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martedì 18 settembre 2018

SBARCARE DA SE STESSI 1

 
 

                                                           Se si potessero dire parole conclusive…



SBARCARE DA SE STESSI

Per troppo tempo abbiamo creduto
di tenere al guinzaglio la linea d'aria e di mare
pensandola orizzonte dei nostri desideri.
Non è rimasta che una scia di bitume
dietro la sagoma delle torpediniere.
Se si potessero dire parole conclusive
all'improvviso
si scoprirebbe il volto del vicino
e il nostro coraggio di tacere.
Sottratte alla frequenza dello specchio
nuove mappe lascerebbero esplorare
volando oltre i punti cardinali.

Sbarcare da se stessi
sfiorando i flutti con voli di petrelli
quel tanto da sminuire i segni del temporale
che si verifica altrove.

L'appiglio è un pezzo di luna
simmetrico all'insonnia di chi è pronto a varcare
la monotonia di se stesso.


                                   ***

IL DUBBIO D' ESSERCI

E se fosse il dubbio d'esserci quel che
onda dopo onda
spinge in fondo le vecchie case, gli amori
rinsecchiti, i volti, le luci
le case in bilico sui muri, molluschi insabbiati;
se fosse proprio lui questo brivido lungo
come tunnel che ci attraversa
quando il richiamo del fonditore
ghiaccia nell'aria umida,
resteremmo con le reti vuote
nell'angolo buio e senza gesti
aspettando che il guardiano addormentato
ridesti in un sol colpo le due rive?

E' troppo poco dire che non viviamo
nella luce, che ogni passo è una caduta e
neppure un giorno, neppure un rumore o un fosso
ci consacrino possessori di nulla.

Se anche avessimo tanto da sospendere
oltre i tetti e le vie paesane
questo carico di ombre
che ci consuma sulla soglia,
e la bruma potesse impedire
all'acqua del mare di spargere sale,
saremmo noi disposti a gettarvi
brandelli di poesia e restare
la sola foglia ingiallita
venuta giù dal cielo?


                                         ***


SENSAZIONE

Il tempo è così fragile per scrivere
sullo spartito delle ore
che non sappiamo dove posare l'insonnia,
dove attendere lo strappo del cielo.

Un tempo così andato di frammenti
incapaci di aggregarsi,
disciplinati a negare
il punto estremo di un qualunque assenso.
Né volti né reliquie
a sondare parole o volti,
a confondere o cambiare direzione.

Andati nella solitaria fuga delle cose,
nell'incavo di un senno
alle deriva delle piccole certezze,
come prospettiva di gabbiani
all'orizzonte, vicini lontani,
motivo per un'infinità di mondi.

Oggi si ferma tutto all'improvviso,
per guardare quando nasceranno i frutti,
fin dove si trascina la semenza.


                 Eugenio Nastasi     da     Sbarcare da se stessi

SBARCARE DA SE STESSI 2

 



DESTINO DI UN' ORCHIDEA

Tutto il mondo di parole che scrivo per te
da un giardino a un orto
nel buio intrecciano le mani
al tuo collo, l'aroma di cattleya
insinua il baciarti le labbra
l'uno nell'altro per sillabe di steli,
dopo aver sognato in due
un libro dalle pagine stanche.

Quel fiore muove l'ipotesi del tempo,
consegna la sua forma in un abbraccio
al richiamo delle notti insonni.


                                        ***


LETTERA PER ALBERTINE

L'attesa al porto era occasione
di spendere del tempo
allungando in prova
l'amore che t'accolse,
ma non esiste altro dubbio al silenzio
che pesare la sosta del domani.

Quando l'incontro s'allontana
lascio cadere un capo della corda
e l'altro ingromma l'unica bellezza
stretta in volto a identiche serate.

Un'altra verità bruca la rosa,
ci separa la voglia di cambiare
legando al dito la tardiva spina
l'errore di carezze inesistenti.


                                    ***


A UN CERTO PUNTO

Va rinnovandosi la punta del pennello
mentre ritrovo il tuo profilo
in un quadro sul muro,
ragazza dagli occhi d'uva,
il corpo rilucente ai lampi
che giungono dalle radici del mare.

Diciamo parole da lanciare
all'eco che conduce ovunque
finchè ci salva l'onda del batticuore.

Sulle sfumature trascorre
la voglia della somiglianza,
e ci viene incontro una folata di segreti
ancora caldi tra una coperta e il viso.


                                       ***


LE COSE NON DETTE

Nel fiato del crepuscolo i corpi tremano
davanti all'ultimo albero del bosco,
l'euforia di una frase orienta i nomi
verso il grande zero della dimenticanza,
per un alfabeto in direzione opposta
alle cose non dette.

Serrate le parole all'orlo del buio,
anche lo steccato allunga ombre sul crinale,
nel cono del lampione
una qualche mutazione si avvicina
dove prima indugiava lo sguardo.


                                 ***

LA MUSA DELL' IRIS

Lascerò crescere l'erba dei miei capelli
per dire al sole respira di sera
quando la lingua scioglie latte d'infanzia.

Segnerò con iris di campo tutti i quaderni
che portano il tuo nome
e in luce di lanterna disporrò
una veglia di silenzi.

Immerso nelle pareti quotidiane,
sollecito risposte dalla vita
prima che la musa dell'iris
chiuda la mia bocca in una morsa.


                        Eugenio Nastasi    da      Sbarcare da se stessi