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giovedì 30 gennaio 2025

LA DOMANDA DI BONHOEFFER

 


                                                        Chiunque io sia - o Dio - io sono tuo !



C'è una domanda che percorre tutta la nostra vita, a volte gridando, più spesso insinuandosi nei dubbi e al bivio delle scelte più importanti da prendere: chi sono io? Le strade per trovare una risposta sono tante quante le persone che abitano il mondo. Spesso la si cerca nel lavoro, nel successo professionale, nella fama. Oppure all' interno del perimetro degli affetti - in famiglia - svolgendo al meglio il proprio ruolo. Dal canto loro i credenti alzano l' asticella del cuore fino al cielo, a Dio, trovando in Lui la soluzione alla loro ricerca di senso. M è questa una sfida impegnativa che interpella tutto il nostro essere e che chiede di superare la differenza tra ciò che siamo davvero e come ci presentiamo agli altri. Lo esprime con chiarezza e dolente coraggio Dietrich Bonhoeffer, teologo e pastore luterano ucciso nel campo di concentramento di  Flossemburg, il 9 Aprile 1945, a 39 anni.

Il brano proposto è tratto da "  Resistenza e resa  " raccolta di lettere e testi scritti nel carcere berlinese di Tegel tra il 1943 e il 1945.




Chi sono io ? Spesso mi dicono

che esco dalla mia cella

disteso, lieto e risoluto

come un signore dal suo castello.

Chi sono io ? Spesso mi dicono

che parlo alle guardie

con libertà, affabilità e chiarezza

come spettasse a me di comandare.

Chi sono io ? Anche mi dicono

che sopporto i giorni del dolore

imperturbabile, sorridente e fiero

come chi è avvezzo alla vittoria.

Sono veramente ciò che gli altri

dicono di me?

O sono soltanto quale io mi

conosco?

Inquieto, pieno di nostalgia, malato

come uccello in gabbia,

bramoso di aria come mi

strangolassero alla gola,

affamato di colori, di fiori, di voci

d' uccelli,

assetato di parole buone, di

compagnia

tremante di collera davanti

all' arbitrio e all' offesa più

meschina,

agitato per l' attesa di grandi cose,

preoccupato e impotente per

l' amico infinitamente lontano,

stanco e vuoto nel pregare, nel

pensare, nel creare,

spossato e pronto a prendere

congedo da ogni cosa ?

Chi sono io?

Oggi sono uno, domani un altro ?

Sono tutt'e due insieme ? Davanti

agli uomini un simulatore

e davanti a me uno spregevole

vigliacco ?

 Chi sono io ? Questo porre domande

da soli è derisione.

Chiunque io sia, tu mi conosci, o

Dio, io sono tuo !



                   Dietrich  Bonhoeffer  da    Resistenza e resa



lunedì 27 gennaio 2025

PER NON DIMENTICARE, OGGI

 


                              Dal Film  La Tregua  del 1997 diretto da Francesco Rosi




" La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 Gennaio 1945 : erano quattro giovani soldati a cavallo che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati...A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi ( la strada era più alta del campo ) sui loro enormi cavalli, fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento... "


                                           

                                                    ***


"  Come se un argine fosse franato, proprio in quell' ora in cui ogni minaccia sembrava venir meno, in cui la speranza di un ritorno alla vita cessava di essere pazzesca, ero sopraffatto da un dolore nuovo e più vasto, prima sepolto e relegato ai margini della coscienza da altri più urgenti dolori : il dolore dell' esilio, della casa lontana, della solitudine, degli amici perduti... "



                          Primo Levi      da       La Tregua



martedì 8 ottobre 2024

POESIE DI JEAN CAYROL

 


" Notte e nebbia", dal tedesco Nacht und Nebel. Così erano classificati i prigionieri politici all'interno dei campi di concentramento nazisti. Portavano scritto sulla schiena, come un destino, due grandi " N ", La loro sorte era un viaggio notturno nella nebbia, che terminava nel fumo dei camini dei crematori.


" Notte e nebbia " di Jean Cayrol, è un prezioso libro che racchiude due precedenti volumi pubblicati in Francia : si tratta del testo "Nuit  et brouillard" che Alain Resnais chiese all'autore per il suo documentario sui campi di concentramento nazisti ( 1958 ), e del libro di poesie " Poèmes de la nuit et du brouillard " che l'autore pubblicò nel 1946 al termine della sua esperienza nel Campi. La prosa di Cayrol è asciutta ed essenziale, brevi frasi scabre per rendere l' orrore inaccettabile di una realtà che non si può quasi nominare. Le poesie sono liriche, la vita ritorna sui confini dove erano state solo morte e disperazione : non cancella la tragedia, ma cerca di ritrovare una via alla speranza e al senso. Per Cayrol, i sopravvissuti ai lager sono simili a Lazzaro risorto dalla morte : anch'essi hanno percorso la via di chi non ce l'ha fatta, e solo casualmente sono tornati alla vita : ma la loro esperienza è identica a quella dei morti, e qualcosa li separerà per sempre dai vivi che non sanno.




SOLITUDINE


Da quando è tornato

vive con i cani

le bestie ammalate gli alberi seccati

dell' estate che mise fine alla guerra.


Da quando è tornato

il suo viso è diventato brutto

parla per strada da solo

non sa chi lo ha ingannato.


Gira per casa

e fischietta un motivo che sa solo lui

e qualche volta senza ragione cade

come un ubriaco che non parla più.


Da quando è tornato

non si è ancora spogliato


un giorno

avrà due lacrime sotto gli occhi

ammazzatelo.



                                                ***


1942


Selvaggia dimora dell' aurora

passi di ciechi nel giardino

fedeltà mano che dorme

sopra un'ombra che torna.


Aurora dalle dita fumanti armi

che cadete come foglie secche

l'uccellino delle mie lacrime

viene a bussare alla tua porta.



                                                   ***


MIO DIO SEI COSI' CALMO


Mio Dio, sei così calmo

che l' anima mia ti canta e arrossisce alla tua vita.

Mio Dio, dormi al mio fianco

albero che mi ripara da un vento che più non suona.


La pioggia è azzurra sul crinale dei colli.

Mio Dio, svegliati, l'aurora è alla porta,

la tua mano trema perfino sulla divinata notte

immobile e gelida sulle braccia che mi consegnano.



                                               ***


PAROLE ALL'ARIA


Non ricordo

se siamo ancora vivi.


Non ricordo

se esiste il vento.


Non so più dove

abita la mia memoria.


Muore l'albero

con gli uccelli dell'oblio.


Il sole morde la polvere

ed è notte.


Sterzo dal mio cammino

che mi parla del tempo.


Il silenzio richiama i fratelli di un tempo

la seta del cielo blu

si strappa tra le mie dita pallide.


Avevo una storia da raccontare, viva,

raccontamela, se vuoi, perché soltanto se seguo

la tua storia s'accende il dolce lume dell' avvenire.



                                               ***


POEMA IMPROVVISO


Torno da così lontano che ho paura di perdermi;

dietro di me, una lunga scia di cani.

Infine, crollano le corde e i vincoli

e mi calo ancora nell' usura delle mie lettere.


Un uccello grida : " Sbrigati, vecchio ".

Abbiamo sopportato la stagione al sole

non potevamo agire dal profondo della veglia :

Jeanne ha detto che era meglio così.


Lasciamo che arrivi la fredda stagione.

La neve è in agguato, come un miraggio,

non so più come mi chiamo né la mia età


e tutto tace nel dolce mallo della casa.


Mi tengo sullo stretto margine del confine :

contemplo la campagna circostante

una ecumene di schiuma bianca sul mare

e colline sui cui pendii la vite rampica.


Sono il vendemmiatore che l'uva desidera ?




                          Jean Cayrol   da   Notte e nebbia



domenica 20 marzo 2022

INEDITI DI TOMASO KEMENY

 


                                                                         L'uomo libero





AGLI UOMINI LIBERI


Per l'uomo libero la vita

è permanente spossessamento di sé

per potersi unire ai diversi

nel rispetto delle differenze.


L'uomo libero in un mondo inasprito

nella devozione e culto del Demonio Denaro

si coalizza coi ribelli

all'interesse immediato,

con coloro che stentano a patire

più a lungo la schiavitù

al condizionamento del post- umano.


L'uomo libero vuole annunciare

subito a tutti gli uomini e alle donne

di buona volontà che il colore

della libertà s'offusca, il fiore

della spontanea empatia umana

avvizzisce se con i nostri del tutto simili

( se non per la lingua madre

e le leggende dell'appartenenza

diffuse per i campi dorati

dell'eterne infanzia )

non condividiamo il pane quotidiano,

e quella cultura umanamente

sublime e senza sudditanza

germogliante un giorno lontano

la libertà, fraternità e uguaglianza.

...



                                             ***


I REGNI DEI MORTI


I regni dei morti

a Auschwitz - Birkenau

Buchewald e Treblinka

sono bianchi come il latte

che scorre nel grembo

della Terra Promessa

e una lacrima di miele

non basta per sfumare

il capolinea dei lavori forzati

per milioni di corpi

resi alla cenere e alla calce viva;

e non basta suonare

le campane di bronzo

di contrizione e di pentimento;

né basta scalare le nuvole

delle buone intenzioni

per riscattare le anime

di ebrei, omosessuali,

di combattenti " politicamente scorretti"

calpestati dall'acciaio degli stivali.


E' giunto forse il giorno

di svecchiare le vene corrotte del mondo

con la fratellanza vera, alfine?

E' forse giunto il tempo

promesso a Dachau

da un giovane allievo rabbino

all'altezza dei sogni bianchi

dei morti di Auschwitz - Birkenau

Buchewald e Treblinka

sogni bianchi come solo il latte

che scorrerà alfine 

nella Terra a tutti promessa

da un giovane allievo rabbino

a Dachau ?



                                                   ***


NATALE


Non si credeva più immortale

era quasi un cadavere

in caduta verticale

verso un mondo animale,

ma i suoi muscoli erano

corde di violino


e a ogni mossa suoni celestiali

celebrarono la grande occasione per la Terra

di diventare gioiello nuotante nella notte

nel primo Natale celebrato

nella profondità dei cieli.

...



                                         Tomaso  Kemeny     Inediti



lunedì 7 febbraio 2022

E' SEMPRE IL GIORNO DELLA MEMORIA...

 


                                                                        Anna Frank


PRINSENGRACHT


Bastavano pochi minuti a piedi

e un paio di fiorini per entrare

nel rifugio segreto di Anna Frank.

Ci sono andato decina di volte.

Salivo la scaletta

solo o con pochi altri

visitatori e mi dicevo

------------------------- appena

trent'anni fa su questo

legno ha calcato i tacchi 

del boia Silberbauer.

Attraversavo lo scaffale aperto

provavo a immaginare

la scena di quella mattina

------------------------------- presi

come topi in trappola.

Guardavo le speranze 

rimaste sulla carta da parati

mi sentivo nel cuore della storia

e poi ridiscendevo sul canale

con la pioggia sottile


passavo incappucciato

difronte a quel teatrino

dove avevo visto l' Allegoria

della creazione con un performer

che liberava un branco di criceti

sopra il grande plastico chiuso dentro

una teca di plexiglas

perché gli spettatori

seguissero il frenetico

perlustrare stradine sottopassi

montagnole senza via di fuga


e mi arrovellavo

-------------------- rimuginavo

sarebbe stato meglio

non vivere o è stato

qualcosa anche così?


Prendevo verso il Dam

schivavo spacciatori

e camminavo in cerca d'infinito.



                                            ***


SANT' ANNA DI STAZZEMA


Risalgo a questo poggio

in cerca del tuo volo di fenice

lame d'ombra si allungano

dalla parte del cippo


il cuore pèsca che un baco trafora

non riesce a seppellire

quell' elenco d'estati

andate in fumo un dodici agosto.



                                                 ***


DA FERNANDO BANDINI : RICORRENZA D'INVERNO


Torna il giorno consacrato al ricordo

di quei piccoli martiri saliti

per sempre nel cielo altissimo da cui

ora scende questa neve e ci copre.


Santi Innocenti... che pace sui campi

battuti poco fa dal tramontano

un ignoto cammina nel silenzio

lascia impronte sul bianco dell'inverno


gemono stamani le lampadine

nelle case e i vetri delle finestre

s'imperlano di gelo... il mesto scricciolo

garrisce al folto del bosco innevato


ora il tempo viene avanti infinito

e noi serbiamo muti la memoria

di tanti meli in fiore sradicati

dalla tempesta rabida improvvisa


mai più per loro la porta dei giorni

si spalancherà fulgida né persi

alla vita li accarezzerà più

il refolo lieve di primavera


e quando mai il vento aprirà per loro

un varco nel cielo? verrà mai il giorno

che li vedrò dominare il sereno

come geni chiusi in tremule stelle?


se senti uno strano fruscìo che viene

dall'ombra, sono loro che trasvolano

su ali invisibili simili ad astri

palpitanti d'amore cristallino


le lunghe notti corse dai sussurri

e gli alberi fioriti in primavera

ci chiedono dolci di sopportare

il ricordo di quel tempo feroce.



                                                ***


GIORNO DELLA MEMORIA


Oggi il mondo è un bambino

e scrive metamorfosi in fuliggine

e disegna le farfalle di spine


domani si sveglierà aguzzino.




                     Stefano  Carrai   da      " La casa di Nanna Frank " dalla Raccolta " Equinozio "




giovedì 27 gennaio 2022

PER NON DIMENTICARE LA MORTE DEI BAMBINI...

 


                                          27 Gennaio 2022 - Giornata della Memoria




C' è un paio di scarpette rosse

numero ventiquattro

quasi nuove:

sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica

Schulze Monaco

c'è un paio di scarpette rosse

in cima a un mucchio di scarpette infantili

a Buchenwald

più in là c'è un mucchio di riccioli biondi

di ciocche nere e castane

a Buchenwald

servivano a far coperte per i soldati

non si sprecava nulla

e i bimbi li spogliavano e li radevano

prima di spingerli nelle camere a gas

c'è un paio di scarpette rosse

di scarpette rosse per la domenica

a Buchenwald

erano di un bimbo di tre anni

forse di tre anni e mezzo

chissà di che colore erano gli occhi

bruciati nei forni

ma il suo pianto lo possiamo immaginare

si sa come piangono i bambini

anche i suoi piedini

li possiamo immaginare

scarpa numero ventiquattro

per l'eternità

perché i piedini dei bambini morti non crescono

c'è un paio di scarpette rosse

a Buchenwald

quasi nuove

perché i piedini dei bambini morti

non consumano le suole.




                                Joice  Lossu



mercoledì 27 gennaio 2021

LA FELICITA' E' UN CIELO


 


Caspar David Friedrich -Donna alla finestra, 1822




APRILE

Prova anche tu,
una volta che ti senti solo,
o infelice o triste,
a guardare fuori dalla soffitta
quando il tempo è così bello.
Bon le case o i tetti, ma il cielo.
Finché potrai guardare
il cielo senza timori,
sarai sicuro
di essere puro dentro
e tornerai
ad essere felice.



Anna Frank    da     Diario


UNA CANZONE PER NON DIMENTICARE

 


                                                           La vecchia Ilsa Koch è qui...




ILSA KOCH (  WOODY GUTHRIE )

Scritta dal cantastorie U.S.A nel 1948, il brano ILSA KOCH è forse la prima vera canzone del dopoguerra a parlare dell' Olocausto. La composizione rimase tuttavia inedita ed è stata solo di recente riportata alla luce e incisa - su iniziativa della figlia di Guthrie, Nora - dai Klezmatics di New York, folk band che rilegge la tradizione della musica ebraica kletzmer.

Il brano è un crudo resoconto degli orrori * ( trad.) dei campi di sterminio, con al centro la figura spaventosa di Ilsa Koch, la strega di Buchenwald ( nella canzone è chiamata anche " vecchia" ma, essendo nata nel 1906, aveva meno di quarant'anni ). Moglie del comandante SS Karl Otto Koch , responsabile dei campi di Buchenwald e Sachsenhausen ( dove rimase fino al 1941 ), Ilsa Koch si rese protagonista di torture e di atti di crudeltà contro gli internati. Divenne tristemente nota ( veniva appellata " la cagna di Buchenwald " ) per l'atroce collezione di paralumi realizzati con i tatuaggi dalla pelle degli internati uccisi oltre che di teste mummificate. Già nel 1943 venne imprigionata dagli stessi nazisti per le sue azioni brutali. Processata e condannata dopo la fine della guerra, fu rilasciata nel 1948 ma, dato lo scandalo suscitato, fu arrestata di nuovo e condannata all'ergastolo; si impiccò nella sua cella nel 1967 senza mai pentirsi.

Woody Guthrie , nel 1948, temeva che l'oblio cancellasse i crimini dei nazisti :" Ilsa Koch è stata imprigionata... Ilsa Koch adesso è libera..." , così, dopo la guerra, scrisse diversi brani ispirati alla cultura ebraica, anche influenzato dalla poeta Yiddish Aliza  Greenblatt.


*

ILSA KOCH  di   Woody Guthrie


Sono qui a Buchenwald

il mio numero è scritto sulla mia pelle.

La vecchia Ilsa è qui.

I prigionieri camminano per i giardini.

I mastini hanno sbranato una ragazza.

Le guardie hanno sparato a un uomo.

Ecco che arriva il carro dei prigionieri:

li scaricano nei recinti

li buttano sul pavimento

un soldato gli spacca i crani.

Ruba i loro denti d'oro.

Li infila sul nastro

spalanca  la porta della fornace

getta dentro i loro cadaveri.

Vedo il fumo del camino

vedo le loro ceneri recuperate

vedo le loro ossa ammucchiate.

I paralumi sono fatti con la loro pelle.

Sto soffocando nel fumo

la puzza mi sta uccidendo.

La vecchia Ilsa Koch è stata imprigionata

la vecchia Ilsa Koch è tornata libera.

Devo zittire la mia canzone:

ecco che arriva il Superuomo.

Ci vediamo più tardi

devo evitarlo e scappare.


                           


                                               ( f. )



mercoledì 4 novembre 2020

IL PIANISTA



                                    Al Nowoczesna, nessuno badava alla mia musica...


Wladyslaw Szpilman era un pianista di talento, ebreo polacco vissuto a Varsavia durante il periodo dell'occupazione tedesca. Il pianista è un film che racconta in modo sobrio la sua tragica vicenda che fu una vera e propria odissea : rinchiuso nel ghetto costruiti dai tedeschi per gli ebrei di Varsavia, Szpilman fugge poco prima della deportazione nei campi di concentramento - dove invece finirà la sua famiglia - e inizia a vagare, nascondendosi in appartamenti vuoti dove alcuni polacchi danno asilo agli ebrei. Dalle finestre di questi gelidi rifugi, l'uomo assiste solo e impotente, tormentato dalla fame e dalla paura, al massacro dei suoi amici, alle battaglie tra tedeschi e partigiani polacchi, fino all'arrivo di reggimenti russi che liberarono la sua città.
Il film, pur nella sua crudezza, regala momenti di rara poesia, come nella scena d'apertura, dove Szpilman interrompe un concerto alla radio polacca sottoposta a bombardamento; a quella in cui si esibisce al piano davanti a un ufficiale tedesco che, ammirato dal suo comportamento, gli salva la vita; alle tragiche riprese del ghetto di Varsavia completamente distrutto dopo la fuga dell'esercito nazista.
La realtà descritta dal regista ci invita a vedere con occhi nuovi la storia dell' Olocausto, per questo Il pianista è un film che riesce a far comprendere - senza retorica né eccessi - come siano importanti le cose, anche quelle più piccole e banali, che fanno di un uomo una persona; come sia indispensabile credere in alcuni, saldi principi; avere uno scopo nella vita e portarlo avanti nel migliore dei modi e nel rispetto degli altri.
Avere altresì delle gioie, dei sogni, delle aspirazioni e fare una vita normale , cioè da uomo.


                                  
                                          frida



giovedì 20 febbraio 2020

LASCIAMI ANDARE, MADRE 1




" Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi. La peste si è spenta, ma l'infezione serpeggia ".  (P. Levi )

 
VIENNA, MARTEDI' 6 OTTOBRE 1998. IN ALBERGO

(...) Dopo ventisette anni, oggi ti rivedo, madre, e mi domando se
       nel frattempo tu abbia capito quanto male hai fatto ai tuoi
       figli. Stanotte non ho chiuso occhio. Ora è quasi giorno: ho
       aperto la serranda. Un fumoso velo di luce si va schiarendo
       sopra i tetti di Vienna.
       Oggi ti rivedo, madre, ma con quali sentimenti? Che cosa può
       provare una figlia per una madre che ha rifiutato di fare la
       madre per entrare a far parte della scellerata organizzazione
       di Heinrich Himmler ? Rispetto? Solo per la tua veneranda
       età - ma per nient'altro. E poi ?. Difficile dire : nulla, dopo
       tutto sei mia madre. Ma impossibile dire : amore. Non posso
       amarti, madre. Mi sento agitata, e mio malgrado ripenso al
       nostro ultimo incontro nel 1971 allorchè ti rividi dopo trent'
       anni, e rabbrividisco al ricordo dello sgomento che provai
       scoprendo che eri stata un membro delle SS.
       E non ti eri pentita, anzi.Ancora ti compiacevi del tuo passato,
       di essere stata - di quell'efficiente fabbrica di orrori - un'
       impiegata modello.
       Sono le sei, il cielo è livido: la giornata sarà piovosa.
       E oggi ti rivedo, madre, per la seconda volta da quando mi
       abbandonasti, cinquantasette anni fa : una vita. Avverto un
       senso di eccitazione amara, di attesa impaziente. Perchè
       nonostante tutto sei mia madre. Che cosa ci diremo? Che cosa
       mi dirai? Coglierò in te una traccia di rammarico per quello
       che non c'è mai stato tra noi? Avrai per me quella carezza
       materna che desidero da oltre mezzo secolo? O mi strazierai
       ancora con la tua indifferenza?
       Nel 1971 vivevo in Italia e avevo un figlio piccolo, Renzo; fu
       all'improvviso che provai, irrefrenabile,il bisogno di cercarti .
       Ti trovai e insieme al mio bambino mi precipitai a Vienna per
       riabbracciarti. Ma quel nipote che ti guardava con tanto
       incuriosito entusiasmo, tu lo trattasti con distacco, negandogli
       il diritto di avere una nonna, così come nagasti a me quello di
       avere finalmente una madre. Perchè tu non volevi essere
       madre e fin da quando siamo nati hai sempre affidato ad altri
       me e mio fratello Peter. Eppure nel Terzo Reich la maternità
       veniva ossessivamente incensata, in particolare dal ministro
       della Propaganda, Josef Gobbels.
       Perfino Himmler sosteneva, madre, che un principio non 
       doveva mai venir meno nei suoi membri: l'onestà, la lealtà e
       la fedeltà nei confronti degli appartenenti al proprio sangue.
     E i tuoi due figli non appartenevano forse al tuo stesso sangue?
      No, tu non volevi essere madre, preferivi il potere.
     Di fronte a un gruppo di prigioniere ebree ti sentivi
     onnipotente. Guardiana di denutrite esauste e disperate ebree
     dal capo rasato, dallo sguardo vuoto-  che misero potere -
     madre !   (... )



                      Helga  Shneider   da     Lasciami andare, madre

 

LASCIAMI ANDARE, MADRE 3




(...) Piove lento e desolato; l'asfalto della strada, davanti all'
     albergo,scintilla tremulo alla luce del lampione ancora acceso.
     A poco a poco, mentre quell'alba incerta si va svogliatamente
     trasformando in un'umida mattina, comincio ad avvertire una
     grande spossatezza; la mente invece è ben desta e attraversata 
  - a sprazzi - da pensieri tormentosi. Avrei bisogno di un caffè, di 
    un bel caffè forte all'italiana.
    Oggi ti rivedo, madre, e questa prospettiva mi spalanca una
    voragine alla bocca dello stomaco. Sono passati ventisette anni
    dal nostro ultimo incontro. Ci sarà ancora qualcosa da salvare,
    madre? Non è troppo tardi per qualsiasi cosa - anche solo per
    cercare di capire, di perdonare, di imbastire un sia pur esile,
    atrocemente tardivo rapporto tra madre e figlia?
   " Apri le mani", dicesti.Non lo scorderò mai. Mi avevi trascinata
    per un braccio, come per raccontarmi un segreto, nella camera
    da letto del piccolo appartamento nel quartiere di Mariahilfe, e
    avevi aperto un cassetto: un gesto antico, che prelude a un 
    regalo, non è vero madre?
   " Apri le mani".E me le riempisti di anelli,di braccialetti, gemelli
    da polso, ciondoli, spille, un orologio e un groviglio di collane e
    collanine. Per un attimo guardai tutto quell'oro senza capire.
    Poi capii, e fu come se mi bruciassero le mani. Dischiusi i palmi
    e i gioielli tintinnarono sul pavimento. Mi fissasti sconcertata.
  " Volevo farti un regalo" dicesti infine con feroce candore. 
  " Potrebbe servirti in caso di bisogno, non si sa mai nella vita".
  " Non lo voglio " risposi. Tu allora cominciasti a raccogliere gli
    oggetti, uno per uno, con accorata meticolosità. Quando 
    sollevasti delicatamente una catenina, ebbi un tuffo al cuore.
    Era una di quelle catenine che si regalano alle bimbe per il loro
    quarto o quinto compleanno, una cosetta apparentemente 
    leggera, ma di fattura assai pregevole. In quel momento un'
    immagine si sovrappose con agghiacciante nitidezza a quella di
    te che raccattavi il tuo oro: l'immagine di te che sospingi nella
    camera a gas la bambina della collanina. Fu in quell'istante che
    tutto si decise. Di una cosa fui certa : io, quella madre, non la
    volevo. Quella madre che mai mi aveva cercata e che adesso
    ignorava il mio bambino, solo nel soggiorno con un album da
    colorare. Ricordo ancora la tua delusione indispettita: come mi
   permettevo - io, tua figlia - di rifiutare un simile dono?
   Ma davvero - madre - avevi creduto di potermi risarcire della 
   tua lunga latitanza con una mancita di oro?
 " Sei proprio sicura di non volerli?" provasti un'ultima volta. 
   Quale ottusa, esacerbante insistenza! Con durezza ribadii il mio
   no. Non provai neppure a spiegartene le ragioni: sarebbe stato
   inutile. (...)



              Helga  Schneider     da    Lasciami andare, madre

     

lunedì 27 gennaio 2020

27 GENNAIO 2020

 
 
 



           " Tutti coloro che dimenticano il proprio passato
              sono condannati a riviverlo "

                                            Primo  Levi


domenica 27 gennaio 2019

27 GENNAIO

 
 
 


                           " Se comprendere è impossibile,
                             conoscere è necessario "

                                           
                                                 Primo Levi

sabato 26 gennaio 2019

LA MEMORIA RENDE LIBERI 1

 
 

" L'indifferenza è più colpevole della violenza stessa: è l'apatia morale di chi si volta dall'altra parte " ( L. Segre )


(…) E' questione di pochi anni, poi non ci saranno più testimoni in
       vita della Shoah. E peraltro già oggi il loro racconto, la storia
       della loro esperienza nel giro infernale più raccapricciante
       della storia contemporanea, suscita una crescente indifferenza,
       come se fosse l'ennesima riproposizione di una vicenda già
       archiviata. E' quasi inevitabile che sia così, perché la memoria
       ormai si focalizza solo all'interno del perimetro di Auschwitz,
       il punto terminale della  Soluzione Finale. E in questo modo, la
       più spaventosa politica sistematica di persecuzione che il
       mondo abbia conosciuto, perde il suo contesto e diviene una
       sorta di questione privata tra due gruppi estranei al mondo di
       oggi. Non ci sono quasi più i nazisti che perseguitavano,
       rastrellavano e mandavano a morte di Ebrei, e tra poco non ci
       saranno neanche più i pochi superstiti della loro macchina di
       genocidio. I primi misero in atto la Shoah, ai secondi è toccato
       l'ulteriore scempio di rievocarla. Così, un'immensa tragedia
       storica, resa possibile da una rete decisionale di complicità e
       di omertà che copriva mezza Europa, è stata trasformata nel
       racconto di chi è riuscito a tornare, e nel silenzio totale e
       definitivo di tutti gli altri testimoni rimasti in vita: i milioni di
       tedeschi, italiani, olandesi, francesi, polacchi, cechi,
       ungheresi, rumeni e slavi che contribuirono attivamente - e
       spesso con uno zelo superiore ai loro orchestratori - all'opera
       di isolamento, identificazione, segregazione, rastrellamento e
       invio ai campi di sterminio degli ebrei, ma anche degli
       zingari, degli omosessuali e degli oppositori politici. Ogni
       anno, con la dolente routine ipocrita di chi concepisce il
       Giorno della Memoria come una data rituale, si chiama il
       sopravvissuto di turno a raccontare l'orrore alle scolaresche,
       si riproietta  Schindler's List o La vita è bella, e la coscienza
       civile pare salva.  (…)



       Enrico Mentana  ( Introduzione a ) La memoria rende liberi


LA MEMORIA RENDE LIBERI 2


(…) Lo è davvero? No di certo. Paraossalmente l'orrore assoluto
       dell' Olocausto copre, con il sangue e il fumo delle ciminiere,
       la vergogna assoluta della discriminazione progressiva degli
       ebrei d' Europa, cominciata ben prima dello scoppio della
       Seconda Guerra Mondiale e quindi non relativizzabile come un
       aspetto tra gli altri dell'inumanità di quel conflitto totale. E
       allora vale la pena rompere il rituale, fermare la recita,buttare
       la foto del nazista in divisa nera con rune e cane lupo, e dell'
       ebreo con cappellaccio,cernecchi, barba incolta e palandrana.
       Non è una storia di uniformi e palandrane, non è una storia di
       guerra, non è una storia di diversi. Nell' Italia fascista - e non
       solo in Italia - persecutori e perseguitati erano stati parte della
      stessa società,vestivano allo stesso modo e spesso la pensavano
      allo stesso modo sul regime. Eppure venne un giorno in cui i
    primi decisero che i secondi non avrebbero potuto più insegnare 
     o imparare, lavorare o possedere, fare impresa o risparmiare,
     per via della fede dei loro genitori, anche se persa o non
     tramandata. Erano semplicemente una stirpe, una discendenza
     da emarginare. Arrivarono poi direttamente, passando da
     alleati e occupandi, coloro che erano stati gli ispiratori di
     quella politica di discriminazione per trasformarla in
     annientamento.E in tanti italiani chiusero gli occhi, si voltarono
     dall'altra parte o aiutarono attivamente: l'orrore vero per me
     è lì, al primo metro del cammino per i campi. (…)



      Enrico Mentana  ( Introduzione a )  La memoria rende liberi


LA MEMORIA RENDE LIBERI 3


(…) Liliana Segre ( scampata all'Olocausto e senatrice a vita della
       Repubblica Italiana, n.d.r. ) sta per compiere otto anni quando
       il suo destino cambia per sempre. E' una delle migliaia di
       bambini delle elementari che non rientreranno a scuola, che
      non rivedranno la loro maestra e i loro compagni,e questo sarà
      solo il primo anello della catena persecutoria. E' alla sua
      memoria diretta che ci affidiamo di qui in poi per sapere e
      capire come quelle decisioni cambiarono le vite di tanti esseri
      umani, e direttamente la sua. Come abbiamo condiviso, e come
      è giusto che sia, il suo è un racconto in prima persona, una
      narrazione che non viene spezzata dalle domande; la 
      testimonianza di quel che veramente è successo, fatta da una
      donna che ha misurato - passo dopo passo - quella discesa agli
      inferi e la racconta con la precisione chirurgica di chi non ha
      mai smesso di essere cosciente, di guardare, di cercare di
      capire; con la memoria di una bambina costretta a lottare per
     la vita sotto l'ala di un padre che è stato tutto- famiglia assoluta
      per lei che non ha mai conosciuto sua madre ( la madre morì 
      a ventisei anni, quando Liliana aveva undici mesi, n.d.r. ). In
      lei c'è la stessa capacità di enucleare con apparente distacco
      gli elementi indispensabili per capire la sequenza di fatti,
      ferocia, connivenza e casualità, sul piano inclinato da quella
       cacciata da scuola fino ad Aushwitz e ritorno.  (…)



         Enrico Mentana  ( Introduzione a )  La memoria rende liberi




LA MEMORIA RENDE LIBERI 4


(…) Spesso si dice che il ricordo e la memoria di questi fatti storici
       spaventosi servono a tacitare le tesi e le argomentazioni di chi
       vorrebbe ridimensionare, circoscrivere o addirittura negare la
       Shoah; e che la memoria ci è indispensabile per impedire che
       tutto questo un giorno si ripeta. Per me invece tutto quello che
       Liliana Segre ci ricorda, è soprattutto importante e prezioso in
       sé, ci serve per sapere di noi,di come noi italiani isolammo una
      minuscola parte del nostro popolo,perfettamente indistinguibile
     dal resto.Di come la mettemmo ai margini, le requisimmo i beni,
      la mortificammo e poi la consegnammo agli sterminatori. E di
      come poi cercammo di cancellare quel crimine nazionale,dopo.
      Il ritorno di Liliana dall'inferno, come il ritorno di tutti gli altri
      scampati, è una seconda condanna del mito degli " italiani 
      brava gente". Semplicemente non si voleva sapere, e men che
     meno si voleva ricordare come,e da chi, era stato reso possibile
     tutto questo. Mai nessuno si è scusato con Liliana Segre. Mai
     nessuna rotella dell'ingranaggio, nessun volenteroso aiutante,
     nessun testimone della progressiva esclusione e persecuzione di
     quel padre e di quella bambina si è fatto vivo per manifestare il
     proprio sentimento, il proprio rammarico. Niente. Mai nessuna
     nuova teoria si è fatta carico in quel dopoguerra di capire, di
     aiutare,di far luce.La gran parte di quelli che avrebbero dovuto
     farlo- del resto- era già lì quando tutto avvenne.La quindicenne
        Liliana scoprì subito che quello che aveva subito non doveva
     interessare a nessuno, che i suoi tentativi di raccontare si
     scontravano con  parole volte a derubricare l' Olocausto come
     uno dei tanti guai di guerra.Enorme tragedia, enorme rimozione
     E allora anche lei accantonò tutto. E forse questo l'ha salvata.
     Sicuramente ha preservato- nitida e limpida - una testimonianza
     definitiva. Prima di cominciare a raccontare ha atteso che i suoi
     figli fossero grandi e solo allora anche loro- come tutti - hanno
     saputo. Così tacitamente aveva deciso con l'uomo della sua
     vita. Una vita laica e borghese, come era, e nelle intenzioni
     doveva continuare ad essere, quella dei Segre negli anni Trenta.
     Parlare per lei è ancora duro. Ascoltarla - per noi - è vitale.
     (…)


        Enrico Mentana  ( Introduzione a )  La memoria rende liberi




LA MEMORIA RENDE LIBERI 5


(…)Devo a Liliana Segre qualcosa di molto diverso e più personale
      Le testimonianze biografiche hanno molto spesso qualcosa di
      scopertamente commerciale. Quasi sempre si scrivono per
      lavoro o per vanità o per necessità esistenziale o - spinta
      prevalente - su proposta della casa editrice. Ma se questo libro
      viene alla luce, senza fare i fenomeni o quelli più puri degli
      altri,è solo per un sentimento reciproco che è andato crescendo
      ogni volta che con Liliana ci siamo incontrati, fino al piacere di
      vedersi al di là della fatica - per lei - di ricordare. Da parte mia
      è facile da spiegare: questa donna vive spiritualmente agli
      antipodi dei fanatici e dei cultori del partito preso, e col nitore
      della  sua memoria e della riflessione su quel che ha vissuto,
      mette fuori corso ogni retorica, ogni nostalgia reducista, ogni
      ciarpame. Ma racconta anche una storia a me familiare che
      mai vorrei si disperdesse, e non solo per il suo valore di monito
      L'ultima volta che partii per andare da lei, per ascoltarla, per
      stare insieme, mia figlia maggiore, mi canzonò : " Ma potrebbe
      essere tua madre!". Appunto. Vorrei che tutti voi, leggendo il
      suo racconto, lo pensaste. (…)



         Enrico Mentana ( Introduzione a )  La memoria rende liberi


lunedì 4 dicembre 2017

AUSMERZEN ( Vite indegne di essere vissute )1




  ( Una musica per fare memoria di un altro sterminio, quello del popolo armeno ad opera dei Turchi nel 1915 ).

" C'è ancora un fascismo, non necessariamente identico a quello del passato. C'è un nuovo verbo: non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi diritti. Dove questo verbo attecchisce, alla fine c'è il Lager".


Ausmerzen ha un suono dolce e un'origine popolare. E' una parola di pastori, sa di terra, ne senti l'odore.
Ha un suono dolce ma significa qualcosa di duro, che viene fatto a marzo.
Prima della transumanza, gli agnelli e le pecore che non reggono la marcia vanno soppressi.

" Questa è la storia di uno sterminio di massa conosciuto come
  Aktion T4 e sta per TiergartenstraBe numero 4, un indirizzo di
  Berlino. Durante Aktion T4 sono stati uccisi e passati per il
  camino circa trecentomila esseri umani classificati come " vite
  indegne di essere vissute..."
  Cominciarono a morire prima dei campi di concentramento, 
  primade gli zingari, prima degli ebrei, prima degli omosessuali e
  degli antinazisti e continuarono a morire dopo, dopo la
  liberazione, dopo che il resto era finito. "


 Marco Paolini  da   Ausmerzen  (  Vite indegne di essere vissute )