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venerdì 29 aprile 2022

IL LUNARIO DI ADERNO'



                                                 E' talmente notte che prendo fiato



" Questo libro nasce da una sfida. Queste poesie sono state scritte in un mese: perciò Lunario. La sfida è quella tra me e la mia psichiatra che insiste - dato il brutto periodo che stiamo vivendo  dovuto al Covid e visto che molti pazienti hanno riperso il senno - nel somministrare ulteriori psicofarmaci. All'ultimo colloquio mensile, al suo : " Ci vogliono più farmaci", io ebbe a controbattere : " Ci vuole più poesia! " . Ed eccoci qui. Dopo molti anni di silenzio, di non scrittura, di blocco, ecco nato un nuovo lavoro. Scritto perlopiù nelle ultime ore della notte, in quel buio mattutino dell'inverno che ti fa rimpiangere il sole che si leva presto nella bella stagione. Sono trentuno poesie, come i giorni del mese, o un ciclo della luna".   ( S. A. )




Tanto da piangere

che resta? La soma

e due dita di minestra?

Il vagito del latte sversato?

Tu che soffochi nel divano?

O un abaco per il conto di via

di questa disgraziata epidemia?



                                        ***


La notte sbraita d'amore

in un cuore

tenuto assieme dal suffragio

e la cenere cova

cumuli di ti amo

pronti a ricevere un boato.



                                        ***


Prima di mettermi in viaggio

ti lascio un bacio sotto la porta.


Perché ogni freddo si smorza

al tocco tiepido della tua bocca.



                                       ***


Cos'è l'amore?


Vivere al tocco più alto

di una prossimità senza errore.



                                              ***


E  di fronte a un'altra morte

taci e scacci gli occhi

come il pane che non ha visto il sale.



                                         ***


Spregiudicato Novembre

collezione d'ossa, a noi

che resta di questa scommessa?


Se non guardarti le spalle

mentre con i guanti

uccidi i morti e sollevi i santi?



                                        ***


E' talmente notte che prendo fiato.


Nel frattempo buio di significato

sento qualcuno che sale le scale

e bussa con forza alla porta

del mio cuore disordinato.



                                            


                        Sebastiano Adernò   da     Lunario



martedì 4 gennaio 2022

LETTERA AL PADRETERNO

 



                          Invece di perderci dietro inutili ( e spesso dannose! )

                         chiacchiere, piene di pomposa e saccente presunzione

                         sui problemi dell'universo ( creati da noi...),

                        potremmo - invece - meditare su questa " preghiera". *



                                                     frida



Scrivere a Dio non è pregare. Che differenza c'è?

Nella lettera a Dio c'è una voce sola che parla, e non è neppure detto che la presenza reale del destinatario sia importante.

Nella preghiera c'è una compagnia a cui aprirsi e in cui l'uomo incontra il silenzio parlante di Dio che si manifesta.




sabato 23 ottobre 2021

VERRA' LA VITA ...

 




                          
 " Con questo piccolo libro, a partire dalla mia esperienza di malato di Covid e dalla mia vicinanza alla morte, ma soprattutto dalla voglia di rinascere, provo ad offrirvi alcuni spunti per guardare nuovamente con fiducia al futuro. Alla luce di quanto diceva Madeleine Delbret : " L'importante è nascere bene in ogni morire ".
( D. O. )




IDENTITA'

(...) Chi sono io? Quante volte nella vita ci siamo posti questa domanda. E ci siamo fermati a scavare per trovare la nostra " identità". In realtà la vera domanda non è Chi sono io, ma " Per chi sono io? ". Siamo troppo concentrati su noi stessi, alla ricerca della nostra autonomia come salvezza. Dicono gli studiosi che la società moderna è malata di narcisismo, cioè gli individui sono innamorati di se stessi, a volte persino ossessionati dall'amore di sé. Occorre davvero " rovesciare il tavolo" : bisogna smetterla di cercare il compimento di sé. La verità di me non si esaurisce in me. La mia vera identità non sta nel profondo di me : la mia identità sta nella mia destinazione. La mia vera identità non sta nell'autoriferimento, nell' autorealizzazione. La mia identità sgorga dalla relazione. E' proprio il dispositivo autoreferenziale, come gesto del desiderio che cerca  anzitutto in se stesso il proprio compimento, che va decostruito. Il tema chiave del desiderio non è la sua origine, ma la sua destinazione. L' accanimento sulla domanda " Chi sono io?" conduce all'ossessione di una risposta che l' Io non è in grado di dare: genera frustrazione, malinconia, angoscia e disperazione. La scarnificazione dell'autocoscienza è sanguinosa e sterile. L' inizio della sapienza è piuttosto chiedersi " Per chi sono io? ". Questa domanda apre la frontiera, inaugura l'avventura, ci rende esploratori di terre sconosciute e creatori di rapporti fecondi. Tanto l'assegnazione del primato all'interrogazione sull'origine ci rende ottusi ed estranei al mondo, tanto il riconoscimento del primato al tema della destinazione ci rende dinamici e generatori. Ognuno di noi scopre facilmente che le proprie qualità si perfezionano, quando cercano una degna destinazione per altri e presso altri. E molte cose possiamo apprendere di noi che non ci sognavamo di immaginare, nel momento in cui ci interroghiamo, sulle parti di noi che sono presso di noi " in conto terzi". Il riconoscimento di queste parti e il loro invito a destinazione - la generazione di un figlio è già questo - ci emoziona, ci esalta, ci dà soddisfazione di noi stessi. E infine, come improvvisamente, poiché porta la nostra firma, vediamo molto più chiaramente chi siamo: riconosciamo la nostra singolarità proprio nel lavoro e nel compimento di questa donazione. 

" Chi sono io? Chi sono?" : Io sono " donazione" , io sono nella mia capacità di donazione . La nostra identità emerge dal dono, vive di dono. Questa- oggi - è la vera rivoluzione. Si uscirà davvero dalla crisi generata da questa pandemia quando impareremo a sentire che l'altro è parte della nostra identità . (...)



                  Derio  Olivero  da   Verrà la vita e avrà i suoi occhi


mercoledì 12 maggio 2021

NEL CONTAGIO 1

 



" I nemici delle vaccinazioni - anche questa è una professione - hanno detto che a Vienna non è scoppiato il vaiolo, ma un'epidemia da vaccino. Ora, anche loro sanno valutare il valore della profilassi, ma la loro prudenza è un po' esagerata : si prendono il vaiolo per proteggersi dal vaccino ".  ( Karl Kraus ) 



AUGURARSI IL MEGLIO


(...)  Ieri sono andato a cena a casa di amici. E'  l'ultima, mi sono detto. Superati i duemila contagi, inizio la quarantena. Entrando non ho baciato nessuno, ci sono rimasti un po' male. Più che altro erano perplessi. Questa epidemia sembra avermi preso la testa più del dovuto. Sono un discreto ipocondriaco, a sere alterne chiedo a mia moglie di sentirmi la fronte, ma non si tratta di questo. Non ho paura di ammalarmi. Di cosa allora? Di tutto quello che il contagio può cambiare. Di scoprire che l'impalcatura della civiltà che conosco è un castello di carte. Ho paura dell'azzeramento, ma anche del suo contrario: che la paura passi senza lasciarsi dietro un cambiamento.

Alla cena continuavano tutti a ripetere " fra una settimana è risolto " , " ma sì, vedrai, ancora qualche giorno e torna tutto normale".* Un'amica mi ha chiesto perché restassi zitto. Ho scrollato le spalle senza rispondere, non volevo fare la figura dell'allarmista - o peggio - del menagramo. Se non abbiamo anticorpi conto Cov- 2, ne abbiamo contro tutto ciò che ci sconcerta. Vogliamo sempre conoscere le date d'inizio e di scadenza delle cose. Siamo abituati a imporre il nostro tempo alla natura, non viceversa. Quindi esigo che il contagio finisca fra una settimana; che si torni alla normalità. Lo esigo sperandolo. Ma nel contagio abbiamo bisogno di sapere cosa è lecito sperare. Perché non è detto che augurarsi il meglio ( " Andrà tutto bene! ", n.d.r. ) coincida con l'augurarselo nel modo giusto. Aspettare l'impossibile, o anche solo l'altamente improbabile, ci espone a una delusione ripetuta. Il difetto del pensiero magico, in una crisi come questa, non è tanto di essere falso, quanto di condurci dritti verso l'angoscia.  (...)



                        Paolo Giordano     da     Il contagio


*  Il libro di Giordano è stato pubblicato un anno fa: e si capisce. Nel frattempo sono cambiate un sacco di cose : la crisi sanitario- economico - sociale è esplosa e ha ormai abbondantemente superato ogni limite di guardia; i " fantasticati" vaccini che avrebbero dovuto risolvere la pandemia ( azzerandola) , in realtà sono un'incognita non del tutto risolta ( a causa delle famigerate " varianti" ); la paura e l'angoscia hanno aumentato il grado di aggressività e sono sfociate in risse pubbliche e private ( ognuno vuole imporre il proprio punto di vista sui comportamenti da tenere ( specialmente i politici ); siamo incappati in una sorta di " dittatura dei virologi- epidemiologi" ( e anche di quelli che sono sempre in tv a blaterare a vanvera senza avere in realtà nessun titolo per farlo ), il che non fa che aumentare la confusione. Morale: in tv sentiamo parlare solo di quello ( in tutte le trasmissioni), così che è praticamente impossibile trovare un pensiero alternativo meno confuso e disfattista ( con buona pace di psicologi e psichiatri che vedono aumentare considerevolmente il loro fatturato... ). E tanto altro. 

Sui balconi sono ormai sbiadite le bandiere - arcobaleno con la scritta " Andrà tutto bene! ".

Perché non ci crede più nessuno.



                                                frida



NEL CONTAGIO 2

 

UNA PROFEZIA TROPPO FACILE


(...)  I virus sono fra i tanti profughi della distruzione ambientale. Accanto a batteri, funghi, protozoi. Se riuscissimo a mettere da parte un po' di egocentrismo, ci accorgeremmo che non sono tanto i nuovi microbi a cercarci, ma noi a stanare loro. Il bisogno crescente di cibo induce milioni di persone a mangiare animali che sarebbe meglio lasciar stare. Nell' Africa occidentale - per esempio - sta aumentando il consumo di selvaggina a rischio, fra cui i pipistrelli, che in quella zona sono malauguratamente anche i serbatoi di Ebola. I contatti fra i pipistrelli e i gorilla, dai quali Ebola può passare facilmente all'uomo, sono resi più probabili dalla sovrabbondanza di frutti maturi sugli alberi, dovuta a sua volta all'alternanza sempre più violenta di piogge anomale e periodi asciutti, dovuta a sua volta al cambiamento climatico. Fa girare la testa. Una concatenazione micidiale di cause ed effetti. Ma le concatenazioni come questa - che sono moltissime - hanno bisogno di essere pensate urgentemente da sempre più persone. Perché al loro termine potremmo trovare una nuova pandemia, ancora più terribile di questa. E perché alla loro origine remota ci siamo sempre e comunque noi, con tutti i nostri comportamenti.

Mi sono permesso un po' di enfasi - all'inizio - nell'affermare che quanto sta accadendo è già accaduto e accadrà ancora. Non era una profezia improvvisata. Non era nemmeno una profezia. Anzi posso aggiungere ora - appassionatamente - che quanto sta accadendo con la COVID -19 accadrà sempre più spesso. Perché il contagio è un sintomo. L' infezione è nell'ecologia.  (...)



                 Paolo Giordano   da      Nel contagio



NEL CONTAGIO 3


CONTARE I GIORNI



(...) Nel Salmo 90 c'è un'invocazione che mi torna spesso in mente in queste ore :


Insegnaci a contare i nostri giorni

e acquisteremo un cuore saggio.


Forse mi viene in mente perché nell'epidemia non facciamo altro che contare. Contiamo gli infetti e i guariti, contiamo i morti, contiamo i ricoveri e le mattine di scuola saltate, contiamo i miliardi bruciati dalle borse, le mascherine vendute e le ore che mancano al risultato del tampone; contiamo i chilometri del focolaio e le camere disdette negli hotel, contiamo i nostri legami, le nostre rinunce. E  contiamo e ricontiamo i giorni, soprattutto quelli, i giorni che ci separano da quando l'emergenza sarà passata. Ho però l'impressione che il Salmo voglia suggerirci un computo diverso : insegnarci a contare i giorni per dare un valore ai nostri giorni. A tutti, anche a questi che ci sembrano solo un intervallo penoso. Possiamo dirci che la Covid - 19 è un incidente isolato, una disgrazia o un flagello, gridare che è tutta colpa loro. Oppure, possiamo sforzarci di attribuire un senso al contagio. Fare un uso migliore di questo tempo, impiegarlo per pensare ciò che la normalità ci impedisce di pensare: come siamo arrivati qui, come vorremmo riprendere.

Contare i giorni. Acquisire un cuore saggio. Non permettere che tutta questa sofferenza trascorra invano.



                    Paolo Giordano   da     Nel contagio



lunedì 26 aprile 2021

PER AMARTI

 


                                         Silenziosa mi aspetti come l'albero di fuoco...





IL TUO BATTITO è IL MO  *


E ho lottato contro il sonno e la stanchezza

contro la rabbia infinita e l'assenza di radici.

Ho cercato, ho rovistato senza dubbio,

tra le flebili scintille cieche

della mia memoria per trovare un anno,

un giorno solitario, solo un momento

in cui potrei dire: non ti ho mai amato;

ma non ho incontrato un appiglio per mentire a me stesso,

per affermare anche la minima negazione.

Il tuo battito è il mio. Lì dove inizia

quell'intenso desiderio che chiamiamo vita,

lì, splendente in giorni diversi,

nella boscaglia ardente del mio stupore,

con il sì, con il no dell'abisso della fortuna,

silenziosa mi aspetti come l'albero di fuoco

che sostiene il frutto lustrale della speranza.

Il mio sguardo ti invoca nel presente,

nella rotta incerta di qualsiasi lontananza

di quel mare che mi canta e mi seduce

con gli occhi ardenti del fulmine.

Hai sete dell' Eden che io non percepisco

e, negli accordi profondi della tua voce,

resti perenne, con la musica

fredda dell'anima e l'audace primavera,

in tutte le parole del sangue.




                       Justo  Jorge  Padron   da    Brivido, 1999



Lì dove sei ( in questo eterno presente senza mai futuro ), senza più rotte rese incerte dalla lontananza, sempre il cuore batte all'unisono con chi si ama. 


Il Covid  ti ha portato via il giorno 11 Aprile. Abbi ora la tua pace.



                                   frida



domenica 25 aprile 2021

LONG COVID & LANGUISHING



                                                           E. Munch  -  Malinconia



(...) Non è il burnout, non è depressione, non è una mancanza di speranza. Semplicemente è l'assenza di gioia e uno scopo. Secondo il New York Times, l'emozione che ci accompagnerà per tutto il 2021, ha un nome : si chiama " languishing ", che tradotto in italiano suona più o meno come " languire ". E' un senso di stagnazione e di vuoto. Ti senti come se ti stessi confondendo tra i giorni, come se guardassi la tua vita da un finestrino appannato. E' l'assenza di benessere : non hai sintomi di disagi psichici, ma non sei neanche il ritratto della salute mentale. Non funzioni al massimo delle tue capacità. Il " languishing " spegne la tua motivazione e distrugge la tua capacità di concentrarti. Il termine è stato coniato da un sociologo, Corey Keyes, colpito da quante persone non depresse non stessero comunque prosperando. La  sua ricerca rivela che le persone che tra dieci anni soffriranno di depressione e di disturbi d'ansia non sono quelle che stanno sperimentando questi sintomi oggi. Sono quelle che oggi stanno " languendo". Ma qual è il pericolo insito in questo stato emozionale? Secondo lo psicologo è l'inconsapevolezza. " Non riesci a percepire te stesso scivolare lentamente nella solitudine. Sei indifferente alla tua indifferenza. E quando non riesci a capire che stai soffrendo, non puoi cercare aiuto né fare molto per aiutare te stesso. Un antidoto al " languishing " però c'è : prima di tutto è necessario dare un nome a questa emozione, capire che non siamo soli ma che - al contrario - è qualcosa che stiamo sperimentando in molti. Ma come possiamo combattere questa assenza di gioia, questa stasi, dunque? In inglese c'è una parola " flow" , cioè " flusso, fluire" che potrebbe essere proprio l'arma giusta contro l'emozione del 2021. Con questo termine si intende quello stato di abbandono piacevole che proviamo quando siamo completamente assorbiti da qualcosa, quel momento in cui perdiamo la cognizione del tempo e dello spazio. Può essere un progetto a cui teniamo molto o più semplicemente una serie TV : l'importante è che abbia il magico potere di portarci via. E di salvarci - seppure per un momento - dalla negatività. L'ultimo avvertimento che lo psicologo lascia è quello di fare attenzione a dedicare a noi stessi un tempo non frammentato. La pandemia ci ha costretti a cambiare mansione ogni dieci minuti, passando dal nostro lavoro ai nostri figli e alla cura della casa in un batter d'occhio. Tutto questo favorisce il " languishing ". Siamo noi ad avere il potere di dargli il colpo di grazia. Ma per farlo non possiamo ignorare la sua esistenza: non esistono solo le malattie fisiche, ma anche quelle mentali e i disagi psicologici. E questo è un qualcosa, che mentre ci accingiamo a vivere l'epoca post pandemica, dobbiamo assolutamente ricordare e imparare a coglierne i segnali. " Se non hai una depressione clinica, non vuol dire che tu non stia soffrendo. Se non hai il " burn out" non vuol dire che tu non sia esaurito. E sapendo che molti di noi stanno " languendo" possiamo iniziare a dare una voce a questa sommessa disperazione ".  (... )



                      Liberamente tratto da un articolo di    Ilaria  Betti
 



  

mercoledì 14 aprile 2021

FILOSOFIA AL FUTURO

 


"Coloro che sono in grado di pensare al futuro hanno cervelli profetici e visionari." (C. Trivellin )





(...) Interpreto la svolta postumana come una felice opportunità di decidere insieme cosa e chi possiamo divenire, una possibilità unica per l'umanità di reinventarsi in senso affermativo, attraverso la creatività e il miglioramento delle relazioni etiche, e non solo in senso negativo, attraverso la vulnerabilità e la paura . (...) *




                 Rosi Braidotti  da     Il postumano. La vita oltre l'individuo, oltre la specie, oltre la morte.



*Il libro presentato è del 1914, ma mi sembra che le questioni che pone siano ancora più attuali pensando ad un ( possibile ) futuro post - pandemico.


                                           frida




sabato 27 marzo 2021

TRATTI DEL PENSIERO HOUELLEBECQUIANO

 


                             "  Il Coronavirus ? Una pandemia angosciante e noiosa" ( M. H )



(...) Sia chiaro : Houellebecq è un grande narratore. La vivacità e l'energia della sua prosa non sono in discussione. La sua resa al sentimento di decadenza non ha pari. Come ce lo ricorda lui, " che la vita fa schifo ", nessuno mai : è un vero gigante della pars destruens . Con le sue provocazioni e il suo tono dissacrante, riesce a risultare pure simpatico. Divertente come solo certi depressi sanno essere, cattivo ma forse no, volgare ma con stile, maschilista ma chi se ne frega. 

Ora, di fronte a tutto il mondo culturale da mesi in attesa del suo sguardo sulla pandemia, Houellebecq finalmente si pronuncia, ma del virus dice poco, e per lo più cose già dette. Houellebecq, a ben guardare, parla solo di Houellebecq.

Il coronavirus è - per lui - banale, " senza qualità " " neanche sessualmente trasmissibile ", come se tra le righe gli rimproverasse di non essere in grado di sterminarci tutti sul serio. Afferma che - a suo parere - non è vero che " nulla sarà più come prima", e qui è coerente nel ricordarci che" la vita già faceva schifo, e rimarrà uguale, forse un po' peggio ". Possiamo essere d'accordo : ci piace - in fondo - la sua ironia nichilista. Poi però, quando si addentra nelle motivazioni, finisce per piegare i fatti alla sua narrazione preesistente : l'obsolescenza delle relazioni umane, i danni della tecnologia, l'Occidente in declino. Un processo già in corso, che il virus può solo accelerare. Ma questa volta sbaglia bersaglio. Perché questa volta la tecnologia è stata ossigeno per le relazioni umane, e l'Occidente ha mostrato di voler vivere. Con tutti i ritardi, le mancanze, le inefficienze e gli errori che sappiamo, ogni paese - chi più , chi meno - ha chiuso i battenti e serrande a tutela dei più fragili. L' ipotesi darwiniana di fare come se niente fosse perché tanto " muoiono solo i vecchi" è stata presto messa in minoranza. Ragion per cui, quando Houellebecq parla di limiti di età per essere rianimati, affermando che " mai prima d'ora avevamo espresso con una sfrontatezza così tranquilla il fatto che la vita di tutti non ha lo stesso valore ", pone certo un problema interessante ( per quanto già abusato ), ma trascura il fatto che si è trattato di drammatiche scelte contingenti. Il tema è quello eterno dell' Arca di Noè o delle scialuppe del Titanic. Quando non è possibile salvare tutti, chi ha più diritto di vivere? I forti, i deboli, le donne, i bambini, o si salvi chi può? Ai tempi dell' Arca, i prescelti lo erano da Dio, al tempo del Titanic, dal censo. E oggi? Oggi i medici- se costretti a scegliere - scelgono chi ha più probabilità di vita.

Dura lex, sed lex.

Che in fondo non dà tutti i torti a Houellebecq.  (...)



         

                               Viviana  Viviani


UN BARELLIERE AL TEMPO DEL VIRUS

 


" Anche se il timore avrà sempre più argomenti, scegli la speranza " .( Lucio Anneo Seneca )





Non sentire più le voci 

è stato il dolore potente,

continuo e insormontabile

che ho scalato con le unghie

una notte dopo l'atra a occhi

spenti, per continuare qualcosa

che somigliasse di profilo alla vita.



Dovevo andare avanti in solitaria,

controvento, sempre e comunque,

come quando arriva un'alluvione

o un'ondata anomala ( le ho viste

un tempo in televisione, il Polesine,

Firenze ) che si porta via ogni cosa,

tavoli, letti, libri, animali, persone



e ci si trova per caso, per sbaglio

o condanna tra i sopravvissuti

a raccattare una pentola di rame,

un piatto, una bambola, una canottiera

strisciando nel fango, nella melma,

mentre l'eco delle voci scomparse

risuona a lutto nella memoria.



Si può andare via da quelle case

sommerse dall'acqua, distrutte,

ma non si può cambiare niente

come a quest'ora in un ospedale

della Lombardia o del Piemonte

un barelliere del turno di notte

che esce a fumare una sigaretta



nel parcheggio delle ambulanze

mentre là dentro, nelle corsie,

con lui o senza di lui, si muore.



            

                   Stefano Simoncelli  da   Un barelliere del turno di notte



(...) La febbre stavo dicendo./ Non so se siamo già grafici / di corpi scomparsi in un lampo / nei Pronto Soccorso degli ospedali / o gite di bagnanti sul lungomare / in attesa febbrile di un'estate / che si prepara su improvvisati patiboli . (...)





martedì 23 marzo 2021

CAMPO 87



                                    Documenti cimiteriali ( del cimitero di Palermo)



Una sorta di antologia nostrana di Spoon River per dare voce agli sconosciuti - vittime del Covid - che sono stati sepolti nell'area più triste del cimitero di Milano, il Campo 87, dove non ci sono lapidi, non ci sono fiori né persone che piangono : solo terra e l'oblio. Brevi pensieri, brevi racconti degli ultimi momenti scritti da Claudio Pagelli  e mirabilmente tradotti in dialetto milanese da Giovanna Sommariva, per avvicinare e accomunare i morti ai vivi.



Finita una fatica

come coda di lucertola

un'altra ne spuntava -

così la mia vita operaia

nelle fabbriche di periferia

( ora è di pianura l'aria che si respira

di terra umida, di sosta infinita ).



                                            ***


Per tutti ero la Gina

la sarta della casa di  ringhiera,

l'ago e il filo i miei soli amanti

fino al vuoto della spola -

ora guarda come brilla

perfetta la ragnatela

sulla croce di luna della mia sera.



                                                 ***


Non è l'estinzione

in sé, un male

càpita , è naturale.

E' la solitudine del chiodo

al cuore, sentirsi un errore

l'invisibile crocefissione.



                                            ***


Un ricordo è fatto - lo sai - di carta

basta un nonnulla, una bava d'aria

alla finestra, il fiammifero

della dimenticanza, e subito questo

s'incendia, s'invola, nel vento sparendo...



                                             ***


Neppure il gatto

rispetta il lutto,

se ne frega, l'ingrato

già strofina il pelo - lo sento.

fra le gambe di un altro.




                   Claudio  Pagelli    da     Campo 87



giovedì 18 marzo 2021

PENSIERI INTORNO A UNA PANDEMIA ( prolungata )


 

Renzo Ferrari  - Plaga  doctores ( dipinti per una pandemia )



(... ) La natura umana non cambierà certo per questa crisi, ma altrettanto certamente nulla resterà come prima nella nostra cultura. Il problema sta nel fatto che questi mutamenti minacciano di cascarci addosso senza che alcuna seria analisi delle loro cause e dei loro effetti abbia promosso coerenti azioni di governo. E' come si inseguisse il destino attraverso interventi che cerchino di contenere la crudeltà. Non si vuol comprendere che nel mondo del nuovo millennio, mondo già chiaramente prevedibile nel tremendo Novecento, l'accelerazione straordinaria che stressa tutti i fattori della nostra vita, crea fisiologicamente le condizioni per una perenne emergenza, per uno stato continuo di crisi, anche se esso assume di volta in volta maschere diverse. Prevedere e prevenire è ancora possibile? La pandemia ha  accelerato un processo che sta scardinando non solo le forme tradizionali dell'azione politica, ma anche i nostri comportamenti e il senso comune. Possiamo seguire nella direzione di marcia, come gli schiavi in catene dietro il vincitore. Oppure possiamo almeno cercare di comprenderne il significato. Assistiamo a un formidabile processo di disgregazione di ogni forma autonoma di rappresentanza nella cosiddetta società civile, frantumazione che affonda le sue radici materiali nell'organizzazione della produzione del lavoro. La  secolare storia dell' individuo moderno si compie decretando la sua impotenza nel dar vita a qualsiasi comunità. La prova inconfutabile di questa deriva? Il continuo ripetere che occorre " distanziamento sociale". L' attenzione va posta sull'aggettivo : sociale. Il moto oggi ovunque ripetuto, non è riducibile all'infelice lapsus di qualche burocrate o comunicatore di passaggio, ma è davvero rivelatore : non si parla di distanza fisica, bensì di distanza sociale. Occorre davvero essere ciechi e sordi allo spirito dei tempi se non si avverte, come anche il " tutti a casa " sia infinitamente più di un imperativo dettato da indubitabili ragioni sanitarie. Se davvero si cristallizza l'idea che sia meglio lavorare ciascuno a casa propria, che sia opportuno discutere da qui e per sempre via Zoom o Google Meet, che sia bene tenere lezioni a distanza, che ne sarà della comunità umana? Il contagio è sempre in agguato quando non si è soli. Ma la pur legittima e doverosa difesa sanitaria - se assolutizzata - diventa una mina per la comunità. La prossimità è cura, affatica, arrischia, può sempre capitare che nel colloquio, nell'incontro ravvicinato, nasca il germe di un pensiero critico, di una volontà collettiva. O almeno che l'individuo in quanto tale riconosca con dolore la propria impotenza. Può darsi che ciò stia bene ai grandi imperi del capitalismo politico, a cinesi, russi e americani che sognano un mondo globale che abbia l'aspetto di un mucchio immenso di case private abitate da individui e non da persone, iperconnessi grazie al web e ai social, ma incapaci di comunicare tra loro. E' questo che vogliamo? Ne siamo consapevoli? 

Pensiamoci . (...)



      Massimo Cacciari  da  Nella paura di contagiarsi, la fine della comunità.  (N. 23 Espresso del 31 Maggio 2020 )



domenica 10 gennaio 2021

A PROPOSITO DI MEDICINA...

 


                                                             Pablo Picasso -  Donna che piange



                                                    "Il compito della medicina è

                               di rendere sopportabile

                               la nostra dose di infelicità ".



                                  Alberto Mantovani, ProHumanitas University




sabato 23 maggio 2020

C'E' UN POSTO NEL MONDO... ( presentazione )



L'emergenza Covid- 19 ha introdotto nelle nostre vite un nuovo lessico. Parole che non avevamo mai pronunciato prima, e con cui ci troviamo a misurare gesti, atteggiamenti, opinioni. Ci ha reso familiare un mondo di cifre e statistiche sulla cui base calcoliamo la personale curva dell'apprensione. Ci confronta ogni giorno con le mappe del contagio che tentano di rappresentare in scale cromatiche la sofferenza e il lutto di milioni di esseri umani. Quelle espressioni e quei numeri ci sono ormai indispensabili, ci servono per aumentare la nostra consapevolezza, per capire, per comportarci di conseguenza. Per renderci responsabili, come individui e come collettività. Ma non bastano : abbiamo più che mai bisogno - in tempi di pandemia - di aggrapparci ad altri linguaggi, quelli che non sono cambiati, ma risuonano adesso di nuove sfumature. Di pronunciare parole come paura, rabbia, incertezza, fragilità, bellezza, distacco, vicinanza, desiderio. Di ricorrere alla scrittura come forma di testimonianza e reazione, segno di prossimità, ritratto inquietante del presente e proiezione verso un futuro che ci accomuna tutti, oltre ogni geografia.
A questo scopo sono state raccolte - nel presente testo - 17 voci italiane e internazionali perchè offrano un personale contributo sul tempo del Coronavirus. Una presenza che ciascuno ha interpretato in libertà,ricorrendo alla forma della poesia o del racconto, del diario piuttosto che dell'analisi.
Perché, mentre ci chiediamo insistentemente cosa resterà di questo momento nella Storia e nella memoria personale; mentre piangiamo ciò che abbiamo perso e sperando che tutto questo non sia successo invano, di una cosa siamo certi : c'è un POSTO nel mondo, e quel posto siano NOI.
E quel posto è QUI.




                                          ( f )


CORONAVIRUS E ABBRACCI




LA PROSSIMA GENERAZIONE SI RICORDERA' COME SI DA' UN ABBRACCIO ?

(...) A causa dell'attuale pandemia qualcosa cambierà dentro di 
      noi. Per anni a venire guarderemo con diffidenza chi volesse
      avvicinarsi per scambiare un bacio a una festa, mentre la
      stretta di mano tra persone che hanno appena firmato un
      accordo resterà un gesto folle. Gli abbracci? Comportamento
      a rischio. Una carezza affettuosa al primo incontro... chissà.
      Immaginiamo un negozietto sprovvisto di disinfettante per le
      mani o un barista senza guanti, oppure il gesto di prelevare 
      una busta dalla cassetta della posta senza passarla subito con
      un panno igienizzante, per poi correre a lavarsi le mani che
      hanno toccato la busta, che è stata toccata dal postino e da
      qualcun altro ancora all'ufficio postale, e lavarsi le mani
      daccapo perchè hai dimenticato di pulire le chiavi che hai
      afferrato dopo aver aperto la porta di casa.
      Roba da barzellette.
      Penso anche ai nostri cari in tempo di crisi. Oggi, anziché
      stringerci tutti assieme nel nostro appartamento, che ci fa
      sentire al sicuro perchè ci raccoglie tutti sotto lo stesso tetto,
      occorre star lontano l'uno dall'altro per timore di infettarci.
      I miei figli non vengono a vedermi per paura di contagiarmi
      con qualcosa che forse hanno già preso, ma di cui non 
      mostrano ancora i sintomi. Gli amici degli amici vanno tenuti
      alla larga, per esempio. Il tecnico della TV è diventato un 
      pericoloso intruso. E così mi viene da riflettere sul tempo in
      cui ripenseremo alla nostra vecchia vita e ricorderemo quando
      non ci si pensava due volte prima di andare a teatro o al
      ristorante, o a stendersi a terra su un tappetino pulito alla
      svelta in palestra, o quando un vagone affollato della  metro
      non ci spaventava affatto, se riuscivi a infilarti accanto al tizio
      che bloccava l'ingresso dei passeggeri solo perchè gli piaceva
      appoggiarsi alle porte quando si richiudevano.
      Immaginare che a quel tempo si facevano programmi per l'
      estate. Programmi per l'estate? Volete scherzare. Biglietti
      aerei, prenotazioni alberghiere, concerti, eventi sportivi, 
      lezioni private, appuntamenti dal dentista, la vita stessa :
      abbiamo cancellato tutto, se non siamo già stati cancellati 
      dagli altri. Cene con gli amici? Una cosa del passato. E 
      pensare che a qualcuno di noi piacevano persino le sale
      affollate del cinema. Mai più.
      Oggi, se sento un colpo di tosse, prendo subito la porta !
      C'è chi sostiene che questo virus ci condizionerà per una
      generazione a venire. Il che equivale a vent'anni. Per allora
     ci saremo dimenticati come si fa a toccare qualcosa o qualcuno
     senza farci la doccia con il disinfettante.
     Che mondo, quello che si annuncia !   (...)



             André  Aciman    da     C'è un posto nel mondo...Siamo noi.



IL SACRIFICIO DEL PIU' DEBOLE 1



(...) Dicono che nella vicinanza della morte si abbiano delle 
       visioni. Ricordo che mia madre, che aveva 102 anni, negli 
       ultimi momenti della sua vita vedeva delle persone intorno a 
       sé. Ricordo che una sera, con voce fioca, mi ha chiesto : " Chi
       è quell'uomo ?" . " Non c'è nessun uomo, mamà", è stata la
       mia risposta. Ma lei ha insistito dicendo che aveva addosso 
       una giamberga. La giamberga è una giacca che indossavano
       gli uomini del Settecento e di una parte dell' Ottocento. E poi
       mi ha chiesto titubante : " Potrebbe essere nonno Giuseppe ?".
       A questo punto ho pensato che era mia dovere assecondarla e
       le ho risposto che sì, forse era il bisnonno Giuseppe, e lei ha
       sorriso come ad intendere : " Te l'avevo detto".
       Mi chiedo se i morenti di Coronavirus abbiano delle visioni
       nel delirio dell'agonia, come è successo a mia madre. E chi
       vedono in quel momento così delicato e sacro? Chi hanno 
       amato in passato,o chi ha fatto loro del male, o chi lasceranno
       che li sostituisca dopo la loro partenza ?
      " Un giovane cammina più veloce di un anziano, ma è l'anziano
         che conosce la strada " dice un bellissimo proverbio 
         africano. Chissà se lo si può ancora affermare in questo 
        periodo di feticismo della produzione che considera l'anziano
        un vuoto a perdere. L' anziano contadino delle nostre terre
        godeva del rispetto e della stima dei giovani che gli 
        chiedevano consiglio sulla sua esperienza. Un vecchio - oggi
      - in epoca di globalizzazione viene rispettato finché produce
        ed è dotato di potere economico. Se non rende e non è ricco,
        diventa un peso e basta  .  (....)



              Dacia  Maraini   da    C'è un posto nel mondo...Siamo noi



IL SACRIFICIO DEL PIU' DEBOLE 2


" Un giovane cammina più veloce di un anziano.
   Ma è l'anziano che conosce la strada "

                  (  Proverbio  africano  )



Roma, Aprile 2020

(...) La morte è solitudine? certo, si muore da soli. Ma il punto 
      delicato non è la fine che cancella ogni pensiero e ogni dolore,
      ma il momento di passaggio. Il modo di partecipare al
      trapasso - come raccontano gli antropologi - è una cerimonia
      culturale che narra il carattere e l'identità di un popolo.
      Ricordo un giorno che, con Moravia a Pasolini, siamo capitati,
      viaggiando con le nostre Land Rover fuori dagli itinerari 
      turistici, in un villaggio africano in cui si stava officiando la
      cerimonia per la morte di un importante personaggio. Potete
      immaginare  la nostra sorpresa quando abbiamo visto che il
      morto era lì in mezzo ai suoi compaesani,vestito di tutto punto,
      seduto con la schiena appoggiata a un grosso mango. E c'era
      un santone che lo interrogava: " Perché sei morto? " gli
      chiedeva. Poi tirava un poco la manica del defunto e secondo
      come gli cadeva la testa, da una parte o dall'altra, il santone
      interpretava la risposta. Poi pronunciava delle parole a voce
      alta e i paesani intorno acclamavano o scuotevano il capo con
      disapprovazione. Siamo rimasti lì, immobili e sorpresi, ad
      osservare quella curiosa e surreale cerimonia, in disparte per
      non disturbare, ma abbastanza vicini per assistere a tutto l'
      evento.

    Nel mondo contadino, anche da noi, sebbene non si interrogasse
    il morto,il lutto veniva condiviso e in qualche modo festeggiato:
    si mangiava per ribadire l'importanza della vita, si beveva per
    calmare il dolore, si parlava al moribondo per raccomandargli
    di stare bene e tranquillo nel paradiso che si era meritato. I
    bambini poi erano in prima fila ad assistere alla cerimonia e
    non venivano allontanati come si fa oggi con l'idea che non
    debbano essere  turbati. Senza pensare ai turbamenti che li
    assalgono nei continui rituali di morte violenta che vengono 
    loro propinati dai fumetti e dalle immagini in video.
    Nell'iconografia attuale i morti fanno paura, sono visti spesso
    come esseri ostili e maligni, i cosiddetti morti viventi, che
    vogliono succhiare il sangue dei vivi : insomma, dei vampiri.
    E questo non ci fa bene, perchè il rapporto coi morti è 
    importante per i vivi. Un Paese che non conserva un buon 
    rapporto con i morti, cancella il suo rapporto più profondo con
    la memoria .  (...)




              Dacia  Maraini   da   C'è un posto nel mondo... Siamo noi



     

IL NOSTRO EPITAFFIO...



...PER I FIGLI DEL ' 40.

Milano, 15 Aprile 2020

(...) Erano nati con la Guerra mondiale e sono morti a causa della
      pandemia globale. Erano sopravvissuti alle bombe, alle 
      deportazioni e sono stati finiti da un'infezione polmonare. Si
      erano affacciati alla vita sotto l'oppressione di Hitler e 
      Mussolini e l'hanno lasciata sotto il segno di un acronimo
      impersonale, il Sars-CoV-2. 
      Furono battezzati con il fuoco di un mondo in fiamme e 
      moriranno senza l'estrema unzione in una desolata, asettica
      corsia d'ospedale. Non esistono destini migliori o peggiori di
      altri, esistono solo destini. Quello della generazione falciata in
      questa settimana dal virus merita, esige il nostro compianto, il
      nostro tributo di dolore collettivo. I parenti delle vittime non
      devono essere lasciati soli a piangere i loro morti, perché essi
      sono i nostri morti. Essi sono i compagni di una vita; essi sono
      i padri della nostra gioventù; essi sono i nonni dell'infanzia
      dei nostri figli.Tra le decine di migliaia, i più avevano 80 anni.
      Furono i bimbi del Quaranta, figli dell'apocalisse, nati nell'
      ora " segnata dal destino "; furono i ragazzi della speranza, gli
      uomini della ricostruzione, i vecchi della delusione.
    " Se ne vanno ", si legge su di un appello che circola in rete, " 
      se ne vanno mesti, silenziosi, come magari è stata umile e
      silenziosa la loro vita fatta di lavoro, di sacrifici. Se ne va 
      una generazione, quella che ha visto la guerra, ne ha sentito
      l'odore e le privazioni. Se ne vanno mani indurite dai calli,
      visi segnati da rughe profonde, mani che hanno spostato 
      macerie, impastato cemento, piegato il ferro, in canottiera e
      cappello di carta di giornale. Se ne vanno quelli della
      Lambretta, della Fiat 500, dei primi frigoriferi, della 
     televisione in bianco e nero.Ci lasciano avvolti in un lenzuolo,
     come Cristo nel sudario, quelli del boom economico che con il
     sudore hanno ricostruito questa nostra nazione, regalandoci
     quel benessere di cui abbiamo impunemente approfittato. Se 
     ne va l'esperienza, la comprensione, la pazienza, la resilienza,
     il rispetto, pregi ormai dimenticati ".
     Il destino molto ha dato agli uomini e alle donne di questa
     formidabile e sciagurata generazione, e molto ha tolto.
     Appartennero alla leva più ariosa del secolo; scalarono l'
     esistenza con il fiato immenso di un ciclista in fuga, ma hanno
     esalato il loro ultimo respiro spolmonati. Nacquero spesso in
     stanze malsane, mal aerate, poco illuminate, terranei, case di
     ringhiera, poveri cascinali,ma sempre affollate, vocianti, dense
     di vita e poi - però - sono morti da soli, protetti, isolati e al
     tempo stesso abbandonati da un necessario e impietoso
     protocollo sanitario.
    E' terribile andarsene senza un volto amato da poter 
    contemplare. Non si può immaginare morte peggiore. Eppure,
    questo è stato il loro destino in una primavera senza gioia.
    Ci sono parole per piangere i defunti e ci sono parole per
    consolare i viventi. Le seconde non sono possibili se non sono
    state recitate le prime .  (...)



     Antonio  Scurati  da  C'è un posto nel mondo... Siamo noi.

  

martedì 19 maggio 2020

COL SENNO DI POI...




                                            Questo ti voglio dire : ci dovevamo fermare...



.... ma è poi veramente un " poi? ".
    Siamo tornati ieri ad una presunta normalità :e dico " presunta"
    perché , per la maggior parte di noi, la normalità era tornare a
    fare quello che facevano prima;ai ritmi di prima che l'epidemia
    ci cogliesse- di sopresa - come un ladro nella notte;è riprendere
    ( o almeno pare che questa sia l'impressione ) le scorribande nei
    negozi, bar, ristoranti e ogni altro dove che sentivano impedito.
    Ecco,è questo : avere non solo la percezione, ma la 
    consapevolezza che non potevano più scegliere :è stata questa 
    la vera  malattia dell'anima, per chi  si sentiva un piccolo
    dio, al quale ( parlo delle società occidentali )nulla o quasi era
    impedito.E i più l'hanno presa male : sono emerse rabbie covate
    con le quali non avevano fatto i conti e che sono esplose in 
    rotture di rapporti; simil depressioni  a causa del tempo che 
    prima non pareva mai abbastanza e che adesso sembrava anche
    troppo oneroso da gestire; un senso di vuoto all'anima per 
    sentimenti mai ( o non abbastanza ) coltivati ; rimpianti per il 
    troppo tempo perduto senza che avvenisse una crescita umana ;
    paura ( non solo di ammalarsi e di vedere in forse il loro        
    futuro - cosa che dai tempi del dopo guerra non era mai  
    accaduto -) ma di un avvenire che si presentava incerto ;          
    timore di perdere un benessere che davano per scontato...
    Tutto in negativo, dunque.
    Che la Terra potesse avere un altro respiro e l'ambiente tornare
    ad un colore che non conoscevamo più; che potessimo 
    utilizzare al meglio le nostre inaspettate scorte di tempo per
    capirci meglio ( a cominciare da noi stessi ); che questo tempo
    potessimo regalarcelo per imparare qualcosa di nuovo e di
    utile o darlo agli altri per re- impostare rapporti nuovi, è 
    stato ( per troppi ) solo un miraggio, una pia intenzione dettata 
    dalla necessità ; per altri un'opportunità durata  nel complesso
    troppo poco )...
    I Media già fanno i conti : in percentuale ci dicono quanti 
    negozi sono aperti e in che misura frequentati; se potremo - e
    quando - andare al mare e con quali modalità; quando saranno
    presumibilmente aperti gli aeroporti per i nostri viaggi all'
    estero, ma niente  che vada in altre e nuove direzioni ...

    In questo tempo di Covid - 19 è stata ampiamente e con un
    insistenza pubblicizzata la frase : "  Dopo questa pandemia
    saremo migliori ", ma temo che siano parole dettate più da
     di circostanza o da un sentimento scaramantico, piuttosto che 
     rappresentare una realtà effettiva.
    Ho già avuto modo di dire ( ma alla luce dei fatti lo ripeto )  
    che " migliori "  non si diventa  né per effetto di magia né per
     accadimenti esterni a noi: lo si diventa coi cambiamenti e le
     conversioni  ( non necessariamente religiose ) del cuore .

                                                            ***

   Vorrei proporvi oggi  (nel post successivo ) una poesia di
   Mariangela Gualtieri, poeta che amo molto, " 9 Marzo" , che 
   potrebbe sembrare già un po' " fuori tempo ".
   Ma io non lo credo.
  E qualche suo pensiero in proposito tratto da una recente 
  intervista.


  E a  voi che leggete, mando comunque un abbraccio di vicinanza.



                                 frida