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lunedì 10 maggio 2021

POESIE DI DIO ( Introduzione )

 

(...) In una recente antologia di poesie proposte per accompagnare la meditazione cristiana, ribadivo: " Un testo poetico è veramente religioso quando è veramente poetico". Con questa affermazione un po' lapidaria non volevo far altro che sottolineare ciò che i grandi studiosi del pensiero poetico, Heidegger su tutti, hanno rilevato in questo secolo. La poesia autentica, quella in cui il poeta diviene veicolo di un'ispirazione che in qualche modo lo trascende, pone il lettore di ogni tempo non solo a contatto con la mera lettura di un testo o dell'esperienza personale di un autore, bensì di un mondo spirituale che ha qualcosa da dire in ogni tempo a qualsiasi lettore. " La poesia agisce secondo la sua necessaria dinamica, che è quella di distruggere la lettera per ripristinare ed espandere lo spirito", affermava Mario Luzi, ed è sempre il poeta fiorentino ad ammonire che la religiosità di una lirica non è tale perché legata ad una particolare religione codificata.  Poiché " religioso" è ciò che aiuta a procedere in profondità nella nostra ricerca esistenziale; ed è nella profondità che si ritrova anche l'orizzontalità dell'esistenza, l'incontro con l'altro, sia che tale incontro avvenga attraverso il riconoscimento di una sorta di " inconscio collettivo" ( Jung), sia che lo si voglia definire attraverso l'immagine di una " comunità di animi". 

Il poeta è testimone di conoscenze profonde che suonano arcane al mero esercizio della ragione, per avvicinarsi all'esperienza profetica : il profeta riceve tra le mani e sulle labbra un messaggio sconvolgente con il quale convive - spesso non facilmente - come testimoniano molti profeti protagonisti delle Scritture ebraiche. Al poeta, come al profeta, è richiesto un atto di obbedienza e di sottomissione, mediante il quale egli si fa tramite di un'energia che vuole diventare lingua storica - poesia, appunto . Il vero poeta è un uomo che sa di doversi mantenere costantemente piccolo perché la sorpresa di fronte alle alterità che abitano in lui o nel mondo circostante, continuamente lo coglie e lo ferisce. Per questo egli è davvero un " tramontante"- come lo definiva Heidegger - uno che anche dietro a sé, al di là del proprio stesso eros ( è il caso di A. Merini ), lascia trasparire un universo che lo interroga e con il quale egli condivide l'attesa di senso che appartiene ad ogni essere umano.  (....)



            Estratto dall' Introduzione a  Poesie di Dio    di Enzo Bianchi




lunedì 8 marzo 2021

FAVOLE DA INCUBO ( Il potere del disamore e la violenza di genere )

 




" Chi è violento con le parole, è già un assassino : le parole sono le prime armi sempre a disposizione per ferire o negare la vita di un altro" . ( Enzo Bianchi )



(...) Contrariamente a quanto ci hanno insegnato le nostre mamme e nonne, di " amore" si può morire. Certo bisogna incappare in una forma  d'amore distruttiva, maligna, in grado di trasfigurare la persona che amiamo al punto di trasformarla - giorno dopo giorno - nel nostro peggior nemico. E spesso, troppo spesso, sono proprio le donne a pagare il  prezzo più alto, talvolta con la vita. Accade quando sono vittime di un sentimento di possesso che non perdona loro l'aver osato travalicare gli angusti confini in cerca di una maggior autonomia. Molte vengono uccise per la semplice ragione che non sono più disposte a rendersi complici di un partner violento pur di preservare la coppia. Principalmente per questa netta prevalenza di vittime al femminile, l'omicidio ai danni del partner viene considerato un omicidio di genere. Alla base, c'è spesso la volontà dell'omicida di imporre il proprio dominio sulla coppia o sulla famiglia tutta, che diventa così una sorta di " ultima spiaggia " attraverso la quale può illudersi di avere ancora il controllo della propria esistenza, spesso contrassegnata da un'interminabile sequenza di fallimenti all'esterno delle mura domestiche. Nella maggioranza dei casi - comunque - abbiamo a che fare con moventi di matrice " affettiva", come la gelosia e la possessività, progressivamente sempre più morbosa e pervasiva, al punto che l'assassino arriva a riconoscere ovunque segni tangibili del tradimento da parte del partner, o della sua volontà di troncare la relazione, fino a maturare la volontà di riscuotere il suo letale tributo di morte. 

Ma il possesso è un sentimento dalla base piuttosto precaria, perché la persona che si ritiene ( illusoriamente ) di possedere, in realtà conserva sempre il potere di scegliere : può infatti smettere di prestarsi al solito, grottesco copione; può andarsene,o- scelta ancora più sana - può decidere di appartenere solo a se stessa, cominciando a prendere decisioni in maniera autonoma. Perché non è più innamorata del suo carnefice, o più semplicemente perché è cresciuta. E allora quella persona  viene uccisa per colpa di un " amore" che tra l'altro ha irrimediabilmente sciupato pretendendo un legame esclusivo ed escludente. La scelta di uccidere - in questi casi - sembra l'unico modo per l'assassino - di mantenere l'assoluto controllo sulla partner. E a rendere possibile tutto ciò sono dei complici assai affidabili : tutti gli stereotipi che ancora sono duri a morire anche nella nostra società moderna ed evoluta ( o che si crede tale ). (...)




Roberta Bruzzone e Emanuela Valente  da Favole da incubo ( Dieci storie di femminicidio da raccontare per impedire che accadano ancora )


domenica 25 agosto 2019

LA FOLLIA E' ANCHE IN NOI 1

 
 
/
 
" La solitudine è sofferenza maledetta non quando si è soli, ma quando si ha il sentimento di non contare niente per nessuno "     (Enzo Bianchi )

                               
( … ) Come conoscere e riconoscere le emozioni, le passioni ( che
       sono emozioni che persistono nel tempo ), che vivono in noi, e
       quelle che vivono negli altri da noi? Come avviarsi lungo i
       sentieri che ci portano nei vortici della nostra interiorità? Solo
       se sappiamo educarci a cogliere qualcosa di quello che si
       muove nei segreti della nostra interiorità, ci sarà possibile ri-
       conoscere la cascata infinita e non di radio inafferrabile delle
       nostre emozioni, e allora non stanchiamoci di guardare dentro
       di noi: in questa ricerca continua - a volte faticosa e a volte
       angosciante - di quello che noi siamo nelle vaste regioni delle
       nostre emozioni. Le conosciamo sguscianti e serpeggianti solo
       se sappiamo vivere in noi la solitudine, e a questo proposito
       vorrei ricordare le parole del poeta Rainer Maria Rilke : " C'è
     solo UNA solitudine,e quella è grande e non è facile a portare ",
     e ancora : " Questo solo è che abbisogna: solitudine, grande
     intima solitudine. Penetrare in se stessi e per ore non incontrare
     nessuno - questo si deve poter raggiungere ".  (…)



                  Eugenio  Borgna     da   La follìa che è anche in noi



mercoledì 30 gennaio 2019

ERO STRANIERO E MI AVETE OSPITATO ( Presentazione )


Questo libro è una lunga riflessione sul tema dell'ospitalità. Spinto dall'urgenza di affrontare i fenomeni dell'immigrazione e dell'integrazione - di quotidiana e spesso drammatica attualità - Enzo Bianchi cerca nell' Antico e nel Nuovo Testamento risposte complesse e non condizionate da facili pregiudizi.
E' etico - infatti - accogliere qualcuno senza potergli fornire una casa, cibo, vestiti, lavoro, ma soprattutto una soggettività e una dignità nel nostro corpo sociale?
Partendo dal presupposto che l'accoglienza è altra cosa dal soccorso in caso di emergenza, e ricordando che i cristiani sono stati nella storia " stranieri e pellegrini "che hanno dovuto subire la diffidenza, l'ostilità e addirittura la persecuzione, l'autore - con grande sensibilità e profonda conoscenza dei testi biblici, analizza la condizione dello straniero per riscoprire le origini dell'ospitalità al pellegrino, dell'apertura al viandante, che sono al centro dell'etica cristiana. Lo straniero è - sull'esempio del bellissimo episodio biblico di Abramo alle Querce di Mamre - una figura da accogliere ma anche - come è stato il popolo di Israele in Egitto- una figura capace di metterci in discussione, un'occasione per interrogarci su noi stessi, perché fare spazio all'altro significa arricchire la propria identità, aprirla ad orizzonti nuovi mettere le ali alle nostre radici.



                                    (  f  )

ERO STRANIERO E MI AVETE OSPITATO 1

 
 

" Colui che tu accogli, sia per te un dio".
      (Tatirya  Upanishad )


(..)Oggi, praticare l'ospitalità nei modi in uso presso le popolazioni
  seminomadiche del Medioriente,di cui anche l'episodio di Abramo
  a Mamre è testimonianza, appare sempre più difficile: un'antica
  consuetudine, presente in tutte le culture come dovere sacro, si sta
  smarrendo soprattutto in quella che chiamiamo la civiltà
 " occidentale". Le cause di tale fenomeno sono certamente
  molteplici. Il primo luogo, il declino della prassi dell'ospitalità è
  provocato dal carattere consumistico di questa società. Il mercato
  di oggi si è impadronito anche dell'ospitalità, strappandola alla
  gratuità e facendone un affare commerciale, un business: le
  strutture alberghiere e le diverse categorie di alberghi e hotel, di
  fatto sono accessibili solo a chi ha possibilità economiche. Se non
  si possiede una carta di credito non si può prenotare una stanza
  d'albergo. E a pochi passi dagli alberghi più o meno costosi, sulle
  panchine dei parchi o sui marciapiedi delle strade, si trovano
  sempre più folte schiere dei " senza casa", che si riparano con  un
  giornale o un cartone. Bisogna inoltre mettere in campo la mutata
  tipologia della presenza degli stranieri nelle nostre società. Una
  presenza non più sporadica o stagionale, ma  consistente, stabile
  e - a differenza dei flussi migratori conosciuti a partire dal XIX
  secolo - " plurale": gli stranieri giungono tra di noi da paesi,
  culture e mondi religiosi distanti da noi e tra di loro. Di
  conseguenza, molti degli " autoctoni" si sentono minacciati nella
  loro identità culturale e religiosa, oltre che in termini di
  occupazione e di sicurezza, così che gli stranieri finiscono con
  l'incutere paura. La paura di chi è diverso e il ripudio di forme
  culturali, morali, religiose e sociali da noi finiscono per
  spingerci sempre più velocemente verso la sfera del " privato",
  l'isolamento, la chiusura all'altro, magari mascherati da custodia
  della propria identità . (…)


             Enzo Bianchi   da    Ero straniero e mi avete ospitato

ERO STRANIERO E MI AVETE OSPITATO 2



(…)Va anche riconosciuto che,poco per volta,questo atteggiamento
     di diffidenza e di difesa tende ad inquinare tutti i nostri rapporti,
     al punto che finiamo per non praticare più l'ospitalità neppure
     nei confronti di chi possiamo definire-letteralmente -il prossimo,
     cioè chi è " più vicino", chi vive accanto a noi condividendo la
    stessa lingua e la stessa cultura.Così le nostre case assomigliano
    sempre più a fortezze protette da serrature, porte, cancelli,
    sistemi di allarme, telecamere, recinti e muri: siamo diventati
    progressivamente succubi di una mentalità che si restringe e si
    chiude a ciò che appare come " altro", sconosciuto, nuovo,
    diverso. Finiamo allora per pensare l'ospitalità soltanto come
    indirizzata a coloro che noi invitiamo: ma l'invitato non è un
    ospite, né le attenzione usate verso di lui sono ospitalità…
    L'altro, il vero altro- infatti-non è colui che scegliamo di invitare
    in casa nostra , forse anche con il retropensiero di essere poi a
    nostra volta invitati, bensì colui che emerge -non scelto - davanti
    a noi: è colui che giunge a noi portato semplicemente dall'
    accadere degli eventi e dalla trama intessuta del nostro vivere,
    perché l'ospitalità è " crocevia di cammini ". L'altro è colui che
    sta davanti a noi come una presenza che chiede di essere accolta
    nella sua irriducibile diversità; poco importa se appartiene a
    un'altra etnia, un'altra fede, un'altra cultura: è un essere umano
    e questo deve bastare affinché noi lo accogliamo. In altre parole,
    perché dare ospitalità ? Perché si è uomini, per divenire uomini,
    per umanizzare la nostra umanità.
    O si entra nella consapevolezza che ciascuno di noi, in quanto
    venuto al mondo, è lui stesso ospite dell'umano, oppure l'
    ospitalità rischia di restare tra i doveri da adempiere: sarà
    magari tra i gesti significativi a livello etico, ma si situerà su un
    piano fondamentalmente estrinseco e non diverrà un rispondere
    alla vocazione profonda dell'uomo, un realizzare la propria
    umanità accogliendo l'umanità dell'altro. (…)



                    Enzo Bianchi   da    Ero straniero e mi avete ospitato

ERO STRANIERO E MI AVETE OSPITATO 3


(…) Il considerarsi ospiti dell'umano che è in noi, ospiti e non
       padroni, può invece aiutarci ad avere cura dell'umano che è in
      noi e negli altri,a uscire dalla perversa indifferenza e dal rifiuto
      della compassione che , sola, può condurci a comprometterci
      con l'altro nel suo bisogno. Il povero, il senza tetto, il girovago,
      lo straniero, il barbone,colui la cui umanità è umiliata dal peso
      delle privazioni, dei rifiuti e dell'abbandono, del disinteresse e
      dell'estraneità, incomincia ad essere accolto quando io
      incomincio a sentire come mia la sua umiliazione e la sua
      vergogna, quando comprendo  che la mortificazione della sua
      umanità è la mia stessa mortificazione. Allora, senza inutili e
      vigliacchi sensi di colpa e  senza ipocriti buoni sentimenti, può
      iniziare la relazione di ospitalità che mi porta a fare tutto ciò
      che è nelle mie possibilità per l'altro. Ma dev'essere chiaro che
      l'ospitalità umanizza innanzitutto colui che la esercita : " Non
      ha ancora incominciato ad essere un vero uomo chi non ha
      vissuto la pietà per l'umanità ferita e svilita nell'altro" ( Don
      Pierangelo Sequeri "
      Scriveva  Jean  Daniélou ( teologo e cardinale francese, n.d.r ):

     " La civiltà ha fatto un passo decisivo, forse il passo decisivo,
        il giorno in cui lo straniero, da nemico ( hostìs ) è divenuto
        ospite ( hospes ); il giorno in cui nello straniero si riconoscerà
        un ospite, allora qualcosa sarà mutato nel mondo…"

       In effetti, il modo di concepire e vivere l'ospitalità è relativo al
       grado di civiltà di un popolo. Ospitare è uscire dalla logica
       dell'inimicizia, è fare del potenziale nemico un ospite.
      Dovremmo imparare a pensare il grado di civiltà in riferimento
       al livello dell'umanità e al rispetto dell'umanità dell'uomo, non
       in termini di tecnologia e di sviluppo. Nel praticare l'ospitalità
       si fà dunque più che mai opera di umanizzazione, come già
       aveva compreso con molta intelligenza Benedetto, il quale,
       nella sua Regola chiede che il monaco mostri all'ospite
      " ogni umanità ", mostri dunque ciò che è proprio degli uomini.
       Ma come praticare l'ospitalità? Proprio l'esperienza  della
       vita monastica che tanto insiste su questa pratica fino a farne
       la sua diakonia più nobile e sempre all'opera, e ben conosce
       che ospitare significa creare uno spazio per l'altro, dare tempo
       all'altro, può offrirci una  deontologia dell'ospitalità (…)



                    Enzo Bianchi    da    Ero straniero e mi avete ospitato

sabato 12 gennaio 2019

DONO E PERDONO ( presentazione )


Il tema del dono è uno tra i più presenti nel grande cantiere della ricerca e della riflessione contemporanea, ma c'è da domandarsi se, in una società dominata dal mercato e sempre più individualista, ci sia ancora posto per l'arte del donare come atto autentico di umanizzazione. Oggi - poi - persino il perdono, atto che attira una curiosità mediatica morbosa e poco rispettosa, rischia di essere banalizzato. Chi è arrivato a perdonare, sa però che questo è un cammino lungo e faticoso, compiuto a " caro prezzo", perché deve fare i conti con il problema del Male. Di fronte ad esso, le differenti vie religiose percorse dall'umanità hanno percepito che l'unica cosa seria che si può fare è cum- patire ( dal latino cum- patior , sopportare con ), soffrire insieme, in una parola: praticare la compassione. Essa, anche secondo la rivelazione ebraico- cristiana, è l'unico atteggiamento sensato nel quale l'uomo può porsi davanti alla sofferenza. Inoltre questo sentimento, questa passione - da assumere in primo luogo nelle relazioni interpersonali- non si può limitare a una dimensione  privata, ma deve essere anche traino e veicolo di cambiamento per una società più giusta e più umana  sia a livello sociale, che politico ed economico.


                               ( f )

DONO E PERDONO 1

 
 
 
 
" Perdonare significa aprire la porta per liberare qualcuno, e realizzare che eri tu il prigioniero "  ( B. Smedes )


IL FATICOSO CAMMINO DEL PERDONO

(…) Dal punto di vista etimologico " perdonare" - termine diffusosi
       nella lingua latina in epoca carolingia - , significa " donare
      totalmente": nel perdono cioè c'è la perfezione del dono, c'è il
      donare fino all'estremo, fino in fondo ( eis télos: Gv   13, 1 ).
      Perdonare richiede dunque un sacrificio di se stessi in rapporto
      all'altro: si perdona affinché l'altro possa vivere, e vivere non
      schiacciato dalla colpa. Ma questo esige un cammino faticoso:
      perdonare non è naturale, non è un sentimento spontaneo, a tal
      punto che un perdono accordato subito e facilmente ha tutta la
      probabilità di non essere autentico.
   Oggi si è diffusa l'abitudine di dichiarare la propria disponibilità
   al perdono davanti alle telecamere e sui mass media, ma questo
   sovente appare un atto di esibizione e di protagonismo teso a
   ricevere l'applauso della gente.
   Chi è arrivato a perdonare sa invece che si tratta di un cammino
   che richiede discernimento: un cammino lungo, perché richiede
   tempo; faticoso, perché esige disciplina ed esercizio ; a caro
   prezzo, perché costa sacrificio; un cammino che va sempre
   riconfermato e ricominciato. (…)


                       Enzo Bianchi     da      Dono e perdono


  

DONO E PERDONO 2



LA TENTAZIONE DI VENDICARSI

(…) La tentazione impulsiva di chi è stato offeso è quella di
       rispondere al male con il male, infliggendo all'altro lo stesso
       male che da lui si è subìto: è la vendetta. Quando la rabbia e il
       rancore si impadroniscono della persona offesa e quando
       questa misura le proprie forze capaci di ripagare l'offensore,
    allora ecco la possibilità della vendetta.La si può attuare appena
    le condizioni lo permettono,ma a volte può essere covata a lungo
    pensata, progettata e perseguita conservando una memoria
    ossessiva dell'offesa ricevuta. Il risentimento e la rabbia sono
    propri di chi riapre costantemente la ferita ricevuta, ferita che
    non guarisce mai, sicchè la memoria del passato esacerba la
    sofferenza, il presente è occupato dalla recriminazione ossessiva
    del male subito e il futuro appare dominato dalla possibilità
    della vendetta.
    Perché la vendetta è così seducente? Innanzitutto perché vedere
    sofferente colui che ha offeso e umiliato può dare un piacere in
    un certo senso narcisistico: non ci si sente soli nel dolore, anzi
    il dolore ricade su chi ne è stato responsabile.
    La vendetta può anche apparire una risposta di difesa, un
    deterrente che impedisce all'offensore di reiterare la sua azione
    malefica: si pensa in tal modo di " dare una lezione", di far
    capire e assumere all'altro il male arrecato.
    Può anche darsi che la vendetta miri a ristabilire una giustizia
    infranta, a pareggiare i conti, secondo il principio vetero-
    testamentario di reciprocità"Occhio per occhio, dente per dente"
    Ma in verità, la vendetta fa crescere l'aggressività, moltiplica la
    violenza, in una spirale che la diffonde e ammorba anche le
    relazioni umane. Ci si illude che la vendetta si arresti alla
    reciprocità, ma spesso essa diventa un crescendo, che somiglia
    più al canto di Lamech ( quinto discendente di Caino che dà
    inizio alla vendetta personale, o faida , n.d.r. ) : " Ho ucciso un
    uomo per la mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido.
    Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette ".
   ( Gen 4, 23-24 )  .   (…)


                    Enzo Bianchi    da     Dono e perdono


DONO E PERDONO 3



(…) La vendetta può rendere felice chi la compie per un istante,non
       per sempre, ma soprattutto ha la possibilità di rendere cieco
       chi la esegue, fino ad ottenebrare la sua ragione, ad arrestare
       e contraddire il cammino di umanizzazione, facendo emergere
       come dominante l'animale che è in lui. La vendetta è una
       malattia che nasce da un piccolo germe: quello di voler
       impartire una lezione all'offensore, ma diventa ben presto una
       vera epidemia di violenza difficile da arginare.
       Di fronte al sorgere di pensieri, progetti e comportamenti di
       vendetta, occorre decidere di non assecondarli. Ogni lungo
       cammino comincia con un primo passo: e il primo passo del
       cammino del perdono è una rinuncia, un " no" determinato al
      " farla pagare ". Ci vogliono molto coraggio, molta
       determinazione e anche una certa padronanza di sé. Non si
       tratta di decidere con un volontarismo sentito come una legge,
       ma con la volontà di volere l'umanizzazione di se stessi e di
       chi ha provocato l'offesa. Il perseguimento di questa decisione
       richiede tempo ed è più facile per chi è allenato alla rinuncia
       e sa dominare i suoi istinti, le sue collere, le sue aggressività.
       Dice il Salmo: " Rinuncia all'ira e deponi lo sdegno. Non
       irritarti: ne verrebbe del male ".  (…)



                     Enzo  Bianchi     da      Dono e perdono

DONO E PERDONO 4



CONOSCERE SE STESSI PER CAMBIARE SE STESSI

(…) La rinuncia alla vendetta e il percorso richiedono inoltre il
       coraggio di uno sguardo lucido su di sé, l'esercitarsi alla
       conoscenza del proprio cuore, da cui vengono i pensieri
      malvagi e quelli segnati dalla bontà.Solo chi conosce il proprio
      peccato, il male che lo abita in modo a volte oscuro e opaco, e
      sa discernere come possibile inquilino delle proprie profondità
      anche l'inferno, può trasformare i propri sentimenti di vendetta
      e di giustizia retributiva in  compassione ed empatia verso chi
      ha recato offesa.
   Leggere e rileggere il male subìto senza dimenticarlo, distinguere
     l'azione che ha provocato il male dalla persona che l'ha
    commesso,mettere a confronto l'oggettività dell'offesa con la sua
    soggettività e con la propria interpretazione è un lavoro faticoso
    che solo gradualmente mostra la sua capacità di trasformazione,
    di cambiamento dei sentimenti dell'offeso. Deve succedere
    qualcosa nel cuore, una" conversione" possiamo dire, attraverso
    la quale non si desidera più la vendetta, ma ci si predispone alla
   benevolenza verso l'offensore,fino all'assunzione di atteggiamenti
   che contrastino ogni sentimento negativo.
   Nel cammino di guarigione dal male subìto può essere di grande
   aiuto il poter condividere con qualcuno la propria sofferenza.
   Raccontarla a chi sa ascoltare con intelligenza, significa essere
   liberati da quella penosa sensazione di solitudine che chi ha
  patito l'offesa nutre in sé:egli infatti vede che il peso della propria
  sofferenza è condiviso, è in qualche modo anche portato da un
  altro, dal quale impara un'interpretazione diversa dell'accaduto
  e accoglie una consolazione. Vi sono mali subìti che noi
  rimuoviamo, impedendoci di guardarli in faccia e di assumerli,
  così ne restiamo succubi. " I fatti passati sono incancellabili, ma
  il senso di ciò che è avvenuto non è fissato una volta per tutte "
 ( Paul Ricoeur, filosofo francese morto nel 2005, n.d.r.) e la
   presenza di un confidente, la sua parola può molto illuminarci.
  (…)



                   Enzo Bianchi    da      Dono e perdono

mercoledì 19 settembre 2018

ARS AMANDI

 
 
 
                                        
                                                  Che amore ho di me stesso?


(..)La comunità è il luogo della vera ars amandi in cui il sacrificio
     diventa necessario: sacrificio come dono - di tempo, presenza,
     forze - e come sottomissione delle mie esigenze  delle mie idee al
     bene comune. In essa sperimento l'arte di decidere di amare il
     non amabile, di credere all'amore anche nel rapporto con l'
     antipatico, di tentare di accendere l'amore per il nemico, di
     saper attendere e perdonare, di ricominciare ogni rapporto che
     sembra spegnersi…
     Tutto questo mi conduce ad un'ulteriore- apparentemente
     paradossale- motivo di gratitudine verso Dio e verso la vita:
     sono grato anche per aver conosciuto, anche se tardi, ormai da
     anziano, la falsità. Mi dicono che provvidenzialmente mi era
     stata risparmiata per tanti anni e in parte ne sono convinto
     anch'io perché - dopo averla recentemente sperimentata e aver
     patito un tale terremoto abbattutosi sulla mia fede negli altri -
     mi chiedo se, nel caso avessi conosciuto prima la falsità , avrei
     potuto ugualmente fare la vita che ho fatto, osare tanto con
     speranza e investire tanta fiducia in compagni di avventura.
     Certamente l'esperienza della menzogna è la più amara: resta
     un enigma, e le persone che si rivelano menzognere - da amate
     che erano -possono diventare un incubo.Eppure, se attraversata
     senza incattivirsi e rinunciando a ripagare chi ci ha ferito,anche
     questa esperienza può diventare un'acquisizione di sapienza.
     Spesso- infatti - della propria cattiveria si è più vittime che
     artefici: aver vissuto a lungo senza essere stati amati, come
     dimenticati o considerati " di troppo ", porta ad un'incapacità
     di credere all'amore e a un indurimento. Questa è una strada
     percorsa da quanti finiscono per essere confermati nel loro
     indurimento proprio dall'amore che viene loro offerto.
     Conoscere queste contraddizioni aiuta però a porsi domande
     fondamentali: Cosa mi fa veramente soffrire? In che cosa l'altro
     mi ferisce? A che cosa tengo davvero? Che amore ho di me
     stesso? Che capacità di pazienza e di amore mi abita? Cerco
     forse di credermi senza colpe fino ad autogiustificarmi?
     Sì, il nemico è un grande maestro spirituale e averlo incontrato
     diventa, pur a caro prezzo, un motivo di profonda gratitudine.
     (…)



                   Enzo  Bianchi    da    Ogni cosa alla sua stagione

    

domenica 16 settembre 2018

OGNI COSA ALLA SUA STAGIONE ( Introduzione )



" Ora che avverto quotidianamente l'incedere della vecchiaia, la memoria mi riporta sovente ai luoghi in cui ho vissuto…" dice Enzo Bianchi, che parte con cuore, testa e memoria alla ricerca di tutti quei luoghi che hanno suscitato in lui affetti e sentimenti, dove ha trascorso l'infanzia o che ha raggiunto viaggiando.
Questo viaggio - tuttavia - non è solo di luoghi, ma è anche un viaggio nel tempo, un viaggio nella vita che scorre nei giorni di un uomo o in quelli delle stagioni.
E sono tutti giorni  che fanno parte del nostro vivere : alcuni ci fanno soffrire, altri ci rallegrano e altri ancora ci stupiscono perchè dentro ognuno di questi ricordi ci sono tante cose: c'è il senso esatto dell'esistenza, dello scorrere del tempo e delle stagioni dell'uomo.
In questo viaggio della memoria c'è però anche un guardare avanti e una parola per la vita di ognuno di noi.


                            frida

                            

AUTUNNO ( La pace dei boschi ) 1

 
 

                                                                     Autunno : la pace dei boschi…


(…) Arriva sempre all'improvviso, trovandoci impreparati.Anche il
       suo nome - autunno - sembra un repentino colpo di tuono: non
       siamo mai in attesa dell'autunno. Attendiamo la primavera, l'
       estate, perfino l'inverno e i suoi silenzi innevati: l'autunno,
       invece, preferiamo non aspettarlo, non evocarlo troppo…
       Eppure, già dopo agosto, i giorni si fanno brevi, il buio
       sopraggiunge presto e le serate sono fresche; comincia a
       crescere il silenzio, forse anche perché la gente preferisce
       rientrare presto a casa chiudendo finestre e persiane sul far
       della sera.
       Autunno è un tempo di emozioni contraddittorie: da un lato la
       gioia, il piacere per la raccolta dei frutti, con la terra che
       sembra finalmente dare all'uomo un po' di tutto, in cambio del
       lavoro e delle cure ricevute. D'altro lato la tristezza, la
       malinconia in agguato soprattutto alla sera, perché si assiste
       a una grande spogliazione: cominciano a spogliarsi i cieli,
       perché le rondini, radunatesi sui fili della luce, se ne vanno
       lasciandoci con il nostro cattivo tempo; ci abbandonano le
       allodole, con il loro canto che è lode; compare il cuculo, che a 
       primavera ritmava le ore mattutine…Se ne vanno ed emigrano,
       ma la loro destinazione sono cieli e terre conosciute dai loro
       padri e madri, luoghi in cui sanno di stare meglio.Non succede
       così agli uomini che emigrano: i poveri - infatti - corrono dove
       c'è il pane, dove sperano di star meglio non tanto loro stessi,
       quanto i loro figli, ma quello che trovano sono terre di altri,
       luoghi sconosciuti e non sempre capaci di accoglienza. Le
       migrazioni umane che oggi conosciamo quotidianamente,
       hanno un sapore diverso dal ritorno a casa delle rondini:
       queste affrontano fatiche e rischi della migrazione, ma sanno
       cosa le attende una volta arrivate; gli uomini invece, oltre alle
       paure e alle sofferenze del viaggio, trovano a destinazione
       patimenti, incomprensioni e rifiuti, a volte anche oppressioni
       e soprusi…
       Beate le migrazioni degli uccelli ! (…)


                   Enzo Bianchi  da      Ogni cosa alla sua stagione 


                                         
                                       La partenza delle rondini

AUTUNNO ( La pace dei boschi ) 2

 
 

                                                                         L' Autunno di Settembre…



(…)Lo spogliarsi degli alberi è meno repentino di quello dei cieli.
     Gli alberi indossano l'abito della festa e si esaltano alla luce del
     sole che vince le nebbioline mattutine. Le foglie paiono aver
     atteso tutti questi mesi per cantare la loro luminosa diversità:
     alcune si infiammano di rosso come lingue di fuoco; il giallo di
     altre luccica come oro dei poveri; altre ancora, allineate nei
     filari della vigna, si sbizzarriscono in una sinfonia di colori in
     cui la ruggine danza con il violaceo e il cielo al tramonto
     sembra chiamare a sé il bruno della terra. Colori autunnali che
     susciterebbero invidia persino ai fiori estivi dei campi, eppure
     anch'essi presto cadono a terra come una tavolozza sfuggita di
     mano al pittore, mentre ai rami spogli non resta che invocare
     dal cielo un nuovo vestito.La terra sembra proprio voler donare
     tutto per potersi addormentare in pace e morire dopo il ballo
     di festa animato dal vento serale.
     L' autunno è anche stagione in cui la campagna si lavorava più
     che in estate, eppure non sembrava nemmeno di lavorare: si
     vendemmiava ed era festa, prima ancora che fatica; si torchiava
     l'uva e si faceva il vino, ed era speranza che rallegrava il cuore;
     si sfogliava il granturco ed erano ore di racconti e scambi di
     amicizia; si andava per funghi e castagne e i chilometri erano
     leggeri per le gambe; infine si tornava a racimolare i piccoli
     grappoli rimasti tra i filari ed era un godersi la brevissima
     estate di San Martino. Intanto in casa ci si industriava a
     conservare la maggior quantità possibile di frutta e verdura:era
     tutto un allegro fervore di pentole, barattoli, conserve e
     composte perché il magro e avaro inverno incombeva: l'inverno
     che non aveva mai sfamato nessuno. (…)


                  Enzo Bianchi   da     Ogni cosa alla sua stagione


                                  

                                                 La sfogliatura del granturco

AUTUNNO ( La pace dei boschi ) 3

 
 

                                                                     L' Autunno d' Ottobre



(…) Sì, dopo la vendemmia e la torchiatura, mentre l'odore del
       mosto impregnava ogni cosa riempiendo perfino le valli tra le
       colline, intere serate gioiose erano dedicate a sgranare la
       mèliga, in casa ora dell'uno, ora dell'altro: si invitavano i
       vicini o gli amici perché sfogliare le pannocchie era lavoro
       lungo e noioso ma, fatto da tanti, appariva veloce e forniva l'
       occasione di cantare e brindare alla stagione che moriva in un
       tripudio di frutti. I giovani e le ragazze aspettavano quelle
       serate della sfogliatura e fantasticavano su incontri e amori,
       mentre l'abitudine a vivere in cascine isolate spingeva gli
       adulti al piacere di stare insieme, di " contarsela" prima del
       rigido inverno. Seduti sui mucchi di granturco raccolti nell'aia,
       noi ragazzi sapevamo come inframmezzare il lavoro e renderlo
       divertente: tra risate e battute, soprattutto al sopraggiungere
       della penombra, lanciavamo i torsi leggeri alle ragazze belle,
       oppure le pannocchie nella schiena di quelle brutte; e quando
       colpivamo la testa di qualche adulto, lamentele e minacce non
       facevano che accrescere il divertimento.Qualcuno traeva dalla
       fisarmonica, così familiare allora nei paesi, note struggenti in
       cui l'allegria andava sempre a braccetto con la malinconia…
       Ma intanto il granturco era pronto per essere trebbiato e poi
       macinato: promessa di polenta abbondante per l'inverno
       incipiente. Una parte della mèliga  era solo " sfogliata",
       lasciando due foglie così da permettere di legare insieme le
       pannocchie e di appenderle ordinate ai balconi in legno:
      arazzo colorato che avrebbe acceso le grigie giornate invernali
      o esaltato le corti innevate. Poi, anche quelle spatolate di
      arancio si sarebbero via via sgretolate in chicchi di cibo per le
      galline.  (…)


                     Enzo Bianchi    da   Ogni cosa alla sua stagione


                                          
                                            Le cose che aspettano il loro tempo...
                                

AUTUNNO ( La pace dei boschi ) 4

 
 
  
                                                                  L' Autunno di Novembre



(…) Quando arriva San Martino ( 11 Novembre ), un'altra
       spogliazione era fonte di tristezza: molti mezzadri cambiavano
       casa e paese, facevano " San Martino " - appunto - alla
       scadenza del contratto agricolo. Costretti a una povertà che il
       più delle volte diventava miseria; quando i figli crescevano e
       aumentavano le bocche da sfamare e le braccia per il lavoro,
       si mettevano in cerca di una cascina più bella, una campagna
       più ricca, un padrone più generoso… Con le loro poche cose
       caricate sui carri, partivano dalla piazza del paese, dove tutti
       si scambiavano i saluti: sul viso lacrime e sorrisi, nel cuore
       rimpianti e speranze. Anche per noi ragazzi c'era tanta
       malinconia: compagni di scuola e di giochi se ne andavano,
       lasciandoci più poveri di amicizia e più carichi di interrogativi
       Perché quella povera gente, senza terra, senza casa, era
       obbligata a lavorare il doppio per avere solo la metà dei frutti
       della terra? Perché non c'era per loro - in paese - quel posto
       che c'era nel nostro cuore?
       Davvero grande la spogliazione dell'autunno, non a caso
       chiamata " la stagione dei morti". Eppure, anche questo venir
       meno portava con sé  dei doni: non solo i camini che
       riprendevano a fumare e narrare l'intimità, ma soprattutto la
       nuda terra arata con le zolle aperte come un enorme coltello,
       baciata dai raggi di un sole biancastro: sembrava in attesa…
       si era spogliata, sì, ma solo per attendere più libera la novità
       di un'altra stagione, di una vita pronta a ricominciare…(…)


                  Enzo Bianchi   da     Ogni cosa alla sua stagione


                                 

                                                     Fare San Martino