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giovedì 21 febbraio 2019

QUASIMODO A SIBILLA ( Introduzione ) 1



(…) Sono forse tra i pochi amici, certo tra i primi, ad avere avuto
 notizia, già più di quarant'anni fa, degli incontri tra Quasimodo
e Sibilla Aleramo, perché alcuni avvennero a Lecco e in qualche
albergo del circondario; e me ne parlò Quasimodo stesso, venuto
a trovarmi nella città della mia infanzia qualche settimana dopo che ero stato nominato preside del liceo Manzoni. Anzi, a
ripensarci, già s'era lasciato scappare un'allusione, quando mi aveva letto " Sera nella  Valle del Masino", che poi mi dedicò, ed aveva finito per dirmi che proprio quell'estremo lembo della mia Lombardia era stato teatro delle sue notti d'amore con " La Sibilla di Cuma "; e io - allora - avevo creduto si riferisse all'altro amore, la danzatrice Cumani che dal giugno del '36 - subito dopo la rottura con Sibilla, era entrata nella sua vita.
Dalla stazione dove gli avevo indicato il monumentino allo scapigliato Ghislanzoni, l'avevo accompagnato all'Albergo Croce di Malta : " Mi porti sul luogo del delitto…", ripeteva, e si lisciava i baffetti : " Qui, con me la Sibilla - parola mia - non ha rimpianto nessuno dei suoi amanti…". Ed entrò subito in particolari che risparmio, raccontandomi un po' tutta quella storia segreta, che ora ho ritrovato in questo carteggio, dove manca però la voce di Sibilla. Le lettere di lei rimangono ancora sepolte nell' archivio dell' Istituto Gramsci e che rivelano le avversità del loro rapporto.
Scrive tuttavia Sibilla, in una pagina del Diario del 7 Dicembre 1947 : " Mi trovavo a Lecco, e ivi attendevo la visita che, due o tre sere per settimana, mi faceva l'uomo che allora amavo, che chiamavo Virgilio, e dal quale - due mesi di poi , a fine Ottobre - fui lasciata brutalmente dopo solo otto mesi d'amore straziato .."
 
 
 
                 Giancalo Vigorelli  ( Introduzione a ) A Sibilla
 
 

QUASIMODO A SIBILLA ( Introduzione ) 2



(…) Nel Diario , Sibilla torna altre volte a parlare, piuttosto ad
       alludere, di Virgilio - Quasimodo. Ma resta misterioso il passo
       del 23 Ottobre 1945:
     "Dieci anni fa - di questi giorni - mi ammalavo, dopo le atroci
       rivelazioni fattemi da Virgilio, lassù a Milano…", ma quali
       rivelazioni non è dato conoscere né immaginare. Soltanto il
       pittore Mucchi, grande amico di Sibilla e che era presente alla
       scena, sa quali furono queste atroci rivelazioni,a meno che per
      Sibilla l'atrocità sia stat l'essere venuta a conoscenza del vivere
      a tre di Quasimodo. Infatti va ricordato che Quasimodo, nelle
      povere stanze di Viale Mugello 6, a Milano, viveva tanto con la
      moglie Bice Donetti ( " la donna emiliana da me amata, quella
      che non si dolse mai dell'uomo…" ), quanto con Amelia
      Spezialetti, già sposata, incontrata ad Imperia, dove sempre
      come geometra del Genio Civile era stato trasferito da Reggio
      Calabria sul finire del '31 . La Bice, venuta a conoscenza del
      nuovo rapporto con Amelia, aveva tentato di opporsi e di
      troncarlo, chiedendo e ottenendo il trasferimento del marito da
      Imperia a Cagliari. Il povero geometra- poeta dovette
      imbarcarsi per la Sardegna, senza più contatti con gli amici
      genovesi e milanesi: per fortuna quell'esilio durò pochi mesi,
      dopodiché riuscì a farsi assegnare un posto a Milano, da dove
      però venne presto rimosso e retrocesso a Sondrio.
      Sibilla, dopo quelle oscure rivelazioni - rotto ogni indugio -
      lasciò Milano; pochi giorni dopo - a Roma - affetta da pielite,
      entrò alla Clinica Quisana e venne operata e curata a spese
      della regina Elena.  (…)



              Giancarlo Vigorelli  ( Introduzione a )  A Sibilla

QUASIMODO A SIBILLA ( Introduzione ) 3



(…) Dal letto d'ospedale, riandava a quel legame - che già da una
       delle poesie scritte a Sondrio risultava tanto doloroso:

      Feroce mi sei,
      d'attimo in attimo,
      mi umili, mi offendi, mi indigni,
      ogni gesto e parola tua
      il segno reca - atroce - dell'ambiguità;
      remoto mi sei
      s'anche m'ottieni e in me svieni...

       e nel Diario , 23 Luglio 1941 la confessione di quell'amore,
       tra i tanti una volta di più andato a male, è impietosa:
      " L'uomo per cui ultimo avevo pianto e ultimo avevo tentato
      - stoltamente - di sottrarre ad una sorte torbida, e l'amore era
        stato fra noi per un anno una sorta di vana battaglia, non
       sarebbe più mai ritornato da me. Certa n'ero: ma da quel letto
      di clinica,ancora gli scrivevo,le ultime notti della mia giacenza,
      l'infermiera di ronda - apparendo - mi rimproverava piano - e
      qualcosa in me le dava ragione. Riposare dovevo. Dimenticare,
      anche questa volta. Dimenticare, ossia non continuare a
      convergere su quell'uomo la mia speranza e ragion di vita,
      umiliate superstiti. Non più attendere, né piangere. Vecchio mio
      cuore, ancor non pago di sconfitte ! Quell'uomo non aveva
      bisogno di me. Il suo viso, la sua voce, certi toni di sarcasmo si
      confondevano con quelli di altri che anch'essi, dopo una o più
      stagioni amorose, avevano cessato di aver di me bisogno, in
      altri tempi. Ero stata cercata e desiderata: o sensualmente, o
      col cervello,o per vanità o per curiosità; fors'anche - in qualche
      momento - mi s'era voluto un po' di bene, ma necessaria -
      com'io avevo creduto, no, non ero stata. Da quanti anni?
      Vanità anche la mia, quell'eterno inseguimento chimerico. Si
      fondevano, nella penombra della lampada notturna, i volti, i
      gesti, gli addii feroci. Vane lacrime! Riposare dovevo, giacchè
      la guarigione del corpo, senza intervento della mia volontà,
      era avvenuta; poi andare verso terre e marine - da sola - terre
      e marine chiare… (…)



               Giancarlo Vigorelli  ( Introduzione a )  A Sibilla