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domenica 19 luglio 2026

ESTATE


                                                            Le parole che ascolti ti toccano appena...




ESTATE


C'è un giardino chiaro, fra le mura basse

di erba secca e di luce, che cuoce adagio

la sua terra. E' una luce che sa di mare.

Tu respiri quell' erba. Tocchi i capelli

e ne scuoti il ricordo.


Ho veduto cadere

molti frutti, dolci, su un' erba che so,

con un tonfo. Così trasalisci tu pure

al sussulto del sangue. Tu muovi il capo

come intorno accadesse un prodigio d' aria

e il prodigio sei tu. C'è un sapore uguale

nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.


Ascolti.

Le parole che ascolti ti toccano appena.

Hai nel viso calmo un pensiero chiaro

che ti finge alle spalle la luce del mare.

Hai nel viso un silenzio che preme il cuore

con un tonfo, e ne stilla una pena antica

come il succo dei frutti caduti allora.





                         Cesare Pavese     da    Lavorare stanca



giovedì 28 aprile 2022

PAVESE IN PRIMAVERA

 


                                                  J-P. Seurat - Un dimanche après midi




PASSERO' PER PIAZZA DI SPAGNA


Sarà un volto chiaro.

S'apriranno le strade

sui colli di pini

e di pietra...


I fiori spruzzati

di colore alle fontane

occhieggeranno come

donne divertite :

le scale le terrazze le rondini

canteranno nel sole.


S' aprirà quella strada,

le pietre canteranno,

il cuore batterà sussultando

come l'acqua nelle fontane -

sarà questa voce

che salirà le tue scale.


Le finestre sapranno

l'odore della pietra e dell'aria

mattutina. S'aprirà una porta.

Il tumulto delle strade

sarà il tumulto del cuore

nella luce smarrita. Sarai tu - ferma e chiara.




                     Cesare  Pavese  da   Verrà la morte e avrà i tuoi occhi



giovedì 11 novembre 2021

ESTATE DI SAN MARTINO 1

 


                                            L' albero degli zoccoli -  " Fare San Martino"




Nel pieno della stagione autunnale, prima che faccia capolino l'inverno, può succedere che ci siano alcuni giorni di bel tempo. Pioggia, nebbia e freddo - in alcuni casi possono lasciare spazio a qualche giornata di sole, ma soprattutto ad un leggero rialzo delle temperature. E così, se c'è tempo bello intorno alla prima metà del mese di Novembre, si sente spesso parlare di Estate di San Martino. Non si tratta di un colpo di coda dell'estate, ma piuttosto di un vero e proprio fenomeno avvolto da miti e leggende di origine cristiana che sono entrati a far parte delle credenze popolari, anche se alcuni esperti ne danno una spiegazione scientifica.


                                           ***


L'estate di San Martino si verifica solitamente intorno all' 11 Novembre e la sua durata è espressa da un famoso detto popolare che recita : " L' Estate di San Martino dura tre giorni e un pochino" In realtà la durata del periodo mite, con assenza di precipitazioni e prevalenza di schiarite, non ha un limite specifico secondo la scienza. Questo fenomeno si  verifica nell' Emisfero boreale proprio in coincidenza del giorno in cui si celebra il Santo, mentre nell' Emisfero australe si manifesta tra i mesi di Aprile e Maggio .


                                          ***

LA LEGGENDA


Una leggenda narra che in un giorno d'autunno - molto probabilmente proprio l'11 Novembre - mentre usciva a cavallo da una delle porte della città di Amiens, Martino si imbatté in un uomo molto povero, nudo e infreddolito. In quel giorno, in cui era il mal tempo a farla da padrone,  il soldato Martino decise di aiutare il povero : senza pensarci due volte, tagliò in due il suo mantello di lana per donargliene metà. Di fronte a questo nobile gesto, la pioggia - dopo pochi istanti - smise di cadere, il cielo si schiarì e ricomparve il sole, facendo diventare la temperatura più mite. La notte stessa Martino fece un sogno, in cui gli apparve Gesù che gli disse che il povero che aveva così generosamente aiutato, era proprio lui.


                                             ***

LA STORIA


Se guardiamo invece alla storia del Santo, risulta che Martino da Tours nacque intorno al 317 da una nobile famiglia. Dopo l'episodio del mantello, si convertì al cristianesimo, fu battezzato e dopo vent'anni di carriera militare divenne Vescovo di Tours nel 371. Fu lui a fondare il monastero di Ligugé, che è il più antico d' Europa. Morì nel 397.


                                         ***


LE TRADIZIONI AGRICOLE


Durante l' Estate di San Martino, secondo le tradizioni agricole, venivano rinnovati i contratti agricoli annuali : il detto " Fare San Martino", cioè traslocare, viene proprio da qui. Questa tradizione ha dunque forti legami con la terra e i suoi frutti : in questi giorni - infatti - tradizionalmente si aprono le botti per il primo assaggio del vino nuovo. Inoltre, oltre ad onorare il Santo, si fa onore all'abbondanza della campagna e al buon cibo e fra i tantissimi piatti della tradizione, l'oca è una delle pietanze più gettonate. Questo grazie ad un altro episodio della vita del Santo: si racconta infatti che quando Martino venne acclamato come nuovo vescovo, l'umile prete, che voleva rimanere un semplice monaco, si nascose in un tugurio di campagna. A smascherarlo- però - fu il gran rumore provocato dalle oche che scorrazzavano per l'aia e quindi fu scoperto dai paesani e dovette accettare l'incarico. Per questo, in molti Paesi, l'oca è la portata principale del pranzo di San Martino.


                                                ***


SAN MARTINO NELLA LETTERATURA


L' Estate di San Martino è celebrata in diverse poesie e presta il nome anche al titolo di un romanzo di Stifter.

Le poesie sono: " San Martino" di G. Carducci

                           " Novembre "   di G. Pascoli

                           " L' estate di San Martino"  di C. Pavese


                                                   ***


                             L'ESTATE DI SAN MARTINO


Le colline e le rive del Po sono un giallo bruciato

e noi siamo quassù a maturarci nel sole.

Mi racconta costei - come fossi un amico.

" Da domani abbandono Torino e non torno mai più.

Sono stanca di vivere tutta la vita in prigione".

Si respira un sentore di terra e, al di là delle piante,

a Torino, a quest'ora lavorano tutti in prigione.


Il  quartiere, il paese, la città, la strada.

" Torno a casa dai miei dove almeno potrò stare sola

senza piangere e senza pensare alla gente che vive.

Là mi caccio un grembiule e mi sfogo in cattive risposte

ai parenti e per tutto l'inverno non esco mai più ".


Nei paesi Novembre è un bel mese dell'anno:

c'è le foglie colore di terra e le nebbie al mattino,

poi c'è il sole che rompe le nebbie. Lo dico tra me

e respiro l'odore di freddo che ha il sole al mattino.


" Me ne vado perché è troppo bella Torino a quest'ora :

a me piace girarci e vedere la gente

e mi tocca star chiusa finch'è tutto buio

e la sera soffrire da sola" Mi vuole vicino

come fossi un amico ; quest'oggi ha saltato l'ufficio

per trovare un amico. " Ma posso star sola così?".


Giorno e notte - l'ufficio - le scale- la stanza da letto

se alla sera esco a fare due passi non so dove andare

e ritorno cattiva e al mattino non voglio più alzarmi.

Tanto bella sarebbe Torino - poterla godere

solamente poter respirare". Le piazze e le strade

han lo stesso profumo di tiepido sole

che c'è qui tra le piante. Ritorni al paese.

Ma Torino è il più bello di tutti i paesi.


"Se trovassi un amico - quest'oggi - starei sempre qui".



                    Cesare Pavese  da    Lavorare stanca



sabato 8 maggio 2021

GLI ANTENATI DI PAVESE



                                                            Grant  Wood - American gothic




Stupefatto del mondo mi giunse un'età

che tiravo dei pugni nell'aria e piangevo da solo.

Ascoltare i discorsi di uomini e donne

non sapendo rispondere, è poca allegria.

Ma anche questa è passata: non sono più solo

e, se non so rispondere, so farne a meno.

Ho trovato compagni trovando me stesso.


Ho scoperto che, prima di nascere, sono vissuto

sempre in uomini saldi, signori di sé,

e nessuno sapeva rispondere e tutti erano calmi.

Due cognati hanno aperto un negozio - la prima fortuna

della nostra famiglia - e l'estraneo era serio,

calcolante, spietato, meschino : una donna.

L' altro, il nostro, in negozio leggeva romanzi

- in paese era molto - e i clienti che entravano

si sentivano rispondere a brevi parole

che lo zucchero no, il solfato neppure,

che era tutto esaurito. E' accaduto più tardi

che quest'ultimo ha dato una mano al cognato fallito.

A pensar questa gente mi sento più forte

che a guardare lo specchio gonfiando le spalle

e atteggiando le labbra a un sorriso solenne.

E' vissuto un mio nonno, remoto nei tempi,

che si fece truffare da un suo contadino

e allora zappò lui le vigne - d'estate -

per vedere un lavoro ben fatto. Così

sono sempre vissuto e ho sempre tenuto

una faccia sicura e pagato di meno.


E le donne non contano nella famiglia.

Voglio dire, le donne da noi stanno in casa

e ci mettono al mondo e non dicono nulla

e non contano nulla e non le ricordiamo.

Ogni donna c'infonde nel sangue qualcosa di nuovo,

ma s'annullano tutte nell'opera e noi,

rinnovati così, siamo i soli a durare.

Siamo pieni di vizi, di ticchi e di orrori

- noi, gli uomini, i padri - qualcuno si è ucciso,

ma una sola vergogna non ci ha mai toccato,

non saremo mai donne, mai ombre a nessuno.


Ho trovato una terra trovando i compagni,

una terra cattiva, dov'è un privilegio

non far nulla, pensando al futuro.

Perché il solo lavoro non basta a me e ai miei;

noi sappiamo schiantarci, ma il sogno più grande

dei miei padri fu sempre un far nulla da bravi.

Siamo nati per girovagare su queste colline,

senza donne, e le mani tenercele dietro la schiena.




                    Cesare  Pavese     da      Lavorare  stanca



sabato 1 maggio 2021

LA GELOSIA DI EROS

 



" Come geloso, io soffro quattro volte : perché sono geloso; perché mi rimprovero di esserlo; perché tempo che la mia gelosia finisca  col ferire l'altro; perché mi lascio soggiogare da una banalità : soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri".
( Roland  Barthes )




ODE ALLA GELOSIA


Simile a un dio mi sembra quell'uomo

che siede davanti a te, e da vicino

ti ascolta mentre tu parli

con dolcezza

e con incanto sorridi. E questo

fa sobbalzare il mio cuore nel petto.

Se appena ti vedo, subito non posso

più parlare: la lingua si spezza : un fuoco

leggero sotto la mia pelle mi corre :

nulla vedo con gli occhi e le orecchie

mi rombano :

un sudore freddo mi pervade : un tremore

tutto mi scuote: sono più verde

dell'erba; e poco lontana  mi sento

dall'essere morta.

Ma tutto si può sopportare...



                                                         Saffo, 630 a.C.



                                                         ***


SONETTO DEL DOLCE LAMENTO


Temo di perdere la meraviglia

dei tuoi occhi di statua e la cadenza

che di notte mi posa sulla guancia

la rosa solitaria del respiro.

Temo di essere lungo questa riva

un tronco spoglio, e quel che più m'accora

è non avere fiore, polpa, argilla

per il verme di questa sofferenza.

Se sei tu il mio tesoro seppellito,

la mia croce e il mio fradicio dolore,

se io sono il cane e tu il padrone mio,

non farmi perdere ciò che ho raggiunto

e guarisci le acque del tuo fiume

con foghe dell'Autunno mio impazzito.



                                         Federico Garcia Lorca



                                                  ***


" Oh, guardatevi dalla gelosia , mio signore. E' un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre. Beato vive quel cornuto il quale - conscio della sua sorte - non ama la donna che lo tradisce : ma, oh come conta i minuti della sua dannazione chi ama e sospetta; sospetta e si strugge d'amore ! ".



           W. Shakespeare  ( Iago ad Otello   - Atto III, scena III )



                                                 ***


CATTIVA  ANNATA


L'uomo vecchio ha la terra di giorno e la notte

ha una donna ch'è sua -ch'era sua fino a ieri.

Gli piaceva scoprirla, coma aprire la terra,

e guardarsela a lungo, supina nell'ombra

attendendo. La donna sorrideva occhi chiusi.


L'uomo vecchio stanotte è seduto sul ciglio

del suo campo scoperto, ma non scruta la chiazza

della siepe lontana, non distende la mano

a divellere un'erba. Contempla tra i solchi

un pensiero rovente. La terra rivela

se qualcuno vi ha messo le mani e l'ha infranta:

lo rivela anche al buio. Ma non c'è donna viva

che conservi la traccia della stretta dell'uomo.


L'uomo vecchio s'è accorto che la donna sorride

solamente occhi chiusi, attendendo supina,

e comprende improvviso che sul giovane corpo

passa in sogno la stretta di un altro ricordo.

L'uomo vecchio non vede più il campo nell'ombra.

Si è buttato in ginocchio, stringendo la terra

come fosse una donna e sapesse parlare.

Ma la donna distesa nell'ombra, non parla.


Dov'è stesa occhi chiusi la donna non parla

né sorride, stanotte, dalla bocca piegata

alla livida spalla. Rivela sul corpo

finalmente la stretta di un uomo : la sola

che potesse segnarla, e le ha spento il sorriso.



                                 Cesare Pavese, 1937



                                              ***


DONNA IN TRAM


Vuoi baciare il tuo bimbo che non vuole :

ama guardare la vita, di fuori.

Tu sei delusa- allora - ma sorridi :

non è l'angoscia della gelosia

anche se già somiglia egli all'altr' uomo

che ti ha lasciata così...



                                            Sandro Penna



                                                  ***


OGGI CHE T' ASPETTAVO


Oggi che t'aspettavo

non sei venuta

e la tua assenza so quel che mi dice,

la tua assenza che tumultuava

nel vuoto che hai lasciato,

come una stella 

dice che non vuoi amarmi;

quale un temporale estivo s'annuncia

e poi s'allontana,

così ti sei negata alla mia sete.

L'amore sul nascere

ha di questi improvvisi pentimenti :

silenziosamente ci siamo intesi

amore, amore

come sempre 

vorrei coprirti di fiori

e di insulti.



                                 Vincenzo  Cardarelli



mercoledì 10 febbraio 2021

THE NIGHT YOU SLEPT

 


                                             
                                   Beethoven -  Romance in F major, Op. 50 per flauto





Anche la notte ti somiglia,

la notte remota che piange

muta, dentro il cuore profondo,

e le stelle passano stanche.

Una guancia tocca una guancia

è un brivido freddo, qualcuno

si dibatte e t'implora, solo,

sperduto in te, nella tua febbre.


La notte soffre e anela l'alba,

povero cuore che sussulti.

O viso chiuso, buia angoscia,

febbre che rattristi le stelle,

c'è chi come te attende l'alba

scrutando il tuo viso in silenzio.

Sei distesa sotto la notte

come un chiuso orizzonte morto.

Povero cuore che sussulti,

un giorno lontano eri l'alba.


( 4 Aprile, 1950 )



            Cesare Pavese  da   Verrà la morte e avrà i tuoi occhi



martedì 9 febbraio 2021

DIALOGHI CON LEUCO'

 



                                            " L'uomo mortale - Leucò  -

                         non ha che questo di immortale:

                         il ricordo che porta e il ricordo che lascia.

                         Nomi e parole sono questo "



                                   Cesare  Pavese



venerdì 5 febbraio 2021

UN VISO DI PRIMAVERA PER PAVESE



                                               Ancora cadrà la pioggia sui tuoi dolci selciati



Ancora cadrà la pioggia

sui tuoi dolci selciati,

una pioggia leggera 

come un alito o un passo.

Ancora la brezza e l'alba

fioriranno leggere

come sotto il tuo passo,

quando tu rientrerai.

Tra fiori e davanzali

i gatti lo sapranno.


Ci saranno altri giorni,

ci saranno altre voci.

Sorriderai da sola.

I gatti lo sapranno.

Udrai parole antiche,

parole stanche e vane

come i costumi smessi

delle feste di ieri.


Farai gesti anche tu.

Risponderai parole -

viso di primavera,

farai gesti anche tu.

I gatti lo sapranno,

viso di primavera;

e la pioggia leggera,

l'alba color giacinto,

che dilaniano il cuore

di chi più non spera,


sono il triste sorriso

che sorridi da sola.

Ci saranno altri giorni,

altre voci e risvegli.

Soffriremo nell'alba,

viso di primavera.




                 Cesare  Pavese   da    Verrà la morte e avrà i tuoi occhi



giovedì 22 ottobre 2020

VERRA' LA MORTE E AVRA' I TUOI OCCHI



Tu rossa terra nera...


...tu vieni dal mare,
dal verde riarso,
dove sono parole
antiche e fatica sanguigna
e gerani trai sassi -
non sai quanti porti
di mare parole e fatica,
tu ricca come un ricordo,
come la brulla campagna,
tu dura e dolcissima
parola, antica per sangue
raccolto negli occhi;
giovane, come un frutto
che è ricordo e stagione -
il tuo fiato riposa
sotto il cielo d'agosto,
le olive del tuo sguardo
addolciscono il mare,
e tu vivi e rivivi
senza stupire, certa
come la terra, buia
come la terra, frantoio
di stagioni e di sogni
che alla luna si scopre
antichissimo, come
le mani di tua madre,
la conca del braciere. 

                                       27 Ottobre 1945

                                           ***

Anche tu sei collina
e sentiero di sassi
e gioco nei canneti,
e conosci la vigna
che di notte tace.
Tu non dici parole.

C'è una terra che tace
e non è terra tua.
C'è un silenzio che dura
sulle piante e sui colli.
Ci sono acque e campagne.
sei un chiuso silenzio
che non cede, sei labbra
e occhi bui. Sei la vigna.

E' una terra che attende
e non dice parola.
Sono passati giorni
sotto cieli ardenti.
Tu hai giocato alle nubi.
E' una terra cattiva -
la tua fronte lo sa.
Anche questo è la vigna.

Ritroverai le nubi
e il canneto, e le voci
come un'ombra di luna.

Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l'infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera.

                                   31 Ottobre 1945

                                          ***

Hai il viso di pietra scolpita,
sangue di terra dura, 
sei venuta dal mare.
Tutto accogli a scruti
e respingi da te
come il mare. Nel cuore
hai silenzio, hai parole
inghiottite. Sei buia.
Per te l'alba è silenzio.

E sei come le voci
della terra - l'urto
della secchia nel pozzo,
la canzone del fuoco,
il tonfo di una mela;
le parole rassegnate
e cupe sulle soglie,
il grido del bambino - le cose
che non passano mai.
Tu non muti. Sei buia.

Sei la cantina chiusa
dal battuto di terra,
dov'è entrato una volta
ch'era scalzo il bambino,
e ci ripensa sempre.
Sei la camera buia
cui si ripensa sempre,
come al cortile antico
dove d'apriva l'alba.

                                          5 Novembre 1945

                                              ***

Hai un sangue, un respiro.
Sei fatta di carne,
di capelli, di sguardi
anche tu. Terra e piante,
cielo di marzo, luce,
vibrano e ti somigliano -
il tuo riso e il tuo passo
come acque che sussultano -
la tua ruga fra gli occhi
come nubi raccolte -
il tuo tenero corpo
una zolla nel sole.

Hai un sangue, un respiro.
Vivi su questa terra.
Ne conosci i sapori
le stagioni, i risvegli,
hai giocato nel sole,
hai parlato con noi.
Acqua chiara, virgulto
primaverile, terra
germogliante silenzio,
tu hai giocato bambina
sotto un cielo diverso,
ne hai negli occhi il silenzio,
una nube, che sgorga
come polla dal fondo.
Ora ridi e sussulti
sopra questo silenzio.

Dolce frutto che vivi
sotto il cielo chiaro,
che respiri e vivi
questa nostra stagione,
nel tuo chiuso silenzio
è la tua forza. Come
erba viva nell'aria
rabbrividisci e ridi,
ma tu, tu sei terra.
Sei radice feroce.
Sei la terra che aspetta.

                                             21 Marzo 1950

                                                 ***

Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l'alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.

Ci saranno altri giorni,
ci saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle  feste di ieri.
Farai gesti anche tu.
Risponderai parole -
viso di primavera,
farai gesti anche tu.

I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l'alba color giacinto
che dilaniano il cuore
di chi più non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.
Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffriremo nell'alba
viso di primavera.

                                    10 Aprile  1950





                      Cesare  Pavese   da      Verrà la morte e avrà i tuoi occhi


 

domenica 10 novembre 2019

IL MESTIERE DI VIVERE ( Diario di Pavese ) 1

 
 

" Una donna che non sia una stupida, presto o tardi incontra un rottame umano e prova a salvarlo. Qualche volta ci riesce. Ma una donna che non sia una stupida, presto o tardi trova un uomo sano e lo riduce un rottame. Ci riesce sempre " . ( C. Pavese )


30 Maggio 1938

(…) L'unico modo per conservarti una donna - se ci tieni - è
       metterla in una situazione tale che il mondo, il rispetto umano,
       l'interesse ecc, le impediscano di andarsene. Chi cerca di
       conservarla per pura forza di dedizione e di sincerità è un
       ingenuo. Avere la legittimità dalla propria: è il modo con cui
       si stabilizzano le rivoluzioni e si tengono le donne. Liberarsi
      da ogni nobile gusto e accettare di essere a " righteous citizen",
      un grasso borghese. Guarda come si sono messi a posto
      principescamente le tue conoscenze. Chiavar bene e mangiar
      meglio piace a tutti. Ed è gente che si stupirebbe moltissimo se
      tu mettessi in dubbio che si sacrifica per gli ideali. La vita
      pratica è astuzia, nient'altro.
      Tutto si riduce alla sacramentale astuzia della fidanzata che
      non deve " dargliela" al moroso, altrimenti lui la pianta. (…)


                                                   ***

17 Giugno  1938

(…)  L' effetto del dolore ( disgrazie, sofferenze, quando siano
        mentali ) è di creare un filo spinato nella mente e costringere
        i pensieri a evitare certe aree, per sfuggire alle angosce che 
        vi regnano. In questo senso, soffrire limita l'efficienza
        spirituale. Ché, finito il dolore, la propria potenza si trovi
        accresciuta non è poi tanto vero, anzitutto poiché un certo
        indolenzimento nell'area resta sempre, e una tendenza ad
        evitare il malo passo, e poi perché , se durante la pena non si
        è acquistato nulla, non si vede come si possa acquistare dopo,
       nella normalità.Il fatto è questo:che si è acquistata esperienza,
          la cosa cioè più astratta e vana. Quanto alla tempra, la si è
       solo indebolita. Nessun carattere ha - dopo un dolore - la
       tempra che aveva prima. Come nessun corpo dopo una ferita
       ha la salute di prima, se non un indurimento esacerbato: il
       famoso strato corneo. Tutti questi grandi spiritualisti parlano
       in fondo di risultati materiali: nozioni su se stesso, sulla vita,
       massime che ci si dà, ecc. L'efficienza, la tempra, la " portata
       del ponte " ognuno vede chiaramente che col dolore subisce
       soltanto una limitazione d'attività, e quando torna ad avere
       campo libero non ha nemmeno il vantaggio di essersi
       rinvigorita con un riposo, dato che soffrire travaglia e lima
       anche se non lascia libero gioco.  (…)


                                                ***

17 Settembre 1938

(…) Un cristiano direbbe che, credendo di trovare il piacere, si
       scoprono invece le proprie tare. Che l'ufficio provvidenziale
       del piacere è di far dimenticare all'uomo le cautele e,
       sbattendolo così contro le pareti della sua cella, insegnargli
       l'umiltà. Solo cercando avidamente il piacere si capisce che
       cos'è il dolore.
       Le prove dell'esistenza di Dio non sono propriamente nell'
       armonia dell'universo, nell'equilibrio miracoloso del tutto, nei
       bei colori dei fiori, ecc. ma nella disarmonia dell'uomo in
       mezzo alle cose : nella sua capacità di soffrire. Perché non
       c'è ragione che l'uomo soffra in questo mondo, se non esiste la
       responsabilità morale, cioè la capacità - il dovere - di dare
       alla propria sofferenza un significato.  (…)



            Cesare  Pavese   da    Il mestiere di vivere 1935 - 1950


IL MESTIERE DI VIVERE ( Diario di Pavese ) 2


29 Settembre 1938

(…) Dovrò smettere di vantarmi incapace dei sentimenti comuni
      ( piacere della festa, gioia della folla, affetti familiari…).
      Incapace sono invece di sentimenti eccezionali ( la solitudine e
      il dominio ), e se non riesco bene in quelli comuni, è perché una
      ingenua pretesa a quegli altri mi ha corroso il sistema dei
      riflessi che avevo normalissimo.In genere ci si accontenta di
      essere incapaci di quelli comuni, e si crede che ciò voglia dire
   " essere capaci degli altri ".Si può analogamente essere incapace
      di scrivere una sciocchezza e incapace di scrivere una cosa
   geniale.L'una incapacità non postula l'altra capacità,e viceversa.
    Si odia ciò che si teme, ciò quindi che si può essere, che si sente
    di essere un poco. Si odia se stessi. Le qualità più interessanti e
    fertili di ciascuno, sono quelle che ciascuno più odia in sé e negli
    altri. Perché nell'odio c'è tutto: amore, invidia, ignoranza,
    mistero e ansia di conoscere e possedere. L'odio fa soffrire.
    Vincere l'odio è fare un passo nella conoscenza e padronanza di
    sé, è giustificarsi e quindi cessare di soffrire. (…)


                                          ***

15 Ottobre 1938

(…) L'accettazione della sofferenza ( Dostojevski ) è in sostanza un
       modo di non soffrire. Dunque, chi si sacrifica non lo fa per
       lenire la sofferenza di un altro? Che torna come dire: soffra
       pure io, purchè non soffrano gli altri, tutto è bene. E se
       ciascuno si occupasse di non soffrire lui, non sarebbe più
       spiccia ? Ma - appunto - la trovata dostoievskiana è che si
       cessa di soffrire soltanto accettando. E pare che si possa
       accettare la sofferenza soltanto sacrificandosi. In queste cose
       il torto è fare il passo più lungo della gamba. Si accetta di
       soffrire ( rassegnazione ) e poi ci si accorge che si è sofferto e
       basta. Che la sofferenza non è servita  a noi e gli altri se ne
       infischiano. E allora si digrignano i denti e si diventa
       misantropi.
       Voilà.
       La cosa più atroce è sempre il " passare per fessi". Cioè veder
       negata ( vanificata ) la propria sofferenza.  (…)


                                                  ***

(…) La vecchiaia - o maturità - scende anche sul mondo esterno.
       La rigida e trasparente notte invernale che staglia le case nel
       cielo che attende la neve, un tempo toccava il cuore e apriva
       un mondo d'ansia eroica.
       Non è più necessario - col tempo - muoversi nel mondo esterno
       vivendoci l'ansia: basta il suo rapido accenno, sapere che
       esiste ed esiste in noi, e attendere un mondo tutto fatto di vita
       interiore che ha preso ormai la novità e la fecondità della
       natura. La maturità è anche questo: non più cercare fuori, ma
       lasciare che parli -col suo ritmo che solo conta - la vita intima.
       E' ormai povero e materiale il mondo esterno davanti alla
       inaspettata e profonda maturità dei ricordi. Persino il sangue
       e il corpo nostri si sono maturati e intrisi di spiritualità, di
       largo ritmo.
       La giovinezza è non possedere il proprio corpo né il mondo.(..)



                     Cesare  Pavese  da     Il mestiere di vivere 1935 - 1950


IL MESTIERE DI VIVERE ( Diario di Pavese ) 3


16 Agosto 1950

(…) Cara, tu forse sei davvero la migliore - quella vera. Ma non ho
       più il tempo di dirtelo,di fartelo sapere - e poi,se anche potessi,
       resta la prova, la prova, il fallimento.
       Vedo oggi chiaramente che dai 28 a oggi ho sempre vissuto
    sotto quest'ombra - qualcuno direbbe un complesso.E dica pure: 
    è qualcosa di molto più semplice. Anche tu sei " la primavera ",
    un'elegante, incredibilmente dolce e flessibile primavera, dolce,
    fresca, sfuggente - corrotta e buona - " un fiore della dolcissima
     valle del Po ", direbbe chi so io.
    Eppure,anche tu sei soltanto un pretesto.La colpa, dopo che mia,
    è soltanto dell' " inquieta angosciosa  che sorride da sola ".

    Perché morire ? Non sono mai stato tanto vivo come ora, mai
    così " adolescente ".

    Nulla si assomma al resto, al passato. Ricominciamo sempre.

    Chiodo scaccia chiodo. Ma quattro chiodi fanno una croce.

    La mia parte pubblica l'ho fatta - ciò che potevo. Ho lavorato,ho
    dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti.  (…)



                Cesare  Pavese    da     Il mestiere di vivere  1935 - 1950


IL MESTIERE DI VIVERE ( Diario di Pavese ) 4


17 Agosto 1950

(…) I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo.

     E' la prima volta che faccio il consuntivo di un anno non ancora
     finito. Nel mio mestiere dunque sono re.
     In dieci anni ho fatto tutto. Se penso alle esitazioni di allora.
     Nella mia vita sono più disperato e perduto di allora. Che cosa
     ho messo insieme? Niente. Ho ignorato per qualche anno le mie
     tare, ho vissuto come se non esistessero. Sono stato stoico. Era
     eroismo? No, non ho fatto fatica. E poi, al primo assalto dell'
    " inquieta angosciosa " sono ricaduto nelle sabbie mobili. Da
      Marzo mi ci dibatto.Non importano i nomi. Sono altro che nomi
      di fortuna, nomi casuali - se non quelli, altri? Resta che ora so
      qual è il mio più alto trionfo -e a questo trionfo manca la carne,
      manca il sangue, manca la vita.
      Non ho più nulla da desiderare su questa terra, tranne quella
      cosa che quindici anni di fallimenti ormai escludono.
     Questo il consuntivo dell'anno non finito, che non finirò.

    Ti stupisci che gli altri ti passino accanto e non sappiano,quando
     tu passi accanto a tanti e non sai, non ti interessa qual è la loro
     pena, il loro cancro segreto? (…)

   
     18  Agosto 1950

   (…) La cosa più segretamente temuta accade sempre.
          Scrivo : o Tu, abbi pietà. E poi?

          Basta un po' di coraggio.

          Più il dolore è determinato e preciso, più l'istinto della vita
          si dibatte, e cade l'idea del suicidio.

          Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette l'hanno fatto.
          Ci vuole umiltà, non orgoglio.

          Tutto questo fa schifo.
          Non parole. Un gesto. Non scriverò più.  (…)



             Cesare  Pavese   da    Il mestiere di vivere  1935 - 1950




sabato 9 novembre 2019

LAVORARE STANCA

 
 
 

                                Mi sorprende - a pensarla - un ricordo remoto…


INCONTRO

Queste dure colline che han fatto il mio corpo
e lo scuotono a tanti ricordi, mi han schiuso il prodigio
di costei, che non sa che la vivo e non riesco a comprenderla.

L'ho incontrata una sera: una macchia più chiara
sotto le stelle ambigue, nella foschia d'estate.
Era intorno il sentore di queste colline
più profondo dell'ombra, e d'un tratto suonò
come uscisse da queste colline, una voce più netta
e aspra insieme, una voce di tempi perduti.

Qualche volta la vedo, e mi viene dinanzi
definita, immutabile, come un ricordo.
Io non ho mai potuto afferrarla: la sua realtà
ogni volta mi sfugge e mi porta lontano.
Se sia bella non so. Tra le donne è ben giovane:
mi sorprende - a pensarla - un ricordo remoto
dell'infanzia vissuta fra queste colline,
tanto è giovane. E' come il mattino. Mi accenna negli occhi
tutti i cieli lontani di quei mattini remoti.
E ha negli occhi un proposito fermo: la luce più netta
che abbia avuto mai l'alba su queste colline.

L'ho creata dal fondo di tutte le cose
che mi sono più care, e non riesco a comprenderla.


                                              ***

ESTATE

C'è un giardino chiaro, tra le mura basse,
di erba secca e di luce,  che cuoce adagio
la sua terra. E' una luce che sa di mare.
Tu respiri quell'erba. Tocchi i capelli
e ne scuoti il ricordo.

                                    Ho veduto cadere
molti frutti - dolci - su un'erba che so,
con un tonfo. Così trasalisci tu pure
al sussulto del sangue. Tu muovi il capo
come intorno accadesse un prodigio d'aria
e il prodigio che sei. C'è un sapore uguale
negli occhi e nel caldo ricordo.

                                                     Ascolti.
Le parole che ascolti mi toccano appena.
Hai nel viso calmo un pensiero chiaro
che ti finge alle spalle la luce del mare.
Hai nel viso un silenzio che preme il cuore
con un tonfo, e ne stilla una pena antica
come il succo dei frutti caduti allora.


                                                     ***

NOTTURNO

La collina è notturna, nel cielo chiaro.
Vi s'inquadra il tuo capo, che muove appena
e accompagna quel cielo. Sei come una nube
intravista fra i rami. Ti ride negli occhi
la stranezza di un cielo che non è il tuo.

La collina di terra e di foglie chiude
con la massa nera il tuo vivo guardare,
la tua bocca ha la piega di un dolce incavo
tra le coste lontane. Sembri giocare
alla grande collina e al chiarore del cielo:
per piacermi ripeti lo sfondo antico
e lo rendi più puro.

                                   Ma vivi altrove.
Il tuo tenero sangue si è fatto altrove.
Le parole che dici non hanno riscontro
con la scabra tristezza di questo cielo.
Tu non sei che una nube dolcissima, bianca
impigliata una notte fra i rami antichi.


                                                   ***

PIACERI NOTTURNI

Anche noi ci fermiamo a sentire la notte
nell'istante che il vento è più nudo: le vie
sono fredde di vento, ogni odore è caduto;
le narici si levano verso le luci oscillanti.

Abbiamo tutti una casa che attende nel buio
che torniamo: una donna ci attende nel buio
stesa al sonno: la camera è calda di odori.
Non sa nulla del vento la donna che dorme
e respira; il tepore del corpo di lei
è lo stesso del sangue che mormora in noi.

Questo vento ci lava, che giunge dal fondo
delle vie spalancate nel buio; le luci
oscillanti e le nostre narici contratte
si dibattono nude. Ogni odore è un ricordo.
Da lontano nel buio sbucò questo vento
che s'abbatte in città: giù per prati e colline,
dove pure c'è un'erba che il sole ha scaldato
e una terra annerita di umori. Il ricordo
nostro è un aspro sentore, la poca dolcezza
della terra sventrata che esala all'inverno
il respiro del fondo. Si è spento ogni odore
lungo il buio, e in città non giunge che il vento.

Torneremo stanotte alla donna che dorme,
con le dita gelate a cercare il suo corpo,
e un calore ci scuoterà il sangue, un calore
di terra annerita di umori : un respiro di vita.
Anche lei si è scaldata nel sole e ora scopre
nella sua nudità la sua vita più dolce,
che nel giorno scompare, e ha sapore di terra.


                                                ***

UN RICORDO

Non c'è uomo che giunga a lasciare una traccia
su costei. Quant'è stato, dilegua in un sogno
come via in un mattino, e non resta che lei.
Se non fosse la fronte sfiorata da un attimo,
sembrerebbe stupita. Sorridon  le guance
ogni volta.

              Nemmeno s'ammassano i giorni
sul suo viso, a mutare il sorriso leggero
che s'irradia alle cose. Con dura fermezza
fa ogni cosa, ma sembra ogni volta la prima;
pure vive fin l'ultimo istante. Si schiude
il suo solido corpo, il suo sguardo raccolto,
a una voce sommessa e un po' rauca: una voce
d'uomo stanco. E nessuna stanchezza la tocca.

A fissarle la bocca, socchiude lo sguardo
in attesa: nessuno può osare uno scatto.
Molti uomini sanno il suo ambiguo sorriso
o la ruga improvvisa. Se quell'uomo c'è stato
che la sa mugolante, umiliata d'amore,
paga giorno per giorno, ignorando di lei
per chi viva quest'oggi.

                                                  Sorride da sola
il sorriso più ambiguo camminando per strada.



                              Cesare  Pavese     da     Lavorare stanca