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lunedì 5 maggio 2025

QUAND LA VIE è ROSE...


                                                                         Quand il me parl tout bas...




QUANDO TU MI HAI SCELTO


Quando tu mi hai scelto

- fu l' amore che scelse -

sono emerso dal grande anonimato

di tutti, del nulla.

Sino allora

mai ero stato più alto

delle vette del mondo.

Non ero mai sceso più sotto

delle profondità

massime segnalate

sulle carte di mare.

E la mia allegria era

triste, come lo sono

quei piccoli orologi

senza braccio cui cingersi,

senza carica, fermi.

Ma quando mi hai detto : " Tu "

 - a me, sì a me, fra tutti -

più alto ormai di stelle

o coralli sono stato .

E la mia gioia ha preso a girare, avvinta

al tuo essere, nel tuo pulsare.

Possesso di me che tu mi davi,

dandoti a me.

Ho vissuto, vivo. Fino a quando ?

So che tu tornerai

indietro. E quando te ne andrai

tornerò a quel sordo

mondo indistinto

del grammo, della goccia,

nell' acqua, nel peso.

Sarò uno dei tanti

quando non ti avrò più.

E perderò il mio nome,

i miei anni, i miei tratti,

tutto perduto in me, di me.

Ritornato all' ossario immenso

di quelli che non sono morti

e non hanno più nulla

da morire nella vita.




                                 Pedro  Salinas  da   La voce a te dovuta



giovedì 22 dicembre 2022

LA VOCE A TE DOVUTA

 


                                                           Ah, se fossi la rosa che ti do...




Regalo, dono, offerta?

Simbolo puro, segno

che voglio darmi a te.

Come vorrei essere

quello che io ti do

e non chi te lo dà.

Ah, se io fossi la rosa che ti do

che non ha ora altro futuro

che essere con la tua rosa,

la mia rosa

vissuta, in te, da te.

Fino a che tu la innalzi

di là dal suo sfiorire

sicura, inalterabile,

tutta al riparo ormai

da altro amore o altra vita

che non siano i tuoi.




                       Pedro Salinas  da   La voce a te dovuta



sabato 16 gennaio 2021

CARTAS A KATHERINE 1

 




                                                       Poi, d'improvviso, è arrivata la luce...



VALENCIA    28 AGOSTO 1932


Alla stessa ora, nella stessa oscurità della stessa notte, due treni, correndo uno verso il Nord, l'altro verso il Sud. La stessa musica, Katherine, amore, la stessa che abbiamo ascoltato. Questa musica che produce il treno, metallica, monotona, semplice. Non puoi immaginare quanto mi abbia consolato questo pensiero: guardavamo la stessa cosa. Ci circonda questa ninna nanna selvaggia e semplice, questa involontaria musica della ferrovia. Io ero rinchiuso con te. Ho speso i miei ultimi soldi per il wagon-lit per non vedere nessuno durante la notte. Rinchiuso in questo cassetto magico, disteso a faccia in su, guardando dove ? A un cielo, che si chiama Katherine Reding, a un mondo che si chiama Katherine Reding, a un passato e a un domani che si chiama Katherine Reding. Come si sta bene così, con la testa in su, orizzontale, solo! Dormire, non dormire! Non lo so. Ma in questa posizione, nel pieno della notte, con questo rumore del treno, tutto sembra possibile, tutto è materia plastica alla quale noi diamo la struttura del desiderio. Quindi la vita è forma del desiderio. Sospensione della legge del giorno, delle regole di luce e misure, grande disfatta, grande fuga al campo dell'amato, dell'atteso. La notte permette tutto. Tutto. Questa formidabile dedizione della notte alla nostra vita interiore, è un gran compenso ai doveri, alle faccende del giorno! Amore, questa notte l'ho passata tutta così, vagando con te per strade senza città, per praterie senza terra, per giorni senza tempo. Poi, d'improvviso, è arrivata la luce. Il giorno. La verità. Necessità di alzarsi. Verticalità. " In piedi, in piedi, dobbiamo provare a vivere! ". In piedi, sì, dobbiamo provare a vivere. Mi sono svegliato come un ubriaco, ho messo la testa nell'acqua che scorre dal lavandino. Mi sono guardato allo specchio. Di chi, di chi è questa faccia angosciata che vedo? E' la mia. Bisogna vivere con lei, con l'angoscia. Dopo, quando esco nel corridoio, mi metto a far pace con il mio viso, a far pace con la luce, con il paesaggio, con la forma che la vita prende davanti a me. Dobbiamo provare a vivere! Forza! E ho cominciato a cercare di vedere ciò che i miei occhi vedevano, ciò che ascoltavano le mie orecchie; ho iniziato a provare a vivere dove vivo. Vivo? O sono un'ombra enormemente protratta di qualcosa che visse in un'altra parte? Katherine, bisogna conquistare il mondo un'altra volta : in questi giorni l'avevo perso. L'avevo raggiunto. Avevo raggiunto l'aldilà.  Addio amore. Non preoccuparti per me. Vivrò, vivrò per ciò che verrà, per ciò che va via, camminando come un acrobata sulla corda, con due enormi pericoli sui lati. Con il pericolo di cadere di testa ogni momento, di rompersi l'anima contro il passato e il futuro. Sì, difficilissima la vita, il coraggioso avanzare verso il presente. Ma bisogna farlo per poter amare un'altra volta.


                                       Pedro



      Pedro  Salinas   da     Cartas a Katherine  Whitmore ( Lettere 1932, 1947 )


CARTAS A KATHERINE 2


EL ALTET  30 AGOSTO 1932


Sono a casa. Mi hanno accolto molto bene. I bambini mi stanno intorno in cerca di giocattoli e cioccolatini. Tutti mi fanno domande sul mio viaggio. Mia moglie non è contenta perché avrebbe voluto che rimanessi più tempo per poter lavorare di più. E io, in mezzo a tutto questo, vivo nella doppia vita, sempre mia, che tu hai aggiunto. Vivo in due dimensioni, in due luci, in due orizzonti : il visibile e l'invisibile. Sai una cosa ? Da quando ti ho lasciata, sono stati inutili tutti gli sforzi che ho fatto per distrarmi. Confermo che li ho fatti a malapena. Piuttosto il mio impegno era quello di non distrarmi, né spostare da te la mia attenzione verso un'altra cosa. Gettarmi sempre più nella contemplazione interiore di ciò che mi manca dinanzi ai sensi . Sostituire, rimpiazzare con la forma ideale che penso, con l'essere ideale che amo, la forma che non vedo, l'essere che non posseggo. Tu, ideale e reale al contempo, reale nella tua idealità, ideale nella realtà, amore, Katherine. No, anima, non ho potuto distrarmi. 1 Leggere , impossibile. Le lettere scappano dalle loro parole, dal compito che hanno nel libro e cominciano a costruire altri vocaboli. Katherine, amore, lei. Le righe del libro si dissolvono, si volatilizzano, e dal loro interno nascono - come meravigliosi uccelli - le grandi verità : bellezza di Katherine, anima, di Katherine, amore, di Katherine. Impossibile leggere.  2 Guardare il paesaggio. Non mi serve. Da quando ti conosco, la natura è una serie di profondità : il mare dove nuotasti e che hai attraversato, la terra che calpestiamo insieme. Soprattutto dalla Roccia di Alicante, il cammino perde per me  completamente la sua realtà geografica e si trasforma semplicemente in una serie di punti di riferimento. " Qui mi disse questo. Quello lo guardò. Questa luce è quella che le illuminava il viso." Non serve nemmeno il paesaggio, decisamente.  3 Le persone. Guardare la gente che viaggia sul pullman o che passeggia per le strade, ancora peggio. Mi sembrano tutti volgari, brutti, tristi. Tutto ciò mi fa pensare che esiste un essere di elezione, un essere bello che mi guarda dolcemente. Un essere distinto, singolare, anche quando cammina tra gli altri perché io, nella mia anima, nella mia vita, la isolo e la prediligo tra tutti. Un essere che ora camminerà da qualche parte della terra, come se fosse uno dei tanti, senza che nessuno veda come porta in fronte la stella che salva dal normale, dall'indistinto, dal comune : questa stella è il grande amore, sai? Per cui, Katherine, durante il viaggio, né leggere, né guardare il paesaggio  né la gente poteva distrarmi. Sprofondato dentro te, interamente sommerso, tutto ciò che mi distraeva, di contraccolpo mi riportava a te. Capisci? Il mio spirito credeva di uscire per un momento dalla tua sfera, ma non era vero: era ancora lì. Tu e il mondo vi scambiavate l'uno per l'altra. Tu, il mondo? Il mondo, tu? Non lo so, ma penso nel mio immenso piacere di vivere, vivere, vivere nella forza, nell'ossessione, nel delirio d'amare. Chi l'avrebbe mai detto che quell'uomo serio, silenzioso, con lo sguardo triste, dentro di sé era acceso dal fuoco più prodigioso, dall'ardore di più alta luminosità ? Che gratitudine immensa a chi ci fa sentire così, vivere così, amare così! Tu la conosci? Dillo, dille che della tristezza, della distanza, della separazione io stavo tirando fuori più e più motivi di amarla, di vivere e di aspettarla fino a mai, sempre.



                                                 Pedro


             Pedro  Salinas   da   Cartas a Katherine Whitmore ( Lettere 1932, 1947 )


 

CARTAS A KATHERINE 3

 


EL  ALTET    13 AGOSTO 1934


Che terribile voglia di vederti ! E' chiaro che non voglio vederti per osservarti accanto a me, per porre i miei occhi corporei dentro di te. No. Vorrei che tu apparissi così, nella tua assenza, dentro la mia anima, così come tu sei, così come ti vedevo nella realtà. Non posso. Ed è una tortura. So a memoria - memoria del cuore - tutto ciò che potrebbe servire per descriverti. Ogni tuo lineamento, ogni  tua linea corporea la conosco nella sua bellezza essenziale. Il colore dei tuoi occhi, la linea della tua fronte, della tua bocca, l'aria della tua andatura, il suono della tua voce. Tutto, conosco tutto. Non mi manca alcun dato. Eppure, che dolore non poter toccare l'essere stesso, con i suoi componenti! Ti assicuro che è un vero lavoro della mia anima : attraverso le apparenze che lo compongono e che posseggo, cerco il tuo Tu, la tua totalità, il tuo essere. E non riesco mai a trovarlo. E' una vera e propria mania. Comincio ad adoperarmi, a volte tramite gli occhi, attraverso la deliziosa grinza del naso - quella che sostenevi fosse brutta ! - altre tramite il tuo modo di camminare. Cerco indizi, vie, accessi, e tutto inutilmente. Non ottengo mai la tua rivelazione completa. Se solo vedessi quanto - a volte - mi rallegro di ciò ! (Probabilmente per consolarmi ). Dico che mi rallegro perché in questo modo so che la mia fantasia non inventa una Katherine immaginaria, indipendente da te. No. La mia Katherine ha bisogno della tua realtà, necessita della tua stessa vita, del tuo essere insostituibile. Non è un sogno, non è un'illusione. Non è un prodotto della mia immaginazione personale. E' una donna vitale che cammina, respira, sente. E senza lei tutta la sua immagine è imperfetta. Tu sei tu. E sei più che tu. Tu e la tua immagine al contempo. Katherine, ogni volta che ti ho guardata, ti ho vista in te, e più in là di te, nel tuo secondo e ultimo tu. Questa è pazzia ? No, no. Il mio massimo piacere è aver scoperto questo doppio di te stessa. Questo è ciò che io chiamo tua immagine. Tuttavia, questa tua immagine si rivela solo in tua presenza. Per questo è tanto ciò che doni, sai? Guardandoti, non mi arricchisco solo di quel che vedo, ma con ciò che intravedo. Ma senza te, né realtà né immagine . Solo segni. Segni di te, tracce della tua esistenza, probabilità. Tu - lontana - sei solo probabile. Capisci il mio dolore? Comprendi la mia ricerca furiosa tramite i ricordi delle tue forme, affinché io possa imbattermi con il certo?Impossibile! Esiste? Non esiste? E' successo ciò che è accaduto? Solo la tua presenza, la tua doppia presenza mi darebbe il sì assoluto, il sì che trasformerebbe il probabile in certo. Vedi in che modo vivi dentro di me? Liberi tutte le mie forze spirituali, le turbi, un muoversi burrascoso, cominci a farle vivere. Katherine, sei il motore della mia vita, nel vero e proprio senso della parola. So che se mi mancasse il motore, in me si chiuderebbero molte ali che si sono aperte; molti cantici che comincio a sentire, si metterebbero a tacere, e si spegnerebbero molte aurore che stanno tremando all'orizzonte. E per questo ho paura, paura, te lo dico perché è la verità, di vivere un giorno in meno, adesso che vivo di più grazie a te.


                                             Pedro


    Pedro Salinas  da   Cartas a Khaternine Whitmore  ( Lettere 1932, 1947 )



Chi volesse approfondire l'argomento, può recarsi sul sito www.Eliantoeditore,it e leggere l'articolo " L' amata (  e l'amante ) di Pedro Salinas .



venerdì 15 gennaio 2021

FAVOLE E SEGNI DI PEDRO

 


                                                 Quando ormai sarai stanca di viverti...




PAURA DEL NULLA


Che corpi leggeri, sottili,

senza colore,

vaghi come l'ombre,

che non si possono baciare

se non posando le labbra

sul vento, contro qualcosa

che passa e sembra!


E che ombre così scure

tanto dure

che il loro freddo marmo nero

ma ci si arrenderà

per passione nelle braccia!


E che lavorìo, andare, venire

con l'amore rapido,

dai corpi all'ombre,

dall'impossibile alle labbra,

senza posa, senza sapere mai

se è anima di carne o ombra

di corpo ciò che baciamo,

se è qualcosa ! Paura

di amare il nulla!



                                           ***


LA SENZA PROVE


Quando vai via, com'è inutile

cercare per dove sei andata,

seguirti!

Se hai calpestato la neve

è come le nuvole

- un'ombra - senza piedi, né peso

che ti segnalino.

Quando cammini

a nulla ti sei diretta,

non c'è sentiero che dica:

" Passò di qui".

Dal centro puro ed esatto

mai di te stessa sconfini:

sono le strade confuse

quelle che incontro ti vengono.

Con la tua voce o col riso

tu sai così blandamente

il silenzio sbrecciare,

che non gli duole - neanche

ti sente:

continua a credersi intatto.

Se per i giorni ti cerco

o per gli anni,

non esco da un tempo vergine:

fu in quell'anno, il tal giorno,

ma non c'è l'indizio:

non ti lasci orme dietro.

E potrai tutto negarmi,

a tutto potrei negarti,

perché ti recidi le tracce

e gli echi e le ombre.

Tanto pura tu sei, tanto improbabile,

che quando più non vivrai,

non so come potrò accorgermi

che tu vivevi,

con tutto quest'immenso bianco

d'intorno, che ti ha creato.


                                                   ***


TU, MIA


Resta pure dove vuoi,

e cresci - se vuoi - ancora.

Io ti ho già mia.

Pur parlando giorni e notti,

nulla dici più: la tua ultima parola

fu quella che io ho udito.

Giornate stremi, e motori,

tante rotte vai cercando.

Quieta

te ne stai, fissa nel luogo

dove ho smesso di vederti.

Non farai un passo in più.

Non compirai più altri anni.

Nel tuo corpo passeranno

al completo gli almanacchi,

schiere di santi del giorno,

una volta e un'altra ancora.

Tu sei già una data sola.

E quando ormai sarai stanca

di viverti, negli specchi,

nelle ombre, dentro gli occhi,

di vederti così simile

a te, che vorrai essere te,

tornerai qui, sulla cima

più alta di te, in quell'attimo

tanto perfetto, eccellente

da non esserci di meglio

- che così volli lasciarti -

e me ne andai al tuo fianco

dicendo al tempo: ora basta.

Vivere era andare indietro.

Ormai tu avevi finito

- così sei mia - l'al di là.



                                        ***


IL TELEFONO


Eri qui vicina. Solo

dieci fiumi a separarci,

tre gli idiomi, due frontiere,

quattro giorni da te a me.

Tu però ti avvicinavi

- azzurri cerchi nell'aria -

con una gonnella bianca,

nella mano la cornetta,

sorridente nel filo.

Lungo il filo, nella notte,

senza vedere, venivi

al buio - dritta - a me.

Mi dicevi : " Sono qui.

Qui".

Mi raggiungevi,

nel filo, con la tua voce.

La tua voce, qui, era il mondo.

Che occhi incolori, che bocca

senza tratto, carne priva

del suo bianco, del suo rosa,

che tu, disfatta la voce!

Incominciavi a morire

nella notte, in solitudine,

di distanze e non vedersi.

Essendo solo una voce,

da lontano, nell'aria,

incominciavi a morire.

E tutto, tutto nell'aria,

su delle terre, tu, qui,

su delle terre, io, là,

così tinte di distanze,

così azzurre, che erano cieli.

Tutto in aria: quel brandello 

di te, così disperato,

che è la tua voce nell'aria.

Nell'aria ci sono i fili

dove stavi per tacere.

Dove stavi per morire.

Perché non saresti morta,

ninfa ora, in una splendida

erba di mito. Ma un letto

di acciaio teso, in un filo,

nell'aria,

tacendo saresti morta,

tu che vivi nella voce.



         Pedro Salinas   da   Favola se segno  ( a cura di Valerio Nardoni )



Nell'ininterrotta declinazione del suo personalissimo concetto di amore ( non facile né convenzionale ), la realtà pose sul cammino di Salinas un impetuoso incidente, l'incontro nella primavera del 1932 a Madrid, con Katherine Prue Reding, leggiadra studiosa del Kansas, all'epoca trentacinquenne.

Un innamoramento travolgente, una storia d'amore durata due estati e un corso accademico, " un incontro emotivo allegro, devastante e triste per entrambi" ( scriverà la stessa Katherine,) alla quale la donna pose fine a causa del tentato suicidio di Margarita Bonmati, moglie di Salinas.

Di quell'amore, che innescò il meccanismo compositivo di un capolavoro come La voz a ti debida , si seppe ufficialmente tardi, dopo la morte del poeta e grazie alla regia dell'inseparabile amico Jorge Guillén. Oggi, il lettore può immergersi in quel mondo appassionato consultando le lettere che Salinas inviò a Katherine ( circa la metà delle 354 scritte dal poeta e pubblicate in Cartas a Catherine Whimore , Tusquet 2002. )



sabato 30 maggio 2020

ABBRACCIO IN BLU




                                                           Abbraccio blu -  Marc Chagall



E STO ABBRACCIATO A TE

Il modo tuo d'amare
è lasciare che io ti ami;
il sì con cui ti abbandoni
è silenzio. I tuoi baci
sono offrirmi le labbra
perchè io le baci.
Mai parole o abbracci
mi diranno che esistevi.
E mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi,
mappe, telefoni, presagi, 
tu, no,
E sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d'amarti solo io.




                         Pedro  Salinas     da       La voce a te dovuta


mercoledì 23 maggio 2018

LA VOCE A TE DOVUTA

 
 


                                                   Il sonno è un lungo commiato da te...



Che allegria, vivere
 e sentirsi vissuto.
Arrendersi alla grande certezza, oscuramente,
che un altro essere -fuori di me
molto lontano - mi sta vivendo.
E quando mi parlerà
di un cielo scuro, di un paesaggio bianco,
ricorderò stelle che non ho visto, che lei guardava
e neve che nevicava nel suo cielo.

Il sonno è un lungo commiato da te.
Ma ormai ti ho salutato: sto per lasciarti.
Ti abbraccio per l'ultima volta:
che è come aprire gli occhi.
Ecco. Il mondo funzionerà bene oggi:
ha già ucciso il mio sogno.
Ti sento fuggire, veloce,
dall'aurora, esattissima,
verso l'alto, cercando la stella che non si vede.
Il disordine celeste, tua sola dimora.

Non ti ritrovo più laggiù nella distanza:
invano potrei cercarti
là dove il mio pensiero tante volte
andò a sorprendere il tuo sonno,
o il tuo riso, o il tuo gioco.
Non sono più lì, ché con te li hai portati.
Tieni la mia anima sospesa sopra il gran vuoto.
E io - smarrito, cieco  -
non so come raggiungerti là dove sei,
se aprendo semplicemente la porta
o gridando; o se solo mi potrai sentire,
ti giungerà la mia ansia nell'assoluta attesa immobile dell'amore.


                    Pedro  Salinas      da     La voce a te dovuta