette ci fornisce un racconto condensato
al centro del quale - non sempre citata - c'è Sido, la madre e
una sorta di amore come orizzonte. L'ultima lettera di Sido,
ellittica e raggiante di gioia, si rivolge a Colette chiamandola
" amore mio ". Ma la figlia, che si è appena liberata dalla
pesantezza dell'amore per celebrarne solo la " leggerezza ", non
è sciocca : " questa volta mi faccio scrupolo di rivendicare per
me sola una parola così ardente. E' circondata da lineette,
svolazzi di rondine, volute vegetali, dai messaggi di una mano
che tentava di trasmettermi un alfabeto nuovo, o lo schizzo di un
paesaggio intravisto all'aurora, sotto raggi che non avrebbero
mai raggiunto lo squallido zenit " ( " La naissance du jour ", n.
d. r. ). (…)
Julia Kristeva da Colette ( Vita di una donna )
LA COLETTE DI JULIA KRISTEVA 2
(..)Di fronte a questo alfabeto solare, un altro alfabeto - mostruoso
questa volta - : una Colette notturna esplora gli abissi delle
nostre identità, che definisce un " nauseabondo caos senza
inizio né fine, ma di cui certi arabeschi si leggono come lettere
dell'alfabeto ( "Prisons et paradis" , n.d.r. ). Parte integrante
dell'impero dei sensi e di quella sensualità femminile da lei
definita " più diffusa dello spasmo, e più di quello, calda, ( "Il
puro e l'impuro," n.d.r. )la scrittura di Colette li formula con
un'intensità e una misura che trasformano i suoi stessi testi in
un" possente arabesco di carne,una cifra di membra mescolate,
un monogramma simbolico dell' Inesorabile "
A più riprese, nel corso dei suoi libri, Colette ritorna su un'idea
che mi sembra centrale nella sua opera : la scrittura è una
compenetrazione tra la lingua e il mondo, tra lo stile e la carne,
che le rivela l'universo e i corpi come un arabesco. Il linguaggio
è sentito come una " selvaggia melopea " che imprime la sua
seduzione ai frutti, agli utensili e alle stoffe…
In quest'esperienza sensuale, le metafore sono aromatizzate con
sonorità venute da altri luoghi : " Quando le parole non sono
abbastanza belle, la lingua d'oc le insaporisce " ( " Provence ",
n.d.r. ). Per dare consistenza alle sue pietanze, Colette le
insaporisce con molto aglio, il condimento apprezzato al sud.
Il gusto delle parole e quello degli alimenti realizzano la stessa
segreta alchimia: " Se lei non è in grado di fare qualche
stregoneria, meglio che non si occupi di cucina".
Strega, Colette ? O modesto giardiniere ( al maschile )dell'
alfabeto del mondo ?
Essere definita " scrittrice " le è sempre parso insufficiente.
Falsa modestia? Orgoglio smisurato?. Né l'una cosa né l'altra:
lei sa da subito che la sua lingua assapora l'universo per rifarlo.
Lanciata in una lotta accanita per imporre la sua libertà di
donna e la sua firma di scrittrice, e prima di essere premiata da
un successo tra i più accademici che esistano, Colette impone
nella letteratura francese una sensualità che sfida l'inibizione
più o meno casta della gente per bene, senza rivendicare però
un erotismo trionfale, nel quale si distingueranno le sue
consorelle dette " liberate ", né - all'opposto - un pudore
dolorista più convenzionale. Provocatoria, scandalosa per l'
audacia dei suoi costumi e del suo itinerario, questa donna
seducente rifiuta di rinchiudersi in qualsivoglia militantismo e
non predica alcuna trasgressione. Arriva a dare alla sua
esperienza di libertà senza complessi il linguaggio di una
profusione governata da una retorica classica, che rimanda i
lettori moderni alla serenità del miracolo greco. (…)
Julia Kristeva da Colette ( Vita di una donna )
sabato 7 settembre 2019
LA LEGGENDA NERA DI J. LACAN 1
" Ecco il grande errore di sempre: immaginare che gli esseri pensino ciò che dicono" ( J. Lacan )
(…) Fin dal 1972, quando più che settantenne la sua notorietà era
ancora recente,si aspettava che la sua morte avrebbe scatenato
una " vera pioggia di lordure ", già da tempo annunciata dalla
possibilità stessa, ossia dall'imminenza di una sparizione che
secondo alcuni non poteva tardare.
Ma non ci fu alcun bisogno di attendere il suo decesso. E'
bastato che invecchiasse e che il suo successo crescesse perché
la calunnia lievitasse e si espandesse. Il suo passaggio non ha
risparmiato niente: né il suo insegnamento, né la sua pratica,
né la sua persona.
Il suo insegnamento - deriso - viene definito un'impostura, una
frode e un'enorme bugia deviante rispetto alla serietà della
Sorbona, così come un'intellettualità inutilizzabile che non
attira se non creduloni e snob, o ancora una congiura di
ampiezza e perfidia ineguagliabili. All'insegnamento si
rimproverano discorsi incoerenti e scuciti, elitismo pretenzioso
e sterile o addirittura di diffondere una psicoanalisi
spiritualistica, asettica, sorbonesca e mortalmente noiosa e
persino di voler strozzare il mondo perché - sappiatelo -
" si respira male con dei nodi borromei alla gola… " . (…)
Nathalie Jaudel da La leggenda nera di jacques Lacan



