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lunedì 1 settembre 2025

LA REDENZIONE DELLA MADDALENA

 


                                                                   Finalmente ho confitto il chiodo fatale...




Finalmente

ho confitto il chiodo fatale

nella mia passione per te

è tutto finito

nella mia croce interiore ed esteriore


e così, senza pianti

apatica calo

avvolto nel lenzuolo bianco

dei miei capelli

il bacio esamine scacciato

dal rifiuto dei tuoi piedi

dalle tue labbra acide


lo sollevo da sola

non ha nemmeno

quel peso ideologico che

una privazione acquista quando

va in eredità alla storia


ah, è diventata leggerissima

la morte del mio desiderio per te

è naturale

il corpo fu rubato da lì dentro

calcola per quanti secoli culminava in delirio

dibattendosi

avvinghiato al tuo gelido rifiuto

e ora che si ritirano

ad una ad una le moire mirofore

e resto sola nel vuoto fatto


sollevo un po' di coperchio che ricopre

questi cadaveri che scrivo

e triste rido osservando


quante rughe che usanza vecchiaccia è diventato

il mio amore per te

ma anche che comico catorcio che vano

il tuo non corrisponderlo


tutto è compiuto Cristo.


E tuttavia ho osservato devota

l' usanza del dolore anche quest' anno.




                              Kikì Dimulà *   da     Addio  mai



Si possono leggere altre composizioni di questa autrice greca su questo sito.



venerdì 26 gennaio 2018

L'ADOLESCENZA DELL'OBLIO ( Introduzione )



(...) Il mondo interiore di Kikì Dimulà, che parla il linguaggio degli
      oggetti, del quotidiano e delle sue presenze più umili - la
      polvere, gli occhiali, le fotografie, il giornale, il cognac,persino
      una forma grammaticale - si incontra poi con realtà intangibili,
      inesprimibili.Ed è proprio da questo incontro, ora sorprendente
      ora stridente, che nasce la sua poesia e l'emozione profonda dei
      suoi testi.
      I protagonisti apparenti della sua opera non sono che i segni,
      le occasioni per entrare nell'altra dimensione: quella dell'
      assurdo, talora del paradosso, e comunque sempre in una
      realtà interiore dove a valere sono altre regole, diverse da
      quelle del mondo esterno.
      E questo discorso vale anche su un piano linguistico.La sintassi
      della sua poesia è una sintassi che non segue le regole
      codificate della lingua ufficiale, ma le regole dettate dal suo
      mondo interiore, risultando dunque una lingua " trasgressiva"
      a livello tanto lessicale quanto grammaticale e sintattico.
      Con coraggio e creatività, Kikì Dimulà sfida continuamente le
      regole grammaticali in nome di quelle non scritte della sua
      estetica. I suoi versi sembrano così minacciare le radici stesse
      della lingua, ma per restituirla rinnovata in una sintassi che
      sia più consona ad esprimere le verità sottili del suo
      immaginario interiore.
      Gli aggettivi diventano verbi; i sostantivi avverbi; gli avverbi
      sostantivi in un'apparente anarchia, eppure profonda armonia
      delle parole, con l'uso di metafore che stupiscono e rapiscono
      allo stesso modo. (...)


          Paola Maria Minucci   da      L' adolescenza dell'oblio


L'ADOLESCENZA DELL' OBLIO

 
 
 
 
                    Voglio avere la coscienza in pace di aver sofferto per tutto...



LA " O " DISGIUNTIVA

Mi ha chiuso in casa la pioggia
e ora dipendo dalle gocce.

Ma come sapere se è pioggia
o lacrime dal cielo profondo di un ricordo?
Sono troppo cresciuta per dare
senza riserve un nome ai fenomeni :
questa è pioggia e queste sono lacrime.

Rimango asciutta tra
due possibilità: pioggia o lacrime,
e tra tante ambigue realtà:
pioggia o lacrime,
amore o modo di crescere,
tu o piccola oscillante ombra
dell'ultima foglia che saluta.
Ogni ultima cosa,
la chiamo ultima senza riserve.

Sono troppo cresciuta
perché questo sia motivo di lacrime.
Lacrime o pioggia, come saperlo?
E continuo a dipendere dalle gocce.
E sono troppo cresciuta
per aspettare una misura quando piove
e un'altra quando non piove.
Gocce per tutto.
Gocce di pioggia o lacrime.
Dagli occhi di un ricordo o dai miei.
Io o il ricordo, chi lo sa.
Sono troppo cresciuta per distinguere i tempi.
Pioggia o lacrime.
Tu o piccola oscillante ombra
dell'ultima foglia che saluta.


                             §§§§§§§§§§§§§§§§§§§


CRAVATTA  NERA

Innaffia tu la pianta
e lasciami piangere.
Scrivi però le ragioni,
forse devo altro dolore.
Voglio avere la coscienza in pace
di avere sofferto per tutto.

Scrivi che piango per uno specchio.
Un tempo oggetto ornamentale,
oggi oracolo.
Per la brusca buonanotte
che danno le poche possibilità
e si dileguano.
Scrivi che piango per la tua finestra,
chiusa e senza saluti,
melanconica per nascita.
Per gli uccelli dell'ultimo decennio.
Il loro terrore delle antenne televisive.
Per il loro adattarsi
e svolazzare
tra questi alberi di ferro.
Impararono a cantare
su rami di ferro.

Scrivi.
Per questo sabato sera sepolto
tra due cipressi
nella chiesa di campagna.
Per la luna in lutto - indossa
una cravatta nera nuvola,
scrivi che piange.
Piango perché mi hai chiesto
se ho visto la luna piena.
No, non ho visto niente di pieno, non ho vissuto.
Piango perché i ragazzi portano lo zaino
come una conoscenza già completa,
e non entrano nel tenero rassicurare
delle ore ancora acerbe
e non giocano.

Scrivi che piango per le madri.
Le mie più antiche madri.
Belle ed esili,
amanti delle finestre,
arpiste della vendetta
che la morte ha colto impreparate
e sono longeve materne
nelle fotografie del salotto
e nei ricami.

Piango perché hanno accesole luci
e la domenica gatta raggomitolata
sulla mia finestra.
La paura si veste a festa
e aspetta.

Scrivi.
Che piango per le bufere,
il poco cibo,
per tutto il Poco,
per i terremoti
senza preavviso.
piango perché va sprecata
la notizia che mi hai dato
della prima farfalla vista ieri.
Piango perché non fa notizia l'effimero.

Scrivi. Piango
perché la sorte si è chiusa in casa,
la dilazione è arrivata al boia,
la borraccia è arrivata nel deserto,
la gioventù nella fotografia.
Piango perché chissà chi chiuderà
dei miei giorni gli occhi.

Innaffia tu la pianta
e lasciami piangere perché...


                       §§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§


TERRA IN MAIUSCOLA

Ultimamente - per leggere -
per riconoscere, per conoscere,
mi tiro un po' indietro
e spingo più lontano
quello che devo vedere.
Subentra una nuova distanza
tra me e ciò che miro.
Altrimenti non vedo.
Voglio dire che la vista
per unirsi con ciò che vuole
deve pre- vivere
una separazione.
Altrimenti non vedo.

E' naturale, dicono i medici.
Qualche grado di presbiopia,
qualche gradazione di stanchezza
per l'età il duro
lavoro nelle miniere dell'indistinto.
Devo mettermi occhiali da vicino.

Davvero naturale, questo.
Dovermi mettere gli occhiali
per poter vedere
l'evidente.

Ciò che è evidente lo vedo,
vedo bene dove vanno a parare le cose,
mi vedo affrontarle
a mani cieche
e con pianti legati
mi vedo pre-vivere una separazione.
Se cade la pioggia con la maiuscola
la vedo,
se cade con la minuscola
mi piace.
Mi vedo cadere con la minuscola.
Quel che ho visto non l'ho visto
soltanto con i miei occhi.
Anche la difficoltà è una vista.
Le cose capitali
sono riuscita comunque a leggerle.
Con il sentimento ho visto
segni e prodigi.
E mi metterò gli occhiali
per leggere chiaramente la terra maiuscola
che mi ingoierà,
cadrò con le minuscole
cadrò con le maiuscole?

Pensa,
mettermi occhiali da vicino!
Avvicinare con gli occhiali
ciò che è vicino.
Io che non l'ho avvicinato né con gli occhi
né con i miei pezzi.
Eh no! Mettermi gli occhiali
per vedere i miei pezzi.


        Kikì   Dimulà    da     L' adolescenza dell'oblio