" La figlia che non piange " è il titolo dell' ultimo libro di Francesco Scarabicchi, pubblicato postumo da Einaudi a fine 2021, a pochi mesi dalla scomparsa dell' autore.
Non è mai semplice descrivere un testo poetico - che per sua stessa natura resiste alla spiegazione - sfuggendo a quel vaglio che inevitabilmente la prosa comporta. La poesia , per dirlo con Lacan ( Altri scritti ) non è " qualcosa che consiste ", non è qualcosa di dispiegabile in un racconto, in una trama, ma è più qualcosa che ha a che fare con " l' insistere ", " un punctum che ferisce e ghermisce ", come diceva Roland Barthes parlando della fotografia ( La camera chiara ) Ecco che - se già parlare di poesia - rimanda a un indicibile, è ancora più complicato quando si ha tra le mani l' ultimo testo di un autore, scritto in questo caso durante la lunga malattia che lo ha portato alla morte. Si ha cioè la sensazione di dover estrapolare dal testo una sorta di verità ultima, solenne, monolitica, data una volte per tutte, e quindi morta. Ma si dà il caso che questo testo sia tutto fuorché morto. Prendendo a prestito le parole dell' autore, è piuttosto " la grande malinconia della fisarmonica nei brividi del tango argentino"; è " quel pianto muto di malinconia felice -se possibile - e di pietà perché sto solo con me e non so niente : non so come sarà e quanto tempo ho ancora. So che solo una volta avrò l' età di adesso e un forte odore di glicine entra dalla finestra aperta ".
E dunque, cosa resta ? Il libro si chiude con l' immagine di uno Scarabicchi bambino, nella sua Ortona, mentre inforca i pattini a rotelle e corre sul lungomare di Pescara, " veloce più del vento ".
Del resto, tutta la sua opera ci ha insegnato che " la vita è nei dettagli di ogni cosa ".