mercoledì 10 ottobre 2018

LETTERE FRATERNE 1

 
 

                         Occhi neri, occhi appassionati : quanto vi amo, quanto vi temo...



(…) Una sera, a un tavolo di ristorante a Roma, avevo bevuto al
       punto giusto: credevo di capire Izet che mi diceva a memoria i
       versi di Esenin in russo. A quel tempo non avevo ancora
       acquisito la prima grammatica slava.
       Un'ulcera di nostalgia gli premeva in petto e prese la via di
       uscita della più potente lingua delle letterature. La voce di
       Izet, slavo del Sud, entrò nel russo senza visto d'ingresso. Le
       lingue non chiedono documenti. Entrò nel russo e prese la via
       di Esenin - diritta - un po' in discesa. Con i versi che uscivano
       di bocca ricacciò indietro le lacrime affacciate. Credevo di
       capire quella lingua e l'uso che Izet ne faceva. Quella lingua
       gli serviva da argine. Su scala maggiore successe qualcosa di
       simile agli Apostoli dopo la morte del Maestro, nell'occasione
       della Pentecoste. Per entusiasmo, per nostalgia e pure per
       miracolo parlavano e intendevano le lingue.

       Quella sera Izet aveva la voce alcoolica e sommessa di chi ha
       bisogno di dire. Seduto di fianco, ascoltavo il suo fiato
       spingere sillabe contro i denti, il palato, la lingua. Il vento
       scritto da Esenin soffiava dal fondo del petto di Izet, sbattendo
       contro tutti gli ostacoli che alla fine lo rendono voce.
       La voce è uno sbattere di vento nella galleria delle corde
       vocali. Le sillabe russe accentate erano un assolo di batteria.
       Izet andava sui versi di Esenin come un cavallo sulla strada di
       casa.Sentivo gli zoccoli battere gli accenti,facevo il passeggero
       trasportato al trotto. Il poema era lungo un buon cammino.
       Seduto alla tavola , testa tra le mani, ho saputo che la poesia
       non va letta cogli occhi da una pagina, ma estratta a memoria
       dalla voce. E' teatro che si apparecchia senza palco e luci. Ce
       la fa da sola senza applausi e bis. Lascia - nella sala d'attesa
       dell'orecchio - un vuoto e un risveglio bisognoso. E' mistura di
       alcool, pentecoste e batteria.
      
       Al tavolo, gli altri parlavano tra loro, non badavano a noi.
       Quando finì Esenin, alzammo i nostri bicchieri spaiati, il suo
       di acquavite, il mio di vino, e brindammo: " Moj brat ", "
       Fratello mio ".  (…).


           Erri De Luca  &  Izet  Sarajlic  da       Lettere fraterne 



2 commenti:

  1. Molto bella, un sorprendente Erri... Accattivante il brano e il video

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  2. Neppure io ero al corrente di questa fraterna amicizia e delle circostanze: e come al solito, De Luca ci propone in fatti con una scrittura molto particolare…
    Grazie per l'intervento.

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