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lunedì 27 agosto 2018

BORIS PASTERNAK ( Lettera - Introduzione )



Un tesoro conservato per anni nell'archivio di casa e poi consegnato alla posterità dal figlio Evgenij: sono le lettere di Boris Pasternak alla prima moglie Evgenija  Lur'e, la giovane pittrice conosciuta nel 1921, poco prima che i genitori del poeta lasciassero la Russia. La dolcezza dei sentimenti si intreccia alla durezza della politica, formando un amalgama unico in queste pagine che parlano di amore e povertà, vita e poesia. Le tensioni dell'ambiente politico- letterario degli anni Venti, che culmineranno col suicidio di Majakovskij, le limitazioni della libertà artistica e il terrore incombente, mettono a dura prova il matrimonio, fino a spezzarlo nell'estate del 1930. Mai più Pasternak scriverà epistole come queste che, per intensità di sentimenti e spessore umano sono paragonabili forse solo al carteggio tra Cvetaeva e Rilke, il cui scorrere parallelo si avverte sullo sfondo.


                       frida

BORIS A EVGENIJA ( Lettera ) 1

 
 

                    " Siamo tutti prigionieri del tempo, ostaggi dell'eternità" ( B. Pasternak )


Agosto, Dicembre 1931

(…)  Amica mia cara,
       perdona la mia ultima, breve lettera. Perdona la mia colpa,
       perdona l'amarezza che ogni giorno ti porta il pensiero di me,
       perdona il mio delitto.
      Perdona, trova cioè la forza di riconoscerli in quanto fatti, per
      vivere e liberarti a poco a poco del loro potere. Trova questa
      forza, così come la trovavo io per placare e smussare i nostri
      antichi screzi, così come la trovo oggi per vivere, perché non
      ho mai vissuto in un modo così strano come in questi ultimi
      tempi: tutto quanto mi cade dal cielo, facilitando ogni mio
      movimento. Dovrei benedire la vita come mai prima, eppure
      non sto facendo nulla e non sono capace di intraprendere
      niente perché - inutile dire - non potrò mai vincere la tristezza
      che in me suscitano le tue insormontabili sofferenze.
      Per amor di Dio, non lo prendere come un rimprovero: tutto
      quanto mi succede, si compie contro la mia volontà - da sé -
      non però a causa tua. Sto in pena, perché in pena stai tu, e tu
      sei parte della mia vita.
      Oggi, quando mi sono alzato,mi aspettava la tua grande lettera.
      L' ho letta prima di accendere la stufa, mezzo vestito. Fa un
      freddo da lupi adesso e noi siamo senza legna. I buoni a nostra
      disposizione sono ancora più difficili da realizzare che non l'
      inverno scorso. Teniamo acceso con scaglie di legname prese
      nei cantieri, ma in casa si gela. E' passata Irina: si sono già
      trasferiti, non vivono più qui. Le ho dato da leggere la tua
      lettera e mi sono messo ad accendere la stufa. Quando ho
      finito, l'ho trovata in lacrime.Come me,è stata colpita da quello
      che nella tua lettera è così grande e forte: l'altezza della tua
      ragione morale, la tua verità. Stavamo leggendo e  parlando in
      silenzio totale. Zina dormiva.Stamani si era alzata molto presto
      e aveva portato i suoi bambini per la prima volta all'asilo e
      dopo - rientrata - si è rimessa a letto per recuperare il sonno
      perduto. 
      Non piangere e non affliggerti, Zenjura mia. Parliamo con
      calma. In primo luogo il carattere enigmatico di quanto è
      successo non deve spaventarti. Come ipotesi ne avevamo
      discusso più di una volta e a parole ci stavamo abituando da
      tempo a quello che è accaduto in realtà. Non devi considerarlo
      come una punizione. E soprattutto - te l'ho già scritto - non ti
      separare da me nel tuo tormento: siamo stati colpiti tutti e due.
     (…)


Boris Pasternak  da  Il soffio della vita ( Corrispondenza  con Evugenija 1921- 1931 )

BORIS A EVGENIJA ( Lettera ) 2


(…)Ricordi quella sera d'inverno quando la possibilità di
      continuare a vivere insieme divenne così tristemente palese, che
      la chiara visione di una fine forzata, già vissuta nell'
      immaginazione e l'idea che avrei fatto in tempo a dire addio a
      te, vicina e amata, ma non a Zina, follemente amata di quell'
      amore non domestico, mortalmente subitaneo che può essere
      messo alla prova proprio nell'attimo dell'addio alla vita e all'
      universo intero; tutto questo - dunque - bastò perché io
      scoppiassi a piangere e tutto venisse fuori. Io non mi sono
      inventato il mio sentimento per Zina. è nato tutto da solo. Non è
      per vendetta che me ne sono andato nè per dimostrare prima
      qualcosa e poi tornare. Me ne sono andato in seguito a
      discussioni e considerazioni che abbiamo portato avanti per
      anni, in conseguenza di esse e di altre- nuove- più fresche
      sollecitazioni portate dalla vita. Me ne sono andato
      spontaneamente e senza che  nessuno me lo chiedesse; me
      ne sono andato via perché -per vivere -era diventato necessario
      agire. Scrivo queste cose perché tu non pensi di essere stata
      ingannata. Né tanto meno puoi pensare d'avere tu ingannato
      qualcuno; d'aver presentato quanto è successo in una luce
      falsa; di avere - parlando di me - mal rappresentato i miei
      sentimenti. Non puoi pensare che siano più piccoli e peggiori
      di quanto tu non abbia detto.
      Amica cara, citi con grande dolore - come per giustificarti - le
      parole da me pronunciate in primavera, alla tua partenza, a
      mo' di addio. Ma se ti astrai dalla loro precisione banale, dal
      loro significato particolare - continuamente modificato dalla
      vita che va avanti-cui bisogna sempre adattare la loro sostanza
      per vederla non solo nell'anima, ma anche nella sua
      realizzazione, allora nella cosa più importante non ti ho
      ingannata, e per nostra disgrazia comune - ahimè - non ho
      ingannato me stesso: a dispetto di tutto quanto dirò in seguito,
      non posso e non voglio disporre di te in modo duro e arbitrario,
      come di una moglie divorziata : non posso metterti in disparte
      e in un certo senso destituirti; non posso immaginarti relegata
      in qualche posto soltanto per volontà mia, e non anche tua,
      checché ne dica la ragione ( e adesso anche un nuovo dovere ).
      E preferisco piuttosto rompere la mia che piegare la tua - di
      volontà -, tanto vivi sono i tuoi diritti su di me, tanto riconosco
      il loro potere naturale su di me, e nel mio cuore, il loro posto
      legittimo. (…)


Boris  Pasternak  da  Il posto della vita ( Corrispondenza con Evgenija 1921- 1931 )

BORIS A EVGENIJA ( Lettera ) 3



(…) Ho sempre voluto che tu sapessi queste cose. E se tu le sapessi
       in modo più certo, profondo e coraggioso di quanto in realtà 
       non sia, questa fiducia ti salverebbe dalle ultime prove:
       useresti senz'altro il potere spirituale che hai si di me in modo
       diverso. Avresti la capacità di distinguere tra l'unione, la
       confluenza dei nostri meriti - rimasta intatta - solamente sfinita
       dalle eterne discussioni che non la riguardavano( come se essa
       non esistesse o si potesse fare a meno di lei o non tenerla in
       debita considerazione ): saresti capace di distinguere quell'
       unione da quella matrimoniale che abbiamo rotto con forza
       poiché in momenti diversi - ma in maniera uguale - non ci
       soddisfaceva.
       E' il terzo giorno che ti scrivo. Scrivo a pezzetti. Ho davanti a
       me la fotografia inviata con la tua lettera, tu e lui. Ti sei fatta
       più bella! Ma che aria triste, triste, che avete? Non immagini
       quanti sconvolgimenti questa fotografia produce nel mio
       animo. Esso si scioglie in lacrime sopra di voi. Che cosa ho
       fatto, che cosa ho fatto! E dire che ti indignavi ogni giorno
       perché io mi accontentavo di parole, perché non mi decidevo.
       Non conoscevi il segreto della mia arrendevolezza, della mia
       dedizione all'abitudine. Ti facevi ingannare dalla presunzione,
       sopravvalutavi le mie forze. Io, a mia volta, temevo quel mare
       di rimorsi e pentimenti che - sapevo bene - avrei dovuto
       attraversare a guado. Mi si è spalancato davanti d'estate, e
       tutt' oggi non sono in grado di varcarlo.
       Perché mi ami in modo così ultimativo e mirato, come uno che
       lotta per la sua idea; perché esibisci la tua infelicità alla vita
       come una condizione, un'esigenza del tipo: ecco quel che ho da
       dire, e adesso che sia la vita a parlare, e che io muoia se non
       dico la verità! Perché non prendi parte attiva alla vita, non ti
       affidi a lei, non ti rendi conto che essa non è un'antagonista
       alla discussione, ma ha tanta tenerezza per te e vuole
       dimostrartela in tutti i modi, e non domanda  altro che uscire
       dall'isolamento dei discorsi preliminari e abbandonarsi all'
       immediata contiguità e collaborazione con lei, alle
       sollecitazioni quotidiane di turno, al loro umile adempimento -
       dapprima amaro - ma in seguito gioioso!
       Ma non serve e niente che io parli di te. Per quanto io ami, per
       quanto rimpianga il nostro passato che serviva da casa a
       Zenicka ( sono sempre le stesse cose che mi circondano e che
       parlano con la sua voce ), non ho le forze né il diritto di
       pensare e volere per te.
       Così finisco da dove ho cominciato : perdonami per tutto, ti
       prego - perdona - mia cara.
       Ti abbraccio forte di tutto cuore (…)


                               B.

 Boris  Pasternak  da   Il soffio della vita ( Corrispondenza con Evgenija 1921- 1931 )