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domenica 28 novembre 2021

FILOSOFIA DELLA GIOIA ( presentazione )

 

La gioia è mistero, incanto, oscillazione. E' l'azzardo che ci porta ad abbracciare l'incertezza, rischiando ciò che non abbiamo. E' il contrario del cinismo e della paura. E' l'antidoto alla stanchezza. La rivolta al potere. In tempi di crisi, dove tutto sembra farsi di pietra, perseguire la gioia non è affatto un'impresa da poco: ci vuole coraggio per rinunciare a far tornare i conti e accogliere invece l'enigma che ci oltrepassa. Nulla è in nostro potere, se non l'ascolto del desiderio che sgorga dal profondo, la vocazione che ci chiama ad essere noi stessi germinando e dialogando con l'Altro, educando i nostri figli al dono, scommettendo sul bene comune di cui è fatto il futuro, In queste pagine, l'autrice ci guida alla ricerca del senso che la sfrenata accelerazione e poi l'improvviso arresto del mondo hanno strappato, appannato, spento. E si racconta che, per rinascere, per restituire ritmo ai corpi e ai cuori, non ci è richiesta nessuna forma sovrumana e nemmeno una particolare propensione. Poiché- come dice Lacan - " in ciascuno di noi è tracciata la via per un eroe, ed è da uomo comune che la si percorre ".  



                                             frida



sabato 7 settembre 2019

LA LEGGENDA NERA DI J. LACAN 1

 
 


" Ecco il grande errore di sempre: immaginare che gli esseri pensino ciò che dicono" ( J. Lacan )


(…) Fin dal 1972, quando più che settantenne la sua notorietà era
      ancora recente,si aspettava che la sua morte avrebbe scatenato
       una " vera pioggia di lordure ", già da tempo annunciata dalla
       possibilità stessa, ossia dall'imminenza di una sparizione che
       secondo alcuni non poteva tardare.
       Ma non ci fu alcun bisogno di attendere il suo decesso. E'
       bastato che invecchiasse e che il suo successo crescesse perché
       la calunnia lievitasse e si espandesse. Il suo passaggio non ha
       risparmiato niente: né il suo insegnamento, né la sua pratica,
       né la sua persona.
       Il suo insegnamento - deriso - viene definito un'impostura, una
       frode e un'enorme bugia deviante rispetto alla serietà della
       Sorbona, così come un'intellettualità inutilizzabile che non
       attira se non creduloni e snob, o ancora una congiura di
       ampiezza e perfidia ineguagliabili.  All'insegnamento si
       rimproverano discorsi incoerenti e scuciti, elitismo pretenzioso
       e sterile o addirittura di diffondere una psicoanalisi
       spiritualistica, asettica, sorbonesca e  mortalmente noiosa e
       persino di voler strozzare il mondo perché - sappiatelo -
      " si respira male con dei nodi borromei alla gola… " .  (…)



          Nathalie Jaudel     da      La leggenda nera di jacques Lacan


 

LA LEGGENDA NERA DI J.LACAN 2



(…) Quanto alla pratica, essa è oggetto di attacchi ancora più
      feroci.Lacan è accusato di calpestare la deontologia, di mettere
      sottosopra il quadro,di aver pervertito la psicoanalisi tramite la
      seduzione, la manipolazione del transfert, la menzogna, di
      lasciare libero corso al suo capriccio, alla sua perversione, o
      anche al suo sadismo, di essere sordo al lamento come cieco
      di fronte alle ferite dei suoi analizzati, di essere non solo
     responsabile di numerosi suicidi fisici,ma anche di innumerevoli
     suicidi libidinali, ossia infermità derivanti da incidenti, e di
     prendersene gioco, e anche di aver fatto proliferare degli
     psicoanalisti che mettono l'altro in pericolo; in breve, di darsi
     senza freno alla passione di una pratica segnata dall'abiezione
     e dal disprezzo.
     E' soprattutto la sua persona a suscitare le maldicenze più
     avvelenate: a poco a poco, eccolo - ben che vada - carnefice del
     significato, domatore di folli, personaggio frivolo e derisorio
     che non sopravviverà se non come testimone di un'epoca; e poi
     ancora : mago, re del calembour, gran sacerdote, guru, dandy
     odioso o vecchio ringalluzzito; mal che vada : truffatore,
     demagogo perverso dall'occhio di caprone intelligente; di un'
     ambizione cinica e delirante, buffone, pagliaccio, burlone,
     tirannico, affetto da paranoia o da psicosi passionale, ladro e
     negriero, capo di una setta che si prende per Dio, avido di
     denaro… Viene altresì paragonato a Dracula, a Bouglione, a
     Stalin, agli yatollah dell' Iran…
     L' annuncio della sua morte dà luogo a questo sottotitolo di
     Libération : " Lacan aime or ".   (…)


      Nathalie  Jaudel    da     La leggenda nera di Jacques Lacan


LA LEGGENDA NERA DI J. LACAN 3


(…) I Greci sognavano che esistesse una vita filosofica  e che l'
       uomo, non schiavo della gloria né delle ricchezze, conducesse
       una vita sobria e regolata; nutrisse la sua anima di nobili
       pensieri, di speculazioni elevate e conversasse con se stesso.
       Sognavano che chi evitava di affamare e di saziare il proprio
       piacere, entrasse non soltanto in un rapporto più intimo con la
       verità, ma che - grazie alla ragione - potesse anche giudicare
       saggiamente ogni cosa ed esercitare la sua padronanza sugli
       altri fini dell'esistenza, al contrario degli ambiziosi e degli
       interessati. Questo ideale,che si è coniugato con quello portato
      alle più alte vette dalla religione cristiana,lasciava immaginare
    che il pensiero-nella forma della Fede o in quella della Ragione,
    potesse orientare l'azione e servire da bussola per l'esistenza.
    Tutto questo ha raggiunto il suo apice con gli Illuministi.
    Ed è forse nella misura in cui l' Illuminismo- di fatto o di diritto -
    direttamente o indirettamente - ha generato il Terrore, che da
    quel momento il pensiero non orienta più, e Heidegger, per
    esempio, può essere stato al contempo uno dei più grandi
    pensatori del XX secolo e incontestabilmente un nazista ?
    E' forse da questa faglia che è sorto il gusto- che ormai abbiamo
    in sorte - di rintracciare in ogni pensiero le contraddizioni -
    reali o supposte - tra la vita e la sua dottrina, senza perdere l'
    occasione per rimproverare di " non essere all'altezza delle loro
    opere", o di essere stati meno grandi di se stessi, con la buona
  coscienza dell'anima e la spietata rettitudine dei non -
  abbindolati ?  (…)
     


   Nathalie  Jaudel   da  La leggenda nera di Jacques Lacan


LA LEGGENDA NERA DI J. LACAN 4


(…) Così la pensa Elisabeth Roudinesco, quando afferma per
       esempio, di Lacan che " mai metterà d'accordo gli atti della
       sua vita privata con quelli del suo sistema di pensiero. Un po'
       più avanti, per la più grande gioia dei lettori pronti a trarre il
       loro miele da ogni discrepanza che permetta di screditare in
       un sol gesto l'incongruenza dell'uomo e l'insignificanza del suo
       apporto, quello su cui avrebbe poggiato lo iato, afferma :

   " Nell'autunno 1953 si trovava in una situazione alquanto strana.
      Nella vita professionale nascondeva la pratica delle sedute a
     durata variabile( un amico, allora suo discepolo -che ogni volta
      si spostava dall' Italia a Parigi per i colloqui - mi diceva che -
      effettivamente - le sedute potevano durare più di un'ora o pochi
      minuti ,n.d.r ) e dava a vedere di attenersi alla norma;nella vita
      privata nascondeva ai figli di primo letto l'esistenza del suo
      secondo matrimonio e della nuova famiglia; negli orientamenti
      ideologici faceva credere al fratello di essere ridiventato
      cristiano,mentre tentava di stabilire un legame con la direzione
      del Partito Comunista . E nel bel mezzo di questo intrico,
      cominciò ad elaborare un sistema di pensiero in radicale
      contraddizione con il suo modo di vivere.
      In questo sistema, Lacan attribuiva - infatti - privilegio assoluto
      al chiarimento del soggetto con la verità."     (…)



Nathalie  Jaudel  da   La leggenda nera di Jacques Lacan



domenica 10 febbraio 2019

TESI ANORESSICHE 3



(…)Restiamo ancora un momento su questa tesi generale che pone
      l'anoressia- bulimia non come una malattia dell'appetito, ma
      come una malattia dell'amore. Partiamo da una definizione
      essenziale dell'amore. Si tratta di una definizione formulata da
      Jacques Lacan:" L'amore è dare all'altro quello che non si ha".
      Strana, ma decisiva definizione. Infatti, dare all'altro quello che
      si ha è piuttosto semplice, soprattutto quando ciò che si dà è in
      abbondanza e non priva il soggetto che lo concede. Se vuoi è
      questa una ragione fondamentale che esclude la presenza e la
      diffusione dell'anoressia nell' Africa nera, ovvero in generale in
      quei Paesi dove il cibo è un oggetto prezioso, o in periodi
      storici di carestia, dove se qualcuno donasse del cibo,
      implicherebbe che se ne privasse, dunque che donasse con il
      cibo anche la sua mancanza. Al contrario, nelle società del
      benessere, di cibo ne circola un'abbondanza nociva, come
      dimostra per esempio il fenomeno della diffusione epidemica
      dell'obesità. L' anoressia dice di " no" al cibo perché non si
      accontenta che le vanga dato solamente ciò che l' Altro ha. La
      sua domanda, in quanto domanda d'amore, è al di là del
      registro dell'avere. Non è una domanda di qualcosa, ma una
      domanda speciale : è domanda che l' Altro mi doni la sua
      mancanza. Possiamo constatare come l'amore non entri affatto
      nella logica del consumo: non è una merce che si compra, non
      è un  bene tra gli altri disponibile sul mercato, presente negli
      scaffali del supermercato. L' anoressia è un'educazione
      sentimentale dell' Altro all'amore, laddove l' Altro tende invece
      a confondere l'amore col prendersi cura; laddove l' Altro
      include il registro dell'amore in quello dell'avere. Il suo
      insegnamento è semplice:" Non voglio da te cibo, pappa,merce,
      ma voglio la tua mancanza, voglio il tuo amore !" ( e la contro
      prova ci viene offerta dalla bulimia : " Tu puoi moltiplicare i
      tuoi doni, i tuoi beni, puoi rimpinzarmi come credi, ma io resto
      vuota, resto vuota d'amore, perché non basta tutto il pane del
      mondo per realizzare l'amore ".   (…)



                     Massimo  Recalcati   da   Elogio del fallimento


   

sabato 9 febbraio 2019

TESI ANORESSICHE 4



(…) L' anoressica sceglie - come ha affermato Lacan - di mangiare
       il niente. Poiché il niente mostra che una totalità di cose, una
       totalità di regali, una montagna di regali, non fanno l'amore.
       In questo senso l'anoressia è il modo col quale un soggetto
       sopravvive come soggetto del desiderio. E' un  modo col quale
       il soggetto prova a schiodarsi dall' Altro, da un Altro che non
       vuole lasciarlo andare e che però non è in  grado di donare il
       segno della sua mancanza. In questo senso l'anoressia,se salva
       il soggetto da un desiderio materno sregolato, dal rischio del
       divoramento, è ciò che il soggetto ha di più prezioso. C'è dell'
      orgoglio nell'anoressia.L' anoressia si sostituisce quasi al nome
      proprio del soggetto. E' - per così dire - la sua carta di identità.
    L' anoressia non è solo dunque il rapporto del soggetto col cibo:
      in fondo gli esseri umani fanno col cibo quello che fanno con le
      persone. L' anoressia non fa niente. E' un'anestesia del corpo.
      E' l'irrigidimento del corpo in modo tale  che da esso vengano
      espulse tutte le passioni. Anoressia è distruzione, azzeramento
      del desiderio. E' fare del desiderio un deserto. Vedi bene allora
      disegnarsi la doppia faccia dell'anoressia. E' una malattia dell'
      amore perché per amore l'anoressica è disposta a morire. Ma
      è anche una negazione del desiderio perché l'inibizione
      anoressica impone una cancellazione del desiderio dal corpo.
      L' anoressia è così un Ideale che ricopre la pulsione sessuale,
      il corpo come sessuale. Copertura logicamente impossibile
      come dimostrano le crisi bulimiche.In questo senso la posizione
      anoressica è affettivamente una posizione disperata.
      Binswanger l'ha descritta come simile a quella di un alpinista
      che, essendo salito troppo in alto ( verticalizzando troppo la
      propria esistenza ), si ritrova nell'impossibilità di muoversi, sia
     di salire che di scendere.La cura dell'anoressia deve tener conto
     di questa sua doppia faccia.Non incalza direttamente il sintomo,
     ma lavora invece perché il desiderio - ammalato d'amore - si
     scongeli, torni a vivere. E se il desiderio tornerà a vivere, anche
     l'appetito troverà il suo ritmo.  (…)



                      Massimo  Recalcati   da    Elogio del fallimento


TESI ANORESSICHE 5



(…) L'idea dell'anoressia- bulimia come malattia dell'amore deve
      infatti essere completata mettendo in evidenza un altro versante
      della questione, quello più amaro, quello più scabroso, ovvero
      il versante dell'odio.Potremmo allora affermare, utilizzando un
      neologismo coniato da Lacan, che le anoressie- bulimie sono
      malattie dell'odioamorazione , neologismo che - come
      si vede - mette insieme precisamente l'odio e l'amore. La
      psicoanalisi, in fondo, ci insegna già con Freud che l'odio è
    costantemente l'altra faccia dell'amore,ovvero che non possiamo
    prendere l'odio come qualcosa che è semplicemente alternativo
    all'amore, al contrario: le vicissitudini umane dell'amore ci
    insegnano l'ambivalenza fondamentale che unisce amore e odio.
    L' ambivalenza non è in effetti un disturbo della vita affettiva, ma
    una sua condizione paradossale di fondo. Così possiamo trovare
    che un oggetto che inizialmente si odiava, che provocava ripulsa
    o avversione possa diventare in seguito un oggetto d'amore, un
    oggetto che attrae la nostra libido. Ma possiamo all'inverso
    constatare come - alla fine di un rapporto d'amore - l'oggetto
    che è stato profondamente amato possa diventare di colpo l'
    oggetto massimamente odiato, l'oggetto da allontanare.
    Queste torsioni dell'ambivalenza mostrano come lo scambio
    continuo tra la dimensione dell'odio e quella dell'amore non sia
    affatto una patologia dei sentimenti, ma la loro struttura
    profonda. " Io ti amo, ma poiché non posso averti integralmente,
    poiché la tua esistenza non può essere fagocitata nella mia;
    poiché tu persisti come un'alterità irriducibile, straniera, io ti
    odio ".
    Si potrebbe considerare tutta questa faccenda dalla prospettiva
    femminile: che cosa spinge una donna a farsi torturare dal suo
    amante? E' evidente che quando parliamo di odio e amore e del
    loro " impasto funzionale", come direbbe Freud, ci inoltriamo in
    un campo oscuro che la spicoanalisi definisce come " al di là del
    principio di piacere ". Con questa espressione freudiana
    intendiamo affermare che ciò che governa l'essere umano - a
    differenza dell'animale - non è la pura ricerca del proprio bene,
    la ricerca del piacere temperato, equilibrato, naturale. Come
   " parlesseri", cioè come esseri che abitano il linguaggio, noi non
    cerchiamo semplicemente il nostro bene, il nostro piacere, il
    nostro benessere. In fondo - esagerando un po' - potremmo dire
    che a tutti gli esseri umani l'esperienza naturale del piacere
    come equilibrio e armonia è resa impossibile: é il godimento
    ciò che definisce l'esperienza umana dell' al di là del principio
    di piacere.  (…)


                  Massimo  Recalcati   da   Elogio del fallimento


TESI ANORESSICHE 6



(…) Nel godimento non c'è armonia ed equilibrio, ma eccesso,
       rottura dell'equilibrio. Il godimento è qualcosa che mescola
       sempre il piacere e la sofferenza. Se l'apparato psichico
       rispondesse a una logica animale- istintuale, di fronte ad un
       legame che provocasse sofferenza e tormento, un soggetto non
       ci penserebbe due volte a sciogliere quel legame e a cambiare
       partner. Così come non avremmo alcun ripensamento nel
       sottrarre la nostra mano a un carbone ardente. Ma le cose
       psichiche non rispondono al principio utilitaristico di piacere.
       L' essere umano tende a indugiare, a lasciare la propria mano
       sul carbone ardente, a lasciare il proprio cuore nelle mani di
       un partner che ci fa soffrire. Anzi: l'essere umano tende a
       scegliere il carbone ardente non nonostante esso provochi
       dolore, ma proprio perché è in grado di provocarlo!
       In psicoanalisi questo attaccamento al male è noto come
       fenomeno della " coazione a ripetere ", nel quale il soggetto è
       spinto a ripetere esperienze dolorose. Il concetto di godimento
       deriva da questo, al di là del principio di piacere;  il modo con
       il quale Lacan ripensa alla coazione a ripetere di Freud.
       Un soggetto anoressico che non mangia, che arriva a pesare
       poco più di venti chili, che si sottopone a esercizi massacranti,
       oppure un soggetto bulimico che mangia e vomita fino a venti
       volte al giorno fino a rompersi meccanicamente le pareti dello
       stomaco, ci pone di fronte a comportamenti che non si possono
       spiegare facendo riferimento a una logica dell'istinto, cioè a
       una logica animale, alla logica naturalistico - edonistica del
       principio di piacere; sono comportamenti che ci indicano che
       l'essere umano è attratto spaventosamente da un godimento
       che è al di là del principio di piacere, che l'essere umano è -
       appunto - un " essere di godimento".
       Senza l'idea che l'essere umano sia un essere di godimento, la
       clinica di cui si occupa la psicoanalisi resta davvero
       inesplicabile.  (…)



                     Massimo Recalcati   da   Elogio del fallimento


ELOGIO DEL FALLIMENTO 1

 
 

" Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine o fichi dai rovi? Così, ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi. Un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere. "  Matteo 7, 16-20


(…) Il frutto e l'albero. Il problema della formazione è stato filtrato
       frequentemente da questa immagine. Come un albero può dare
       i suoi frutti? Come un albero può diventare capace di generare
       frutti? Conosciamo l'ira di Gesù verso l'albero di fico che non
     sa fruttificare e la sua condanna alla sterilità eterna.E' la stessa
     ira che anima - in una celebre parabola evangelica -la stizza del
     padrone dei campi di fronte a colui tra i suoi servitori che ha
     preferito seppellire il suo talento per conservarlo, anziché
     rischiare di farlo fruttare. Per " paura", per paura ha deciso di
     seppellire il denaro consegnatogli dal suo padrone, precisa il
     servitore. Ha scelto di sotterrare la sua quota per paura di
     perdere tutto. E' la paura che frena la vita nel generare i suoi
     frutti. E' la paura che ha spinto l'uomo a interrare il denaro. E'
     la paura, l'assenza di fede che insterilisce l'albero.
   " Chi più ha, più avrà! " insiste invece Gesù, esasperando
     volutamente la radicalità del suo messaggio : solo l'esposizione
     dell'esistenza al rischio della nuda fede rende possibile la
     generatività; solo la spinta a dare i propri frutti rende la vita
     degna di essere vissuta.
     Ma non è questa forse una possibile definizione analitica del
     desiderio ? Non è il desiderare la forza della nuda fede?. Chi
     più ha fede, chi più rischierà sulle sue possibilità, chi più si
     saprà esporre alla contingenza illimitata dell'esistenza, all'
     imprevisto, alla sorpresa dell'incontro; chi più avrà questa fede,
     la nuda fede del desiderio, più saprà rendere le possibilità
     davvero possibili, " più avrà" sostiene Gesù. Altrimenti c'è il
     destino del fico che perde l'appuntamento col desiderio. Perchè
     è sempre" adesso" che si tratta di dare i propri frutti.Non chissà
     quando, non più tardi, non quando sarò sufficientemente maturo
     Tra le foglie del fico non c'è un solo frutto. Il fico è allora
     maledetto per l'eternità perché ha mancato il tempo della
     soddisfazione.Il suo destino manifesta così il destino che attende
     quell'esistenza che riduce la sua vita alla mera sopravvivenza
     biologica, alla conservazione di sé, alla difesa strenua di quello
     che già ha. Il talento resta assente, viene sepolto sotto terra.
     Per paura, dicevamo. L'arretramento della vita, l'assenza di
     possibilità, la rinuncia alla speranza, la rassegnazione, il
     ripiegamento mortifero e depressivo sono tutte strategie di
     evitamento del rischio del desiderio.  (…)


                    Massimo Recalcati    da     Elogio del fallimento


ELOGIO DEL FALLIMENTO 2



(…) Tra l'albero e il frutto c'è sempre un salto, una discontinuità.
       L'albero può restare sterile, può non generare nulla. In questo
       si rivela tutta la portata della metafora cristiana. La
       predicazione davvero esistenzialista di Gesù non pone il
       problema dell'esistenza a partire dalla centralità dell' eidos ,
       dell'essenza universale dell'umanità;per lui non è l'essenza che
       determina l'esistenza, non è l'essenza che precede l'esistenza,
       perché ciò che lo interessa è la possibilità, o meno, che un
       albero particolare possa, o meno, essere generativo,che sappia
       o meno generare i suoi frutti. Non l'idea dell'albero e nemmeno
     - come pensa Heidegger - la terra che ne accoglie le radici, ma
       solo i suoi frutti. Questo significa che ciò che più conta non è
       determinare essenzialisticamente l'esistenza dell'albero, ma
       considerare questa esistenza alla luce di ciò che ha saputo - o
       meno - generare, alla luce delle sua azioni.
       E' il frutto a chiarire retroattivamente la stessa idea di albero.
       E' - infatti - solo dai suoi frutti che possiamo riconoscere la
    stoffa dell'albero.Questo radicale rovesciamento del platonismo,
     sempre in opera nella predicazione di Gesù, attraversa anche la
     psicoanalisi, per la quale il desiderio è innanzitutto un compito
     etico che spetta al soggetto assumere o disattendere: sarò stato
     capace di non cedere al suo imperativo? Sarò stato in grado di
     non indietreggiare, di non evadere, di non evitare la
     responsabilità che la sua assunzione implica? Ho disperso o ho
     fatto fruttare il mio desiderio?
    Il disagio della giovinezza ha certamente a che fare con l'albero
    e i suoi frutti. Il tempo dell'adolescenza è il tempo che più di
  altri svela come il destino del frutto non sia già scritto nell'albero
    Il risveglio di primavera dell'adolescenza investe innanzitutto -
    e non a caso - la necessità di " rifarsi" un corpo, di inventarsi un
    corpo nuovo che sarà sempre un frutto imprevisto dell'albero.
    Quando è in gioco la soggettivazione non è - infatti - mai una
    questione di evoluzione, di maturazione, di dispiegamento di un
    programma biologico predeterminato. C'è sempre una sorta di
    sproporzione, di anomalia, di devianza, di eccentricità tra la
    crescita dell'albero e il suo frutto. Quando è in gioco l'albero -
    soggetto, non esiste solo automatismo, non esiste solo necessità
    naturale. Lacan ce lo ricorda con insistenza: il soggetto non
    risponde a una legge, non è l'effetto di una causalità necessaria,
    non è  il frutto già contenuto nel programma dell'albero eidos .
    Lo sappiamo: ci sono alberi sterili, alberi che non fruttificano,
    alberi morti, a cui Gesù non risparmia la sua maledizione. Ci
    sono alberi sradicati dalla violenza della vita, travolti da
    inondazioni, spezzati dai fulmini, marciti per malattie. Il frutto
    non è custodito né protetto in nessuna essenza. Nessun Padre,
    nessun Nome del Padre, nessun grande Altro potrà mai
    garantire all'albero i suoi frutti. Nessun Padre potrò salvarci.
    Il frutto non è il destino ineluttabile dell'albero. Resta un evento
    contingente che può accadere o meno. Ma è da questo evento e
    non da un'essenza già scritta che un albero può essere
    riconosciuto per ciò che è.
    E' il frutto - come predica Gesù - la verità dell'albero; è solo dal
    frutto che si giudica un albero. (…)



                         Massimo  Recalcati   da   Elogio del fallimento

ELOGIO DEL FALLIMENTO 3


(…) Il disagio della giovinezza è generato dall'incontro con l'
  impossibilità che l' Altro possa garantire il desiderio del soggetto.
  Le identificazioni infantili che ci hanno protetto dalla contingenza
  traumatica del desiderio e che ci hanno offerto un'appartenenza
  più o meno sicura al luogo dell' Altro,si disfano e lasciano il posto
  all'emergere di una singolarità che non può più subordinare la
  propria soddisfazione a quella dei suoi genitori. L'adolescenza è
  il tempo di uno strappo che esige però anche la forza di sostenere
  questo gesto nel tempo, nel tempo della soggettivazione. Quando
  lo strappo necessario non è sostenuto soggettivamente nel tempo,
  può dare luogo - come la clinica dell'adolescenza ci mostra - a
  derive dissipative. La separazione può confondersi con la
  dissoluzione, la soggettivazione come una rivolta senza pace.
  Pensiamo,tra i tanti esempi possibili, all'esperienza tossicomanica
  o a quelle dell'anoressica.Le anoressie possono essere - in effetti-
  una risposta che finisce per assolutizzare la separazione, per
  declinarla come in una opposizione pura verso l' Altro. Se l'Altro
  della garanzia e della protezione non esiste o nasconde la sua
  inesistenza rivelandosi soffocante o superegoico, onnipresente,
  l'anoressia è un tentativo di rispondere a questa inesistenza
  cementando il corpo, compattandone l'esistenza, escludendo la
  contingenza dal desiderio, separandolo dal desiderio dell' Altro.
  Si tratta di provare a far esistere l' Altro per il tramite di un corpo
  che assume i caratteri di un fascio, di una lega, di un minerale.
  Come se il corpo dovesse essere salvato dal rischio della
  contaminazione con l'imprevedibilità del desiderio. Se il disagio
 della giovinezza scaturisce dall'incontro con l'esistenza dell' Altro,
  la tentazione è sempre quella di risolvere questo disagio
  riabilitando un Altro ideale in grado di rassicurare la vita dal
  rischio della vita. Ma il prezzo di questa riabilitazione può essere
  proprio la sterilità dell'albero. L' anoressia è un nome preciso di
  questa sterilità. Non c'è in realtà alcuna possibilità per l'essere
  umano di fare a mano dell' Altro. Il desiderio - ripete sempre
  Lacan - è sempre dell' Altro.  (…)


                   Massimo  Recalcati    da   Elogio del fallimento


ELOGIO DEL FALLIMENTO 4


(…) Il disagio della giovinezza dei nostri tempi è più caratterizzato
       dalla sterilità del desiderio, dalla sua assenza che non dal
       conflitto che la sua presenza provoca. Lo aveva già ben visto
       Pasolini quando rimproverava ai giovani del Sessantotto - e lo
       stesso farà Lacan - di criticare i padri solamente per cercare
       un altro padrone, assai più ineffabile e potente: la macchina
       del discorso del capitalista. Se consideriamo questa tendenza
       conformista come un tratto del disagio della giovinezza
       ipermoderna, non possiamo non considerare il fallimento come
      una possibilità autentica per il desiderio.Si tratta di recuperare
      il fallimento come una manifestazione del desiderio e non come
      un mero insuccesso nell'affermazione del proprio io. L'erranza,
      lo sconfinamento, la perdita di sé possono essere occasioni per
      l'incontro con il proprio desiderio rimosso.Diversamente, molto
      malessere giovanile sembra oggi assumere le forme apatiche
      di un conformismo ordinario o di una pulsione a godere del
      tutto prive dell'eros del desiderio.
      L'esperienza dell'analisi mostra che il frutto dell'albero non si
      chiama mai con un solo nome. E soprattutto non si chiama
      né " adattamento" né " trasgressione". Non è mai un frutto già
      conosciuto, né un frutto seriale. Il frutto che rende riconoscibile
      l'albero è sempre particolare, fuori serie, unico. Il frutto non
     coincide col successo sociale o con l'affermazione professionale
     di una vita. Essere un albero capace di fruttificare non
     significa essere un albero di successo. Non esistono gerarchie
     nel desiderio, non esistono frutti di serie A o di serie B. Ciò che
     conta è far fruttare il proprio talento, ciò che conta è dire " sì"
     alla contingenza illimitata dell'esistenza.
     La realizzazione del soggetto del desiderio può seguire le vie
     più diverse. Il culto dell'affermazione dell'io e del successo è
     proprio del discorso del capitalista. Ma il successo può essere
    altrettanto sterile della dissipazione.Per questo è meglio passare
    dalla via del fallimento. L'elogio del fallimento non è l'elogio
    della sterilità, né l'elogio della consumazione di se stessi. Come
    diceva Fabrizio De André- in una celebre canzone - dai diamanti
    non nasce niente, mentre dal letame possono nascere i fiori. La
    psicoanalisi conferma - come già pensava Freud - il detto del
    poeta: essa insegna che sono proprio le cause perse quelle che
    possono dare i frutti migliori. Solo chi è perduto, chi ha
    conosciuto l'errore e lo sbandamento, chi ha incontrato il
    fallimento può - assumendo la propria vulnerabilità e la propria
    castrazione - far fruttificare in modo nuovo il proprio desiderio.
    (…)



                     Massimo  Recalcati    da    Elogio del fallimento


giovedì 25 ottobre 2018

LA VITA, ALTROVE ( Julia Kristeva ) 3


(…) Come tanti altri io associavo, sognavo una sorta di autoanalisi
       a una sorta di lettura. Sono andata ai seminari di Lacan. Era
       una comunità affascinata dal suo sacerdote che parlava una
      lingua estranea alla lingua francese e che invitata a proseguire
      l'associazione libera che avevo già praticato leggendo i suoi
       Scritti .In ogni caso, il seminario mi è parso più accessibile,
      perché la parola - teatralmente incarnata - diveniva fonte di
      vibrazioni transferenziali più intime benché indefinibili.Ai limiti
      di un'esperienza estetica, religiosa e onirica.
      Ho intrapreso il cammino dell'inconscio…

      D.S.

     Lei descrive questi seminari come vere e proprie sedute di
     psicoterapia di gruppo?

     J.K.

    Effettivamente equivaleva a una seduta psicanalitica. Gli adepti
    si contendevano i termosifoni per piazzare i loro microfoni e
    catturare ciò che il maestro diceva.Lunghi silenzi, frasi assestate
    a un auditorio soggiogato, una lentezza calcolata, era un grande
    attore! Non ricordo più il mio primo incontro con Lacan, ma
  Philippe lo conosceva già e l'ho rivisto a casa nostra in boulevard
   de Port- Royal numero 88: era venuto per bere un bicchiere o
   condividere una cena veloce.Doveva scalare cinque piani a piedi.
   Un uomo generoso e semplice, contrariamente alla leggenda ; e
   ammesso che la semplicità sia una maschera barocca e
   soprattutto del perfetto cattolico, conservo comunque la
   sensazione di questa sua autenticità.Prima della nascita di David
   talvolta mi telefonava nel cuore della notte per avere notizie della
   mia gravidanza e domandarmi se avevo idee per il nome del
   bambino. Mi sono permessa di fargli notare l'ora ! ( Risate ).
   Ci siamo rivisti dopo l'uscita di Polylogue ( 1977 ); forse era
   il momento in cui aveva sciolto la Scuola freudiana?. Fui
   sorpresa di sentir dire che non ero minimamente fatta per le
   Scuole!. Mi aveva invitata a parlare al suo seminario. Ero molto
   lusingata, ma turbata, visto che pochissime persone -  e ancor
   meno donne - avevano ricevuto quest'onore. Ma David, che stava
   mettendo i denti, aveva pianto tutta la notte, e io ero così stanca
   al mattino dopo che ho dovuto annullare il mio intervento. (…)


Julia Kristeva   da  La vita, altrove (  Autobiografia come un viaggio )

domenica 22 luglio 2018

RITRATTI DEL DESIDERIO 1

 
 

" La felicità non è avere quello che si desidera, ma desiderare quello che si ha " ( O. Wilde )



(…) In una sua celebre conferenza milanese gli inizi degli anni
       Settanta, di fronte a un pubblico spaesato, Jacques Lacan
       affermava che il discorso del capitalismo era fatalmente
       destinato a scoppiare. C'era- sosteneva con  una specie di      
       chiaroveggenza lui che era politicamente un liberale
       conservatore - qualcosa di " folle e di infernale", di
      " insostenibile"in quel discorso.Non stava ovviamente parlando
       da economista; non interveniva sul tema marxista del crollo
       del capitalismo e non stava nemmeno offrendo un'analisi
       sociale del fenomeno del capitalismo e delle sue differenti
       versioni storiche. Lacan era piuttosto interessato a cogliere
       la dimensione pulsionale di quell'economia che individuava
       nell'affermazione di un godimento cinico, individualista,
       centrato sulla fede feticistica nei confronti dell'oggetto e,
       soprattutto sulle sue false promesse di redenzione.
       Il discorso del capitalismo ha tradotto la parola del desiderio
       nel culto frivolo dell' homo felix - decisamente lontano dalle
       vecchie nostalgie metafisiche -, impegnato nella ricerca della
       propria felicità individuale su questa terra e al servizio del
       culto dell' Io autonomo che pretende di diventare il padrone
       assoluto di se stesso. Il discorso del capitalista ha voluto
       fondare il suo trionfo sul narcisismo cinico, sulla
       "gadgetizzazione" perpetua della vita, che ha come sfondo
       sociale il naufragio dei grandi ideali collettivi della
       modernità occidentale ( comunismo, socialismo, cristianesimo)
       (…)


              Massimo  Recalcati    da     Ritratti del desiderio

RITRATTI DEL DESIDERIO 2



(…) Oggi in molti ci chiediamo se questo potrà durare ancora a
       lungo; se questo iperattivismo forsennato che anima questo
       discorso non abbia segnato il passo; se la lezione di questa
       grande crisi dell'economia capitalista - che non è solo
       finanziaria , ma innanzitutto etica - non ci avverta sull'
       insostenibilità del discorso che la sostiene. Oggi in molti ci
       chiediamo dove porterà quella corsa senza principio né Legge
      - se non quella del godimento avido - della seggiola
       hitchcockiana ( una sedia a rotelle fatta viaggiare a una
       velocità ingovernabile...Lacan ha proposto un'immagine alla
       Hitchcock per raffigurare un'economia che già negli anni '70
       considerava destinata fatalmente a scoppiare . n,d.r.) descritta
       da Lacan .Non siamo forse nel mezzo di un passaggio storico
       epocale che sancirà l'esplosione fallimentare di questa folle
       macchina di godimento?
       L'osservatorio della psicoanalisi ci può offrire un quadro
       preciso dl nostro disagio. Nella precarizzazione della vita, la
       fede nell'oggetto- feticcio, dell'oggetto- marca, dell'oggetto -
       idolo,dell'oggetto che promette la guarigione dal dolore di
       esistere, vacilla drammaticamente sotto i colpi sordi di un
       immiserimento e di una spogliazione mentale e sociale dell'
       esistenza. Quello che non possiamo non vedere è che, anziché
       liberare il desiderio dai suoi vincoli materiali , morali e dalle
       sue inibizioni sociali -insomma dalla sua nevrosi - il discorso
       del capitalista lo ha piuttosto ucciso, lo ha spianato sotto il
       rullo di una rincorsa disperata verso un godimento tanto
       necessario quanto privo di soddisfazione. E' il paradosso dell'
       iperedonismo del nostro tempo: la pulsione appare dotata di
       una potenzialità infinita, si afferma come finalmente libera,
       svincolata dai limiti della Legge, ma questa libertà non è in
       grado di generare alcuna soddisfazione. E' una libertà vuota,
       triste, infelice, apaticamente frivola . (…)


            Massimo Recalcati   da   Ritratti del desiderio

RITRATTI DEL DESIDERIO 3


(…)Lo vediamo nella nostra pratica clinica,lo vediamo nella nostra
      comune esperienza del mondo. Nella promessa di liberare il
      desiderio dai lacci di una morale civile repressiva e antiquata,
      il discorso del capitalista finisce per sancire la sua
      mortificazione, perché il desiderio - per essere fecondo - per
      essere generativo, per alimentare altro desiderio, per animare
      l'orizzonte positivo dell' Altrove, necessita di una Legge. Per
      questa ragione il desiderio non andrebbe mai confuso con
      l'arbitrio, il capriccio, la volubilità, con l'assenza di Legge.
      Se questo avviene - come accade nell'universo iperedonista
      della nostra civiltà - finisce fatalmente per sostenere una
      versione radicalmente perversa del desiderio, smarrendone la
      dimensione propriamente creativa. (…)


            Massimo  Recalcati   da   Ritratti del desiderio

RITRATTI DEL DESIDERIO 4



(…) La parola " desiderio" non definisce un godimento illimitato,
       senza Legge, erratico, privo di responsabilità, ferocemente
       compulsivo e sregolato, quanto piuttosto la capacità di lavoro,
       di impresa, di progetto, di slancio, di creatività, di invenzione,
       di amore, di scambio, di apertura, di generazione.
       Desiderio non è solo consumazione dell'oggetto e di se stessi,
       ma  anche - come direbbe Lacan - ciò che resiste a qualunque
       sogno totalitario e a qualunque impresa di omologazione. In
       questo senso " il desiderio di avere un proprio desiderio" resta
       il fattore di resistenza a tutte quelle sirene suggestive che
       offrono la promessa di un'assimilazione dell'umano in una
       Comunità di monadi libere di godere senza limiti, in una
       Comunità iperedonista, dunque senza soggetto e fondata sul
       godimento seriale dell' Uno, come quello che la follia del
       discorso capitalista ha provato a realizzare. Non dobbiamo
       dimenticare che la parola " desiderio" non rinvia solo allo
       scandalo di una insoddisfazione che si rinnova perennemente,
       ma anche alla fertilità della generazione, alla soddisfazione
       del riconoscimento,all'esistenza di un orizzonte che è speranza,
       avvenire, frutto, realizzazione, visione, sogno, comunione
       senza promessa di liberazione, singolarità, dono, possibilità.
       La parola " desiderio" porta già nel suo etimo la dimensione
       della veglia e dell'attesa, dell'orizzonte aperto e stellare, dell'
       avvertimento positivo di una mancanza che sospinge alla
       ricerca. Il desiderio non può essere confuso col godimento
       autistico, non è volontà di godere, non è appropriazione delle
       risorse, accaparramento della terra, dominio, sopraffazione,
       sfruttamento. Il desiderio porta sempre con sé una povertà -
       una lontananza - che è un tesoro. Alcuni hanno ironizzato su
       questa versione del desiderio, vedendovi l'apologia di una
       teologia negativa. Ma gli psicoanalisti sanno che non c'è
       desiderio capace di generatività che  non includa la
       castrazione: non si può avere tutto, godere di tutto, sapere
       tutto, essere tutto.  (…)


              Massimo  Recalcati    da   Ritratti del desiderio


venerdì 20 luglio 2018

LES AMANTS ( René Magritte )

 
 
 

             " Amore è donare all'Altro quello che non si ha"

                                    Jacques Lacan


( Il dono d'amore è dono della propria mancanza, è dono all'amato della mancanza che l'amato sa aprire nell'amante.
E' dono del segno che l' Altro mi manca, che la sua esistenza sa scavare in me la mancanza ).

martedì 2 gennaio 2018

L' AMORE SENZA RISERVE 2

 
 
(...) Vedo i suoi occhi neri, profondi, tristi, supplichevoli e
      dolcissimi aderire ai miei per qualche secondo. Probabilmente
      in quei momenti il suo sguardo è vicinissimo a me come quello
      di nessun altro essere vivente. Eppure resta - in quello stesso
      tempo - lontanissimo, inafferrabile, luogo di un'alterità totale,
      inammissibile alla vita umana. Guardare lo sguardo di un cane
      che ci ama " senza riserve" - che ci ama solo per quello che
      siamo e non per quello che dovremmo o vorremmo essere,
      preciserebbe, giustamente, Lacan - " significa essere di fronte
      ad un segreto inviolabile, a un mistero in piena luce.
      Questo sguardo - lo sguardo di Alaska - non è quello
      semplicemente assente, robotico, anonimo della macchina
     - come invece avrebbe pensato Cartesio -, ma una sorta di
      profondità che non conosce fondo. L' animale può amare
     " senza riserve", in modo assoluto, senza ambivalenza, senza
      ambiguità, senza incertezze, fedelmente. Può amare così perché
      è senza fantasma, perché in lui la forza dell'amore si
      sovrappone pienamente a quella dell'istinto. Sa amarmi
     - appunto - solo per quello che sono. Forse che lo sguardo dell'
      animale nella sua profondità sia cieco? Forse che questo
      sguardo non sia in grado di cogliere l'ambiguità e l'inganno?
      Forse che questo sguardo non solo non sappia fingere ma -
      come ricorda Lacan  - non sappia fingere di fingere?. Dunque
      non possa mentire, non possa frodare, non possa suggestionare
      né possa conoscere la passione atroce del fantasma
      sacrificale?. E' un'altra osservazione di Lacan: l'animale può
      depistare l'inseguitore, ma non può fingere di depistarlo, non
      può fingere di fingere. Il suo rapporto col linguaggio resta di
      tipo reattivo e non soggettivo. Per questo forse, come si dice,
      ogni animale assomiglia sempre al suo padrone, è catturato
      in un'identificazione mimetica, senza scarti. Esistono storie  di
      cani o di cavalli che si gettano nelle acque tempestose per
      salvare il loro padrone, " sacrificando" così la loro vita.
      Ma questo sacrificio di sé non ha nulla a che vedere con la
      trama inconscia del fantasma sacrificale. Sembra piuttosto
      l'esito di una piena identificazione: il cane e il cavallo non si
      aspettano nulla dal loro gesto, non hanno alcun Dio
      onnipotente a cui rivolgersi,né alcun grande Altro da invocare;
      nessun desiderio da realizzare. Il loro gesto è piuttosto segno
      di un'adesione senza scarti al loro oggetto d'amore. Come
      accadde ad Argo, il cane di Ulisse, che potè finalmente morire
      solo quando ritrovò la sagoma perduta del suo vecchio
      padrone.  (...)

Massimo  Recalcati da  Contro il sacrificio ( Al di là del fantasma sacrificale )