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domenica 25 maggio 2025

IL QUASI MADRIGALE DI VEGLIANTE

 


                                                         Umberto Boccioni - Ritratto della madre



QUASI UN MADRIGALE


Madre, lo sai che ormai

potrei essere tuo nonno?

E con ciò vorrei farti ridere

là dove sei - se sei - e

compensare un poco il male

che ti è stato fatto un giorno

per sempre, fredda madre,

da noi vivi - anche da me 

" sedicenti / vivi " ( Montale ).

Dal fogliame qualcuno ride.




                      Jean - Charles  Vegliante    da   Incontri, seguito da altre Babeli



lunedì 12 maggio 2025

LA MADRE CHE RESTA

 



                                                                   Stavo per trasformarmi in madre...




Nominare la perdita, dare voce al non vissuto. Risemantizzare un presente negato, un corpo che cresce e langue nella deflagrazione della mancanza. Non conosce retorica la scrittura di Patrizia  Baglione, è carne viva che sanguina, è vetro di carta che germoglia in un vuoto che fa male. E' il corpo che si fa verbo e che in questo verbo poetico si scopre parola di pietra, voce che è tutto ciò che resta alla madre, un corpo mutilo che cerca se stesso in un grembo vuoto.






Chiedo in modo semplice

di essere figlia tra le rovine,

madre che supplica

l' aria che respira;

attenta alla bocca

intrisa di luna

moltiplicando il verbo

all' infinito.


                                                     ***


Provo a scrivere parole

su cui posare il capo; viso

che cede al  minimo gesto.

Non ha avuto terra la mia costola,

né occasioni di cospargersi

nel bianco dell' ultimo occhio.

Sono senza storia le mie ferite:

uno sguardo nel vuoto, l' altro

nel petto.



                                                 ***


Mi somigli nei tagli delle mani,

lungo la linea della bocca,

nello spazio che ti rende vivo

e quello che ti strugge.

Piccolo corpo, sei, dentro il mio.

Quantità assoluta 

di un bene mai provato.

Cordone,

anima, pancia.


Ancora di salvezza

senza nemmeno arrivare a fondo.



                                              ***


Voglio adottarmi intera,

imparare a tremare,

vedermi unita, mai più separata

un pezzo a destra, l' altro,

a sinistra - combattuta

pure di me stessa.

Accogliere la paura

fiorire in trasparenza,

voglio smettere di morire

un po' alla volta.



                                                 ***


C' eravamo quasi.


Potevo scegliere un nome,

immaginare un volto,

sollevare in alto le pietre.


Stavo per trasformarmi

in madre - la tua.


Fatta di vetro, 

in abito di carta; madre

come onda di fiume.



                                                ***


Esiste un tempo in cui la morte

abbraccia attenta pure i vivi.

Col passo levigato come marmo,

essa ci appartiene - ci è madre.

Lo sai. C'è stato un tempo in cui

anch'io avrei potuto esserlo.

Ti immagini, figlio caro,

con quali braccia, occhi,

gambe, cuore, lo sarei stata.



                    Patrizia Baglione   da   Madre che resta



lunedì 6 maggio 2024

DI PANCIA ( e altri organi vitali )

 


                                                        La libertà stellare di volare in terra...



Il viaggio intimo e universale della nascita, della maternità, è affrontato in quest'opera dell'autrice con delicatezza e ironia, andando a sondare tutti i dubbi e le domande, le gioie e le paure, la forza e la fragilità che questo evento porta con sé. Alessandra Racca, con lo sguardo acceso sui dettagli del quotidiano, intraprende un dialogo interiore tra un " prima" e un " dopo" con sé stessa e un figlio immaginato, e poi con il figlio vero nei suoi primi mesi e anni di vita. " Di pancia" è un'investigazione sul senso di essere madre ( o di non esserlo), una raccolta sull'attesa, i cambiamenti, il sentirsi inadatti, l'amore, il pensarsi e il riconoscersi famiglia nel nostro tempo. E' un'opera che riesce ad andare in profondità dentro queste tematiche complesse con leggerezza, ma è anche un libro sul corpo che cambia, che genera, che ci parla : un canto nella vita e per la vita.




HO QUARANT'ANNI


Si misurano quarant'anni di madre:

troppi

bene così

sarai stanca

ognuno ha i suoi tempi

il corpo non

avresti dovuto.


Che hai fatto in tutto questo tempo?


Ho raccolto i minuti

ho amato le ore

ho esplorato i secondi

ho riempito il baule

ho scelto le parole

ho atteso l'ora giusta, la nostra

quando è venuto il tempo di dirti.



                                          ***


CICATRICE


Fra la promessa dell'esistere

e l'esperienza di te

c'è un margine


sul mio corpo il segno

d' essere stata soglia.



                                                 ***


VENUZZE


Da qualche anno a inizio estate

affiorano

come ragnatele colorate

nidi di vene sottili sottopelle.


Guardo le gambe e mi dico

è così che si manifesta il tempo.


Dove stavano prima

questi segni?

Perché vengono

a galla ora?


Seduta sulla sponda del mio corpo

affronto questi inizi d'estate

scrutando ciò che sale in superficie

dal profondo.


Seduta sulle sponde del mio corpo

ho occhi di bambina

sul corpo di mia nonna


eppure queste gambe sono mie

a me tocca affrontare ora

la mia parte di mistero.



                                                ***


LA DONNA CANNONE


La donna senza figli

quella che ha fatto l'inseminazione

quella che non si sa

quella che avrebbe tanto voluto

quella che ha abortito

quella che ormai


sotto il tendone dell'adeguatezza

si chiede a ognuna

il numero prestabilito

prima dell'inchino normale.


Crescere in sé

la donna cannone

la libertà stellare

di volare in terra

dentro la carne la

più esplosiva

autenticità.




                   Alessandra  Racca    da     Di pancia ( e altri organi vitali)



mercoledì 1 giugno 2022

LA QUASI MADRE DI RITA

 


                                                        Whistler -   La madre , 1871



E' naturale che un rapporto malato e conflittuale come quello che qui viene presentato lasci una scia di veleno nella quotidianità, suscitando risentimenti, gelosie e profonde lacerazioni capaci di modificare le relazioni familiari e interpersonali e di generare intense forme di anaffettività. Si apprezzano, comunque, in questi versi, sincerità e coraggio nel mettere in piazza il proprio inferno domestico e nel vivere la propria esistenza senza remore, infingimenti o maschere convenzionali. Ma non bisogna credere- come afferma giustamente Piero Marelli - che la poeta parli esclusivamente del proprio vissuto, in quanto la sua è una poesia espansa, che assume - attraverso allusioni ed esplicite riflessioni - connotazioni che esulano dall'ambito privato, per farsi sociali e storiche.





Dici addio col fazzoletto

dietro alla finestra: fuori è primavera


in un pomeriggio acceso.

Dici addio ai nomi

richiamando a memoria i pezzi

del corpo e della siepe tagliati

dalle nuvole sopra gli occhiali.


Sdraiata in mezzo ai prati

o sul divano in attesa del miracolo


giuri all'erba soffice il chiasso

dei petali mentre l'infermiera guida

l'orchestra con la bacchetta

e le favole di Fedro.

Per questo dovrei benedire la montagna


la cima luminosa, il suo profilo,

anche la tua partenza

senza spiegarti cosa conta veramente


se il soprassalto in gola

o il formicolìo della mano.



                                         ***


Oggi le ho detto: Benedici il Signore

anima mia!

L'ho vista coprirsi le orecchie

buttarsi all'indietro sulla poltrona

cancellare tutto con la mano bianca

cadere nelle spalle come una bomba

sui muri.

Se avesse versato lacrime


avrei ingoiato il mare

anche le ombre delle occhiaie


i suoi ottantasette anni e più.

Invece


stende il braccio per superare il vetro


a voglia di dire al mondo:

Portami a casa, qui non ci voglio stare.


Sbattono porte chiuse


si vede lo spigolo del tavolo


poggiarsi a terra:

Scappiamo finché siamo in tempo.



                                      ***


Sono qui di nuovo nella terra straniera


prego la tua scomparsa sorridente

e di luce.


Sono la figlia del vero


per questo non vado via.


Tra te e me si dispera il giorno


all'imbrunire anche la benedizione


ha fretta di spazientirsi.

Ti lamenti e mi fa male il cuore.



                                        ***


Adesso la tua forma è una sfera

straziante, un metallo esploso, una mina.


Vengo a trovarti e ti chiedo se hai mangiato


faccio collegamenti tra mente e cuore


comincio a togliermi di dosso bambini,


bambole e figli, spalmo sul viso

la tristezza per tremare ogni mutilazione


contro natura mentre guardo

il mostro infinito attorno alle mascelle.



                                        ***


Un indizio.

Cade il bicchiere mezzo vuoto sul tappeto.


" Basta, sono stanca".

Ricominciare da lì

dalla cena al forno del giorno prima.


Lenzuola nuove ancora inamidate


comprate insieme mentre la passeggiata.


L' attesa dell'incontro

l'uso rimandato alla singletudine.

" Papà è morto da un pezzo!"

Il segno è nel bicchiere in cui beve xanax.


Che giorni benedetti! Mia cara mamma.



                                         ***


E' passata solo un'ora tanti anni fa

mi chiami senza voce lasciando cadere


la bocca sul collo. " Non vedi chi sono?"


Ho tutte le parole e la memoria

se a udirti ti sfioro le unghie

e le orecchie tappate dalla plastica.


Potessi ricordare una carezza


quel poco amore che era tutto


per raggiungerti.

Potessi smettere di sentire l'odio


che agiti nella testa vecchia,


mi chiami tre volte, mai con il mio nome.




                     Rita  Pacilio   da      Quasi madre



mercoledì 8 dicembre 2021

L'IMMACOLATA



Sano Di Pietro - Angelo dell' Annunciazione

 




MA ORA SEI NOSTRA MADRE


Sei la palma di Cades / orlo sigillato per la santa dimora.

Sei la terra che trasvola / carica di luce / nella nostra notte.

Vergine, cattedrale del Silenzio anello d'oro / del tempo e dell'eterno:

tu porti la nostra carne in paradiso / e Dio nella carne.

Vieni e vai per gli spazi / a noi invalicabili.

Sei lo splendore dei campi / roveto e chiesa bianca / sulla montagna...

Non manchi più il vino alle nostre mense / o vigna dentro nubi di profumi.

Vengano a te le fanciulle / ad attingere la bevanda sacra,

e le donne concepiscano ancora, / e ti offrano i loro figli

come tu offristi il tuo frutto a noi.

Amorosa attendi che si avveri / la nostra favolosa vicenda,

creazione finalmente libera.

L' Iddio morente sulla collina chiese / una seconda volta il tuo possesso

quando partecipava perfino alle tombe / la nostra ultima nascita.

Noi ti abbiamo ucciso il Figlio / ma ora sei nostra madre;

viviamo insieme la Resurrezione. Amen




                        David  Maria Turoldo  da   Ave Maria, 1984



mercoledì 17 novembre 2021

IL PRIMO DIO DI CARNEVALI 1

 


" Certe cose colpiscono il cuore come un gong, così che poi risuona a lungo ". ( E. Carnevali )




MIA MADRE


(...) Mai una volta ho visto mia madre che non fosse ammalata. Era morfinomane: s'era assuefatta all'uso della droga terribile dopo aver partorito questo squallido campione, me. Mio padre, che dovevo vedere soltanto all'età di undici anni viveva separato da lei ( questo era naturale e abbastanza comprensibile ). Quando stavamo insieme a lui, trovava ogni pretesto per insultarla o picchiarla. Una volta la povera donna tentò di suicidarsi buttandosi dalla finestra. Lui l'afferrò in tempo. Mio padre era ed è tutt'ora il più ignobile degli uomini. La sua vita con lui era una sofferenza continua. La morfina la teneva addormentata o semi addormentata per tre quarti del giorno. Ma non era un sonno tranquillo. Fu mia zia a parlarmi della feroce gelosia di mio padre. Una volta picchiò mia madre perché aveva i capelli spettinati dopo  una mezza giornata passata a stirare. Un'altra volta la picchiò per strada con un bastone da passeggio perché si era chinata ad allacciarsi una scarpa. Madre - madre dolorosa - pensando a te dovrei piangere, ma il mio cuore è freddo e come una pietra. Madre, vorrei darti ora tutto l'affetto che la tua miseria chiedeva, ma sono troppo ammalato e troppo preso dalla mia malattia. In qualche luogo so che stai ancora soffrendo. Tu pensi alla bella giovinezza che hai sprecato vivendo accanto a un bruto. Io penso alla tua bocca senza vita. Madre, ti chiamavano la " Signora" nella piccola città del Piemonte in cui andammo a vivere e mia zia a lavorare per tutti noi. Doveva farlo perché mia madre era immobilizzata dai tremendi ascessi che le procuravano gli aghi non sterilizzati con cui si faceva le iniezioni. Madre, non contano adesso le preghiere,, né conta l'amore , né conta la purezza del mio cuore contro il tuo cuore imbianchito, il tuo cuore distrutto, il tuo cuore che più non esiste . (...)



                         Emanuel Carnevali   da  Il primo Dio


                                                                                          ( continua )


IL PRIMO DIO DI CARNEVALI 2


 (...) Dovrei fermarmi davanti alla tua tomba, fiero dell'antica pena e terribile per l'omaggio che ti reco. Il tuo capo, nel piccolo cimitero di quella piccola città, poggia contro il muro. Oltre il muro uno spazio incolto, alti fili d'erba percorsi dal gemito di insetti d'ogni genere, grandi e piccoli. Ti vidi morta : eri bella con la faccia colore della terra. Davi un senso di tranquillità. Un dottore imbecille aveva diagnosticato il tuo caso un semplice raffreddore, mentre era tetano, e glielo dicesti tu che cos'era. Non so se ho mai visto una bocca più bella di quella di mia madre. Era sinuosa, dalle labbra piene, e sensuale, larga ma bella e anche la grande purezza della fronte ricordo bene. Dovete sapere che avevo solo nove anni quando morì. Madre, ti ricordi del bambino che non ti lasciava mai sola, che ti seguiva dappertutto con un' insistenza che deve averti spesso esasperata. C'è un'atroce usanza in certe cittadine del Piemonte per cui, quando uno entra in agonia, mandano per l'occasione uno speciale rintocco, così che spesso il malato capisce che le campane suonano per lui, per annunciarne in anticipo la morte. Mia madre, che non poteva più parlare, mi accarezzò il capo e mi affidò a sua sorella. Poi fece un gesto, per indicare il suono delle campane e col dito si toccò il petto per dire " suonano per me". Di me che cosa posso dirti - madre - se non che dai quindici anni in su ho sprecato in malattia una buona metà della mia vera vita. Che cosa posso dirti che debba darti un'idea delle sofferenze che ho patito? Oh, potessi, madre, appoggiare la mia guancia alla tua! Eppure tu mi battevi, mi battevi finché il sangue non mi usciva dalle narici e dalla bocca. Ma non ho niente da perdonarti. Mater dolorosa, tu hai sofferto abbastanza per guadagnarti non uno, ma sei paradisi. Madre, se la terra si potesse spremere come un limone, ne verrebbe fuori dolore, dolore e dolore. E' da tanto tempo che la terra è così avara con i suoi figli. Stringe al petto solo i morti: gli altri sono costretti a camminare, portando in un fardello tutte le loro pene, la loro rabbia e le loro inutili vite. Mater dolorosa, tu appartieni al circolo dei sofferenti, grande quanto il mondo. (...)



                    Emanuel  Carnevali   da    Il primo Dio



Dedico questo brano di Carnevali ( come figlia e come madre ) a tutte le donne violate, sfruttate, abusate ( e non solo nell'età della giovinezza ), perché trovino un riscatto alla loro vita e perché imparino prima di ogni altro dovere quello di rispettare se stesse. E magari  a volersi un po' più di bene.



                                                frida




mercoledì 11 agosto 2021

MATRIS HORA

 


                                                         Edvard Munch - Madre e figlia




Ma è poi vero

che ho lasciato mia figlia

al passaggio del tempo

alla linea

all'idea

alla mano distratta


che l'ho dimenticata nel buio

un secolo intero

nel buio della scena

della mia testa

scoperta

come forma


e le ho toccato la faccia

( vedi cosa ho fatto )

che da sempre mi richiama

e poi di colpo

l'ho persa.



                                             ***


O forse è mia madre

che mi corre dietro

la fatica diventa mondo

da ogni parte

mi cade addosso

io mi riduco

all'ultima cosa visibile

perché al passaggio del tempo

resti solo una di noi.



                                               ***


Adesso dopo il passaggio 

del tempo

una può stare un secolo intero

a immaginare l'altra

con una benda sugli occhi

tanto il tuo corpo

lo conosco a memoria


è questo, che è vero.




                     Valentina Proietti Muzi  da      Matris Hora



mercoledì 26 maggio 2021

SPLENDI COME VITA ( Introduzione )

 



(...) Splendi come vita è una lettera d'amore alla madre adottiva. E' il racconto di un'incolpevole caduta nel Disamore, dunque di una cacciata, di un paradiso perduto. Non è la storia di un disamore, ma la storia di una perdita. Chi scrive è una bambina adottata che ama immensamente la propria madre. Poi c'è una ferita primaria e la madre non crede più all'amore della figlia. Frattura su frattura, equivoco su equivoco, si arriva a una distanza siderale fra le due, a un quotidiano dolore, fino alla catarsi delle ultime pagine. Chi scrive rivede oggi la madre con gli occhi di una donna adulta, non più solo come la propria madre, ma come una donna a sua volta adulta, con la sua storia, i propri dolori e gioie. Quando si smette di vedere la propria madre esclusivamente come madre, la si può finalmente vedere come essere separato, autonomo, e perciò tanto più amabile .(...)


 
                              Maria  Grazia  Calandrone




SPLENDI COME VITA 1

 

Sono figlia di Lucia, bruna Mamma biologica, suicida nelle acque del Tevere quando io avevo otto mesi e lei appariva da ventinove anni nel teatro umano.

Sono figlia di Consolazione, bionda Madre elettiva, da  me fragorosamente delusa.



                                               ***


Non sembrano premesse favorevoli a scagionarsi dalla consolazione d'essere vivi.

Ma la vita ci ignora, ignora soprattutto i pregiudizi e l'ovvio. Tutto cicatrizza, a nostra insaputa. Le ferite si aprono e si chiudono come valve nel fondo del mare della dimenticanza, gli episodi sommersi lampeggiano, mentre la nostra superficie agisce, compra una giacca di velluto liscio color granata, fa benzina.


Mentre scendiamo dall'autobus con le buste della spesa, il mare - sotto - muove la sua misura gigantesca, manovra le sue leve nell'olio azzurro del Tempo. E noi - in alto - splendiamo.

E le parole vanno via da noi, semi sparsi come costellazioni nell'aria trasparente del mattino. Le parole ricordano tutto, quello che non sappiamo di ricordare. Per ciò, affidiamo loro la memoria. Per poi dimenticare - ancora e ancora - ripassare il raschietto sulla cera dei giorni.

E le parole vanno via da noi, dalla cera impassibile dei nostri volti, e attivano le leve submarina di altri esseri umani, uguali a noi. Che splendono - talvolta - come noi splendiamo. Senza saperlo.



                    Maria Grazia  Calandrone  da   Splendi come vita


SPLENDI COME VITA 2

 

Sono caduta nel Disamore a quattro anni, quando Madre rivelò. Io non sono la tua Mamma Vera.

Quella di Madre fu una decisione anticipatoria : aveva letto sul giornale la notizia del suicidio ( un altro! che cortocircuito nella mente di Madre ! ) di una diciottenne che, nel predisporre le carte per il proprio matrimonio, aveva scoperto d'essere stata adottata e si era tolta dalla vita. La ragazza doveva aver sentito sabotate le radici della propria identità. Il futuro che stava fondando, in lei valeva meno del passato. Le persone sono strane.

A quattro anni, non ero probabilmente prossima al matrimonio, né avevo intenzione di richiedere documentazione alcuna circa la mia propria ascendenza : quello di Madre fu uno scrupolo decisamente precoce, ma ho sempre compreso con sincera adesione il conflitto che la indusse in errore.

Negli anni Sessanta, i genitori si muovevano secondo la natura della quale disponevano per nascita, più raramente per cultura analitica, e agivano come meglio sapevano agire. In mancanza d'istinto parentale o lungimiranza emotiva, non consultavano lo squadrone di psicologi che oggi tende a ispezionare e circondare con cuscinetti di ipotesi e risoluzioni profumatamente pagate i nostri disagi domestici e le oscillazioni nostre.

Nella leggenda familiare, tramandata dalla memoria stessa della Madre, sembra che io abbia reagito alla Notizia gigantesca con maturità esemplare, abbracciando lei viva e presente ( lei che sola - in effetti - constatavo, con salutare senso pratico ) e rispondendo che Non ha importanza, Mamma sei tu.

Un' investitura talmente corretta da suonare inverosimile. Pensai soltanto a sopravvivere, dicendo a Madre quel che immaginavo Madre volesse sentirsi dire, perché lei non avesse a ripudiarmi? O pronunciai quelle parole per lei, gliele dissi per farla felice? Oppure Madre fu pietosa con sé e ricordò quel che avrebbe voluto sentirsi dire, ma che io non le dissi? O era tutto vero, il fatto andò com'è stato trascritto dalla memoria di Madre e il l'amavo talmente che la Sua presenza l'aveva vinta sopra la potenza minatoria d'ogni Fantasma?



                   Maria Grazia Calandrone   da  Splendi come vita



SPLENDI COME VITA 3

 

Da quel momento non credette più al mio Amore. Come chi si sia frettolosamente denudato e non possa più tornare indietro. Quello che è stato visto, è stato visto.

Nella memoria di Madre, si installò un Prima, nel quale ero affettuosa e obbediente. La bambina " mansueta " che con ogni evidenza, a conoscermi ancora oggi, non sono mai stata, né potuta essere. Quella bambina angelicata venne istituita a posteriori dalla paura di Madre. E divenne il segnacolo della sua Grande Delusione. Perché -ormai - qui vigeva il  Presente, il dolore della separazione. Una Verità rivelata da Madre, aveva avuto l'effetto paradossale di rendere lei Finta, sebbene ai propri soli occhi.



                     Maria Grazia Calandrone   da  Splendi come vita



SPLENDI COME VITA 4

 

Negli ultimi tredici anni Madre si imbozzola - con soddisfazione - in una cava di ricordi, audio- libri e ascolti radiofonici dove abita sola, anche materialmente: impiegato qualche mese per ambientarsi nel buio improvviso della cecità, Madre torna nell'appartamento dove si era trasferita un anno prima, apparendo finalmente capace di autodeterminazione.

A settant'anni, Madre fa quello che lei stessa definisce " un colpo di testa ": rivendica il diritto al tradimento primario, ossia il diritto all'emancipazione dalla Madre e alla libertà. Si punisce quasi immediatamente diventando cieca.

Un secondo elemento determina la salutare evasione di Madre dalla famiglia: Madre non regge lo spettacolo del deterioramento della propria Madre, troppo contraddittoriamente amata, ma io rifiuto di internare Nonna in una di quelle " case di riposo immerse nel verde", come la moderna mania di ridefinire i fenomeni spiacevoli della vita edulcorandone i nomi denomina quei villini, allocati fuori le mura, dove ai vecchi non resta che impiegare interminate notti a fiutare l'arrivo della morte. Corpi ormai inutili alla rincorsa produttiva, estromessi dal cerchio urbano che hanno contribuito a edificare. Il mio amore è spiccio. Ci penso io. Incapace di abbandonare. Per motivi palesi.



                     Maria Grazia Calandrone   da    Splendi come vita



SPLENDI COME VITA 5

 

La funzione cecità costruisce intorno a Madre - filamento dopo filamento - un guscio impenetrabile dentro il quale lei sta fieramente in equilibrio. Certo, il suo corpo formalmente cede all'abrasione del Tempo, però Madre sacrifica la vita per non assistere al dolore. Il  dolore di sua madre che, ammalandosi, l'abbandona; il dolore di un mondo che le irride ogni utopia; infine, il dolore di non poter ricevere con gioia quanto è giovane e vivo e zampilla, a un passo dallo sfolgorìo della conchiglia dove lei si è rinchiusa.

Cecità è l'esoscheletro che custodisce la tenerezza di una donna che ancora si commuove per l'italiano scivolato, raddoppiato e perturbato dell'accento spagnolo di Julio Iglesias che, dalla radio, le parla all'orecchio nel buio, come una volta faceva il suo amore : " Se mi lasci non vale, se mi lasci non vale/. Non ti sembra un po' caro il prezzo che adesso / io sto per pagare ?".

Anch'io, donna di esorbitanti e fedelissimi amori, smetto di disegnare e dipingere quadri che Madre non può più vedere: li seppellisco in cantina come tradimenti. Li dimentico.

Madre conservale mie prime poesie. Madre se le fa leggere, ogni tanto. L'esergo è di Max Jacob : " Ta balle, mon enfant, était una prière". Madre critica duramente. Certe volte sorride. Continuo a scrivere per quel sorriso.



              Maria Grazia Calandrone   da  Splendi come vita



SPLENDI COME VITA 6

 

Negli ultimi anni di Madre ci sono pure numerosi ricoveri. C'è un intervento chirurgico, preceduto da lunghissime telefonate piene di scandalo : Madre non vorrebbe farsi operare perché sostiene di non provare più un effettivo interesse per la vita. Madre ritiene bastevoli i settantanove anni vissuti. Madre dice che non è dignitoso tirare le cose per le lunghe, dice Bisogna sapersene andare. Quando si sveglia dall'anestesia, ride parlando di Berlusconi e dell'Ordine della Giarrettiera. Nonna è morta due anni prima, siamo rimaste noi due. Madre si è fatta operare per non lasciarmi sola.



                       Maria  Grazia  Calandrone   da    Splendi come vita


SPLENDI COME VITA 8

 

Così lontana che pare d'averla sognata la voce di Mamma dice  Ti ho accompagnata abbastanza.



                                         ***


Splende, la vita, splende come vita. A volte

splende quieta

come il tuo corpo abbandonato al sonno. A volte

sfolgora come il lampo del sorriso.

Ma la terra non splende, la cenere

non splende.



Davvero, Mamma, non sappiamo niente

e non siamo che corpo e non siamo

più in nessun luogo, dopo, probabilmente



e questo precipizio di parole

non è buono a rifare

neanche una molecola del tuo sorriso.



Era vivo, il tuo corpo, e lo guardavo

come si  guarda la luce del tramonto e il colle

dove stiamo tornando.

Faticavo a raggiungerti , alla fine. Ma eri vita

accessibile, vita che dovuta e che ho dovuto

lasciar andare. Addio, Mamma. Addio, Professoressa.


Senza difese, torni

vita che splende.

Senza difese, splendi come vita.



Vita

abbandonata.

Vita

di tutti.

Vita che torna


a tutti.




               Maria Grazia Calandrone   da   Splendi come vita



SPLENDI COME VITA 7

 

Nel Duemila c'è un Primario ( paraponziponzipò ) che mi vuole denunciare perchè Madre - per sfuggirmi - avanza brancolando nel bianco ( per lei nero ) della corsia con la borsetta sotto il braccio, gridando che non mi consegnerà mai le chiavi di casa perché la rapinerei, altro che prenderle il cambio della biancheria nei cassetti del comò. Ci sono io che mi fermo davanti alla grande porta a vetri, per imprimere nella mente per sempre questa scena di spreco, dentro la quale so pensare solo Mamma, no.

C'è un secondo Primario che mi dice che ne ha già viste tante come me e non riuscirò ad abbandonare Madre nel suo reparto. Ci sono io che sbatto la porta della sua propria stanza in faccia al Primario. La targhetta col suo cursus honorum oscilla.

C'è la diagnosi di uno psichiatra dell' Ospedale che attribuisce finalmente un nome allo sperpero grande di Madre, allo spostamento di placche geologiche di dolore che - nei momenti critici - da venticinque anni la scuote, per proteggerla dagli insulti della realtà. Ci sono io che devo appoggiarmi al muro per molti minuti, nei sotterranei del San Giovanni, perché allora non era colpa mia. Offendermi ti salva dal dolore. Allora c'ero riuscita, Mamma. Sono il tuo scudo.



            Maria Grazia  Calandrone   da   Splendi come vita



domenica 9 maggio 2021

MADRE

 


                                          Elisabeth Vigée Le Brun  - Autoritratto con figlia



"E' vero che non tutte le donne sono madri; ma è certamente vero che siamo tutti figli ".  ( f.)




LA  MADRE


E il cuore, quando d'un ultimo battito

avrà fatto cadere il muro d'ombra

per condurmi, Madre, sino al Signore,

come una volta mi darai la mano.


In ginocchio, decisa,

sarai una statua di fronte all'eterno,

come già ti vedeva

quando eri ancora in vita.


Alzerai tremante le vecchie braccia

come quando spirasti, 

dicendo : Mio Dio, eccomi.


E solo quando m'avrà perdonato,

ti verrà desiderio di guardarmi.


Ricorderai d'avermi atteso tanto

e avrai negli occhi un rapido sospiro.



                 Giuseppe  Ungaretti  da  Sentimento del tempo, 1930



martedì 27 aprile 2021

UGUALE A LEI ( risposta ad Anise )

 


                                                               She   ( Uguale a lei )




A MIA MADRE


Mi hai riempito la bocca 

di parole

che non conoscevo.


A che sono servite?


La lingua di un tempo

non è quella di oggi.


E anche il tuo sangue

che mi ha segnata

alla nascita

non è restato il tuo.



                       Anise Koltz   da      L'inferno brucia




giovedì 15 aprile 2021

MATERNITA' MARINA

 


                                                         Margarita Sikorskaia -  Mother




32 poete lasciano in solchi -che sanno di mare e di sale - i propri versi su ciò che da sempre affascina particolarmente lo spirito dei poeti : il mare e la maternità.



I fiori nascono sui desideri

che non cancellano e non si dannano.

Quello che deve accadere

non è ancora avvenuto.

Ed esiste, ed è vero.

La sua presenza è in quest'aria ferma.

I fiori e i desideri hanno lo stesso

modo di tacere e poi scoppiare.

Non sempre l'altezza comanda

o il male è il fuoco migliore.

L' amore crepita nel nostro destino.


                                 (  Anna  Ruotolo )



                                           ***


Un tempo fui donna e uomo

con spalle grandi e calli sulle mani.

Un tempo fui pentola calda sul fuoco.

Sole e luna fui.

Fui campo di battaglia

salmo in maggiore

canto di stagione.

Un tempo fui mulattiera

roccia che muta

la bambina col soldino in tasca.

Fui rapimento

eccessiva bellezza

la croce del Santo.

Un tempo fui grano e fatica.

Senz'altro fui madre.

Madre fui

e non temo tempesta.


                              ( Alma  Spina )



                                        ***


Crescevano animali straordinari

quando tendevamo l'orecchio alla tana

l'arca che avrebbe portato in salvo ogni cosa

riordinato le parti e l'istinto.


La madre era la grande noce da mordere

il latte nutriente che sfama i giovani lupi

nell'attesa maturazione del nome.


Avevamo i piedi immersi alle caviglie

su cui germogliavano nature di sale e di pietra

come bocche pronte a frantumarsi sull'onda.


L'oceano lo sa, l'oceano lo grida:

" E' tempo di credere, di trasformare

la voce in pane quando risuona il tuo nome

sul vento compresso e accucciato nel ventre

dove la tana è il ritorno alle acque ".


                                  (  Ksenja  Laginja )



          A.A. V.V.    Maternità marina ( a cura di Silvia Rosa e Valeria Bianchi Mian )