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giovedì 30 giugno 2022

IL DISSENSO BIBLICO DI AMOS OZ 1

 


                        Giotto - Bacio di Giuda ( Cappella degli Scrovegni di Padova )



" Lo scritto di Amos Oz si occupa della figura di Giuda Iscariota. Il nome proprio è diventato sostantivo che identifica il traditore per eccellenza. Giuda / Jehudà è stato facilmente assimilato a  giudeo, determinando i sentimenti cristiani di antisemitismo e l'inconcepibile accusa di deicidio "  .  ( Dalla Prefazione di Erri De Luca ).




(...) Non sono d'accordo con Gesù sulla sua visione dell'amore universale, sulla sua idea che tutti si amino tra loro. Pensavo che questo fosse troppo bello per essere possibile; pensavo che fosse contrario alla natura umana: se ami tutti, in realtà non ami nessuno. Non è l'amore una merce rara? Non siamo forse capaci - per la maggior parte - di amare non più di cinque o dieci, forse quindici persone? Se qualcuno afferma di amare l' America Latina, o di amare il Terzo Mondo, o di amare tutte le donne, questo non dovrebbe essere chiamato amore, ma forse empatia, o adorazione, o infatuazione, affetto, ammirazione o qualcos'altro, ma sicuramente non amore.

Dissento da Gesù anche riguardo al suo invito a porgere l'altra guancia al tuo nemico: a mio modo di vedere, il male più grande non è la violenza, ma l'aggressività. L' aggressività  è la madre di ogni violenza. Molto spesso, l'aggressività dev'essere fermata con la forza, non porgendo l'altra guancia. Lotte e Margrit, due sorelle ebree tedesche mie parenti, erano adolescenti quando furono deportate dai nazisti in un campo di concentramento. Nel 1945 furono liberate da quell'inferno e salvate non da dimostranti con rami di ulivo, ma dalle truppe alleate con tanto di elmetto e mitragliatrici. Noi attivisti per la pace israeliani non dimentichiamo mai quella lezione . (...)




            Amos Oz  da  Gesù e Giuda ( Trad. di V. Mantovani )



sabato 8 maggio 2021

PROPOSTA DI MODIFICA DI ERRI

 


                                                               Peter Wever -  Abbraccio



C' è il verbo snaturare, ci dev'essere pure innaturare,

con cui sostituiscono il verbo innamorare

perché succede questo : che risento il corpo,

mi commuove una musica, passa corrente sotto i polpastrelli,

un odore mi pizzica una lacrima, sudo, arrossisco,

in fondo all'osso sacro scodinzola una cosa che s'è persa.

Mi sono innamorato: è più leale.

Minnaturo di te quando t'abbraccio.




                           Erri  De Luca    da       Rivista " Poesia", n.241 



mercoledì 29 maggio 2019

IL PESO DELLA FARFALLA 1

 
 

                         Un uomo senza donna, non è un uomo e basta: è un uomo senza.


(…) Un uomo che non frequenta donne dimentica che hanno - di
       superiore - la volontà.Un uomo non arriva a volere quanto una
       donna - si distrae, si interrompe - una donna no. Davanti a lei
       si trovava incalzato. Se era un guardiacaccia, se la sbrigava.
       Ma una donna è quel filo di ragno steso in un passaggio, che
       si attacca ai panni e si fa portare. Gli aveva messo addosso i
       suoi pensieri e non se li scrollava.
       Un uomo che non frequenta donne è un uomo senza. Non è un
       uomo e basta, nient'altro da aggiungere. E' un uomo senza.
       Può dimenticarselo, ma quando si ritrova davanti, lo sa di
       nuovo.
       " Ci penserò". Era vero: pensava alla donna, alla sua volontà
        di cavargli una storia, a lui che all'osteria stava a sentire
        quelle degli altri e alla domanda : " E tu?" rispondeva
        alzando il bicchiere alla salute dei presenti, per inghiottire la
        risposta. Se insistevano, tirava di tasca la sua armonica a
        bocca e ci soffiava dentro la musica. Non poteva aggiungere
        la sua storia alle loro. Di ogni cosa narrata dagli altri, lui
        aveva fatto peggio. Rischi, disavventure, spietatezze; dai
        racconti degli altri sapeva di essere il peggiore. Alla donna
        non poteva rispondere col fiato dell'armonica. Ci pensava.(…)



                      Erri De  Luca     da     Il peso della farfalla



IL PESO DELLA FARFALLA 2



(…) A sessant' anni il suo corpo era accordato bene,compatto come
       un pugno. E la donna com'era? Come la mano aperta al gioco
       della morra cinese, la mano che vince perché si fa carta
       intorno al sasso e lo avvolge. La donna era la carta in cui
       finiva chiusa la sua storia. E la terza figura della morra, la
       forbice?Quella era il camoscio,con le sue corna avrebbe vinto
       la carta, chissà come.
       Ci pensava e rimandava. In quell'autunno si accorse della
       stanchezza in petto e nelle gambe. Si decise a dirle che era 
       pronto. Si accordarono in paese, lei sarebbe salita alla sua
       stanza a quota 1900 dove il bosco si dirada prima di smettere.
       Lì, tra le sue cose mute, avrebbe provato a rispondere.
       La donna controllò col freno in faccia la soddisfazione per la
       breccia aperta e gli strinse la mano,per accordo.Non era carta
       il contatto con le dita e il palmo. Era la spudorata intimità
       mascherata da mossa di saluto.Toccare la mano di una donna,
          per un uomo senza, è un salto nel sangue. Non ci si dovrebbe
      toccare, donna e uomo, facendo finta che è tutt'altro. La mossa
      della donna, che era stata lei a cercargli la mano, scavalcò il
      confine dei corpi, già scambio di amanti per lui.
      Si guardò la mano e la mise in tasca insieme all'altra. Si erano
      accordati: lei sarebbe venuta senza registratore. Sulla via di
      ritorno strofinò la mano sopra un larice, non per cancellare ,
      invece per conservare sotto resina il contatto.
      Era per il giorno seguente, al ritorno dal suo giro tra i monti.
      Era l'ultimo passo dell'autunno, poi sarebbe venuta la neve e
      il suo magnifico silenzio. Non ce n'è un altro che valga il nome
      di silenzio, oltre quello della neve sul tetto e sulla terra.  (…)



                     Erri  De  Luca    da     Il peso della farfalla


IL PESO DELLA FARFALLA 3



" Occhi di falce", aveva sentito rivolgere alla donna questo
   complimento.Era l'acciaio tirato a lucido dell'affilatura: di quella
   materia erano gli occhi della donna. Lei sapeva l'attrazione
   innescata in un uomo dal suo corpo. Chissà quanti si erano messi
   in fila per ottenere di essere guardati, quanti si erano inorgogliti
   per il traguardo dei suoi occhi. Della gioventù scossa, l'uomo
   ricordava il goffo degli uomini quando cercano di farsi notare da
   una donna. L'azzardo in una mischia poteva servire a una
   reputazione; la voce forte, la battuta dura potevano risaltare in
   una tavolata. Davanti alle donne, usciva ai maschi il gonfiore di
   petto del piccione. Gli uomini sbandavano davanti alle donne tra
   elemosina e sbruffoneria.
   Lui si rattrappiva per opporsi all'esibizione. Gli erano capitate
   allora donne che l'avevano voluto, preso come un sasso da terra.
   Sì, qualche volta era stato raccolto. Poi c'era stato lo sbando dei
   ranghi, la montagna, la stanza in cima al bosco dove nessuna
   era salita. A quella che arrivava da lui per ultima, aveva visto
   fare la mossa di sbatterei capelli lisci in fuori, oltre le spalle.
   Somigliava alla mossa di fastidio che allontana e somigliava 
   pure al richiamo di essere toccata sui capelli.
   Le donne fanno mosse di conchiglia, che si apre sia per buttare
   fuori che per risucchiare all'interno . (…)



                     Erri  De Luca  da        Il peso della farfalla


 

IL PESO DELLA FARFALLA 4



(…) Nell'incontro al villaggio lui aveva evitato gli occhi, la faccia.
       Era restato e tenersi le mani in treccia e a guardarci sopra. La
       donne vedeva che lui si negava l'attrazione. Non sapeva se gli
       veniva facile o pesante. Era una resistenza da non forzare con
       la seduzione. " le dà fastidio il mio profumo?". " Risponderò
       alle sue domande in una volta sola; adesso no." Lo disse
       cercando di non essere scostante, a voce bassa, che la donna
       stentò a capire. L'uomo vide che lei non aveva sentito bene e
       vide pure che non chiedeva " Come?. Il " Come? Come ha
       detto? " lo avrebbe respinto indietro e l'avrebbe lasciata lì.
       La donna restò perplessa il tempo di assaggiare un sorso, una
       mossa che le venne bene.
       Restò a guardarlo, poi le venne da dire: " Lei ha la faccia di
       una scarpa di cuoio che ha camminato a lungo e si è adattata
       al piede come un guanto."
       Lui non reagì, però gli venne da inghiottire saliva. Poteva
       nascondere bevendoci sopra un sorso, ma non volle e
       inghiottì senza. Tirò via gli occhi dalle mani e guardò la
       finestra dietro le spalle della donna. Una cannuccia d'acqua
       si buttava giù da una roccia lontana, una riga bianca su una
       pagina nera, il suo rumore non arrivava a loro.
       La donna si voltò a guardare anche lei il punto fissato da lui.
       Così gli offrì la nuca, il panno di capelli sciolti caduti lisci
       sulla schiena saltando la curva del collo. Come il volo dell'
       acqua sulla roccia, venivano giù senza rumore.
       La donna tornò a girarsi a lui,una torsione a sinistra a svitare.
      " Guardava l'acqua?". L'uomo strinse un po' gli occhi, le rughe
       ai lati, accenno di sorriso. Le aveva risposto. Nella tenuta
       della sua tensione, quella era una scalfittura.
       Non gli era capitato di sposarsi. Al pensiero,vedeva un piccolo
       se stesso di marzapane, vestito in bianco e nero in cima ad
       una torta nuziale.
       Districò le dita, raggiunse il bicchiere. Nel petto gli salì lo
       stesso affanno del taglio di ottobre. (…)



                       Erri De Luca     da      Il peso della farfalla


domenica 19 maggio 2019

LA MUSICA PROVATA ( Premessa )



(…)Staffa è il nome del più leggero e piccolo osso del corpo umano
      Sta nell'orecchio e dalla sua cavità passa il sonoro.
      Altri ossicini accanto hanno nomi di arnesi: incudine, martello.
      L'ascolto è più officina che sala da concerto.
      Poi il suono attraversa una serpentina di nome labirinto, trova
      l'uscita e arriva al cervello: fine della corsa.
      L' ascolto è un'onda che non torna indietro.
      Nel corso di lavori scassatimpani ho potuto isolarmi.
      Nell'osso labirinto del mio orecchio vive un Minotauro che
      sbrana i frastuoni.
      Ma se una musica viene dal di fuori o da dentro,allora le lascia
      il  passaggio: che vada a scorrazzare per il cranio.  (…)



                   Erri De Luca    da       La musica provata

LA MUSICA PROVATA 1

 
 

 
                                 Napule è mille culure, Napule è mille paure…


(…) Ho avuto un'infanzia involontariamente musicale. Napoli
      suonava su strumenti a corda e risuonava cupa, effetto di grotte
      e cavità del sottosuolo scavato, crivellato. La sventrarono fin
      dall'epoca dei suoi fondatori, i Greci, che inaugurarono l'
      estrazione del tufo, pietra vulcanica docile al taglio, buon
      assorbente di scosse sotterranee. Il tufo ha una sua acustica
      sorda in cui le grida si sfibrano, mai sospiri si espandono.
      Napoli è buccia della sua cottura. Il suo Golfo ha forma di
      tarallo, perché il tarallo è l'avanzo dell'impasto del pane e
      cotto insieme. Il vulcano ha la gobba di mandorla tostata. A
      spasso sul lungomare, il cittadino si sente granello di pepe dell'
      insieme. Napoli sta sospesa sopra camere d'aria, a vederla da
      un punto di vista geologico è una mongolfiera, incerta tra una
      spinta a salire al cielo e una controspinta a sprofondare in
      terra. Napoli fluttua, anche se un suo proverbio dice che l'
     acqua è poca e la papera non galleggia.Queste forze producono
     suoni che hanno educato l'orecchio musicale degli abitanti.
     Napoli è uno strumento a percussione battuto dall'interno.
     La scienza cerca nei calcoli le regole che governano il pianeta,
     a Napoli si impara che la macchina mondo è un'orchestra
     musicale. S' impara ad andare a tempo, stare in una partitura.
     La tarantella imita l'effetto del  suolo che traballa sotto scossa.
     Ammansisce il panico riducendolo a danza. (…)



                      Erri De Luca    da      La musica provata

LA MUSICA PROVATA 2

 
 

                                   " Il più bell' Inno al sole…"


(…) La musica della più famosa canzone napoletana e forse del
       mondo, non fu ispirata dal sole sbucato alle spalle del Vesuvio,
       ma dal sorgere di un'alba sul Mar Nero, nell' Aprile del 1898.
       Il suo compositore, Eduardo Di Capua, si trovava ad Odessa,
       insieme al padre che era violinista di fila in una tournée
       teatrale. Quando non era ingaggiato, suonava nei ristoranti di
       Napoli, faceva il " pusteggia", come si dice là.
       Il violino è leggero, buono da viaggio, da zingari, da esilio e
       da elemosina.
       Per me il Mar Nero appartiene al Mediterraneo, anzi è il suo
       maggior contribuente,riversando la sua pienezza nel flusso che
       scorre a senso unico dal Bosforo all' Egeo. E sono affezionato
       al sole della città di Odessa attraverso la melodia di " O sole
       mio". Ma pure perché mi sono innamorato da lettore dei
      " Racconti di Odessa "scritti da Isaac Babel' all'inizio del 1900.
       Davanti a un teatro dove si davano repliche di un dramma
       siciliano, si vendevano olive, fichi e si cuocevano spaghetti.
       Quella città di mare è la mia Napoli d' Oriente. Detta " Porta
       di Dio" dai suoi abitanti, Odessa sovrasta per me Pietroburgo.
       Isaac Babel' riconobbe a  Maksim Gor'kij il primato di aver
       introdotto il sole nella letteratura russa; ma spetta a Babel'
       nascere a Odessa e scrivere le più belle storie di quel Sud,
       essere bambino di quella luce quando un napoletano di
       passaggio inventò il più commosso inno al sole,in un'alba di
       primavera nella penisola di Crimea.  (…)



                     Erri  De  Luca      da      La musica ritrovata

LA MUSICA PROVATA 3



(…) Con Dylan, mio padre aveva introdotto in casa il morbo che l'
       avrebbe intossicato. E quando ebbe l'infarto e quando me ne
       andai di casa, mi portai dietro, al posto del " buon viaggio", la
       maledizione di chi mi gridava che così uccidevo mio padre.
       Quelle parole inferocite, fissate a caldo nella cera o cerume
       delle orecchie, mi sono rimaste lì,ormai sfinite dalle ripetizioni
       dentro i sonni e in veglia, ridotte a ritornello. Niente di quello
       che ho combinato in vita ha potuto estinguere quella
       maledizione lanciata a profezia.
       La lettura di Kerouac, " Sulla strada ", aveva completato l'
       istigazione a scavalcare l'uscio della casa e a non tornarci.
       Forse ci fu anche qualche film, aggiunto alla decisione, come
       lo spago che dà l'ultima stretta al bagaglio.
       Anche il libro di Kerouac l'aveva portato a casa lui,mio padre,
       fresco di stampa. L'aveva letto e poi me lo aveva dato.
       La musica degli inizi la devo a mia madre,tutto il resto è opera
       di contagio diffusa dagli acquisti e dalle scelte offerte da lui.
       Da qualche parte ho scritto di aver ricevuto l'educazione di un
       porcospino, che offre alla prole ogni specie di nutrimento,
       incluso il velenoso.Così,mentre lo espone al massimo pericolo,
       anche ne promuove le difese immuni. Mio padre, alla rinfusa,
       mi ha fornito le parole e gli attrezzi della mia disobbedienza.
       Ha dato al mio temperamento taciturno l'abbondanza del
       vocabolario.  (…)



                       Erri  De  Luca     da   La musica provata

LA MUSICA PROVATA 4



(…)Negli anni di lavoro operaio mi sono trovato in vari posti strani
      e poco adatti all'uso della musica. Eppure in certe ore centrali
     del turno,con il corpo che andava dietro a macchinari e attrezzi,
     mi saliva dalla periferia alle labbra una frase musicale. Nel
     frastuono delle grandi frese sulla pedana delle otto ore chiuse in
     officina, mi spuntava un controcanto in gola. Non era di rivolta,
     né di opposizione: era un accompagnamento.
     Ero nei miei trent'anni, dentro la tuta, con le mani impastate di
     lubrificante, e finalmente capivo il canto di Filomena.
    L' anziana donna di servizio,ischitana, accendeva il volume della
    sua voce acuta mentre lavava i nostri pavimenti, lustrava i vetri,
    sciacquava le stoviglie. Da bambino, quel canto mi sembrava
   impossibile: che aveva da cantare quella donna soggetta alla
   fatica? . Ho capito dopo, e su di me, da dove usciva il canto di
   Filomena mentre strigliava le mattonelle del pavimento
   accovacciata in terra, stendeva al balcone i panni fradici,
   perseguitava la polvere in qualunque angolo andasse a
   nascondersi. Era il canto generale del corpo sottoposto a fatica,
   la sua risposta pratica che le permetteva di amministrare al
   meglio l'energia erogata.
   Ho cercato nel tempo passato la conferma. Nelle piantagioni di
   cotone, nella posa dei binari ferroviari, nei lavori forzati delle
   prigioni, gli schiavi neri intonavano cori. Una voce partiva con
   una strofa e le rispondeva l'insieme delle altre. Avevano anche la
   preziosa funzione di proteggere gli operai più deboli, perché i
   guardiani non percepissero il rallentamento del ritmo di lavoro
   coperto dal canto. La musica non era un passatempo, ma l'angelo
   custode degli schiavi.
   Ora non faccio più mestieri da operaio, ma quella musica del
   corpo l'ho ritrovata anche quando vado in montagna, scalo una
   parete. Non subito all'attacco, ma più su, quando i movimenti
   sopra appigli e appoggi si sono fatti fluidi, mi sale nel fiato la
   strofa di qualche canzone. Allora la canticchio e rigoverno il
   ritmo del respiro che presiede agli sforzi felici dell'arrampicata.
   Esiste una musica del corpo che esce dalle labbra senza
   scomodare l'intenzione.
   E' il canto di Filomena, la più strepitosa manifestazione d'
   indipendenza dell'orchestra di organi che abitiamo. (…)



                  Erri De Luca    da      La musica provata


  

lunedì 29 aprile 2019

NON ORA, NON QUI 1

 
 

                                 Il male non andava perduto se qualcuno lo teneva a mente…

(…) Mi raccontavi le cose brutte del mondo. Mi facevi conoscere i
       tuoi sdegni verso il male che la gente faceva e subiva.
       Quando ti veniva di fare quei racconti,non volevi che si lenisse
       il tuo rammarico e ti seccavi con papà dei suoi tentativi di
       smorzare i toni. Ero perciò l'interlocutore preferito, il muto,
      l'imbuto.Questo accadeva nella prima casa,quand'ero bambino.
      Poi finirono le testimonianze.
      Ti ascoltavo e succedeva questo: la tua voce si tendeva e dentro
      di me cominciava la rappresentazione materiale di quello che
      dicevi. I tuoi racconti mi procuravano immedesimazione fisica.
      Un bambino preso a schiaffi, tirato per i capelli che avevi visto
      in strada, diventava carne dentro di me e io ripetevo il suo
      dolore. Provavo male proprio dove era stato colpito. I miei
    nervi reagivano alle sue parole con rappresentazioni localizzate,
    la tua voce li toccava con precisione.
     Il cuore invece si rattrappiva a trattenere il sangue in una
     stretta fino a che poteva. Poi la tua voce smetteva. Non ti
     guardavo mentre raccontavi. Mi hai passato in questo modo
     un cielo di dolori, di vecchi, di malati, di miserie, di bestie.
     Sono finito sotto le macchine, preso a sassate,bruciato, ho avuto
     freddo senza riparo in molte giornate di tramontana secca che
     strappava di dosso il caldo a morsi. Ti avrei ascoltato sempre.
     Mi addestravi al mondo come facevano i sogni.
     Tu mi mandavi e io viaggiavo a raccogliere addosso quello che
     i tuoi occhi avevano visto. Il male non andava perduto se
     qualcuno lo teneva a mente, se qualcuno lo teneva a pelle. Non
     mi commuovevo: restavo fermo, chiuso nel sogno fisico dove
   seguivo le tue parole e le eseguivo.Dovevo sembrarti indifferente,
   forse riuscivo ad esserlo ai tuoi occhi. Ma tu non badavi a me in
    quei racconti, ti bastava che io fossi in ascolto.Quando il sangue
    faceva un ultimo tuffo nel petto e scappava dal cuore, avevi
    finito.  (…)


                   Erri  De  Luca   da       Non ora, non qui

NON ORA, NON QUI 2



(…)Un giorno papà si ammalò, diventò giallo, chiuso in una stanza
      Noi dovevamo stare ancora più in silenzio, per farlo guarire.
      Non importava che fuori il vicolo rintronasse del solito chiasso:
      il nostro silenzio di figli lo curava. Stare zitti, fare piano, era un
      lavoro difficile da ricordare sempre, ma si imparavano molte
      cose applicandosi a farlo. Pensavo: adesso sono un passero su
      un ramo e sta per piovere; poi ero una barca tirata in secco la
      sera; poi parlavamo tra noi bambini imitando la voce del vento
      tra i vicoli.
      Papà restò a casa molto tempo. Un giorno della sua
      convalescenza aprii la porta ad un signore. Riconobbi subito il
      nonno. Era come nella fotografia del comodino. Stavo per dare
      la notizia, ma confuse la mia emozione dicendomi che era il
     barbiere chiamato per fare toeletta all'ammalato.Venni a sapere
      che da anni serviva papà andando al suo ufficio una volta al
      mese. Erano pochi i barbieri che avevano un loro salone, molti
      erano ambulanti e andavano a domicilio.
      Avevo ragione: non era morto come lo intendevate voi, era
     morto come credevo io. Era andato ad abitare lontano ed era
     diventato un barbiere che nessuno riconosceva. Io solo l'avevo
     scoperto perché conoscevo a memoria tutte le sue fotografie, ma
     non l'avrei rivelato, non l'avrei tradito.
     Amai quel nonno che non poteva abbracciare suo figlio e si
     contentava una volta al mese di carezzargli la nuca sotto il
     pretesto di un servizio.
     Continuai a chiedere a papà - quando tornava con i capelli
     tagliati - se era curato sempre dallo stesso barbiere a domicilio.
     Ora porto la sua testa, ma gli occhi sono tuoi. (…)




                       Erri  De  Luca    da          Non ora, non qui 


NON ORA, NON QUI 3



(…) Una volta mi accusasti a torto e io non riuscii a replicare.Non
       fu solo la sorpresa, non solo l'inciampo  della balbuzie che
       raddoppiava consonanti sotto il palato.
       Passato l'istante di sgomento, continuai a tacere, a non
       discolparmi. Mi feci schermo del difetto fisico per conservare
       quella strana emozione d'amor proprio che consisteva nell'
       innocenza segreta.
       Non mi incitò il tuo errore, ma la circostanza sconosciuta di
       essere in un rimprovero ingiusto. Non mi augurai che venisse
       fuori la verità - come accadde poi - ma che durasse l'estraneità
       interiore che si rafforza col tacere.
       Si cresce tacendo, chiudendo gli occhi ogni tanto; si cresce
       sentendo d'improvviso molta distanza da tutte le persone.
       Quella volta andai  mettermi al vetro della cucina. Dovevo
       avere un'età che mi permetteva di vedere il muro di fronte.
       La sorellina aveva rotto la bottiglia di vino tirando la tovaglia,
       non io con la palla. Dopo un poco, candida e schietta, disse
       che era stata lei. Allora tu venisti alla finestra e mi toccasti la
       testa, restando un poco ferma pure tu a guardare fuori il buio
       del vicolo, che non smetteva mai il suo rumore. Avevi spazzato
       i cocci, lavato per terra. Restava in aria un odore di bottega
       del vino e sulla tua mano quello dello straccio per pavimenti.
       Era più forte il tuo, più rosse le tue mani sforzate dall'acqua
       fredda. Eri dispiaciuta di avermi sgridato, ma ancora  di più
       ti addolorava il mio silenzio, attribuito al difetto che impediva
       la difesa. Male mi intendeva il tuo rammarico. Piansi sotto
       il tuo braccio per averti procurato una colpa, per quello che
       pensavi di buono su di me, perché tu eri giusta e io avevo
       approfondito l'orma di un tuo errore per un'emozione di
       estraneità.
       L' innocenza poteva essere una specie di insolenza. (…)



                      Erri  De  Luca     da      Non ora, non qui

mercoledì 10 ottobre 2018

LETTERE FRATERNE 1

 
 

                         Occhi neri, occhi appassionati : quanto vi amo, quanto vi temo...



(…) Una sera, a un tavolo di ristorante a Roma, avevo bevuto al
       punto giusto: credevo di capire Izet che mi diceva a memoria i
       versi di Esenin in russo. A quel tempo non avevo ancora
       acquisito la prima grammatica slava.
       Un'ulcera di nostalgia gli premeva in petto e prese la via di
       uscita della più potente lingua delle letterature. La voce di
       Izet, slavo del Sud, entrò nel russo senza visto d'ingresso. Le
       lingue non chiedono documenti. Entrò nel russo e prese la via
       di Esenin - diritta - un po' in discesa. Con i versi che uscivano
       di bocca ricacciò indietro le lacrime affacciate. Credevo di
       capire quella lingua e l'uso che Izet ne faceva. Quella lingua
       gli serviva da argine. Su scala maggiore successe qualcosa di
       simile agli Apostoli dopo la morte del Maestro, nell'occasione
       della Pentecoste. Per entusiasmo, per nostalgia e pure per
       miracolo parlavano e intendevano le lingue.

       Quella sera Izet aveva la voce alcoolica e sommessa di chi ha
       bisogno di dire. Seduto di fianco, ascoltavo il suo fiato
       spingere sillabe contro i denti, il palato, la lingua. Il vento
       scritto da Esenin soffiava dal fondo del petto di Izet, sbattendo
       contro tutti gli ostacoli che alla fine lo rendono voce.
       La voce è uno sbattere di vento nella galleria delle corde
       vocali. Le sillabe russe accentate erano un assolo di batteria.
       Izet andava sui versi di Esenin come un cavallo sulla strada di
       casa.Sentivo gli zoccoli battere gli accenti,facevo il passeggero
       trasportato al trotto. Il poema era lungo un buon cammino.
       Seduto alla tavola , testa tra le mani, ho saputo che la poesia
       non va letta cogli occhi da una pagina, ma estratta a memoria
       dalla voce. E' teatro che si apparecchia senza palco e luci. Ce
       la fa da sola senza applausi e bis. Lascia - nella sala d'attesa
       dell'orecchio - un vuoto e un risveglio bisognoso. E' mistura di
       alcool, pentecoste e batteria.
      
       Al tavolo, gli altri parlavano tra loro, non badavano a noi.
       Quando finì Esenin, alzammo i nostri bicchieri spaiati, il suo
       di acquavite, il mio di vino, e brindammo: " Moj brat ", "
       Fratello mio ".  (…).


           Erri De Luca  &  Izet  Sarajlic  da       Lettere fraterne 



LETTERE FRATERNE 3


I BAGAGLI DI QUESTO SECOLO


(…) Continua la posta tra un poeta cittadino di Sarajevo e uno
       scrittore napoletano. Tutti e due siamo del Sud, lui slavo di
       antica famiglia mussulmana, io di un miscuglio recente di
       sangue. In ebraico, per dire l'età di una persona, si dice : "
       Figlio di… anni".  Izet è figlio di 67 anni, io di 47. Lui figlio di
       due guerre, io di nessuna. Siamo pezzi di un secolo feroce e
       abbiamo tutti i nostri bagagli in esso. Lui si accamperà nell'
       altro con le sue poesie, io no. Resto con tutti gli affetti e le
       pagine in questo.
       Conosco uomini di cinquant'anni che digiunano in carcere,
       altri che scrivono ancora poesie, decidono di imparare un'arte
       marziale, sanno fare marmellate di mirtilli, non votano più.
       Conosco le loro ragioni, so quando inghiottono per tacere.
       Capisco la voce di Izet che canta Oci ciornie e mi fa venire
       in corpo la tarantella. Credo che non riusciremo ad intendere
       per amore niente di così chiaro e maledetto come il nostro
       Novecento.Quello che abbiamo da dirci è chiuso in esso -come
       noi - bestie dell'ultimo zoo.


       Erri De Luca  &  Izet  Sarajlic  da         Lettere fraterne 



LETTERE FRATERNE 4


MANOSCRITTO DELLA FELICITA'

(…)Ero ancora in tempo -a settembre dell'anno scorso - a Sarajevo
      Potevo conoscere Miki, moglie di Izet. Miki è la " lei" di questa
      lettera. Miki è stata la vita accanto alla quale e per la quale
      Izet ha voluto bene al suo secolo e non permette a nessuno di
      dirne male. Lui ha appartenuto a una donna che gli ha salvato
      il tempo.
      Per contro, io ho avuto parte di un tempo che non mi ha
      permesso di trattenere alcuna donna. Perciò, aver mancato di
      conoscere Miki è saggio castigo per chi - pur essendo in tempo
      si fa distrarre dai momenti e manca di conoscere le persone che
      sanno salvare il tempo.
      La lettera del mio inverno ha avuto una fioritura in primavera.
      Ovidio, anzi Ovì, la metà  che gli è rimasta, è tornato a casa.
      Miki invece è uscita dall'appartamento di Osima Ferhatovica
      al numero nove e non ci tornerà. Ora per Izet l'intera
      letteratura è composta esclusivamente dalle lettere e dai
      biglietti scritti a lui da Miki.
      Legge e rilegge il manoscritto della felicità.   (…)


                Erri De Luca &  Izet Sarajlic   da     Lettere fraterne

martedì 2 ottobre 2018

MONTEDIDIO E L'ERBA CATTIVA

 
 

                                               Je so' l'erba cattiva, e staje certo nun moro…



(…) Ai lavatoi Maria racconta che il vecchio è salito coi dolci,
      mamma sua è scesa per comprare il caffè e lui ha attaccato con
      le preghiere, che se non va da lui, muore. Allora gli ho detto:
      muori. Muore tanta gente più giovane di te, puoi morire pure
      tu. Quello, da grigio è diventato rosso, ha fatto la mossa di
      acchiapparmi, io ho girato intorno al tavolo e non mi poteva
      prendere. Sei cattiva, diceva, e sbuffava che gli usciva lo sputo.
      Poi s'è fermato, s'è messo una mano sulla fronte, si è calmato e
      se n'è andato. I dolci li ha lasciati e ce li siamo mangiati".
     Maria dice che muore,che lui ha visto la morte in faccia quando
      gli ha detto : muori. Basta una parola e puoi stracciare un
      uomo. Maria sa molte cose, per esempio sa di essere più forte
      di un adulto. A me danno soggezione, a lei no, lei può pure
      attaccarli. Dev'essere perché è femmina e ha conosciuto lo
      schifo. Ha tredici anni e il seno le cresce più svelto dei miei
     muscoli di bumeràn. Me li fa toccare, sono duri, dice:" Sono
     tuoi ". Mi viene il piscitiello appuntito e lo sputo in bocca. Mi
     chiede se voglio le sue mani, io dico, no Maria, non mi fare le
     cose del vecchio. Dice va bene, hai ragione, noi dobbiamo fare
     all'amore,me lo dice però in napoletano:" Avimma fa' ammore",
     con due emme perché così è più tosto, più materiale. E io dico:
     già lo facciamo, lei dice no, è un altro amore, tutti e due nudi
     dentro il letto come gli sposi . (…)


                      Erri De Luca    da    Montedidio

domenica 22 aprile 2018

I PESCI NON CHIUDONO GLI OCCHI

 
 
 

                            Scintillava dentro, mi visitava il vuoto e me lo illuminava...



(...) Gratitudine.
      Non ne provavo, però amore sì. Chiamo così degli indizi di una
      parola che si andava formando: le sue mani che avevano tenuto
      la mia faccia ferma per il pubblico bacio e la mia ubbidienza,
      l'effetto di guarigione svelta delle ferite, la scoperta emotiva
      della bellezza. Capivo all'indietro quello che succedeva dentro
      i libri, quando uno si accorge della specialità di un'altra
      persona e concentra su quella l'esclusiva della sua attenzione.
      Capivo l'esigenza di isolarsi, starsene in due a parlare fitto.
      Non c'entrava per me il desiderio, quell'amore chiudeva con
      l'infanzia, ma non smuoveva ancora nessun muscolo degli
      abbracci. Scintillava dentro, mi visitava il vuoto e me lo
      illuminava.
      Restammo fino all'ora dell'ombra. Prima delle partenze si usa
      scambiarsi gli indirizzi, promettersi di scrivere.
      Ci dicemmo noi no.
     " Non ci trasciniamo dentro una promessa che poi tradiremo.Lo
       sappiamo che non ci rivedremo. E se capiterà, saremo 
       differenti e non ci riconosceremo. Cambierai forma e voce, gli
       occhi di pesce no, forse ti potrò riconoscere da quelli. Adesso
       andiamo a casa, poi stiamo insieme per l'ultima sera".
      " Parti domani? "
      " Sì."
       Oggi so che quell'amore pulcino conteneva tutti gli addii 
       seguenti. Nessuna si sarebbe fermata, non avrei conosciuto le
       nozze, niente fianco a fianco  davanti a un terzo che domanda:
      " Vuoi tu? "
        L' amore sarebbe stato una fermata breve tra gli isolamenti.
        Oggi penso a un tempo finale in comune con una donna, con
        la quale coincidere come fanno le rime, in fin di parola. (...)


              Erri De Luca   da    I pesci non chiudono gli occhi
          

CU 'MME

 
 

Ah, comme se fa' a da' turmiento all'anema ca vo' vula', si tu nun scinne a ffonne nun o puo' sape'...



VARIANTE DI CANZONE

" Io te vurria vasa' ", sospira la canzone,
ma prima e più di questo io ti vorrei bastare,
io te vurria abbasta';
come la gola al canto, come il coltello al pane
come la fede al santo io ti vorrei bastare.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare,
io ti vorrei bastare
io te vurria abbasta'.
" Io te vurria vasa',"insiste la canzone
ma un po' meno di questo io ti vorrei mancare
io te vurria manca',
più del fiato in salita
più di neve a Natale
di benda su ferita
più di farina e sale.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare,
io ti vorrei mancare
io te vurria manca'.



    Erri De Luca    da    Solo andata. Righe che vanno troppo spesso a capo