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sabato 20 marzo 2021

IO NON SONO L'AMORE ( Marina Cvetaeva )


 Una donna per bene non è una donna, scrisse Marina Cvetaeva nell’inverno del 1919. Fu un terribile inverno di povertà, giovinezza e dolore, lei aveva ventisette anni, frequentava poeti, scrittori, pittori, attori di teatro, si infatuava di uomini e donne mentre il marito Sergej Efron era lontano, arruolato nell’Armata bianca: lei lo aveva sposato per amore e con amore gli rimase accanto, lo amò mentre era assente (Serena Vitale, la più grande studiosa italiana di Marina Cvetaeva, non esclude che Sergej si fosse arruolato in seguito al primo tradimento di Marina con suo fratello Petja, attore), lo amò anche mentre non lo amava più e andava incontro, tutta, al primo che passava per strada. A ognuno chiedeva amore smisurato e sfrenata tenerezza e libertà, a ognuno chiedeva che le provasse, attraverso l’amore, che lei esisteva davvero. Che era in vita. Ogni indizio terrestre, ogni bacio sognato in Marina Cvetaeva era un incendio dell’anima. “Io devo essere amata in modo del tutto straordinario per poter amare straordinariamente”, scrisse a Aleksandr Vasil’evic Bachrach, un ragazzo di vent’anni di cui si era innamorata, o invaghita, a cui mandò molte lettere, parlò dell’anima, corresse le parole sbagliate o goffe, dedicò poesie, e a cui chiese, imperiosa: “Voglio da Voi, ragazzo, il miracolo. Il miracolo della fiducia, della comprensione, della rinuncia”.

Marina Cvetaeva chiedeva ai suoi amori, tutti, la rinuncia a una vita insieme, la comprensione profonda di quel modo di stare al mondo come in un perenne incendio che aveva al centro di ogni cosa la poesia e il bisogno di scrivere, e chiedeva la fiducia assoluta in un amore che conteneva in sé un particolare tipo di fedeltà – la fedeltà all’anima, la fedeltà a se stessi. In questo senso Marina Cvetaeva, all’inizio del secolo scorso, prima, durante e dopo la Rivoluzione, a vent’anni come a cinquanta, nella sua vita di donna innamorata e di poetessa che non poteva annientarsi per amore, per non diventare cieca di fronte agli alberi, alla neve, al mondo (“la creazione artistica e l’amore sono incompatibili”), in questo senso, con addosso quell’unico logoro vestito marrone, con i figli e un marito a cui scriveva lettere d’amore, Marina rivendicava per sé la certezza, ma anche la naturalezza, di non essere per bene. Di andare incontro agli altri con le braccia protese, e dare, e prendere, e chiedere amore, dolcezza, affetto, e cercare ogni volta una fusione.

 

L’amore di Marina Cvetaeva è un’arte poetica che comprende tutto, è un modo di vivere che a volte è disincarnato, costruito sopra l’assenza dei corpi, fatto soltanto di parole, a volte distrattamente erotico, ma è un amore in cui, se ci si bacia, ci si ama (“io ho questa stupida convinzione: se baci – allora vuol dire che ami!”). Lei scrisse di non amare il mare, perché era “troppo simile all’amore. Non amo l’amore (aspettare quello che mi farà)”, ma passò gli inverni e le primavere e l’esilio a ricoprire ogni cosa d’amore e a mendicare amore, come un carburante per trovare le parole, per conoscere il mondo e per sentire di esistere. Per soffrire, soprattutto: Marina diventava infelice appena l’amore si scontrava con la realtà. Già sua madre era stata infelice in amore, aveva rinunciato all’uomo che amava, sposato, per lasciare che un altro dicesse di lei “mia moglie”, aveva accettato che un professore non amato diventasse il padre delle sue figlie: Marina lo sapeva e ne era orgogliosa. Da bambina lesse di nascosto dai grandi “Eugenio Onegin”, il poema di Aleksandr Pusˇkin (Tatiana e Onegin non si amarono mai, pur amandosi sempre: all’inizio lui respinge Tatiana, alla fine Tatiana respinge Onegin): in un saggio su Pusˇkin, nel 1937, Marina Cvetaeva scrisse che quell’amore non riuscito “predeterminò in me tutta la passione per l’amore infelice, non reciproco, impossibile. Da quel preciso istante non ho voluto essere felice e con questo mi sono condannata – al nonamore”.

 

Il nonamore ha vissuto dentro molti amori, il nonamore cresceva perché l’amore era incompatibile con la vera ossessione della vita: la scrittura. La scrittura ha guidato ogni gesto di Marina Cvetaeva, e la irritavano le parole imprecise, le domande stupide, i pensieri meschini, la vita priva di poesia (“trovate parole che mi incantino: credo soltanto agli incantesimi”). Marina si irritava anche per l’amore eccessivo, cieco, ottuso: in una lettera a un amico, prima della Rivoluzione, racconta la sua formula dell’amore, anche se è forse ancora piena dell’invincibilità della giovinezza. L’amore per lei era prima di tutto comprensione, riconoscimento, condividere una passione: “Voglio leggerezza, libertà, comprensione – non trattenere nessuno e che nessuno mi trattenga” (per questo amò Boris Pasternak, amò Rainer Maria Rilke – “E’ così raro che le mie mani vogliano qualcosa”, “Posso baciarti?”, “Io ti amo e voglio dormire con Te, lo dico con altra voce, quasi nel sonno, già nel sonno” – e amò i poeti e le poetesse e chi si incendiava come lei per un verso, per l’albero al bordo della strada).

 

“Quello che voi chiamate amore (sacrificio, fedeltà, gelosia) tenetelo in serbo per gli altri, per un’altra – io non ne ho bisogno. Io posso amare solo la persona che in una giornata di primavera a me preferirà una betulla”. Marina civettava, leggera, danzante, e raccontava compiaciuta all’amico di quanto si fosse infuriata perché, passeggiando per il Cremlino con un uomo, un amante, un poeta, “una persona incantevole”, quest’uomo le parlava incessantemente di lei. “Come potete non capire che il cielo – alzate la testa e guardate! – è mille volte più grande di me, come potete pensare che in una simile giornata io possa pensare al Vostro amore, all’amore di chicchessia!”. Era fiera di essere così, libera, anticonformista (avrebbe odiato questa parola), interessata più al cielo che all’uomo ardente d’amore per lei. Totalmente estranea all’idea di dover essere, negli anni Venti, una ragazza per bene. “Non è facile amare una cosa difficile come me”, scriveva più tardi, con gli anni che le avevano lasciato addosso segni e lutti e dolore e solitudine, e non era facile per gli uomini a cui protendeva le braccia e le parole tenere vivo quell’amore, o almeno corrispondervi pienamente. Marina non si occupava dei pettegolezzi e non aveva pensieri meschini (“Non baciarsi mai con nessuno – lo capisco – cioè non lo capisco, ma non irrimediabilmente – ma se ci si bacia –, con quale pretesto non andare oltre? Buonsenso? – Una bassezza! mi disprezzerei. Poi lo ami di meno? Non si sa, forse di meno, forse di più. Fedeltà? – Allora non baciare”), ma davanti a questa sfrenatezza, a questa dismisura di sentimenti e di parole e di attese, davanti all’attesa di un miracolo (“vi stringo affettuosamente la mano e attendo da Voi prodigi”) gli uomini dentro la vita dei giorni di Marina spesso fuggivano, impauriti, oppure le davano appuntamenti a cui lei mancava per volontà, perché preferiva “amare gli assenti” dentro il paese della sua anima, e attribuire loro anche le qualità che non possedevano: far combaciare l’amore con l’idea dell’amore.

 

Sapeva che avrebbe rovinato l’amore con gli inciampi dei corpi, con l’incapacità dell’amato del momento di essere all’altezza di uno slancio, di un’esaltazione che comunque lo scavalcava e lo faceva rimpicciolire, sbiadire, e infine sovrapporsi a un altro. E poiché lui rimpiccioliva, Marina stessa si sentiva rimpicciolire, le cadevano le braccia che aveva proteso, soffriva per i silenzi, per il pallore del sentimento che riceveva indietro, magari si annoiava, smaniava, si svuotava: “Posso portare avanti dieci rapporti (che orrore: ‘rapporti’), insieme e convincere ognuno e subito, dalla più profonda profondità, che è l’unico. Ma non tollero che mi si voltino le spalle, neanche appena appena. Mi fa MALE, capito? Io sono una creatura scorticata a nudo, e tutti voi portate la corazza”. Marina era carne viva, e nonostante la fame di vita non era fatta per la vita. Pretendeva una “irrimediabile tenerezza” da ogni uomo che incontrava, chiedeva loro di essere spalancati, di diventare vivi per lei, e in cambio offriva un amore “di identità”, un amore diverso, specialissimo, difficile, forse impossibile, troppo moderno, ma autentico. “Oh, molte donne vi hanno amato e vi ameranno più forte. Tutte – di più. Nessuna – così”. Non accettava di essere amata per ciò che non era o nonostante ciò che era, e certo non per la donna per bene che avrebbe dovuto essere. Non chiedeva perdono di essere così: ossessiva, altrove, infedele, mutevole, totalmente libera, presuntuosa, selvatica, a volte materna con esseri fragili e vanitosi, capace di dedicare le stesse poesie a uomini diversi, e di dire ogni volta: è la prima volta. A uno di questi amori un giorno scrisse: “Qualcosa è finito. Amo un altro – non si potrebbe dire in modo più semplice, brutale, sincero. Ho smesso di amarvi? No. Voi non siete cambiato e io non sono cambiata. E’ cambiata una cosa soltanto: la mia dolorosa concentrazione su Voi”. Era sincera, era libera, era precisa e spietata anche nell’individuare il nonamore e nel dire addio. “Com’è successo? Oh, amico, come succedono queste cose?! Io mi sono slanciata, l’altro ha risposto, ho ascoltato parole grandi, parole come non ce n’è di più semplici e che forse sentivo per la prima volta in vita mia. E’ un ‘legame’? Non lo so. Io sono legata anche dal vento tra i rami. Dalle mani fino alle labbra – e dov’è il confine? E c’è – un confine?!”.

 

Ecco, Marina Cvetaeva non aveva confini e amava senza confini. Era trafelata, sola, isolata, continuamente abbandonata e, una volta superata la giovinezza, sempre più costretta a rinunciare a tutto, tranne che a scrivere. A prendere la distanza da tutto e a sentire, sempre di più, l’impossibilità di vivere. Ma l’amore in lei era proprio questo: un modo per andare più vicina alle cose. “L’amore è innanzitutto la nostra lontananza dalle cose, nel migliore dei casi – annullamento di questa distanza, cioè fusione”. Stava stretta in ogni persona, in ogni sentimento, come in una gabbia, e soffriva di avere accanto persone così ragionevoli, così rispettabili, così attente ai confini e alla vita esteriore, che le chiedevano di “sistemare le cose” oppure si dileguavano, sopraffatti dalla sfrenatezza. A lei non importava di essere né ragionevole né rispettabile, per tutta la vita oppose una coraggiosa resistenza alla rispettabilità. Una donna per bene non è una donna. Una donna per bene non è una poetessa. E quando la poetessa Marina Cvetaeva incontrò, per lettera, il poeta, lo scrittore Boris Pasternak, s’innamorò completamente. Era il 1922, lei aveva trent’anni, lui trentadue: diventarono indispensabili l’uno per l’altra. Affini, vicini, irragionevoli, lontanissimi. Forse lui solo riuscì davvero ad amarla come lei chiedeva di essere amata: “Oh, Marina, come vi amo! Con quanta libertà, naturalezza, con quanta preziosa chiarezza! Come vorrei la Vita con voi! E prima di tutto quella parte della vita che si chiama lavoro, crescita, ispirazione, conoscenza”. Lei gli rispondeva: non posso. “Come vivere con un’anima – in una casa? Nel bosco – forse – sì”. Ma lo amava in modo totale, dedito, ininterrotto, lo costringeva a vivere, a scrivere, gli intimava di essere vivo, e voleva, nelle lettere, un figlio da lui. Avrebbe voluto chiamare il proprio figlio, il terzo figlio maschio avuto da suo marito, Boris (“è stato Boris finché nessuno lo sapeva. Dopo che ho pronunciato il suo nome, ho provato gelosia del suono”). Marina Cvetaeva e Boris Pasternak si scrissero per quattordici anni, si sostennero, furono gelosi l’uno dell’altra, furono travolti l’uno dall’altra, essenziali l’uno per l’altra. “Tu mi sei affine tutto, da parte a parte, terribilmente e angosciosamente affine, come io a me stessa – senza asilo, come le montagne. (Non è una dichiarazione d’amore: di destino)”. Lui la aspettava, lei non andava, lei lo aspettava, lui lasciava la moglie per un’altra donna. Come Onegin e Tatiana, come nella “libertà puskiniana” che a loro veniva data in cambio della felicità, dell’incapacità di una vita insieme, ma nella certezza di due vite simili. Marina diceva che Boris era come un lampione per strada, inaggirabile: ovunque si voltasse a qualunque cosa pensasse, lui sorgeva, era lì, dentro i pensieri, nelle poesie, nei libri, nella musica, nelle notti sveglia a scrivere, nella solitudine, insomma in tutta la sua vita non felice e mai abbastanza piena d’amore. “E sempre, sempre, sempre, Pasternak, in tutte le stazioni della mia vita, accanto a tutti i lampioni dei miei destini, lungo tutti gli asfalti, sotto tutti gli ‘sghembi acquazzoni’ – sarà sempre la stessa cosa: il mio appello, il Vostro arrivo”. E non fu mai un tradimento, fu sempre e soltanto: l’amore.


                  Annalena  Benini


lunedì 10 giugno 2019

LYDIA DAVIS

 
 

                                                                           Lydia  Davis


UN INVENTARIO DELL' ESISTENZA

(…) Lydia Davis scrive tutto ciò che vuole. Con il ritmo interiore
       del pensiero e della distrazione, quello che si dice di una
       persona " con la testa tra le nuvole". 
       Le sue nuvole diventano racconti che volano dritti verso di noi
       e provocano un riconoscimento: ci fa sentire su un piano più
       alto, aereo ma concreto, pieno di accondiscendenza verso il
       basso che fa soffrire, che fa sbandare.
       In America l'hanno definita miniaturist, e la sua opera
       flash fiction, ma tutti aggiungono subito che è impossibile
       definirla. Jonathan Franzen  ( scrittore e saggista , n.d.r. ) ha
       detto : " Lei è Proust, più breve ". Malinconica, ironica,
       raffinata, ha raccontato, spiegato, consolato, divertito e
       straziato l'identità femminile.
       Ha reso lieve il dolore, ha mostrato l'altro volto della gioia, ha
       raccontato la sopportazione altissima, l'ironia che salva, l'
       eleganza, il limite, la maternità quando sei allo stesso tempo
       profondamente assorbita e profondamente annoiata e vorresti
       andare a una festa. E quella specie di distacco che anche in
       una valle di lacrime fa decidere che quel piatto va lavato
       immediatamente, e che lui ha delle scarpe veramente orribili.
       La desolazione metafisica e la saggezza, insieme al senso della
       commedia. Nei racconti di Lydia Davis c'è divertimento e
       profondità, assoluzione e spietatezza, ma sempre con la
      possibilità di un respiro,anche quando la stanchezza assomiglia
      alla disperazione. La donna che telefona trentasette volte all'
      uomo che non le risponde, è così vera, comica e straziante
      insieme perché non ci sono accuse, processi e indignazioni, ma
      la letteratura che ci mostra la vita da dentro.
      Un suo brevissimo racconto si intitola Insonnia:

       Sono tutta dolorante.
       Dev'essere questo gran letto che mi preme contro da sotto.

      Cominci a capire il paradosso : stesa sul letto accanto a lui,
      sei profondamente assorbita a guardare il viso e a tenergli le
      mani, eppure al tempo stesso sei profondamente annoiata e
      vorresti essere altrove a fare altro. Ad esempio ad una festa.
      Lydia Davis ha pubblicato molte raccolte di racconti, ha
      tradotto Proust, Foucault, è stata sposata con Paul Auster e
      insieme hanno un figlio.  Dice:
    "In questi giorni cerco di dirmi che quello che sento non ha tutta
      questa importanza. L'ho letto in tanti libri ormai : quello che
      sento è importante ,ma non è il centro di tutto. Posso anche
      capirlo, ma non ci credo abbastanza da comportarmi di
      conseguenza. Vorrei crederci con più convinzione. Che sollievo
    sarebbe.Non dovrei sempre stare lì a cercare di sentirmi meglio"
    Bisognerebbe leggerli tutti, questi racconti, come un breviario,
    come un inventario dell'esistenza, come una voce di ragazza che
    dice: vorrei pensare di meno e intanto far crescere il volume
    mentale, con grazia, con acutezza.
    A volte sembra origliare se stessa e trovarsi antipatica : " Se io
    non fossi me e mi ascoltassi per caso dal piano di sotto, da
    vicina di casa - mentre parlo con lui -mi direi quanto sono felice
     di non essere lei, di non suonare come suona lei".
     Perché l'accondiscendenza è sempre verso gli altri, mai verso se
     stessa. E' una donna, del resto.
     Ma anche così, anzi soprattutto così, Lydia Davis è necessaria
     per raccontare chi siamo.  (…)



             Annalena  Benini    da     I racconti delle donne



ELSA MORANTE

 
 
 
 
Elsa Morante 
 
 
 
LA RAGAZZA CON BRUTTI GUANTI

(…) Elsa Morante è stata la figlia più amata, mandata dalla zia
      ricca a studiare e a mangiare bene, a curare l'anemia, lodata
      per l'intelligenza e per la bellezza. E' stata la speranza e il
      riscatto di sua madre, Irma Poggibonsi, maestra elementare,
      che aveva avuto questi figli da un altro uomo, per l'impotenza
      del marito Augusto Morante.
    " Mia madre raccontava - traboccante di legittima baldanza -
      che all'età di due anni e mezzo, girando intorno alla tavola,
     avevo composto il mio primo poema in versi sciolti. E io covavo
     un empio rancore contro di lei, che aveva partorito un simile
     prodigio ". Elsa andò via di casa a diciott'anni e non volle sua
     madre al matrimonio con  Alberto Moravia nel 1941 ( e al
     rinfresco litigò con la suocera che voleva darle lezioni di
     economia domestica, la definì "una donna senz'anima " e non la
     rivide mai più ).
     Elsa Morante era sempre in guerra, e anche quando aveva tutto
     il Paese i suoi piedi, come i compagni di classe alle scuole
     elementari, si sentiva comunque in fondo al cuore la ragazza
     ubriaca e povera con i brutti guanti, che gli altri guardano dall'
     alto in basso, come ha scritto in una lettera ad una sua amica-
     Luisa  Fantini - all'inizio della storia d'amore con Moravia.
    " A. è uno snob e io vorrei soddisfare con la mia persona il suo
     snobismo, avendo per esempio un'alta posizione sociale o
     essendo illustre. Niente di tutto questo è, e ieri quella visita alla
     Mostra con la coscienza di non essere una persona importante
     là dentro, e lui che parlava con la contessa e io ubriaca con i
   brutti guanti alle mani,e poi non mi presentarono gli Accademici,
  e il suo racconto di quei giorni passati in quella villa aristocratica
  di quella signora dell'aristocrazia amata da lui… Basta, è una
  lunga lista di umiliazioni. Credevo di averle vinte col solito
  pensiero che io valgo tanto, che so di essere… Un errore ".
  Aveva dovuto impegnare al Monte di Pietà la macchina per
  scrivere per pagare i debiti. Ma voleva diventare la regina del
  mondo borghese di Moravia e desiderava per sé, oltre al suo
  amore assoluto, anche la sua disciplina di scrittore.
 "Invidio Alberto che è così metodico.Lui non crede all' ispirazione
   ma alla perseveranza e qualunque cosa avvenga, si mette a
   scrivere ogni mattina. Poi è libero e soddisfatto e la giornata gli
   si stende davanti placata. Io invece riesco a scrivere soltanto di
   pomeriggio e solo quando i miei personaggi mi chiamano. Ma il
   lavoro pomeridiano incide su tutta la giornata, proietta la sua
   ombra - come un rimorso - anche sui profili innocenti dei mattini.
   Solo il momento in cui si deve accendere la lampada sul tavolo
   mi salva."
   Elsa Morante ha vissuto e scritto così, combattendo, inseguendo
   e scappando, la prima della classe e l'ultima del mondo, la più
   importante scrittrice italiana, al tempo stesso la più  amata e la
   più infelice, la più difficile e la più grande. (…)



             Annalena  Benini    da    I racconti delle donne



MARGUERITE YOURCENAR

 
 

                                                                          Marguerite Yourcenar


" Non mi ucciderò. Ci si scorda così presto dei morti.
  Non si costruisce una felicità che su fondamenta di disperazione.
  Penso proprio che ora possa mettermi a costruire.
 
  Della mia vita non si accusi nessuno.

  Non si tratta di un suicidio. Si tratta soltanto di battere un record.

  ( da  " Fuochi " )


E TU TE NE VAI?

(…) " Spero che questo libro non venga mai letto" : è l'incipit di
       Fuochi . Marguerite aveva trentadue anni: era il 1935 e
       viveva prevalentemente in Grecia ( " Importa probabilmente a
       me sola che Saffo  o  Del suicidio  sia stato scritto sul ponte
     di un cargo ormeggiato sul Bosforo," ha scritto vent'anni dopo")
     Il libro,  composto da frammenti, monologhi, pensieri isolati,
     poesie e prose liriche con voce di donna, è nato da una grande
     crisi d'amore, dalla storia con un uomo che l'ha rifiutata: " E
     tu te ne vai? Tu te ne vai…No, tu non te ne vai, io ti trattengo…
     Mi lasci nelle mani la tua anima come un mantello ".
     Lui era André Fraigneau, di quattro anni più giovane di lei,
     lavorava da Grasset e l'ammirava, la consigliava; biondo,
     bellissimo e omosessuale. " Lei cercava sempre di sedurre tutti,
     uomini e donne, mi tempestava di poemi: si può dire che sono
     stato oggetto di una passione di cui aveva voglia", ha dichiarato
     alla biografa di Marguerite Yourcenar. Lei, allora, non aveva
     ancora incontrato, a Parigi, Grace Frick, che per quarant'anni
     è stata la compagna della sua vita.
   " Ma, oltreché sentire il ridicolo di commentare troppo
      lungamente un'opera che desideravo non fosse mai letta, non è
      qui il luogo adatto a discutere se l'amore totale per una
      particolare creatura, con ciò che comporta di rischio per sé e
      per l'altro, d'inevitabile inganno, di abnegazione e di umiltà
      autentiche,ma altresì di violenza latente e di egoistiche esigenze
      meriti o no il posto privilegiato che gli hanno riservato i poeti",
      ha scritto riflettendo sull'autobiografia e sulla grandezza - o
      piccolezza - dell'amore.
      Prima donna eletta all' Académie française, ha cominciato a
      pubblicare poesie e prose a diciott'anni, tuffandosi nel passato
      e modernizzandolo: ha strofinato la letteratura con la vita,
      concretizzato il sentimento e creando un linguaggio poetico
      mentre creava un personaggio " L' etre que j' appelle moi " la
      persona che chiamo io. Così come ha raccontato la vita dell'
      imperatore Adriano ( Memorie di Adriano ) nel modo in cui
      potrebbe averla vissuta e capita lui.
    " Potrei dire che tutti i miei libri furono concepiti quando avevo
      vent'anni, anche se sarebbero stati scritti trenta o quarant'anni
      dopo.".
      Le scorte emotive di Marguerite le hanno permesso di entrare
      anche in Saffo,aderendo alla leggenda controversa del suicidio
      per un uomo indifferente:
  " Sdraiata sull'altalena del suo destino di stella,esposta seminuda
     a tutti i venti dell'abisso,una mancanza di dolcezza la fa soffrire
     come per una mancanza di cuscini. Gli uomini della sua vita
     non sono stati che i gradini che ha scalato non senza sporcarsi
     i piedi."   (…)



              Annalena  Benini   da     I racconti delle donne


domenica 9 giugno 2019

DOROTHY PARKER

 
 

                                                                             Dorothy Parker


L' ACCONDISCENDENZA VERSO IL DOLORE

(…) Il Valzer uscì sul " New Yorker" il 2 Settembre 1933, quando
      Dorothy Parker aveva quarant' anni. E a proposito dei
      quarant'anni, Dorothy ha scritto anche una prosa intitolata
     La mezza età, ovvero il periodo blu che si conclude così: " Oh
     vieni, mezza età, vieni, vieni! Vienimi accanto, porgimi la tua
     mano, fatti guardare negli occhi… Oh...dunque è questo il tuo
     vero aspetto? Che Dio mi aiuti… aiuto! ".
     Giornalista, poetessa, scrittrice, sceneggiatrice, critica teatrale,
     sperperatrice di vita e di talento, signora mondana temuta e
     adorata per i giudizi taglienti, per il sarcasmo, per la forza
     spietata delle sue osservazioni. Ha raccontato la solitudine, la
     vanità, la gelosia, le pene d'amore, l'attesa di una telefonata
     che non arriva, l'alcool, la guerra tra uomini e donne e il vuoto
     di certe giornate a New York. E' il modello di tutte le scrittrici
     che, dopo di lei, hanno usato l'ironia e il senso dell' humor nell'
     osservare la verità della vita quotidiana.
   " Che altro si può dire quando un uomo ti invita a ballare?
     Ci mancherebbe altro, dovrai passare sul mio cadavere?
     Oh, grazie infinite, ne sarei estasiata, ma ho le doglie…
     Sarà un vero piacere".
   Sarà un vero piacere farmi levare le tonsille;sarà un vero piacere
   ritrovarmi su una nave in fiamme nel cuore della notte ": vale
   per tutti,vale per sempre,vale non soltanto per i balli indesiderati,
   parte da un valzer e arriva all'accondiscendenza verso il dolore.
   Dorothy Parker ha detestato l'etichetta di umorista, e infatti non
   lo è mai stata." Non voglio essere classificata come una scrittrice
   umoristica: mi fa sentire colpevole ".
   Si è sentita colpevole per tutta la vita: per non aver fatto
   abbastanza. Per non essere diventata, nella sua idea di scrittura,
   Ernest Hemingway o Francis Scott Fitzgerald; per aver sprecato
   il tempo e la salute mentale a Hollywood ( " a ucciderci non sono
   le tragedie, sono i casini " ), e per essersi lasciata consumare
   dalla vita mentre se ne nutriva per raccontare gli esseri umani.
   Nel 1956, lei si sentiva perduta, preparava il suo epitaffio:
  " Scusate la polvere "; viveva in un albergo a New York con un
   barboncino, beveva troppo. Ma aveva già scritto tanto, e nel suo
   continuo costruire e demolire, ha creato un modo diverso di
   guardare il mondo, e di averne pietà.
  
   INVENTARIO

   Quattro cose conosco molto bene:
   ozio, dolore, un amico e un nemico.

   Di quattro cose avrei poi fatto senza:
   amore, curiosità, lentiggini e dubbio.

   Tre cose non potranno essere mai mie:
   soddisfazione, invidia e champagne a sufficienza.

   Tre cose avrò finchè rimango in vita:
   riso, speranza e un pugno nell'occhio.   (…)



                 Annalena  Benini   da     I racconti delle donne     

 
 

                                                             Il Valzer