Visualizzazione post con etichetta perdono. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta perdono. Mostra tutti i post

lunedì 27 aprile 2026

ABELE E CAINO

 


                                                                  Jacopo Tintoretto  - Abele e Caino



" Abele e Caino si incontrarono dopo la morte di Abele.

  Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano perché erano

  ambedue motto alti.

  I fratelli si sedettero in terra, accesero un fuoco e mangiarono.

  Tacevano, come fa la gente molto stanca quando declina il giorno.

  Nel cielo splendeva qualche stella, che non aveva  ancora ricevuto

  il suo nome. Alla luce della fiamma, Caino notò sulla fronte di Abele

  il segno della pietra e - lasciato cadere il pane che stava per portare alla bocca -

   chiese che gli fosse perdonato il suo delitto.

   Abele rispose :

  "Tu mi hai ucciso o io ho ucciso te ? Non ricordo più.

   Siamo qui insieme come prima. "

  " Ora so che mi hai perdonato davvero -  disse Caino -

    perché dimenticare è perdonare . Anch'io cercherò di scordare ".

    Abele disse lentamente :

   " E' così : fin che dura il rimorso, dura la colpa ".




                                 J. L. Borges

    

     

giovedì 6 febbraio 2025

IL PERDONO SECONDO RECALCATI 1



                         Nelson Mandela  " Il perdono libera l' anima e cancella la paura "




(...) Ogni amore, anche il più grande e il più assoluto, può morire. Ogni amore che giura fedeltà può incontrare il suo spergiuro, può conoscere prima o poi la sua agonia.. Il lavoro dell' elaborazione del lutto è penoso, doloroso. Quello del perdono è atroce perché lui / lei che ha tradito è come se fossero morti nella nostra vita, ossia non sono più quell' uomo / donna che avevamo conosciuto, quelli in cui avevamo riposto la nostra fiducia. Il lavoro del perdono è atroce perché implica che l' oggetto del perdono non sia irreversibilmente morto. Eppure l' immagine dell' ideale amato si è rotta per sempre. Ma, in realtà, è ancora qui ; è morta, ma è viva. E' assente ed è presente nello stesso tempo e mette nelle mani di chi deve compiere il lavoro del perdono la possibilità che questo amore possa continuare ad esistere o possa conoscere la propria fine. Questa è la drammaticità del perdono. Non esiste il perdono reattivo, come non esiste il lutto rapido, facile. Come per il lutto, occorre tempo per compiere questo lavoro straziante. A cosa serve il tempo nel lavoro del perdono ? Per dimenticare ? Sarebbe una forma di amnesia. Il perdono implica l' oblio, implica la dimenticanza. Potremmo chiederci : finché non ho dimenticato, non ho perdonato. Ma potremmo anche ribaltare le cose e affermare che possiamo veramente dimenticare solo se abbiamo perdonato.


" Il perdono non è l' effetto di una dimenticanza; è la dimenticanza che è l' effetto del perdono. Perdonare non significa - infatti - dimenticare: non si perdona perché si dimentica, ma si può dimenticare solo se si perdona. E' la logica biblica ben riportata nel libro di Geremia . " Ecco, i giorni vengono" dice il Signore " in cui farò un nuovo patto con la casa di Israele; ma non come il patto che feci con i loro padri il giorno che li presi per mano per condurli fuori dal  paese d' Egitto; patto che essi violarono, sebbene io fossi il loro Signore. Ma questo è il patto che farò con la casa di Israele : io metterò la mia legge nell' intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò il loro Dio e tutti mi conosceranno...poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò del loro peccato ". (...)

                                                                                            ( continua )



IL PERDONO SECONDO RECALCATI 2


  Come può prodursi questo effetto? In che cosa consiste ? Il perdono non consiste in una decisione. Se il perdono fosse una decisione, rappresenterebbe una divisione : una parte di me rimarrebbe ferita e l' altra - invece - vorrebbe poter perdonare. Non può essere dunque una cosa che si può decidere: è l' esito di un lavoro. Anche per la psicoanalisi il perdono è possibile se è - innanzitutto - una lavoro sulla nostra imperfezione e non sull' imperfezione di chi ha tradito. Anche perché tra i due è probabile - ma non è una legge - che soffra di più chi ha tradito. In altri termini, il lavoro del perdono necessita di una condizione : si tratta di accogliere l' imperfezione dell' Altro come una rappresentazione della nostra stessa imperfezione. Si può perdonare per amore , " ma si può - con la stessa dignità - non riuscire a perdonare per amore ". Il perdono, per essere tale, deve perdonare l' imperdonabile - spiega Jaques Derrida (  filosofo francese, n.d.r. ). L' imperdonabile con cui il trauma del tradimento ci confronta non è  ( o non solo ) nel tradimento del corpo, "  ma nel tradimento del patto e della parola che il tradimento del corpo comporta ". 

Grazie al perdono, la perdita e la morte dell' amore non sono l' ultima parola sull' amore "; il perdono consente all' amore di ricominciare, come alla vita che si pensava fosse morta, di rinascere. Il perdono afferma che la distruzione e la morte non sono le ultime parole sulla vita ". Un effetto che ci segnala che il lavoro del perdono arriva a compimento è un effetto di alleggerimento della vita stessa. Nei Vangeli il perdono è un dono. Gesù invita a perdonare fino a settanta volte sette, ossia, l' unica misura del perdono è perdonare senza misura. Gesù non alza l' asticella della morale, ma porta la bella notizia che l' amore di Dio non ha misura. E lo racconta con la parabola dei due debitori. ( il primo doveva una cifra iperbolica al suo signore.. allora, gettatosi ai suoi piedi, lo supplicava...). Occorre considerare che il debito - al tempo di Gesù - era una cosa durissima: chi non riusciva a pagare diventava schiavo per sempre. Il perdono è scandaloso perché chiede la conversione non a chi ha commesso il male, ma a chi l' ha subito. Quando, di fronte a un'offesa, penso di riscuotere il mio debito con un'altra offesa, non faccio altro che alzare il livello del dolore e della violenza. Anziché liberare dal debito, aggiungo una sbarra alla prigione. Penso di curare una ferita ferendo a mia volta. Come se il male potesse essere riparato, cicatrizzato mediante un altro male. Ma alla fine saranno non più una, ma due ferite a sanguinare. Il Vangelo sembra voler ricordare  che noi siamo più grandi della storia che ci ha partorito e ferito, che siamo grandi quanto


"il perdono che strappa dai circoli viziosi, spezza le coazioni a ripetere su altri il male subito, rompe la catena della colpa e della vendetta, spezza la simmetria dell' odio "   (   Hanna Arendt  )




      Liberamente tratto dal testo di  Massimo Recalcati    Mantieni il bacio ( Lezioni brevi sull' amore )



                                         frida



mercoledì 6 novembre 2024

UN VIANDANTE SUL MARE DI NEBBIA

 


                                    Caspar Friedrich - Il viandante sul mare di nebbia




(...)  Vedete questo dipinto ? Ha emozionato milioni di persone, ma pochi conoscono la storia straordinaria che c'è dietro. Sicuramente avrete già sentito parlare del " Viandante sul mare di nebbia " di Caspar Friedrich. Guardatelo con attenzione : c'è un uomo che fissa con straordinaria intensità l' orizzonte. Nel dipinto non potete vedere il volto dell'uomo, ma tutto nella sua postura e nella curva delle sue spalle ti trasmette una sensazione intensissima. Sembra quasi trattenere il respiro. E voi potete quasi sentire il brivido che lo assale. Che cosa sta guardando? Il cielo sospeso sull'orlo di un precipizio. Ma perché lo fissa con tanta intensità ? Non è soltanto un sentimento di meraviglia davanti all' immensità della natura, come credono in molti. Ma- per capirlo - dovete conoscere la storia che c'è dietro.

Un giorno, mentre il giovane Caspar stava pattinando insieme a suo fratello, il ghiaccio si spezzò sotto i suoi piedi. Suo fratello, per salvalo, muore annegato. Si dice che dalle sofferenze siano nate le anime più forti e che le anime più belle siano quelle segnate dalle cicatrici. E lui ne aveva tante. Perse la madre quando aveva sette anni, e poi perse due sorelle e infine l' amato fratello. Conobbe la povertà, la solitudine e l'incomprensione. Nonostante questi dolori - però - il giovane Caspar si dà la forza per andare avanti. 

Ecco il vero significato di questo dipinto !. Nella posa del Viandante c'è tutto: coraggio, solitudine, struggimento, nostalgia di chi è alla ricerca non di un luogo qualunque, ma di una casa. Perché casa non è solo dove si vive, ma dove ci si comprende. E ci si perdona. La nebbia che inghiotte le montagne è la metafora delle difficoltà, delle prove e delle incertezze che ognuno di noi deve affrontare nella vita. Ma se osservate meglio, noterete che la nebbia sembra diradarsi all' orizzonte Perché non importa ciò che ti capita, ma è come reagisci a ciò che ti accade che fa la differenza. 

Ecco che cosa vi sta dicendo questo dipinto. 

Nascere non basta. E' per rinascere che siamo nati.  (...)



                               Guendalina  Middei



domenica 6 dicembre 2020

LA VITA MERAVIGLIOSA DI PATRIZIA



                                                        Trasformavo il dolore in colpa mia...



Cosa non devo fare 

per togliermi di torno

la mia nemica mente :

ostilità perenne alla felice colpa di esser quel che sono,

il mio felice niente.



                                            ***


Ma prima di morire

forse potrò capire

la mia incerta e oscura condizione.


Forse per non morire

continuo a non capire

sicura in questa chiara confusione.



                                             ***


Io guardo il cielo, il cielo che tu guardi

ma io non vedo quello che tu vedi.

Le stelle se ne stanno dove sono,

per me luci confuse senza nome,

per te costellazioni nominate

prima che il sonno scioglierà il tuo ordine.

Ah, sognami senza ordine e dimentica

i tanti nomi, fammi stella unica:

non voglio un nome, ma stellarti gli occhi,

esserti firmamento e vista chiusa

oltre le palpebre, splenderti nel buio

tua meraviglia e mia, immaginata.



                                            ***


Per due ore ho camminato in compagnia

per due ore ho raccontato del mio amore.

Per prendere respiro mi fermavo

spostando da me al cielo l'attenzione.

Grande architetto delle mie parole,

trasformavo il dolore in colpa mia.



                                          ***


Se posso perdonare, allora devo

riuscire a perdonare anche me stessa

e smetterla di starmi a giudicare

per come sono o come dovrei essere.

Qui non si tratta di consapevolezza

ma è la superbia che mi tiene stretta

in una stolta morsa che mi danna.

Eccomi qui infatti dannata a chiedermi

che cosa fare per essere perfetta.


Tenersi all'apparenza, forse descrivere

soltanto cose in mutua tenerezza.



                                          ***


CONTINUAZIONE DELL'EDEN


L'originale comunque non lo voglio,

non voglio stare dove ogni momento

se sbagli possono cacciarti via.

Lo preferisco falso e permanente

dove la legge la decido io.

Abolirò memoria e nostalgia,

non ci sarà intenzione né immaginazione,

ma un'aria mite e ferma che acconsente:

si morirà per noia, dolcemente.




                   Patrizia  Cavalli   da      Vita  meravigliosa



venerdì 22 novembre 2019

TI LASCIO DORMIRE 3



(…) Lì per lì, all'arrivo sul sacro suolo sognato da mia madre, non
       ci attendeva l'abbraccio di Dio, e che smarrimento!, ma l'
       uniforme per gli uomini e le baracche bollenti per le donne,
       non tanto migliori di quelle dei profughi d'oggi, e il mio cuore
       è collassato. Non capivo neppure dove fossi ( in un paese
       sbagliato ? ),né mi rendevo conto dei problemi del Paese,come
       non capivo quando limitarmi nei racconti con te, nel mio
       bisogno di dire e ridire senza fine - perché quel vissuto non ha
       fine, né sufficienti e adeguate parole -.
       Non ti chiedo di perdonarmi, perché so che non l'avresti mai
       voluto, anzi, chi si sentiva in colpa per me, per tutto, eri tu,
       sempre tu. Forse è proprio questo che inconsciamente ti ha
       turbato: mi chiedevi spesso perdono durante la tua lunga
       malattia, nei rari lampi di lucidità mentale, mentre mi stringevi
       un po' più  forte la mano, e io la tua, come a dirti : " sì, sì,
       tutto bene, stai tranquillo, sereno, riposa…" e chiudevi gli
       occhi pian piano come un bambino assonnato che non vuole
       perdere di vista la madre.   (…)



                      Edith  Bruck    da       Ti lascio dormire

domenica 18 agosto 2019

MANTIENI IL BACIO 4



L' ATROCITA' DEL LAVORO DEL PERDONO

(…) E' possibile perdonare un tradimento? E' possibile per un
      amore che ha conosciuto la menzogna,l'impostura,lo spergiuro,
      tornare ad amare lo stesso? Il perdono è un lavoro atroce. Per
      certi versi ricorda quello del lutto. Si tratta di digerire
      psichicamente una perdita. L'immagine ideale dell'amato si è
      rotta per sempre. Il vaso è andato in frantumi. E non si può più
      recuperare, tornare a com'era prima. Ma a differenza del
    carattere penoso del lavoro del lutto,il lavoro atroce del perdono
    implica che l'oggetto non sia irreversibilmente morto. E' morto,
    ma è ancora vivo. E' andato via, ma è ancora qui.
    Possiamo dimenticare un tradimento? Il tempo - come si dice -
    non dovrebbe curare le ferite?Lo si dimentica per indebolimento,
    per estinzione naturale del ricordo del trauma del tradimento?
    Per perdita di memoria? Una sorta di amnesia cerebrale allora
    sulla ferita dell'amante facendo cadere nell'oblio la percossa
    subita ?
    Come nel lavoro del lutto, anche il perdono costeggia la caduta,
    la perdita di una presenza che dava senso al mondo e alla mia
    esistenza. Questa presenza ora non esiste più. E' la doppia
    esperienza della mancanza che accade in ogni lutto: il mondo
    senza quella presenza è svuotato di senso e la mia esperienza è
    un'esistenza perduta com'è perduto il mondo.
    Il perdono non può mai essere una risposta immediata al
    tradimento. Esige tempo, come ogni lavoro del lutto. Non esiste
    lutto rapido o lutto facile, come non esiste perdono reattivo.In
    questo consiste l'atrocità del suo lavoro: ci vuole tempo. Inoltre,
    il lavoro del perdono, come quello del lutto, non cancella il
    trauma della perdita, non può dimenticarlo, ma solo provare a
    rielaborarlo simbolicamente. Perdonare non significa - infatti -
    dimenticare: non si perdona perché si dimentica, ma si può
    dimenticare solo se si perdona. (…)


Massimo Recalcati  da   Mantieni il bacio ( Lezioni brevi sull'amore )

MANTIENI IL BACIO 5



LA FERITA CHE DIVENTA POESIA

(…)Come accade per il lavoro difficile del lutto, anche il lavoro del
      perdono non riesce mai a cancellare la ferita aperta dal trauma
      del tradimento. Nel lutto si tratta della ferita provocata dalla
      perdita di chi non è più tra noi, nel perdono si tratta della ferita
      provocata dalla perdita di fiducia nella parola dell'amato o
      dell'amata. La cicatrice del tradimento resta tatuata sul corpo
    dell'amante.La sua presenza è indelebile.Il vaso non può tornare
    com'era prima della sua rottura. Il perdono non può cancellare
    la ferita.Piuttosto - quando accade - trasforma la ferita
    elevandola alla dignità della poesia.
    Esiste un'antica arte giapponese che può servirci per raffigurare
    il miracolo del perdono. Si chiama Kintsugi. Una leggenda la
    circonda: un mandarino molto potente rompe accidentalmente
    un vaso della sua preziosa collezione. Disperato, cerca un
    artigiano in grado di ricomporre il vaso com'era prima dell'
    incidente.Gli viene fornito un nome, ed egli affida i cocci del suo
    pregiato vaso nelle mani di questo vecchio artigiano. Il quale
    però, anziché provare a nascondere le spaccature del vaso, a
    ricostruirlo com'era prima cancellandone le crepe, le mette
    volutamente in evidenza dipingendole d'oro. Si racconta che altri
    mandarini, venuti a conoscenza della bellezza struggente di
    questo vaso, abbiano rotto apposta i propri, chiedendo che
    fossero ricomposti con lo stesso stile.
    Nell' arte del Kintsugi vediamo in atto una straordinaria
    operazione: il vaso è ancora quello di prima, anche se non è più
    quello di prima. Ha cambiato immagine, è un altro vaso, eppure
    è costruito sui resti del vaso rotto. Nonostante il trauma della
    sua rottura, grazie alle mani sapienti del vecchio artigiano è
    divenuto l'occasione per una nuova creazione: i punti di rottura
    sono stati dipinti d'oro, le cicatrici sono divenute poesie.
    In questo senso l'esperienza del perdono è un'esperienza di
    resurrezione . L' amore che pareva morto, finito, gettato nella
    polvere, senza speranza, ritorna in vita, ricomincia, riparte.
    Grazie al perdono, la perdita e la morte dell'amore non sono
    l'ultima parola sull'amore: il perdono consente all'amore di
    ricominciare, come alla vita che si pensava fosse morta, di
    rinascere. Il perdono afferma che la distruzione e la morte non
    sono le ultime parole sulla vita. (…)


Massimo Recalcati  da  Mantieni il bacio ( Lezioni brevi sull'amore)


sabato 12 gennaio 2019

DONO E PERDONO ( presentazione )


Il tema del dono è uno tra i più presenti nel grande cantiere della ricerca e della riflessione contemporanea, ma c'è da domandarsi se, in una società dominata dal mercato e sempre più individualista, ci sia ancora posto per l'arte del donare come atto autentico di umanizzazione. Oggi - poi - persino il perdono, atto che attira una curiosità mediatica morbosa e poco rispettosa, rischia di essere banalizzato. Chi è arrivato a perdonare, sa però che questo è un cammino lungo e faticoso, compiuto a " caro prezzo", perché deve fare i conti con il problema del Male. Di fronte ad esso, le differenti vie religiose percorse dall'umanità hanno percepito che l'unica cosa seria che si può fare è cum- patire ( dal latino cum- patior , sopportare con ), soffrire insieme, in una parola: praticare la compassione. Essa, anche secondo la rivelazione ebraico- cristiana, è l'unico atteggiamento sensato nel quale l'uomo può porsi davanti alla sofferenza. Inoltre questo sentimento, questa passione - da assumere in primo luogo nelle relazioni interpersonali- non si può limitare a una dimensione  privata, ma deve essere anche traino e veicolo di cambiamento per una società più giusta e più umana  sia a livello sociale, che politico ed economico.


                               ( f )

DONO E PERDONO 1

 
 
 
 
" Perdonare significa aprire la porta per liberare qualcuno, e realizzare che eri tu il prigioniero "  ( B. Smedes )


IL FATICOSO CAMMINO DEL PERDONO

(…) Dal punto di vista etimologico " perdonare" - termine diffusosi
       nella lingua latina in epoca carolingia - , significa " donare
      totalmente": nel perdono cioè c'è la perfezione del dono, c'è il
      donare fino all'estremo, fino in fondo ( eis télos: Gv   13, 1 ).
      Perdonare richiede dunque un sacrificio di se stessi in rapporto
      all'altro: si perdona affinché l'altro possa vivere, e vivere non
      schiacciato dalla colpa. Ma questo esige un cammino faticoso:
      perdonare non è naturale, non è un sentimento spontaneo, a tal
      punto che un perdono accordato subito e facilmente ha tutta la
      probabilità di non essere autentico.
   Oggi si è diffusa l'abitudine di dichiarare la propria disponibilità
   al perdono davanti alle telecamere e sui mass media, ma questo
   sovente appare un atto di esibizione e di protagonismo teso a
   ricevere l'applauso della gente.
   Chi è arrivato a perdonare sa invece che si tratta di un cammino
   che richiede discernimento: un cammino lungo, perché richiede
   tempo; faticoso, perché esige disciplina ed esercizio ; a caro
   prezzo, perché costa sacrificio; un cammino che va sempre
   riconfermato e ricominciato. (…)


                       Enzo Bianchi     da      Dono e perdono


  

DONO E PERDONO 2



LA TENTAZIONE DI VENDICARSI

(…) La tentazione impulsiva di chi è stato offeso è quella di
       rispondere al male con il male, infliggendo all'altro lo stesso
       male che da lui si è subìto: è la vendetta. Quando la rabbia e il
       rancore si impadroniscono della persona offesa e quando
       questa misura le proprie forze capaci di ripagare l'offensore,
    allora ecco la possibilità della vendetta.La si può attuare appena
    le condizioni lo permettono,ma a volte può essere covata a lungo
    pensata, progettata e perseguita conservando una memoria
    ossessiva dell'offesa ricevuta. Il risentimento e la rabbia sono
    propri di chi riapre costantemente la ferita ricevuta, ferita che
    non guarisce mai, sicchè la memoria del passato esacerba la
    sofferenza, il presente è occupato dalla recriminazione ossessiva
    del male subito e il futuro appare dominato dalla possibilità
    della vendetta.
    Perché la vendetta è così seducente? Innanzitutto perché vedere
    sofferente colui che ha offeso e umiliato può dare un piacere in
    un certo senso narcisistico: non ci si sente soli nel dolore, anzi
    il dolore ricade su chi ne è stato responsabile.
    La vendetta può anche apparire una risposta di difesa, un
    deterrente che impedisce all'offensore di reiterare la sua azione
    malefica: si pensa in tal modo di " dare una lezione", di far
    capire e assumere all'altro il male arrecato.
    Può anche darsi che la vendetta miri a ristabilire una giustizia
    infranta, a pareggiare i conti, secondo il principio vetero-
    testamentario di reciprocità"Occhio per occhio, dente per dente"
    Ma in verità, la vendetta fa crescere l'aggressività, moltiplica la
    violenza, in una spirale che la diffonde e ammorba anche le
    relazioni umane. Ci si illude che la vendetta si arresti alla
    reciprocità, ma spesso essa diventa un crescendo, che somiglia
    più al canto di Lamech ( quinto discendente di Caino che dà
    inizio alla vendetta personale, o faida , n.d.r. ) : " Ho ucciso un
    uomo per la mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido.
    Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette ".
   ( Gen 4, 23-24 )  .   (…)


                    Enzo Bianchi    da     Dono e perdono


DONO E PERDONO 3



(…) La vendetta può rendere felice chi la compie per un istante,non
       per sempre, ma soprattutto ha la possibilità di rendere cieco
       chi la esegue, fino ad ottenebrare la sua ragione, ad arrestare
       e contraddire il cammino di umanizzazione, facendo emergere
       come dominante l'animale che è in lui. La vendetta è una
       malattia che nasce da un piccolo germe: quello di voler
       impartire una lezione all'offensore, ma diventa ben presto una
       vera epidemia di violenza difficile da arginare.
       Di fronte al sorgere di pensieri, progetti e comportamenti di
       vendetta, occorre decidere di non assecondarli. Ogni lungo
       cammino comincia con un primo passo: e il primo passo del
       cammino del perdono è una rinuncia, un " no" determinato al
      " farla pagare ". Ci vogliono molto coraggio, molta
       determinazione e anche una certa padronanza di sé. Non si
       tratta di decidere con un volontarismo sentito come una legge,
       ma con la volontà di volere l'umanizzazione di se stessi e di
       chi ha provocato l'offesa. Il perseguimento di questa decisione
       richiede tempo ed è più facile per chi è allenato alla rinuncia
       e sa dominare i suoi istinti, le sue collere, le sue aggressività.
       Dice il Salmo: " Rinuncia all'ira e deponi lo sdegno. Non
       irritarti: ne verrebbe del male ".  (…)



                     Enzo  Bianchi     da      Dono e perdono

DONO E PERDONO 4



CONOSCERE SE STESSI PER CAMBIARE SE STESSI

(…) La rinuncia alla vendetta e il percorso richiedono inoltre il
       coraggio di uno sguardo lucido su di sé, l'esercitarsi alla
       conoscenza del proprio cuore, da cui vengono i pensieri
      malvagi e quelli segnati dalla bontà.Solo chi conosce il proprio
      peccato, il male che lo abita in modo a volte oscuro e opaco, e
      sa discernere come possibile inquilino delle proprie profondità
      anche l'inferno, può trasformare i propri sentimenti di vendetta
      e di giustizia retributiva in  compassione ed empatia verso chi
      ha recato offesa.
   Leggere e rileggere il male subìto senza dimenticarlo, distinguere
     l'azione che ha provocato il male dalla persona che l'ha
    commesso,mettere a confronto l'oggettività dell'offesa con la sua
    soggettività e con la propria interpretazione è un lavoro faticoso
    che solo gradualmente mostra la sua capacità di trasformazione,
    di cambiamento dei sentimenti dell'offeso. Deve succedere
    qualcosa nel cuore, una" conversione" possiamo dire, attraverso
    la quale non si desidera più la vendetta, ma ci si predispone alla
   benevolenza verso l'offensore,fino all'assunzione di atteggiamenti
   che contrastino ogni sentimento negativo.
   Nel cammino di guarigione dal male subìto può essere di grande
   aiuto il poter condividere con qualcuno la propria sofferenza.
   Raccontarla a chi sa ascoltare con intelligenza, significa essere
   liberati da quella penosa sensazione di solitudine che chi ha
  patito l'offesa nutre in sé:egli infatti vede che il peso della propria
  sofferenza è condiviso, è in qualche modo anche portato da un
  altro, dal quale impara un'interpretazione diversa dell'accaduto
  e accoglie una consolazione. Vi sono mali subìti che noi
  rimuoviamo, impedendoci di guardarli in faccia e di assumerli,
  così ne restiamo succubi. " I fatti passati sono incancellabili, ma
  il senso di ciò che è avvenuto non è fissato una volta per tutte "
 ( Paul Ricoeur, filosofo francese morto nel 2005, n.d.r.) e la
   presenza di un confidente, la sua parola può molto illuminarci.
  (…)



                   Enzo Bianchi    da      Dono e perdono

lunedì 24 settembre 2018

L'ARCOBALENO SUL RUSCELLO 1

 
 

                " Occhio per occhio, e il mondo diventerebbe cieco" ( Khalil Gibran )


(…) Il perdono non può nascere se non dal cuore che è capace di
       provare pietà e compassione e di sacrificare il proprio Io, la
       propria individualità, il proprio egoismo, e in particolare le
       proprie pulsioni. Nel perdono ci allontaniamo dal male: dal
       male delle ritorsioni, delle vendette e dal passato; e a chi è
       perdonato, ma anche a chi perdona, si dischiude un altro 
       futuro e un' altra speranza. Solo nel perdono rinascono
       possibilità di redenzione che sigillano la vittoria del bene: di
       un bene che sorpassa ogni dimensione naturalistica della vita
       e che diviene trascendenza. Ci sono state - e ci sono- grandi
       testimonianze umane che hanno saputo sciogliersi dalle catene
       del risentimento e della vendetta dinanzi ad oltraggi crudeli;
       e noi tutti siamo chiamati a perdonare, al di là delle nostre
       fragilità e delle nostre debolezze, delle nostre paure, se la
       generosità e la speranza vivono nel nostro cuore. (…)


Eugenio Borgna  da  L' arcobaleno sul ruscello ( Figure della speranza )

L'ARCOBALENO SUL RUSCELLO 2



(…) Vorrei - nei riguardi del perdono - ricordare alcune radicali
       considerazioni di Romano Guardini. Il perdono - egli dice -
       può essere difficile ( anche molto difficile ), ma è un dovere
       morale che non si comprende se non alla luce della fede in Dio
       Il perdono non può se non tendere alla conversione del cuore,
       alla creazione di una nuova, ideale relazione che unisca il tu e
       l'io in un " noi"; dando inizio ad una vita rinnovata che riscatti
       le ingiustizie subite e ne lasci il giudizio ultimo a Dio. Ma, se
       non giungere a queste vertiginose altezze spirituali, siamo
       tenuti a far lievitare dalla nostra interiorità,gli slanci del cuore
       che ci consentano ( questo è un impegno etico al quale non si
       dovrebbe mai venir meno) di perdonare le offese: e lo vorrei
       ripetere: se queste sono lievi, il perdono non può non essere
       possibile a ciascuno di noi; se sono sanguinanti si è davvero
       soli in una scelta che mette in gioco il senso della nostra vita:
       immergendola nelle acque immobili dell'oblio, o redimendola
       in un orizzonte di difficile speranza, che è stata possibile a
       Etty Hillesum e a Massimiliano Kolbe, e che non può essere
       lontana e irraggiungibile all'orizzonte di vita di ciascuno di
       noi.
       Sono consapevole della debolezza delle mie parole e dei miei
       pensieri nel confrontarmi con un tema così complesso - e
       così fragile - come è quello del perdono e; se mi sono avviato
       lungo l'insondabile sentiero che mi ha consentito di parlarne,
       è perché mi sono ancorato al bellissimo diario di Etty Hillesum
       che, senza parlare mai di perdono, ne ha indicato l'indicibile
       grandezza umana e cristiana.  (…)


Eugenio Borgna  da  L' arcobaleno sul ruscello (  Figure della speranza )

      

L'ARCOBALENO SUL RUSCELLO 3



(…) Se nell'odio siamo risucchiati nel gorgo di un passato che
      annulla ogni trascendenza possibile e ci imprigiona in una
      crudele immanenza,nel perdono - il tempo - l'agostiniano tempo
      interiore, cambia radicalmente il suo modo di snodarsi che,
      senza dimenticare il passato doloroso, lo immerge nel flusso
      eracliteo del divenire - trasformandolo - e aprendolo al futuro,
      all'avvenire, e in fondo alla speranza, che è memoria del futuro.
      Il passato ( le ferite, più o meno laceranti che lo hanno
      contrassegnato ) non si cancella, non è divorato dall'oblio, ma
     è rivissuto in un altro modo:come ferita che non si è cicatrizzata
      e forse non lo sarà mai, ma che viene redenta in un orizzonte di
      insondabile accoglienza e di indicibile sacrificio. Certo, è
      possibile che non si riesca a perdonare, a ridare un altro senso
      alle ferite inemendabili dell'anima ( cosa ovviamente
      comprensibile ), ma il drago da cui dovremmo in ogni caso
      fuggire è quello dell'odio,  del desiderio di augurare all'altro,
      all'altro che ci ha fatto del male, ogni possibile male.
      Solo alla speranza, solo alla generosità è dato di ridare un
      senso alla violenza e alle ferite subite.
      Le parole della psicologia e della psichiatria non bastano a
      convertire al perdono persone che siano state ferite nell'anima
      fa feroci ingiustizie, da grandi sofferenze, dalla perdita di
      persone amate o dalla devastazione del proprio volto. Guarire
     perdonando:ma chi lo direbbe a persone lacerate dall' angoscia
      e dal dolore? Sono invece necessarie le parole che nascono
     dalla grazia delle fede e della speranza, e che ci immergono nel
     mistero insondabile dell'amore che è l'anima del perdono.
     Il resto è silenzio.


Eugenio Borgna  da  L'arcobaleno sul ruscello ( Figure della speranza  )


mercoledì 19 settembre 2018

ARS AMANDI

 
 
 
                                        
                                                  Che amore ho di me stesso?


(..)La comunità è il luogo della vera ars amandi in cui il sacrificio
     diventa necessario: sacrificio come dono - di tempo, presenza,
     forze - e come sottomissione delle mie esigenze  delle mie idee al
     bene comune. In essa sperimento l'arte di decidere di amare il
     non amabile, di credere all'amore anche nel rapporto con l'
     antipatico, di tentare di accendere l'amore per il nemico, di
     saper attendere e perdonare, di ricominciare ogni rapporto che
     sembra spegnersi…
     Tutto questo mi conduce ad un'ulteriore- apparentemente
     paradossale- motivo di gratitudine verso Dio e verso la vita:
     sono grato anche per aver conosciuto, anche se tardi, ormai da
     anziano, la falsità. Mi dicono che provvidenzialmente mi era
     stata risparmiata per tanti anni e in parte ne sono convinto
     anch'io perché - dopo averla recentemente sperimentata e aver
     patito un tale terremoto abbattutosi sulla mia fede negli altri -
     mi chiedo se, nel caso avessi conosciuto prima la falsità , avrei
     potuto ugualmente fare la vita che ho fatto, osare tanto con
     speranza e investire tanta fiducia in compagni di avventura.
     Certamente l'esperienza della menzogna è la più amara: resta
     un enigma, e le persone che si rivelano menzognere - da amate
     che erano -possono diventare un incubo.Eppure, se attraversata
     senza incattivirsi e rinunciando a ripagare chi ci ha ferito,anche
     questa esperienza può diventare un'acquisizione di sapienza.
     Spesso- infatti - della propria cattiveria si è più vittime che
     artefici: aver vissuto a lungo senza essere stati amati, come
     dimenticati o considerati " di troppo ", porta ad un'incapacità
     di credere all'amore e a un indurimento. Questa è una strada
     percorsa da quanti finiscono per essere confermati nel loro
     indurimento proprio dall'amore che viene loro offerto.
     Conoscere queste contraddizioni aiuta però a porsi domande
     fondamentali: Cosa mi fa veramente soffrire? In che cosa l'altro
     mi ferisce? A che cosa tengo davvero? Che amore ho di me
     stesso? Che capacità di pazienza e di amore mi abita? Cerco
     forse di credermi senza colpe fino ad autogiustificarmi?
     Sì, il nemico è un grande maestro spirituale e averlo incontrato
     diventa, pur a caro prezzo, un motivo di profonda gratitudine.
     (…)



                   Enzo  Bianchi    da    Ogni cosa alla sua stagione

    

giovedì 12 luglio 2018

CI DEV ' ESSERE UN PERDONO REGALATO

 
 

                 Se le carezze fossero la rabbia del mare e delle parole pronunciate...     

                                  
Io che penso.

Se dovessimo meritarci il perdono,
allora non sarebbe un perdono universale,
eterno, già scritto nelle cose.
Vorrebbe dire che l'eterno non c'è
e il mondo non nascerebbe da un
principio di bellezza.

Io che sento.

Se ci fosse un osservatore amorevole
laggiù, oltre la curva dell'orizzonte,
oltre la strettoia della strada in salita,
oltre il tramonto dietro la collina
quando la sfera arancione sembra
la testa di un burattino
che scompare e riappare
per aumentare l'attesa
del piccolo auditorio in festa

se ci osservasse a gomiti larghi
disteso sulla spiaggia del Tempo
e la pioggia fosse le sue lacrime
e il mare il loro eterno accumularsi

se le sue carezze del dopo fossero
il vento dell'oggi, la tempesta,
la rabbia del mare e delle parole pronunciate,

se tutto questo movimento
sgorgasse da una fonte amorevole,
anche le ali spezzate di un passero
allora, o le mie, le tue
sarebbero una goccia
che tracima da un crinale
d'amore.


                       Daniela  Malini       Inedito



domenica 15 gennaio 2017

VORREI GUARDARE BENE NEGLI OCCHI...




Vorrei guardare bene negli occhi tutte le offese,
e dire loro che niente al mondo è privo di salvezza
e che nessuna di loro mi ha offeso davvero,
perché ogni volta lo specchio dell'umiltà
cresceva dietro i loro colpi.
Più di tutto devo consolare le prime,
quelle che Dio ha gettato sulla mia infanzia
da altre infanzie
nella minuscola aiuola del mio amore.
Ora è arrivato il tempo del perdono.
Sarà perché sto per morire,
o perché tutto ciò che nutriva la mia vita
cade nelle mani della morte.
Forse la gioia è davanti alla mia porta,
una gioia cristallina e dura
che viene dalla forza più profonda della terra?
Prima che arrivi, devo mettere le monetine della pace
sugli occhi di tutte le offese
e aver completato il perdono
con la commozione del cuore.


    Christine  Lavant   da  Poesie scelte da Thomas Bernhard

lunedì 9 gennaio 2017

LEGGENDA ( ABELE E CAINO IN BORGES )



(...) Abele e Caino si incontrarono dopo la morte di Abele.
      Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano perché
      erano ambedue molto alti. I fratelli sedettero in terra, accesero
      un fuoco e mangiarono. Tacevano, come fa la gente stanca
      quando declina il giorno. Nel cielo spuntava qualche stella, che
      non aveva ancora ricevuto il suo nome. Alla luce delle fiamme,
      Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e
      lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca, gli
      chiese che gli fosse perdonato il suo delitto.
      Abele rispose:
     - Tu mi hai ucciso o io ho ucciso te? Non ricordo più; siamo qui
       insieme come prima. -
     - Ora so che mi hai perdonato davvero - disse Caino - perché
        dimenticare è perdonare. Anch'io cercherò di scordare. -
        Abele disse lentamente.
      - E' così. Fin che dura il rimorso dura la colpa -.   (...)


                     J.L. Borges   da     Elogio dell' ombra