... apri la solitudine "
... apri la solitudine "
(...) Chi ne ha sforbiciato l'immagine " alla grossa", non conosceva la sua innata tendenza a mimetizzare il meglio delle pulsioni intime, il pudore estremo nelle strettezze della sua parola e della sua lirica senza compiacenze e turgori - e persino, in ultimo, la commozione in occasioni pubbliche particolari ( pronunciando il 14 Aprile il discorso per la morte di Martin Luther King, la voce gli si incrinò per le lacrime trattenute a stento). Ebbe schiere di nemici o comunque di individui ( di critici ) che lo avvolsero in una coltre irritante di gelo, non avendo capito come con lui non si potesse giocare. " Egli ha abolito anche per noi ( letterati ) la posizione del divertimento " ha scritto Carlo Bo " e ogni suo verso è scandito dai colpi di un cuore che vive in una zona di paurosa sincerità...Se Quasimodo pare condannato a qualcosa, è appunto il non poter barare con se stesso". Avendo ricercato più di altri il mito del vocabolo, gli furono trovate spesso collocazioni ideologiche ad hoc; un poeta trasforma tutto ciò che tocca - e questo è pericoloso per il senso comune, abituato a percepire ciò che viene detto o fatto comunemente. Bisogna percorrere linee tortuose per arrivare al suo nocciolo segreto; adattarsi a leggere con pazienza in quei riscontri orizzontali che la ricerca seria ben conosce, se non si vuole scheggiare il suo magnetismo creativo, dove le voci sono prima languori ineffabili, poi ronzii, rombi, urli, cadenze esitanti e ristagni, funebri tocchi di campane. Musica - sempre . " Per la sua essenza musicale, la poesia di Quasimodo non narra né disegna: l' episodio è scomposto in elementi essenziali di canto, che sono presentati secondo un'esigenza di armonia... le creature sono appena sfiorate e subito trasformate in sentimento..." Lo ha scritto Salvatore Pugliatti in una lunga recensione al primo libro di Quasimodo. (...)
Curzia Ferrari da " Dio del silenzio, apri la solitudine". La fede tormentata di Salvatore Quasimodo
(...) Padre Nazareno Fabbretti, cui mi ha legata una straordinaria amicizia, mi ha raccontato di essere stato svegliato più volte - in piena notte - da un Quasimodo tempestoso che chiedeva : " Ma insomma, si può sapere perché veniamo al mondo? E dov'è Dio? Perché non mi parla? Non vede che sono come Giobbe, alla crisi estrema della sua latitanza? Io gli ho chiesto di aiutarmi ad amarlo, è il mio fine necessario... ma poi... ma poi...". E su " inezie" del genere lo tratteneva al telefono fino all'alba, cacciando magari, subito affettuosamente ripreso, qualche bestemmia. Anche con il domenicano Padre Raimondo Spiazzi - conosciuto negli ultimi anni - cercava strade da percorrere. Con i domenicani aveva avuto rapporti e discussioni prima e dopo l'imprimatur al " suo" Vangelo, nel 1945 . (...)
Curzia Ferrari da " Dio del silenzio, apri la solitudine" . La fede tormentata di Salvatore Quasimodo
(...) Quasimodo, in maniera incredibilmente teologica, nella lirica " Al tuo fiume naufrago", scrive : " Il tuo dono tremendo/ di parole, Signore /, sconto assiduamente". Questa non è una preghiera " finta" come si è azzardato. E' una preghiera vera, consapevole, umile. Intanto Quasimodo dice che la parola è dono; e tutta la Bibbia, dal Libro dei Re, ai Profeti, ai Vangeli, è piena di minacce di punizione verso chi non considera la parola un dono: guai a chi la svilisce e la disprezza! E' un dono che rimane in eterno ( assiduamente ) dice il poeta. Per di più è un dono tremendo, come tutto ciò che è divino. Infine - come tutto ciò che è divino - il dono della parola è da scontare, da mettere cioè in lista sul tableau della sofferenza. In quanto al verso " Tu m'hai guardato dentro / nell'oscurità delle viscere", rappresenta il dramma di sentirsi nudo, impotente, astratto da qualsiasi potere gestuale sotto l'implacabile lente divina - una lente ustoria che provoca disagio e malessere; tanto che - essendo la sua ricerca una concatenazione ininterrotta - l'implorazione " non lasciarmi solo alla luce", implica il timore di non saper " rispondere" al dono tremendo di parola ricevuto da Dio. Di restare bruciato. (...)
Curzia Ferrari da " Dio del silenzio, apri la solitudine ". La fede tormentata di Salvatore Quasimodo