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venerdì 22 dicembre 2017
CONTRO L'ODIO ( Introduzione )
Razzismo, fanatismo, sentimenti antidemocratici: il dibattito politico cui partecipiamo è sempre più polarizzato, dominato da un pensiero pronto a contestare la posizione degli altri, ma incapace di mettere in discussione le proprie.
Carolin Emcke ( studiosa di filosofia e Premio della Pace dei librai tedeschi ) oppone a questa omologazione la ricchezza di una società aperta e voci differenti: una democrazia si realizza pienamente soltanto con la volontà di difendere il pluralismo e il coraggio di opporsi all'odio. Con questi anticorpi possiamo sconfiggere i fanatici religiosi e nazionalisti, che raccolgono consensi ma hanno paura della diversità e della conoscenza. Che sono le armi più potenti che abbiamo.
frida
CONTRO L'ODIO 1
Affondo nel fango e non ho sostegno;
sono caduto in acque profonde
e l'onda mi travolge.
Sono sfinito dal gridare,
riarse sono le mie fauci;
i miei occhi si consumano
nell'attesa del mio Dio.
Più numerosi dei capelli del mio capo
sono coloro che mi odiano senza ragione.
(Salmi, 69, 3-5 )
(...) A volte mi chiedo se non debba invidiarli. A volte mi chiedo
come facciano a provare tutto questo odio, come possano
essere così sicuri. Perché coloro che odiano devono esserlo,
altrimenti non parlerebbero, non offenderebbero, non
ammazzerebbero in quel modo. Non potrebbero sminuire,
mortificare, aggredire gli altri in quel modo. Devono essere
sicuri di sé, non avere alcun dubbio. Se si dubita del proprio
odio non si può odiare. Se dubitassero, non potrebbero essere
così fuori di sé: per odiare c'è bisogno di una consapevolezza
assoluta. I " forse" disturbano, i " magari" interferiscono,
sottraggono energie che invece devono essere canalizzate.
L'odio è un sentimento inesatto. Non si può odiare bene in
maniera precisa, perché la precisione implicherebbe una certa
delicatezza, uno sguardo o un ascolto mirato, quello sforzo di
differenziazione che nella singola persona - con tutte le sue
qualità e inclinazioni - riconosce un essere umano.
Sfumano i contorni - invece - gli individui diventano
irriconoscibili, restano solo collettività indistinte e si può
insultare, urlare e fare chiasso un po' come viene: gli Ebrei,
le donne,gli infedeli, i neri, le lesbiche, i rifugiati, i mussulmani
o anche gli Stati Uniti, i politici, l'Occidente, i poliziotti, i
media, gli intellettuali. L'odio si fabbrica il proprio oggetto su
misura. L'odio è sempre verso l'alto o verso il basso, si colloca
su un asse dello sguardo verticale, contro un categoricamente
altro che opprime o minaccia il proprio , laddove l' Altro viene
dipinto come una forza presumibilmente pericolosa o una cosa
presumibilmente inferiore: e così i successivi maltrattamenti
o crimini risultano misure non solo giustificabili, ma
necessarie . L'Altro è quell'entità che si può denunciare e
disprezzare, ferire o uccidere uscendone impuniti.
Sul versante opposto abbiamo coloro che vivono quest'odio
sulla propria pelle, che sono esposti ad esso, per strada o in
Rete, di notte o alla luce del giorno. Coloro che devono
sopportare insulti, che si portano addosso un'intera storia di
soprusi nelle parole e nei fatti, ricevendo minacce più o meno
serie di morte o violenze sessuali. Coloro cui spetta
solamente una parte di diritti, i cui corpi o copricapi vengono
derisi, coloro che devono indossare una maschera per paura
di essere aggrediti o devono restare barricati in casa perché
fuori c'è una massa di violenti aizzati alla violenza.
Chi è oggetto di odio - però - non può e non vuole abituarsi.(...)
Carolin Emcke da Contro l'odio
CONTRO L'ODIO 2
(...) L'odio di cui si parlerà in questo libro non è un fenomeno
individuale, e tanto meno casuale. Non è soltanto un vago
sentimento che ogni tanto - per sbaglio o per finta necessità -
esplode. No, si tratta di un odio collettivo e di matrice
ideologica. L'dio - per sfogarsi - ha bisogno di modelli
preformati. I concetti usati per offendere, le suggestioni e le
immagini utilizzate per classificare, le griglie indispensabili al
giudizio devono essere preformati. L'odio non deflagra all'
improvviso, va coltivato. Tutti coloro che lo considerano un
fenomeno spontaneo o individuale, inconsapevolmente
contribuiscono ad alimentarlo.
L'odio va affrontato respingendo il suo invito alla
fraternizzazione. Chi affronta l'odio con l'odio - infatti - si è già
fatto influenzare, deformare da esso. In parole povere, un po' è
già come vorrebbero che fosse coloro che odiano. Invece va
affrontato con l'atteggiamento che a coloro che odiano manca:
l'osservazione puntuale, la differenziazione senza sconti e la
messa in discussione di se stessi. Così questo sentimento acuto
si scioglie nelle sue componenti, si separa dai presupposti
ideologici; al contempo, s'innesca una riflessione su come sia
nato e come operi in un contesto storico, regionale e culturale
specifico. Sì, può sembrare poco. Con i fanatici più estremi
non basterà,obietterà qualcuno. Forse, ma sarebbe già d' aiuto:
se le fonti di alimentazione dell'odio, le strutture che lo rendono
possibile e i meccanismi cui obbedisce diventassero più
riconoscibili; se coloro che lo approvano e applaudono
venissero spogliati della loro sicurezza; se coloro che lo
diffondono - coniando i modelli di pensiero e di sguardo-
venissero privati della loro colpevole superficialità e cinismo.
Sarebbe già d'aiuto se a doversi giustificare non fossero più le
persone che danno una mano, silenziose e pacifiche, ma quelle
che le disprezzano; se a doversi spiegare non fossero più
quelle che - come è ovvio - assistono le persone in difficoltà, ma
coloro che negano l'ovvio. Se a doversi difendere non fosse più
chi desidera una società aperta e umana, ma chi la mette a
rischio. (...)
Carolin Emcke da Contro l'odio
CONTRO L'ODIO 3
(...) Riflettere sulle strutture a priori dell'odio significa mettere in
luce i contesti della giustificazione passata e del consenso futuro
senza cui queste strutture non potrebbero prosperare. Analizzare
concretamente le varie forme di cui si nutrono l'odio e la violenza
significa sfatare il mito secondo cui l'odio sia una cosa naturale,
come se fosse più autentico del rispetto. L'odio non è già dato:
l'odio si crea. Lo stesso vale per la violenza, che viene preparata.
In quale direzione odio e violenza si scateneranno, contro chi
saranno diretti, quali soglie e ostacoli verranno giocoforza
oltrepassati, tutto questo non è un caso o una realtà preesistente:
sono elementi che vengono incanalati. Condannare l'odio e la
violenza - quindi - non è abbastanza. Bisogna sforzarci di
analizzarli nella loro modalità operativa, mostrare dove sarebbe
stato possibile qualcosa di diverso, in che momento si sarebbe
potuto decidere diversamente , in che frangente qualcuno
sarebbe potuto intervenire, scendere dal treno.
Descrivere con precisione il corso dell'odio e della violenza vuol
dire indicare il punto in cui ci sarebbe stata la possibilità di
interromperlo, di infiltrarsi. Considerare l'odio non soltanto nel
momento in cui deflagra dischiude altre opzioni di azione.
Per alcune sue manifestazioni la responsabilità spetta alle
procure e alle forze dell'ordine, ma per le pratiche di esclusione
e di limitazione, per le piccole e malvagie tecniche di
emarginazione fatte di gesti, abitudini e convinzioni, per questo
sono responsabili tutti. Togliere a coloro che odiano lo spazio
per fabbricarsi su misura il proprio oggetto è responsabilità di
ogni membro della società civile, nessuno escluso. Non sono
ammesse deleghe. E aiutare coloro che vengono minacciati a
causa di un aspetto, fede o amore diverso, non richiede molto.
Sono le piccole cose che possono fare la differenza: aprire spazi
sociali e di dialogo a coloro che ne sono esclusi. Il gesto più
importante - forse - è evitare che l'odio ci isoli, che ci chiuda nel
silenzio, nella sfera privata, nella protezione del proprio refugium
o milieu . Il passo decisivo - probabilmente - è uscire da se stessi
e andare verso gli altri. Per riaprire - tutti insieme - gli spazi
pubblici e sociali. Se lasciamo solo chi è in balia dell'odio, questi
diventa la voce disperata del salmo citato all'inizio: affonda nel
fango e non ha sostegno. Non ha più appigli, nessun terreno che
lo sostenga. Si sente precipitare in acque profonde e l'onda lo
travolge. Il punto - quindi - è non è abbandonarlo, ascoltarlo
quando chiama. Non permettere che l'onda dell'odio monti di
nuovo, bensì creare un terreno ben saldo in cui ci sia spazio per
tutti. Sempre. (...)
Carolin Emcke da Contro l'odio
luce i contesti della giustificazione passata e del consenso futuro
senza cui queste strutture non potrebbero prosperare. Analizzare
concretamente le varie forme di cui si nutrono l'odio e la violenza
significa sfatare il mito secondo cui l'odio sia una cosa naturale,
come se fosse più autentico del rispetto. L'odio non è già dato:
l'odio si crea. Lo stesso vale per la violenza, che viene preparata.
In quale direzione odio e violenza si scateneranno, contro chi
saranno diretti, quali soglie e ostacoli verranno giocoforza
oltrepassati, tutto questo non è un caso o una realtà preesistente:
sono elementi che vengono incanalati. Condannare l'odio e la
violenza - quindi - non è abbastanza. Bisogna sforzarci di
analizzarli nella loro modalità operativa, mostrare dove sarebbe
stato possibile qualcosa di diverso, in che momento si sarebbe
potuto decidere diversamente , in che frangente qualcuno
sarebbe potuto intervenire, scendere dal treno.
Descrivere con precisione il corso dell'odio e della violenza vuol
dire indicare il punto in cui ci sarebbe stata la possibilità di
interromperlo, di infiltrarsi. Considerare l'odio non soltanto nel
momento in cui deflagra dischiude altre opzioni di azione.
Per alcune sue manifestazioni la responsabilità spetta alle
procure e alle forze dell'ordine, ma per le pratiche di esclusione
e di limitazione, per le piccole e malvagie tecniche di
emarginazione fatte di gesti, abitudini e convinzioni, per questo
sono responsabili tutti. Togliere a coloro che odiano lo spazio
per fabbricarsi su misura il proprio oggetto è responsabilità di
ogni membro della società civile, nessuno escluso. Non sono
ammesse deleghe. E aiutare coloro che vengono minacciati a
causa di un aspetto, fede o amore diverso, non richiede molto.
Sono le piccole cose che possono fare la differenza: aprire spazi
sociali e di dialogo a coloro che ne sono esclusi. Il gesto più
importante - forse - è evitare che l'odio ci isoli, che ci chiuda nel
silenzio, nella sfera privata, nella protezione del proprio refugium
o milieu . Il passo decisivo - probabilmente - è uscire da se stessi
e andare verso gli altri. Per riaprire - tutti insieme - gli spazi
pubblici e sociali. Se lasciamo solo chi è in balia dell'odio, questi
diventa la voce disperata del salmo citato all'inizio: affonda nel
fango e non ha sostegno. Non ha più appigli, nessun terreno che
lo sostenga. Si sente precipitare in acque profonde e l'onda lo
travolge. Il punto - quindi - è non è abbandonarlo, ascoltarlo
quando chiama. Non permettere che l'onda dell'odio monti di
nuovo, bensì creare un terreno ben saldo in cui ci sia spazio per
tutti. Sempre. (...)
Carolin Emcke da Contro l'odio
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