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martedì 10 luglio 2018

Rebeka Yddish Tango

 
 

                                                            e la lontananza dei tuoi occhi…



Più tenero della tenerezza
è il tuo volto,
più bianca del bianco
è la tua mano,
dal mondo intero
sei lontana
e tutto ciò che è tuo
dall'ineluttabile.

Dall'ineluttabile
la tua tristezza
e le dita delle mani
che non diventano fredde
e il sommesso suono
di allegri discorsi
e la lontananza
dei tuoi occhi.


            Osip  Mandel ' Stam     da        Kamen '   ( Pietra )

martedì 28 febbraio 2017

GLI ADDII DI OSIP E NADEZDA



Kiev, primo maggio 1919 in un ritrovo di giovani artisti e letterati,
Nadezda Chazina - non ancora ventenne, ebrea, studentessa di
pittura - incontra un giovane che recita versi misteriosi e incantatori. Nadezda è sorpresa da un brivido; c'è qualcosa in lui
che irrazionalmente sente di condividere : " la sventatezza e la coscienza di una catastrofe ineluttabile". Lui è il bizzarro e anti -
conformista Osip Mandel' Stam, uno dei più grandi poeti del
Novecento, un uomo - ma questo Nadezda lo capirà solo più avanti - che " ha i tratti dell'ebreo errante e dell'esule perfetto". Nella Russia sconvolta dalla rivoluzione e dalla guerra civile, tra speranza e paura, nasce un amore assoluto e invincibile, segnato dalla costante presenza della poesia, che si fa rovente strumento di
libertà. Separati per quasi due anni dalla turbolenza della Storia,
Nadezda e Osip si ritroveranno nel 1921 e non cesseranno di amarsi fino a quando, nel 1938, al culmine del terrore staliniano,
Osip sarà deportato e morirà in un gulag siberiano. E se non morirà la sua poesia, sarà merito esclusivo di lei - indomabile nell'amore e nel coraggio come apparve a giovani visitatori della
sua vecchiaia quali Josif  Brodskij e Bruce Chatvin - che per anni
aveva ricopiato, nascosto e distribuito ad amici fidati i versi del
marito fino a diventarne la memoria vivente. 

             
                     frida

LA SCIENZA DEGLI ADDII

 
 

                                           
                                                               Osip  e  Nadezda
           


           " Ho imparato la scienza degli addii
             nel piangere notturno, a testa nuda ".


                           Osip  Mandel' Stam    da   Tristia
                                        

LA SCIENZA DEGLI ADDII 1



                                                  Sono io, Nadezda... Osip, dove sei?



(...) Ma quando gli amici vanno via, il the è finito e la stanza è
       silenziosa, la memoria e le mani la tormentano. Come
       testamento la ricetta della marmellata di arance confidata all'
       amica non le basta. E' vero, le poesie sono al sicuro, non
       bisogna trascriverle né ripeterle giorno e notte, ma proprio per
       questo, ora che la sua missione è conclusa, a lei che cosa resta
       se non l'immagine di quel vecchio consumato come un'inutile
       moneta dalla lima del secolo belva?
       Le sue mani non vogliono star ferme, la memoria non le dà
       tregua. Finchè un giorno capisce. La memoria le dice che c'è
       dell'altro da salvare, che un altro testamento è possibile. Non
       può andarsene dal mondo senza aver raccontato quanto sa di
       quell'uomo allegro che ha vissuto con lei e mai ha lasciato che
       perdesse il coraggio. Deve raccontare quanto sa della sua
       terribile epoca. E dei versi, e degli uomini, dei vivi e dei morti.
       E delle donne, quelle che hanno seguito gli uomini nella
       deportazione e quelle che sono rimaste a casa come lei, a
       torcersi nell'angoscia, perseguitate, sole, tacendo, mordendosi
       la lingua. Del resto, Osip e lei non hanno mai creduto che il
       tempo si muova in modo lineare, progressivo. Il tempo se ne
       va e poi torna, torna a passare dove è già passato, raccoglie,
       sposta, riporta: per questo l'occasionale reca il segno dell'
       eterno. Ma soprattutto non vuole avere davanti agli occhi l'
       immagine di lui come l'ha visto l'ultima volta, un uomo confuso
       che inciampa e rabbrividisce mentre altri uomini in divisa lo
       portano via all'alba senza il tempo di un saluto. Tantomeno il
       vecchio cencioso della baracca. Vuole riportare l'immagine di
       quel giovane sottile e pensieroso che recita cantando, a cui lei,
       coi tacchi, arriva al mento e che guarda da sotto in su con
       insolito stupore. L'uomo che ha conosciuto in un giorno di
       festa quando, senza intendersene molto di uomini, ha fatto la
       sua scelta, la scelta giusta.
       Così un giorno a Pskov, malgrado la vicina la stia spiando e
       il cuore, invece di battere, si ostini a borbottare come un ospite
       seccante, prende una risma di fogli, una scorta delle amate
       sigarette Belomorkanal e inforca gli occhiali rosa da vecchia
       zia, per cui tutti la prendono in giro.
       E si mette a scrivere.      (...)


             Elisabetta  Rasy   da      La scienza degli addii



LA SCIENZA DEGLI ADDII 2



(...) Scrive e scrive, anche quando è stanca, o quando è malata,
       quando le fragili ossa della mano si ribellano - pagine su
       pagine, vita su vita.
       Questo è il testamento : le orme nella memoria - la memoria
       non è sempre stata il suo bene, la sua salvezza? Stavolta non
       sarà Orfeo a cercare Euridice agli Inferi, passando per quella
       porta dell' Ade, laggiù in Crimea, che fa sognare Osip e i suoi
       amici. Sarà Euridice, con l'incantesimo della memoria,  a
       cercare Orfeo. E non se lo lascerà sfuggire. Del resto, se lei
       fosse stata Orfeo, non si sarebbe certo voltata a guardarla,
       Euridice. A lei non era necessario guardarlo, Osip, per sapere
       che le era vicino.  (...)


         Elisabetta  Rasy    da    La scienza degli addii

LA SCIENZA DEGLI ADDII 3



(...) Ora non vede più neanche la luce fastidiosa della stanza
       accanto : è tutto buio, o quasi. C'è un raggio, Osip l'ha scritto
       in una poesia, e in una poesia tutto si avvera. Avrebbe voluto
       seguire il raggio, diceva Osip nei versi, e che lei, Nadezda,
       diventata raggio, imparasse dalla stella il senso della luce.
       Sappi che mormoro, e mormorando ti affido al raggio che dura
       in eterno, bambina mia - così aveva scritto Osip quarantatré
       anni prima.
       Ora non sente più il brusio della casa, ma quel mormorio sì, lo
       sente : il mormorio delle labbra che si muovono e che niente
       può far tacere. Anzi, ora che tutt'intorno c'è un silenzio
       profondo, riconosce la voce: è una voce inconfondibile, che
       recita cantando. Non riesce ancora a vederlo perché c'è un
       gran buio, ma segue la traccia della voce. La voce è forte, deve
       essere molto vicino, nel raggio insieme a lei. La voce è ancora
       più forte, e si confonde con la sua, perché anche lei sta
       parlando...
       Sono io, Nadezda... Osip, dove sei?    (...)


         Elisabetta  Rasy   da     La scienza degli addii