" Come geloso, io soffro quattro volte : perché sono geloso; perché mi rimprovero di esserlo; perché tempo che la mia gelosia finisca col ferire l'altro; perché mi lascio soggiogare da una banalità : soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri".
( Roland Barthes )
ODE ALLA GELOSIA
Simile a un dio mi sembra quell'uomo
che siede davanti a te, e da vicino
ti ascolta mentre tu parli
con dolcezza
e con incanto sorridi. E questo
fa sobbalzare il mio cuore nel petto.
Se appena ti vedo, subito non posso
più parlare: la lingua si spezza : un fuoco
leggero sotto la mia pelle mi corre :
nulla vedo con gli occhi e le orecchie
mi rombano :
un sudore freddo mi pervade : un tremore
tutto mi scuote: sono più verde
dell'erba; e poco lontana mi sento
dall'essere morta.
Ma tutto si può sopportare...
Saffo, 630 a.C.
***
SONETTO DEL DOLCE LAMENTO
Temo di perdere la meraviglia
dei tuoi occhi di statua e la cadenza
che di notte mi posa sulla guancia
la rosa solitaria del respiro.
Temo di essere lungo questa riva
un tronco spoglio, e quel che più m'accora
è non avere fiore, polpa, argilla
per il verme di questa sofferenza.
Se sei tu il mio tesoro seppellito,
la mia croce e il mio fradicio dolore,
se io sono il cane e tu il padrone mio,
non farmi perdere ciò che ho raggiunto
e guarisci le acque del tuo fiume
con foghe dell'Autunno mio impazzito.
Federico Garcia Lorca
***
" Oh, guardatevi dalla gelosia , mio signore. E' un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre. Beato vive quel cornuto il quale - conscio della sua sorte - non ama la donna che lo tradisce : ma, oh come conta i minuti della sua dannazione chi ama e sospetta; sospetta e si strugge d'amore ! ".
W. Shakespeare ( Iago ad Otello - Atto III, scena III )
Io, con una donna ho più coraggio, mi accarezzo, mi tocco, mi corteggio...
Narrato per la prima volta da Ovidio nelle Metamorfosi, scritte all'inizio dell'era cristiana ( dal 3 all' 8 secolo d.C. ), non casualmente appare così tardi nell'universo dei miti, perché la storia di Narciso coincide con la scoperta della soggettività nel pensiero occidentale. Giustamente Julia Kristeva ( in " Storie d' amore " ) sottolinea il posto che il mito occupa nella storia della soggettività, ma anche fa l'esame dei sintomi critici e dei pericoli che la soggettività produce. Narciso siamo noi!
Narciso, che abita la nascita della soggettività, subito la dichiara legata alla morte. E la sua morte percorre tutta la cultura dell'occidente, perché in Narciso non muore un " altro" qualsiasi, ma è l' " io" stesso che muore e che si guarda morire. ( f. )
LA DANZA DI NARCISO
Io son nero di amore,
né fanciullo né usignolo,
tutto intero come un fiore,
desidero senza desiderio.
Mi sono alzato tra le viole,
mentre albeggiava,
cantando un canto dimenticato
nella notte uguale.
Mi son detto : " Narciso! "
e uno spirito col mio viso
oscurava l'erba al chiarore dei suoi ricci.
P.P. Pasolini
***
NARCISO
Narciso.
Il tuo odore.
E il fondo del fiume.
Voglio restare sulla tua riva
fiore dell'amore.
Narciso.
Onde e pesci addormentati
passano nei tuoi bianchi occhi
nei miei, uccelli e farfalle
si stilizzano.
Tu minuscolo e io grande.
Fiore dell'amore.
Narciso.
Le rane quanto sono scaltre.
Ma non lasciano tranquillo
lo specchio in cui si guardano
il tuo delirio e il mio delirio.
Narciso.
Il tuo dolore...
E il mio dolore medesimo.
F. G. Lorca
***
LA SALVEZZA DI NARCISO
Guarda nel tuo specchio e di' al volto che vedo
che ora è tempo per quel volto di formarne un altro;
se ora tu non ne rinnovi il fresco aspetto,
inganni il mondo, e una madre privi di benedizione.
Perché dov'è la donna così pura il cui insolcato grembo
disdegni l'opera del tuo dissodamento?
O qual è l'uomo così fatuo da voler essere la tomba
dell'amore di se stesso, arrestando la sua posterità?
Tu sei lo specchio di tua madre, ed ella in te
rimemora il leggiadro aprile del suo rigoglio;
e così dalle finestre della tua vecchiaia tu vedrai,
- a dispetto delle rughe - questo tempo tuo dorato.
Vengono le vostre musiche dall'anima degli uccelli… IL SALICE Io crebbi in un silenzio arabescato, in un'ariosa stanza del nuovo secolo. Non mi era cara la voce dell'uomo, ma comprendevo quella del vento. Amavo la lappola e l'ortica e più di ogni altro un salice d'argento. Riconoscente, lui visse con me la vita intera, alitando di sogni con i rami piangenti la mia insonnia. Strana cosa, ora gli sopravvivo. Lì sporge il ceppo, e con voci estranee parlano di qualcosa gli altri salici sotto quel cielo, sotto il nostro cielo. Io taccio… come se fosse morto un fratello. Anna Achmatova *** TU NON SAI Tu non sai: ci sono betulle che di notte levano le loro radici, e tu non crederesti mai che di notte gli alberi camminano o diventano sogni. Pensa che in un albero c'è un violino d'amore. Pensa che un albero canta e ride. Pensa che un albero sta in un crepaccio e poi diventa vita. Te l'ho già detto: i poeti non si redimono, vanno lasciati volare tra gli alberi come usignoli pronti a morire. Alda Merini *** ANTICO INVERNO Desiderio delle tue mani chiare nella penombra della fiamma: sapevano di rovere e di rose; di morte. Antico inverno. Cercavano il miglio gli uccelli ed erano subito di neve; così le parole: un po' di sole, una raggera d'angelo, e poi la nebbia,e gli alberi e noi fatti d'aria al mattino. Salvatore Quasimodo *** UNA RAGAZZA L'albero m'è penetrato nelle mani, la sua linfa m'è ascesa nelle braccia, l'albero m'è cresciuto nel seno - profondo - i rami spuntano da me come braccia. Sei albero, sei muschio, sei violette trascorse dal vento. Creatura - alta tanto - tu sei, e tutto questo è follia al mondo. Ezra Poud *** ALBERO SECCO Un albero secco fuori dalla mia finestra solitaria leva nel cielo freddo i suoi rami bruni. Il vento rabbioso, la neve, il gelo non possono ferirlo. Ogni giorno quell'albero mi dà pensieri di gioia: da quei rami secchi indovino il verde a venire. Wang Wa- Ping *** ALBERI Alberi! Frecce voi siete dall'azzurro cadute? Quali tremendi guerrieri vi scagliarono? Sono state le stelle? Vengono le vostre musiche dall'anima degli uccelli, dagli occhi di Dio. F. Garcia Lorca *** VERTICALE Ma preferirei essere orizzontale. Non sono un albero con la radice nel suolo che succhia minerali e amore materno per poter brillare di foglie ogni marzo; e nemmeno sono la bella di un'aiuola che attira la sua parte di ooh, dipinta di colori stupendi, ignara di dover presto sfiorire. In confronto a me un albero è immortale, la corolla di un fiore non alta, ma più sorprendente, e a me manca la longevità dell'uno e l'audacia dell'altra. Questa notte, sotto la luce infinitesima delle stelle, alberi e fiori vanno spargendo i loro freschi profumi. Cammino in mezzo a loro, ma nessuno mi nota. A volte penso che è quando dormo che assomiglio a loro più perfettamente. I pensieri offuscati. L'essere distesa mi è più naturale. Allora c'è aperto colloqui tra il cielo e me e sarò utile quando sarò distesa per sempre: forse allora gli alberi mi toccheranno e i fiori avranno tempo per me. Sylvia Plath
" Amor de morir y burlar de morir..." ( G. Lorca )
(...) Il finale ( del libro ) lo dedico ad un poeta che ha conosciuto Eros di faccia e non di profilo.Mi sembra la giusta conclusione di un libro che ha per titolo quel verso di Saffo che tutti ci riguarda e tutti ci ha coinvolti. Morì fucilato una mattina d'agosto del 1936 a Fuente Grande, dalle parti di Granada. Non sono molti che oggi leggono le sue canzoni, le sue ballate, il suo Cante Jondo e il suo Romancero Gitano . E' stato un buon poeta, dicono con l'aria di un riconoscimento dovuto ad una poetica già fuori dal tempo, ad appena settant'anni dalla sua morte. Io non voglio qui smentire questa sufficienza data a denti stretti, dal bordo di un secolo ancora assai scarso di poesia. Non voglio discutere se Federico Garcia Lorca sia stato un grande poeta. Voglio solo dire che la sua è stata l'ultima, autentica testimonianza della potenza, della tenerezza, del languore, della malinconia, della lussuria e del sentimento di morte, di Eros " torbido, spietato, arso di demenza". La poesia di tutti i tempi e in tutto il mondo ha celebrato il sentimento amoroso filtrandolo con l'ideale, purificandolo con la memoria, brandendolo a simbolo di bellezza e di purezza, ma quelli che si sono abbandonati alla furia delle sue carezze e della sue pena, sono pochi e sta in questo la loro grandezza. Saffo, coronata di viole, ha reso questa testimonianza. E Shakespeare, Baudelaire, Beethoven, Chopin. Lorca viene per ultimo e chiude questo esiguo corteo. Non faccio confronti fra loro: sarebbe ridicolo oltre che impossibile. Eros ha celebrato le sue epifanie attraverso la loro fantasia e le loro passioni. Le ha messe a durissima prova perché non si torna indenni da quelle esperienze, ma si ottiene il dono di esprimere poesia al più alto livello che ciascuno può raggiungere. Gli istinti sono natura, e anche Eros, il loro principe, è natura. " Natura naturante", diceva Spinoza, natura in divenire, natura trasgressiva. Non è dunque un caso se l'esiguo corteo si apre e si chiude con due omosessuali. Si potrebbe aggiungere Auden e la sfilata sarebbe completa. (...) Eugenio Scalfari da Scuote l'anima mia Eros
(...) Lorca ebbe fin da giovanissimo un'ossessione :il presentimento della morte. Ne parla di continuo, non c'è componimento poetico in cui quell'immagine e quella parola non compaiano. Una delle fascinazioni della sua poesia è proprio nel binomio vita-morte, anzi morte- vita. Aveva capito che la morte è un atto di vita perché dà senso alla vita e ne guida l'intero percorso. Noi commettiamo spesso l'errore di non cogliere il significato di questo percorso che ha una direzione esattamente inversa alla scansione degli orologi. Il senso della vita comincia dalla fine e risale verso l'inizio. Federico Garcia l'aveva capito ed è quello il fascino delle sue canzoni. Un altro fascino è la colorazione del linguaggio: non è un poeta che scriva in bianco e nero, scrive con tutti i colori dell' arcobaleno : "Verde que te quiero verde", i gigli e le rose, il nero delle mantiglie, il rosso del sangue, il viola della cancrena l'indaco della malinconia. La sua poesia è tutta di cose e di persone. Di baci, di seni, di cosce di donna, di torso di maschi, ma anche di passeri, di pioppi, di aghi di pino, di sole e di neve. E di caproni, di vacche mansuete e di tori irruenti. Il nero toro di Spagna è un richiamo costante, icona di un popolo di contadini e di toreri, di gitani, di spade e di banderillas. Qualcuno dei suoi critici ha scritto che la sua identificazione fra gitani e Andalusia è sbagliata. Non credo affatto che sia sbagliata: è poetica. Coglie la doppia radice del contadino di tutti i luoghi e di tutti i tempi: è fiero, il contadino, geloso, geloso, ospitale, silenzioso, triste, un po' idalgo e un po' bandito. Le varie andalusie erano ai suoi tempi ancora terra contadina, come le andalusie di tutto il mondo. Ora sono terre di mercanti e impiegati di Stato, i loro dialetti si sono imbastarditi. Un tempo nel Sud dei Paesi Latini la parlata dialettale era scandita in esametri. I gitani di Lorca hanno sangue zingaro, arabo, sefardita e spagnolo; discendono dai cavalieri palatini di Roncisvalle e dai cavalieri berberi di Cordova. La sintesi di questa mistura è il maschio dominatore e la femmina che lo contrasta con le movenze del ballo flamenco, tacchi che ritmano l'orgoglio di Spagna e visi alteri che rifiutano sudditanze amorose. (...) Eugenio Scalfari da Scuote l'anima mia Eros
(...) L'infanzia è l'innocenza. Lorca lo sa e proprio questo è il motivo del suo frequente ritornare a quella stagione. L'infanzia e la morte. Il sesso sta nel mezzo di questi due punti cardinali. Il sesso, la pulsione sessuale, lo libera dalla colpa nel momento in cui lo fa, nel momento in cui due corpi diventano un corpo solo. Quella fusione la vive e la racconta con furore poetico quasi unico nella letteratura moderna. Baudelaire- forse - ma il poeta de Les Fleurs du Mal scriveva in versi alessandrini e quella metrica funzionava come cintura di castità intorno allo scatenarsi delle trasgressioni e delle perversioni. Lorca - per fortuna della sua poesia - non disponeva di quella cintura, perciò la crudezza della sue versificazione raggiunge un'intensità sconosciuta prima di lui. Ma la colpa riaffiora non appena l'atto sessuale cede il passo al ricordo di quanto è appena avvenuto e a quel punto si verifica una mistificazione: nel suo racconto il rapporto omosessuale diventa eterosessuale. Nel novantacinque per cento dei testi, l' Io dell'autore si congiunge con una femmina, quasi che in questo modo voglia legittimare quanto è avvenuto. Le eccezioni a questa mistificazione sono pochissime: un paio di Sonetti dell'amore oscuro e il lamento su Ignazio. La morte, il sentimento della morte, è pensato con allegria perché va sottobraccio all'oblio definitivo. " Dite ai miei amici che sono morto. L'acqua canta sempre sotto il tremore del bosco. Dite ai miei amici che sono morto. Dite che io sono rimasto con gli occhi spalancati e il volto coperto dall'immortale fazzoletto dell'azzurro. Ah! E che me ne sono andato senza pane sulla mia stella. " (...) Eugenio Scalfari da Scuote l'anima mia Eros
(...) Ma il canto più alto e più disperato si alza negli ultimi versi del Compianto per Ignacio Sanchez Mejìas . Lì non è lui che muore ma il suo compagno. Non c'è dunque l'allegria di una liberazione, ma il lutto dell'abbandono. Un anno prima della sua morte vera. " L' autunno arriverà con le conchiglie, uva di nebbia e monti radunati, ma nessuno vorrà guardarti gli occhi perché tu sei morto per sempre. Perché tu sei morto per sempre come qualsiasi morto sulla Terra, come qualsiasi morto che si scorda perso in un cumulo di canti spenti. Nessuno ti conosce. No. Però io ti canto. Canto per il futuro il tuo viso e il tuo garbo, la compiutezza insigne della tua conoscenza. La tua voglia di morte, di gustarne la bocca, la tristezza che aveva la tua audace allegria. Tarderà molto tempo a nascere, se nasce, un andaluso così illustre e pieno d'avventura. Canto la tua eleganza con parole che gemono e ricordo una brezza triste tra gli ulivi. " Eugenio Scalfari da Scuote l'anima mia Eros