Nel pieno della stagione autunnale, prima che faccia capolino l'inverno, può succedere che ci siano alcuni giorni di bel tempo. Pioggia, nebbia e freddo - in alcuni casi possono lasciare spazio a qualche giornata di sole, ma soprattutto ad un leggero rialzo delle temperature. E così, se c'è tempo bello intorno alla prima metà del mese di Novembre, si sente spesso parlare di Estate di San Martino. Non si tratta di un colpo di coda dell'estate, ma piuttosto di un vero e proprio fenomeno avvolto da miti e leggende di origine cristiana che sono entrati a far parte delle credenze popolari, anche se alcuni esperti ne danno una spiegazione scientifica.
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L'estate di San Martino si verifica solitamente intorno all' 11 Novembre e la sua durata è espressa da un famoso detto popolare che recita : " L' Estate di San Martino dura tre giorni e un pochino" In realtà la durata del periodo mite, con assenza di precipitazioni e prevalenza di schiarite, non ha un limite specifico secondo la scienza. Questo fenomeno si verifica nell' Emisfero boreale proprio in coincidenza del giorno in cui si celebra il Santo, mentre nell' Emisfero australe si manifesta tra i mesi di Aprile e Maggio .
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LA LEGGENDA
Una leggenda narra che in un giorno d'autunno - molto probabilmente proprio l'11 Novembre - mentre usciva a cavallo da una delle porte della città di Amiens, Martino si imbatté in un uomo molto povero, nudo e infreddolito. In quel giorno, in cui era il mal tempo a farla da padrone, il soldato Martino decise di aiutare il povero : senza pensarci due volte, tagliò in due il suo mantello di lana per donargliene metà. Di fronte a questo nobile gesto, la pioggia - dopo pochi istanti - smise di cadere, il cielo si schiarì e ricomparve il sole, facendo diventare la temperatura più mite. La notte stessa Martino fece un sogno, in cui gli apparve Gesù che gli disse che il povero che aveva così generosamente aiutato, era proprio lui.
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LA STORIA
Se guardiamo invece alla storia del Santo, risulta che Martino da Tours nacque intorno al 317 da una nobile famiglia. Dopo l'episodio del mantello, si convertì al cristianesimo, fu battezzato e dopo vent'anni di carriera militare divenne Vescovo di Tours nel 371. Fu lui a fondare il monastero di Ligugé, che è il più antico d' Europa. Morì nel 397.
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LE TRADIZIONI AGRICOLE
Durante l' Estate di San Martino, secondo le tradizioni agricole, venivano rinnovati i contratti agricoli annuali : il detto " Fare San Martino", cioè traslocare, viene proprio da qui. Questa tradizione ha dunque forti legami con la terra e i suoi frutti : in questi giorni - infatti - tradizionalmente si aprono le botti per il primo assaggio del vino nuovo. Inoltre, oltre ad onorare il Santo, si fa onore all'abbondanza della campagna e al buon cibo e fra i tantissimi piatti della tradizione, l'oca è una delle pietanze più gettonate. Questo grazie ad un altro episodio della vita del Santo: si racconta infatti che quando Martino venne acclamato come nuovo vescovo, l'umile prete, che voleva rimanere un semplice monaco, si nascose in un tugurio di campagna. A smascherarlo- però - fu il gran rumore provocato dalle oche che scorrazzavano per l'aia e quindi fu scoperto dai paesani e dovette accettare l'incarico. Per questo, in molti Paesi, l'oca è la portata principale del pranzo di San Martino.
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SAN MARTINO NELLA LETTERATURA
L' Estate di San Martino è celebrata in diverse poesie e presta il nome anche al titolo di un romanzo di Stifter.
Le poesie sono: " San Martino" di G. Carducci
" Novembre " di G. Pascoli
" L' estate di San Martino" di C. Pavese
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L'ESTATE DI SAN MARTINO
Le colline e le rive del Po sono un giallo bruciato
e noi siamo quassù a maturarci nel sole.
Mi racconta costei - come fossi un amico.
" Da domani abbandono Torino e non torno mai più.
Sono stanca di vivere tutta la vita in prigione".
Si respira un sentore di terra e, al di là delle piante,
a Torino, a quest'ora lavorano tutti in prigione.
Il quartiere, il paese, la città, la strada.
" Torno a casa dai miei dove almeno potrò stare sola
senza piangere e senza pensare alla gente che vive.
Là mi caccio un grembiule e mi sfogo in cattive risposte
ai parenti e per tutto l'inverno non esco mai più ".
Nei paesi Novembre è un bel mese dell'anno:
c'è le foglie colore di terra e le nebbie al mattino,
poi c'è il sole che rompe le nebbie. Lo dico tra me
e respiro l'odore di freddo che ha il sole al mattino.
" Me ne vado perché è troppo bella Torino a quest'ora :
a me piace girarci e vedere la gente
e mi tocca star chiusa finch'è tutto buio
e la sera soffrire da sola" Mi vuole vicino
come fossi un amico ; quest'oggi ha saltato l'ufficio
per trovare un amico. " Ma posso star sola così?".
Giorno e notte - l'ufficio - le scale- la stanza da letto
se alla sera esco a fare due passi non so dove andare
e ritorno cattiva e al mattino non voglio più alzarmi.
Tanto bella sarebbe Torino - poterla godere
solamente poter respirare". Le piazze e le strade
han lo stesso profumo di tiepido sole
che c'è qui tra le piante. Ritorni al paese.
Ma Torino è il più bello di tutti i paesi.
"Se trovassi un amico - quest'oggi - starei sempre qui".
" Come geloso, io soffro quattro volte : perché sono geloso; perché mi rimprovero di esserlo; perché tempo che la mia gelosia finisca col ferire l'altro; perché mi lascio soggiogare da una banalità : soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri".
( Roland Barthes )
ODE ALLA GELOSIA
Simile a un dio mi sembra quell'uomo
che siede davanti a te, e da vicino
ti ascolta mentre tu parli
con dolcezza
e con incanto sorridi. E questo
fa sobbalzare il mio cuore nel petto.
Se appena ti vedo, subito non posso
più parlare: la lingua si spezza : un fuoco
leggero sotto la mia pelle mi corre :
nulla vedo con gli occhi e le orecchie
mi rombano :
un sudore freddo mi pervade : un tremore
tutto mi scuote: sono più verde
dell'erba; e poco lontana mi sento
dall'essere morta.
Ma tutto si può sopportare...
Saffo, 630 a.C.
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SONETTO DEL DOLCE LAMENTO
Temo di perdere la meraviglia
dei tuoi occhi di statua e la cadenza
che di notte mi posa sulla guancia
la rosa solitaria del respiro.
Temo di essere lungo questa riva
un tronco spoglio, e quel che più m'accora
è non avere fiore, polpa, argilla
per il verme di questa sofferenza.
Se sei tu il mio tesoro seppellito,
la mia croce e il mio fradicio dolore,
se io sono il cane e tu il padrone mio,
non farmi perdere ciò che ho raggiunto
e guarisci le acque del tuo fiume
con foghe dell'Autunno mio impazzito.
Federico Garcia Lorca
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" Oh, guardatevi dalla gelosia , mio signore. E' un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre. Beato vive quel cornuto il quale - conscio della sua sorte - non ama la donna che lo tradisce : ma, oh come conta i minuti della sua dannazione chi ama e sospetta; sospetta e si strugge d'amore ! ".
W. Shakespeare ( Iago ad Otello - Atto III, scena III )
" Una donna che non sia una stupida, presto o tardi incontra un rottame umano e prova a salvarlo. Qualche volta ci riesce. Ma una donna che non sia una stupida, presto o tardi trova un uomo sano e lo riduce un rottame. Ci riesce sempre " . ( C. Pavese )
30 Maggio 1938 (…) L'unico modo per conservarti una donna - se ci tieni - è metterla in una situazione tale che il mondo, il rispetto umano, l'interesse ecc, le impediscano di andarsene. Chi cerca di conservarla per pura forza di dedizione e di sincerità è un ingenuo. Avere la legittimità dalla propria: è il modo con cui si stabilizzano le rivoluzioni e si tengono le donne. Liberarsi da ogni nobile gusto e accettare di essere a " righteous citizen", un grasso borghese. Guarda come si sono messi a posto principescamente le tue conoscenze. Chiavar bene e mangiar meglio piace a tutti. Ed è gente che si stupirebbe moltissimo se tu mettessi in dubbio che si sacrifica per gli ideali. La vita pratica è astuzia, nient'altro. Tutto si riduce alla sacramentale astuzia della fidanzata che non deve " dargliela" al moroso, altrimenti lui la pianta. (…)
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17 Giugno 1938
(…) L' effetto del dolore ( disgrazie, sofferenze, quando siano mentali ) è di creare un filo spinato nella mente e costringere i pensieri a evitare certe aree, per sfuggire alle angosce che vi regnano. In questo senso, soffrire limita l'efficienza spirituale. Ché, finito il dolore, la propria potenza si trovi accresciuta non è poi tanto vero, anzitutto poiché un certo indolenzimento nell'area resta sempre, e una tendenza ad evitare il malo passo, e poi perché , se durante la pena non si è acquistato nulla, non si vede come si possa acquistare dopo, nella normalità.Il fatto è questo:che si è acquistata esperienza, la cosa cioè più astratta e vana. Quanto alla tempra, la si è solo indebolita. Nessun carattere ha - dopo un dolore - la tempra che aveva prima. Come nessun corpo dopo una ferita ha la salute di prima, se non un indurimento esacerbato: il famoso strato corneo. Tutti questi grandi spiritualisti parlano in fondo di risultati materiali: nozioni su se stesso, sulla vita, massime che ci si dà, ecc. L'efficienza, la tempra, la " portata del ponte " ognuno vede chiaramente che col dolore subisce soltanto una limitazione d'attività, e quando torna ad avere campo libero non ha nemmeno il vantaggio di essersi rinvigorita con un riposo, dato che soffrire travaglia e lima anche se non lascia libero gioco. (…) *** 17 Settembre 1938 (…) Un cristiano direbbe che, credendo di trovare il piacere, si scoprono invece le proprie tare. Che l'ufficio provvidenziale del piacere è di far dimenticare all'uomo le cautele e, sbattendolo così contro le pareti della sua cella, insegnargli l'umiltà. Solo cercando avidamente il piacere si capisce che cos'è il dolore. Le prove dell'esistenza di Dio non sono propriamente nell' armonia dell'universo, nell'equilibrio miracoloso del tutto, nei bei colori dei fiori, ecc. ma nella disarmonia dell'uomo in mezzo alle cose : nella sua capacità di soffrire. Perché non c'è ragione che l'uomo soffra in questo mondo, se non esiste la responsabilità morale, cioè la capacità - il dovere - di dare alla propria sofferenza un significato. (…) Cesare Pavese da Il mestiere di vivere 1935 - 1950
29 Settembre 1938 (…) Dovrò smettere di vantarmi incapace dei sentimenti comuni ( piacere della festa, gioia della folla, affetti familiari…). Incapace sono invece di sentimenti eccezionali ( la solitudine e il dominio ), e se non riesco bene in quelli comuni, è perché una ingenua pretesa a quegli altri mi ha corroso il sistema dei riflessi che avevo normalissimo.In genere ci si accontenta di essere incapaci di quelli comuni, e si crede che ciò voglia dire " essere capaci degli altri ".Si può analogamente essere incapace di scrivere una sciocchezza e incapace di scrivere una cosa geniale.L'una incapacità non postula l'altra capacità,e viceversa. Si odia ciò che si teme, ciò quindi che si può essere, che si sente di essere un poco. Si odia se stessi. Le qualità più interessanti e fertili di ciascuno, sono quelle che ciascuno più odia in sé e negli altri. Perché nell'odio c'è tutto: amore, invidia, ignoranza, mistero e ansia di conoscere e possedere. L'odio fa soffrire. Vincere l'odio è fare un passo nella conoscenza e padronanza di sé, è giustificarsi e quindi cessare di soffrire. (…)
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15 Ottobre 1938
(…) L'accettazione della sofferenza ( Dostojevski ) è in sostanza un modo di non soffrire. Dunque, chi si sacrifica non lo fa per lenire la sofferenza di un altro? Che torna come dire: soffra pure io, purchè non soffrano gli altri, tutto è bene. E se ciascuno si occupasse di non soffrire lui, non sarebbe più spiccia ? Ma - appunto - la trovata dostoievskiana è che si cessa di soffrire soltanto accettando. E pare che si possa accettare la sofferenza soltanto sacrificandosi. In queste cose il torto è fare il passo più lungo della gamba. Si accetta di soffrire ( rassegnazione ) e poi ci si accorge che si è sofferto e basta. Che la sofferenza non è servita a noi e gli altri se ne infischiano. E allora si digrignano i denti e si diventa misantropi. Voilà. La cosa più atroce è sempre il " passare per fessi". Cioè veder negata ( vanificata ) la propria sofferenza. (…) *** (…) La vecchiaia - o maturità - scende anche sul mondo esterno. La rigida e trasparente notte invernale che staglia le case nel cielo che attende la neve, un tempo toccava il cuore e apriva un mondo d'ansia eroica. Non è più necessario - col tempo - muoversi nel mondo esterno vivendoci l'ansia: basta il suo rapido accenno, sapere che esiste ed esiste in noi, e attendere un mondo tutto fatto di vita interiore che ha preso ormai la novità e la fecondità della natura. La maturità è anche questo: non più cercare fuori, ma lasciare che parli -col suo ritmo che solo conta - la vita intima. E' ormai povero e materiale il mondo esterno davanti alla inaspettata e profonda maturità dei ricordi. Persino il sangue e il corpo nostri si sono maturati e intrisi di spiritualità, di largo ritmo. La giovinezza è non possedere il proprio corpo né il mondo.(..) Cesare Pavese da Il mestiere di vivere 1935 - 1950
16 Agosto 1950 (…) Cara, tu forse sei davvero la migliore - quella vera. Ma non ho più il tempo di dirtelo,di fartelo sapere - e poi,se anche potessi, resta la prova, la prova, il fallimento. Vedo oggi chiaramente che dai 28 a oggi ho sempre vissuto sotto quest'ombra - qualcuno direbbe un complesso.E dica pure: è qualcosa di molto più semplice. Anche tu sei " la primavera ", un'elegante, incredibilmente dolce e flessibile primavera, dolce, fresca, sfuggente - corrotta e buona - " un fiore della dolcissima valle del Po ", direbbe chi so io. Eppure,anche tu sei soltanto un pretesto.La colpa, dopo che mia, è soltanto dell' " inquieta angosciosa che sorride da sola ". Perché morire ? Non sono mai stato tanto vivo come ora, mai così " adolescente ". Nulla si assomma al resto, al passato. Ricominciamo sempre. Chiodo scaccia chiodo. Ma quattro chiodi fanno una croce. La mia parte pubblica l'ho fatta - ciò che potevo. Ho lavorato,ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti. (…) Cesare Pavese da Il mestiere di vivere 1935 - 1950
17 Agosto 1950 (…) I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo. E' la prima volta che faccio il consuntivo di un anno non ancora finito. Nel mio mestiere dunque sono re. In dieci anni ho fatto tutto. Se penso alle esitazioni di allora. Nella mia vita sono più disperato e perduto di allora. Che cosa ho messo insieme? Niente. Ho ignorato per qualche anno le mie tare, ho vissuto come se non esistessero. Sono stato stoico. Era eroismo? No, non ho fatto fatica. E poi, al primo assalto dell' " inquieta angosciosa " sono ricaduto nelle sabbie mobili. Da Marzo mi ci dibatto.Non importano i nomi. Sono altro che nomi di fortuna, nomi casuali - se non quelli, altri? Resta che ora so qual è il mio più alto trionfo -e a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita. Non ho più nulla da desiderare su questa terra, tranne quella cosa che quindici anni di fallimenti ormai escludono. Questo il consuntivo dell'anno non finito, che non finirò. Ti stupisci che gli altri ti passino accanto e non sappiano,quando tu passi accanto a tanti e non sai, non ti interessa qual è la loro pena, il loro cancro segreto? (…) 18 Agosto 1950 (…) La cosa più segretamente temuta accade sempre. Scrivo : o Tu, abbi pietà. E poi? Basta un po' di coraggio. Più il dolore è determinato e preciso, più l'istinto della vita si dibatte, e cade l'idea del suicidio. Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette l'hanno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio. Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più. (…) Cesare Pavese da Il mestiere di vivere 1935 - 1950
Mi sorprende - a pensarla - un ricordo remoto… INCONTRO Queste dure colline che han fatto il mio corpo e lo scuotono a tanti ricordi, mi han schiuso il prodigio di costei, che non sa che la vivo e non riesco a comprenderla. L'ho incontrata una sera: una macchia più chiara sotto le stelle ambigue, nella foschia d'estate. Era intorno il sentore di queste colline più profondo dell'ombra, e d'un tratto suonò come uscisse da queste colline, una voce più netta e aspra insieme, una voce di tempi perduti. Qualche volta la vedo, e mi viene dinanzi definita, immutabile, come un ricordo. Io non ho mai potuto afferrarla: la sua realtà ogni volta mi sfugge e mi porta lontano. Se sia bella non so. Tra le donne è ben giovane: mi sorprende - a pensarla - un ricordo remoto dell'infanzia vissuta fra queste colline, tanto è giovane. E' come il mattino. Mi accenna negli occhi tutti i cieli lontani di quei mattini remoti. E ha negli occhi un proposito fermo: la luce più netta che abbia avuto mai l'alba su queste colline. L'ho creata dal fondo di tutte le cose che mi sono più care, e non riesco a comprenderla. *** ESTATE C'è un giardino chiaro, tra le mura basse, di erba secca e di luce, che cuoce adagio la sua terra. E' una luce che sa di mare. Tu respiri quell'erba. Tocchi i capelli e ne scuoti il ricordo. Ho veduto cadere molti frutti - dolci - su un'erba che so, con un tonfo. Così trasalisci tu pure al sussulto del sangue. Tu muovi il capo come intorno accadesse un prodigio d'aria e il prodigio che sei. C'è un sapore uguale negli occhi e nel caldo ricordo. Ascolti. Le parole che ascolti mi toccano appena. Hai nel viso calmo un pensiero chiaro che ti finge alle spalle la luce del mare. Hai nel viso un silenzio che preme il cuore con un tonfo, e ne stilla una pena antica come il succo dei frutti caduti allora. *** NOTTURNO La collina è notturna, nel cielo chiaro. Vi s'inquadra il tuo capo, che muove appena e accompagna quel cielo. Sei come una nube intravista fra i rami. Ti ride negli occhi la stranezza di un cielo che non è il tuo. La collina di terra e di foglie chiude con la massa nera il tuo vivo guardare, la tua bocca ha la piega di un dolce incavo tra le coste lontane. Sembri giocare alla grande collina e al chiarore del cielo: per piacermi ripeti lo sfondo antico e lo rendi più puro. Ma vivi altrove. Il tuo tenero sangue si è fatto altrove. Le parole che dici non hanno riscontro con la scabra tristezza di questo cielo. Tu non sei che una nube dolcissima, bianca impigliata una notte fra i rami antichi. *** PIACERI NOTTURNI Anche noi ci fermiamo a sentire la notte nell'istante che il vento è più nudo: le vie sono fredde di vento, ogni odore è caduto; le narici si levano verso le luci oscillanti. Abbiamo tutti una casa che attende nel buio che torniamo: una donna ci attende nel buio stesa al sonno: la camera è calda di odori. Non sa nulla del vento la donna che dorme e respira; il tepore del corpo di lei è lo stesso del sangue che mormora in noi. Questo vento ci lava, che giunge dal fondo delle vie spalancate nel buio; le luci oscillanti e le nostre narici contratte si dibattono nude. Ogni odore è un ricordo. Da lontano nel buio sbucò questo vento che s'abbatte in città: giù per prati e colline, dove pure c'è un'erba che il sole ha scaldato e una terra annerita di umori. Il ricordo nostro è un aspro sentore, la poca dolcezza della terra sventrata che esala all'inverno il respiro del fondo. Si è spento ogni odore lungo il buio, e in città non giunge che il vento. Torneremo stanotte alla donna che dorme, con le dita gelate a cercare il suo corpo, e un calore ci scuoterà il sangue, un calore di terra annerita di umori : un respiro di vita. Anche lei si è scaldata nel sole e ora scopre nella sua nudità la sua vita più dolce, che nel giorno scompare, e ha sapore di terra. *** UN RICORDO Non c'è uomo che giunga a lasciare una traccia su costei. Quant'è stato, dilegua in un sogno come via in un mattino, e non resta che lei. Se non fosse la fronte sfiorata da un attimo, sembrerebbe stupita. Sorridon le guance ogni volta. Nemmeno s'ammassano i giorni sul suo viso, a mutare il sorriso leggero che s'irradia alle cose. Con dura fermezza fa ogni cosa, ma sembra ogni volta la prima; pure vive fin l'ultimo istante. Si schiude il suo solido corpo, il suo sguardo raccolto, a una voce sommessa e un po' rauca: una voce d'uomo stanco. E nessuna stanchezza la tocca. A fissarle la bocca, socchiude lo sguardo in attesa: nessuno può osare uno scatto. Molti uomini sanno il suo ambiguo sorriso o la ruga improvvisa. Se quell'uomo c'è stato che la sa mugolante, umiliata d'amore, paga giorno per giorno, ignorando di lei per chi viva quest'oggi. Sorride da sola il sorriso più ambiguo camminando per strada. Cesare Pavese da Lavorare stanca