sabato 29 giugno 2019

O POCO PIU'

 
 

                                         E' sempre basso lo sguardo dell'abbandono…


Non si smette mai di desiderare,
si rinuncia semplicemente a volere.

S'inizia con il bulinare
sulla parte più dura di sé, l'epitaffio
prescelto a murare vivo il fragore
della luce in viaggio,
il gradino che avrebbe atteso
la stanchezza di un sorriso nuovo.

E' sempre basso
lo sguardo dell'abbandono.
Si ferma a terra. O poco più.



                                        frida


LA BELLEZZA SIA CON TE ( introduzione )



"Nel cuore dell'uomo la speranza è come una fiammella: e uno dei più grandi peccati contro lo spirito avviene proprio quando viene cancellata o spenta. Ci vuole molto coraggio per cercare sempre di vedere il bicchiere mezzo pieno, per osare la ricerca del cane che salva l'uomo e non  quello che lo azzanna ".
E' questo l'augurio di Antonia Arslan : che la fiammella della speranza non si spenga mai. In tempi troppo spesso bui, la segreta bellezza dell'altro è la sola forma di salvezza, l'unica luce che possa liberarci dalle tenebre dell'intolleranza. E così non esiste crescita interiore senza condivisione; non c'è cammino senza incontro; non c'è amore per il Paese senza memoria delle origini.
Lo sa bene la testimone diretta dello scambio tra popoli, lei che attendeva nella sua casa di Padova i parenti sparsi e divisi dalla diaspora, davanti ai quali spalancava gli occhi incuriosita dai racconti dei cibi armeni o dei colori vivaci delle miniature. O sempre lei, che scopriva che il nonno Yerwant aveva dato ai suoi figli quattro nomi armeni ciascuno, nonostante avesse compreso che l'antica patria era perduta per sempre e avesse deciso di dedicarsi a quella nuova con inesauribile energia.
Dopo esili  e diaspore, partenze e abbandoni che hanno segnato indelebilmente il destino di Oriente e Occidente, navigare verso la tregua pare l'unica direzione accettabile, e proprio attraverso queste pagine l'autrice  ci conduce - così come si orienta un'imbarcazione che deve essere guidata - verso l'intimo equilibrio degli affetti e la scoperta dell'altro.


                                      ( f )


LA BELLEZZA SIA CON TE 1

 
 
 

                                                  Siamo pochi però ci chiamano Armeni…


(…)" Via dalla montagna sacra: l' Ararat ora sarà per noi un paese
      straniero": così piansero gli armeni, in tutti i luoghi del vasto
      mondo dove la diaspora successiva al genocidio del 1915 li
      aveva portati, quando dall'ottobre 1921 - col trattato di Kars -
      la grande montagna, simbolo fortissimo della loro unità di
      popolo, venne ceduta da Stalin a quella Assemblea Nazionale
      che ben presto sarebbe diventata la Repubblica di Turchia.
      Ma l' Ararat ( che gli armeni chiamano " Massis" ), è oggi più
      che mai presente nell'immaginario del popolo armeno.
      La sua vista incombe sulla capitale Yerevan,ma le sue due cime
      perennemente innevate sono drammaticamente lontane, al di là
      della chiusa frontiera con la Turchia, oltre il famoso ponte
      spezzato sul fiume Akhurian che univa le due parti del regno
      d' Armenia. Oggi, dal monastero di Khor Virab, vedi solo
      qualche sparso gregge che si aggira nella terra di nessuno che
      divide i due paesi; e, lontana, una baracca di soldati.
      Nessuno che porti un nome armeno ha il permesso di salire
      lassù. Eppure non è sempre stato così. Ben diversi sono i fatti
      che la Storia ci racconta. Come un celebre quadro di
      Ayvazovsky ci racconta ( La discesa  di Noè dal monte Ararat )
      dispiega ai nostri occhi con suadente fascino ottocentesco, gli
      armeni si sentono legati al monte dove si arenò l' Arca di Noè
      da un fortissimo legame spirituale - ma anche carnale. Il vino
      fu inventato nella pianura che si stende ai piedi del monte; i
      figli di Noè là coprirono i padre ubriaco, là nacque il
      cristianesimo armeno con le sue  " chiese di cristallo ", le croci
      di pietra, i monasteri splendidi annidati in valli romite, dove
      schiere di monaci diedero vita a un fiorire di codici miniati di
      straordinaria bellezza.  (…)


                       Antonia  Arslan    da    La bellezza sia con te





                                      Monte Ararat visto da un monastero ( frida )



LA BELLEZZA SIA CON TE 2



(…) Fino a quel tempo non troppo lontano, la sacra montagna era
       abitata, addomesticata da legioni di operose formichine umane
       che si erano arrampicate sulle sue coste brulle, spazzate da
       venti terribili e da bufere improvvise, fino ai ghiacciai solcati
       da crepacci profondissimi. Erano gli armeni di montagna, alti,
       massicci e robusti. Andavano in processione dal Caucaso e
       dagli altopiani in alcuni giorni solenni, salendo verso un
       ghiacciaio che era chiamato il " Luogo dell' Arca ", come
     ricordano numerose testimonianze,sino alla fine dell' Ottocento.
     Devoti, industriosi, parsimoniosi, essi si erano insediati in ogni
     angolo vivibile del monte, fondando numerosi villaggi situati
     nelle zone più riparate, anche a quote molto alte: vivevano di
     pastorizia e avevano selezionato una razza resistente di pecore
     con la coda grassa,capaci di trovare dovunque di che nutrirsi.
    I pascoli estivi arrivavano a più di tremila metri di altezza, e una
     razza di cani da pastore altrettanto robusti ed estremamente
     aggressivi badava alle greggi.
     I resti di quei villaggi sono oggi deserti, e i pastori curdi - che
     hanno ancora le pecore e i cani,e cent'anni fa spesso accolsero
     qualche bambino armeno- li considerano luoghi maledetti.
     Parlano le croci sui muri in rovina, resti crollati delle antiche
     chiese,le croci di pietra rovesciate,e se qualcuno ti accompagna
     a cercarle, le fosse comuni dove si possono ancora contare le
     ossa: perché gli armeni dell' Ararat non sono mai stati
     deportati, ma eliminati sulla loro stessa montagna.
     Sono tutti lì: si tengono compagnia e aspettano la resurrezione.
     (…)



                    Antonia  Arslan   da       La bellezza sia con te


LA BELLEZZA SIA CON TE 3



LA GRANDE PARTENZA

(…) Non mi ero mai fermata su quel versetto, alla fine del Vangelo
       di Luca, che dice mane nobiscum Domine, quoniam
       advesperascit, le parole dette dai discepoli a Cristo risorto che
       li ha accompagnati lungo la strada che stavano percorrendo,
       ma loro non l'hanno riconosciuto: credono che sia un erudito
       compagno di viaggio. Si accorgono che è lui quando spezza il
       pane: " Lo riconobbero, ma egli divenne loro invisibile ".
       Adesso li lascia, e loro sentono che è l'addio definitivo; da quel
      momento in poi dovranno diventare adulti,cavarsela da soli per
      le strade del mondo, annunciando la Parola.
      E' frequente - mi pare - in tutti i Vangeli l'idea, l'immagine del
      camminare in gruppo e del parlare camminando, seguendo e
      ascoltando il maestro, quasi a ricordare il peripatòs dei
      filosofi ateniesi;e anche senza condividere del tutto le fin troppe
      conosciute - e spesso usate a sproposito - sentenze oggi tanto
      di moda sul fatto che non è la meta che conta, ma il semplice
      fatto di essere in cammino, credo che quell'ultima passeggiata
      di Cristo coi suoi contenga uno straziante memento per
      ciascuno di noi.
      Chi non è mai stato lacerato dalla malinconia nel sentire che
      il cammino condiviso con una persona amata sta arrivando
      alla fine? Che quello era l'ultimo incontro, l'ultimo saluto?
      Che da quel momento in poi " quella " presenza non ci sarebbe
      più stata?. Chi non conosce la sensazione che ne segue, di
      spazio vuoto, di solitudine agghiacciante ? . (…)



                    Antonia  Arslan   da       La bellezza sia con te

LA BELLEZZA SIA CON TE 4



(…) Così cominciai a ripetermi quella frase come una canzone,
       seguendo il ritmo che mi veniva in mente, ossessivo ma pieno
       di  speranza . " Mane nobiscum Domine, quoniam
       advesperascit " ( Rimani con noi, Signore, perché si fa sera ):
       la sera del giorno, la sera della vita.
       E' in quei momenti che desideriamo le presenze amate, che ne
      sentiamo acutamente la mancanza.Ci danno sicurezza, ci danno
      sostegno.
      Poi mi accadde di ammalarmi, e nella solitudine delle lunghe
      ore del reparto di rianimazione che mi ospitava, quella frase mi
      tornò in mente con una forza inaspettata; e non solo le parole,
      anche il motivo musicale monotono e intenso che nella mia
      mente le accompagnava,dandomi una serenità strana,una gioia
      sottile e misteriosa.
      E allora fu come se improvvisamente riuscissi a capire che a
      quella invocazione, l'invocato aveva in realtà risposto, ma
      educando i discepoli alla Presenza invisibile.
      Non era più necessario vederlo - il Maestro - perché lui era
      sempre con loro, sino alla fine dei tempi.
      E capii che anche le persone che abbiamo amato sono sempre
      con noi, sia che crediamo che la loro essenza vitale resista -
      anche se sotto forma diversa - sia che crediamo che la morte le
      porti via con sé per sempre. Restano attraverso la dolce forza
      della memoria, dei loro gesti e dei loro atti " camminare con
      noi", anche se per tutti - prima o poi -  " si fa sera…".  (…)



               Antonia  Arslan   da              La bellezza sia con te 

    

venerdì 28 giugno 2019

LETTERA A UN RAZZISTA DEL TERZO MILLENNIO


    

                                                      Amal, la bimba yemenita morta di fame


Mi rendo conto che postare questa immagine e il post che la segue potrà non piacere a molti: anzi, potrebbe risultare decisamente spiacevole. Certo, muove le nostre coscienze.
Ma il mio intento non è quello moralistico di fare " la predica " a chichessia. L'ho postato prima di tutto per me, per non dimenticare.
Si fa presto a rimovere dalla mente immagini o scritti che mettono in discussione le nostre coscienze e le nostre scelte di vita.
Ma è solo per rammentare che - al di là dell'orrore momentaneo e della pietà che ne consegue, cè un dovere - per chi si senta e voglia vivere da " umano " che è semplicemente di giustizia.
Nulla di più.

                            ( frida )


(…) Due giorni prima di Natale una notizia ha fatto - per qualche
       ora - il giro del mondo: Sam, un bambino nato tre giorni prima
       sulla costa libica dopo l'attraversamento del Sahara da parte
       della madre e salito con lei su un barcone, è stato salvato dalla
       nave di una ONG. Di lì, per le sue precarie condizioni di salute
       è stato prelevato con un elicottero insieme alla madre e
       trasferito a Malta. Ma gli altri 309 migranti che erano con lui
       hanno continuato la loro odissea i mare per una settimana e
       duemila chilometri, senza un posto disposto ad accoglierli.
       Due mesi prima, il 2 Novembre, Amal è morta di fame a sette
       anni.Come centinaia di altri bambini yemeniti travolti da una
       guerra combattuta con armi costruite  nel nostro Paese. La sua
       fotografia, il viso reclinato con gli occhi persi, le ossa a
      malapena ricoperte di pelle,le mosche sulle mani, ha provocato
      l'indignazione di un giorno. Quelle immagini sono rapidamente
      scomparse d quotidiani e telegiornali, lasciando il posto alla
      retorica sgangherata dei porti chiusi e agli insulti, crudeli e
      volgari, nei confronti dei migranti. Eppure Sam , Amal e altre
      centinaia di migliaia come loro non sono dei numeri, ma delle
      persone come me, come te che stai leggendo.
      E' questa situazione che mi ha spinto a scrivere. Non sono
      abituato a farlo. Preferisco i fatti con il loro linguaggio,
      silenzioso ma vero. Eppure di fronte all'ingiustizia che monta
      intorno a noi n si può più stare zitti.
      Ce lo ha ricordato, con la solita forza e chiarezza, il papa che,
      il 26 Marzo scorso, in Piazza San Pietro, si è rivolto ai giovani
      con queste parole : "Sta a voi non restare zitti. Se gli altri
      tacciono, se noi anziani e responsabili, tante volte corrotti,
      stiamo zitti,se il mondo tace e perde la gioia, vi domando: voi
      griderete? Per favore, per favore, decidetevi prima che gridino
      le pietre ".
      Per questo ho deciso di scrivere. Proprio a te, coinvolto nell'
      ubriacatura razzista che attraversa il Paese. Una ubriacatura
      a cui partecipi forse per convinzione o forse per l'influenza di
      un contesto in cui prevalgono le parole di troppi cattivi maestri
       predicatori di odio, che tentano così di coprire l'incapacità
       di chi governa ( o ci ha governati ) di assicurare a tutti, 
       compresi i più poveri, condizioni di vita accettabili.
       Secondo te, le difficoltà in cui viviamo e le incertezze sul
       presente e sul futuro sono colpa dei migrantii che ci portano
       via il lavoro, che sporcano, che rubano, che hanno aggiunto
       nuovi problemi a quelli che già avevamo. E che - dunque -
       devono starsene a casa loro.
       Io non credo che le cose stiano così. Le migrazioni non vanno
       sottovalutate, ma governate in un modo intelligente ed è
       necessario parlarne senza rimozioni. Ma se non si arresta il
      modo di pensare oggi prevalente,gli effetti saranno devastanti.
      Ancora piùdevastanti di quelli che già vediamo intorno a noi.
      Non mi sento, comodamente e presuntuosamente, dalla parte
      giusta. La parte giusta non è un luogo dove stare, è, piuttosto,
      un orizzonte da raggiungere. Insieme. Ma nella chiarezza e
      nel rispetto delle persone. Non mostrando i muscoli e 
      accanendosi contro la fragilitàdegli altri.



          Luigi  Ciotti    da   Lettera ad un razzista del terzo millennio



  

giovedì 27 giugno 2019

I PASSI GIAPPONESI DI PATRIZIA ( prefazione )



(…) In queste pagine,troppo a lungo rimaste inedite per distrazione
       editoriale dell'autrice, è scritta la storia morale parallela, a
       rovescio, che ha accompagnato per decenni l'opera di uno dei
       maggiori poeti contemporanei.
       Non propriamente narrativa né saggistica - o le due cose
       insieme - la genialità analitica e visionaria, percettiva e
       sintattica che qui sorprende il lettore, non ha precedenti nella
       letteratura italiana del Novecento, se non forse nella prosa di
       Elsa Morante o di Goffredo Parise. Si tratta comunque più di
       parziali affinità che di derivazione: perché in ogni suo capitolo
    - ognuno a modo suo e con stile diverso - in frammenti auto
      biografici, parabole aneddotiche, ritratti e microfilosofie dell'
     amore,dell'invidia o dell'estasi sensoriale,questo testo ubbidisce
     a un solo comandamento : " Devo capire ".
    Se la poesia -come ha detto qualcuno -è la sola scienza possibile
    in quanto nella vita non si dà altra scienza,queste prose di poeta
    rivelano capacità figurative, speculative e satiriche che nei libri
    di versi erano comunque comparse solo occasionalmente.
    Fin dal primo testo che dà il titolo al volume, chi legge si trova
    a  contemplare un mondo comico- tragico, labirintico fino alla
    vertigine,in cui entrano in scena passioni senza esito e disperati,
    coattivi manierismi sociali in cui la vita si dissangua fingendo
    se stessa.  (…)



        Alfonso Berardinelli  ( prefazione a ) Con passi giapponesi


I PASSI GIAPPONESI DI PATRIZIA 1

 
 

Signore, dammi castità e continenza. Ma non subito… ( Sant' Agostino )


(…) Com'è semplice la verità ! E quanto semplicemente si rivela!
    E io che credevo di essere intelligente,consapevole e coraggiosa:
    per tutti questi anni e per quasi tutta la mia vita ho vissuto all'
    ombra di un malinteso, anzi di un conformismo,la cui elementare
    evidenza- ora che mi si svela,-mi fa quasi arrossire di vergogna,
    ma anche mi apre un'inattesa, se pur tardiva, inesplorata letizia.
    E pensare che stavo per cadere nell'abiezione estrema, vale a
    dire che ero sul punto rivolgermi ad un analista, rimettermi
    cioè alla noia illusa, all'interpretazione clandestina, a quel
    procedere mortale verso la falsa libertà del paziente analizzato,
    a quella opaca rinascita grazie alla quale ci sentiamo ben fatti,
    ben messi, ben chiari, ben sistemati alla morte. Aver avuto
    questa tentazione vuol dire che non sapevo più cosa fare.
    La verità, improvvisa e chiara, mi si è mostrata in un giorno di
    mal di testa. E sebbene io non creda alla virtù della malattia e
    del dolore, devo però riconoscere che c'è in loro una segreta
    utilità. Non sempre però. Quel giorno di mal di testa aveva così
    svuotato i miei nervi e la mia volontà, che il mio corpo e i miei
    pensieri erano diventati un opaco nulla, dove mi era impossibile
    non solo immaginare una qualche guarigione, ma persino
    desiderarla. E così, ripetendomi le litanie dell'inedia e della
    fiacchezza, una sola parte del mio corpo era protervamente
    accesa, una solitaria appunto e distante dal resto, quasi un
    automatismo primordiale e cieco. Era il mio sesso, la fisica e
    solitaria pulsione del mio sesso. Che in quel deserto assoluto si
    faceva ancora sentire, mi procurava non una consolazione, ma
    ma una stizza oltraggiata. Ma da lì, proprio da lì, venne la mia
    salvezza. E che fosse la mia salvezza fu proprio il mal di testa a
    decretarlo: questo infatti sparì, sparì insieme alla comparsa del
    seguente pensiero. Io desideravo in realtà fare l'amore con gli
    uomini, mentre per tutta la vita l'avevo fatto solo con donne,
    credendo che questa fosse la mia sola e definitiva ambizione, e
    realtà e scelta. Dunque, io mi ero tenuta lontana dalla sola cosa
    che mi piacesse davvero e l'avevo fatto per viltà. E che cosa una
    siffatta viltà possa produrre e inventare, questa è la sostanza
    della mia vita stessa. (…)



                           Patrizia  Cavalli   da     Con passi giapponesi



I PASSI GIAPPONESI DI PATRIZIA 2



(…) Non sono nata per essere ragionevole. Sono nata per amare,
       per essere felice,per odiare,per immaginare, per inventare, per
       capire e anche - di tanto in tanto - per essere ragionevole, ma
       non devo essere ragionevole. Essere ragionevole vuol dire
       adattare i propri pensieri a quel che gli è contrario, modificare
       e distorcere la propria intelligenza per assecondare i desideri
       altrui. La mia ragionevolezza è diversa da quella di un altro.
       La ragione pretende la felicità. La ragionevolezza tende  al
       possibile. La felicità non può essere catturata dal possibile.
       La felicità è l'avvento del miracolo. Il miracolo produce la
       virtù e la grazia, non viceversa.  (…)



                      Patrizia  Cavalli   da    Con passi giapponesi

I PASSI GIAPPONESI DI PATRIZIA 3



(…)Ma a chi parlo quando parlo da sola ? Parlo a qualcuno che
      non sono io. In verità non si parla mai da soli. Sì, parlo a
      qualcuno che non sono io. E' un'immagine interiore nella quale
      convergono velocemente e in modo frammentario tutti. E' una
      figura volatile fatta di volti in mutazione.Visti di sbieco, ognuno
      di essi raccoglie una parola, e ogni parola si intona a loro.
      E' l'interlocutore ideale:passivo, attento,benevolo e disponibile.
      Sono in compagnia di tutti e difatti sono allegra quando parlo
      da sola.Non vengo contraddetta, non chiedo risposte o
     commenti.E' la parola che ridonda,entusiasta del proprio suono,
     che saluta tutti e il mattino.  (…)



                         Patrizia  Cavalli    da    Con passi giapponesi

I PASSI GIAPPONESI DI PATRIZIA 4



(…)Ecco, se adesso o tra breve o anche domani,ma meglio sarebbe
      adesso, io potessi vederti che avanzi da dietro l'angolo, con la
      tua borsa in mano, lo sguardo austero, i piedi divaricati, con l'
      andatura lenta, considerata, assorta, fingendo di non vedere
      nulla di quel che ti circonda, ma in realtà con occhi precisi già
      padrona delle strade, già pronta al momento nel quale
      sollevando lo sguardo mostrerai la sorpresa cui ti eri già
      preparata e che, per pudore, per paura, per orgoglio, vuoi
      dissimulare, come se negligentemente, quasi per caso, fossi
      comparsa lì, pur sapendo dell'appuntamento, con il cuore
      precipitoso; se io non fossi lì in quel momento ad aspettarti, io
      stessa muovendoti incontro, fingendomi anch'io distratta per
      contenere l'emozione, per non darmi intera alla gioia, sapendo
      che la gioia mi prenderà intera, io subito guarirei d'ogni male.
      Il mio sangue rapido percorrerebbe le sue strade, senza
      languori  e ristagni, e come nel miracolo infantile del perdono
      o dei terrori simulati per gioco, il mio corpo inavvertito si
      aprirebbe lievissimo alla luce.  (…)


                        Patrizia  Cavalli   da    Con passi giapponesi

mercoledì 26 giugno 2019

ESERCIZI DI SEPOLTURA DI UNA MADRE ( introduzione )



Le cronachette pensierose e spensierate di una famiglia allargata, messa in scena seguendo il copione di uno svagato cabaret intellettuale e morale; una saga che si dipana in una serie di sketch irriverenti. Il tutto espresso da un lessico familiare di ebrei fanatici, cattolici convertiti, atei cinici.
La matriarca ultranovantenne è nonna Sara, un'ansiosa guerrafondaia che vive in Israele e telefona in continuazione. La sua interlocutrice preferita è Saretta, la più piccola dei nipoti, sagace e sfrontata, dolcissima e imprevedibile. Poi ci sono i fratelli di lei: il maggiore, Isaac, genio della matematica e parimenti totalmente fuori dalla logica del mondo; Davide , maniaco sessuale e juventino compulsivo; lo zio narratore ( Paolo ) e il gatto Ettore. Totalmente assente è la figura del padre, avendo egli abbandonato Ester ( cugina di Paolo ) quando Saretta aveva due anni.
E lo zio è obbligato - suo malgrado - a farne le veci, per lo più al telefono. Da lì cerca di educare i ragazzi, fornisce consigli, risponde a domande surreali. A volte scappa. E' nevrotico, ipocondriaco e immaturo come loro, un adolescente vegliardo, un " puer aeternus " anchilosato che i nipoti hanno eletto a guida sciamanica, salvo prenderne poi in giro l'immaturità. E' l'idiota sapiente, impaurito e tentato dal ruolo di " pater familias ".
Sullo sfondo di una romanità contemporanea, e deridendo il proprio immaginario psicoanalitico, l'autore scrive il suo originalissimo romanzo familiare: l' incontro e lo scontro tra generazioni, l'assenza e l'ignavia dei padri, l'intelligenza dei figli. Una sit- com in cui si incontrano il ghigno cattivo della migliore commedia all'italiana e l'umorismo yiddish, per una piacevolissima lettura che non manca di offrire spunti per una riflessione che ci tocca tutti da vicino.



                                       ( f )


ESERCIZI DI SEPOLTURA DI UNA MADRE 1

 
 

                                                            Io ( lo zietto ) e l'ipotetica madre…


Mia madre mi ha insegnato la paura. E a rispettare l'angoscia. Era
burbera, fragile e solare. Trepidante. Una volta mi ha svegliato alle sei - la faccia terrea - per dirmi :" Se n'è andato".
Io pensavo fosse appena morto mio padre. Invece era suo il padre  che era morto. Quando lei aveva sedici anni. Se lo era sognato. Era così. Lei non si era mai separata del tutto da lui.
Io non mi sono separato del tutto da lei.

                                                ***


(…) Mia madre, ebrea marrana, aveva una predilezione per Isaac.
       Lui aveva tredici anni quando lei è morta. Una volta li ho visti
       insieme in cucina.Isaac, giù muto, immerso in qualche fantasia
       numerica, guardava mia madre davanti ai fornelli. Lei
       detestava cucinare, si limitava a riscaldare i piatti finchè la
       temperatura non arrivava a trasformarli in qualcosa
       chimicamente alieno dal cibo. Poi proseguiva lo sterminio con
       grandi quantità di aceto " Per disinfettare " diceva. Rivedo
       Isaac guardare mia madre con uno sguardo perplesso, di pura
       estraneità alla vita come la conosciamo. E mia madre, davanti
       a lui, guardava le pietanze con la stessa espressione. Come se
      davanti a lei si fosse manifestata una trasformazione alchemica
      che rendeva il cibo - finalmente - una cosa inerte, pronta per la
      tavola. La tavola di un obitorio. (…)


                                        ***

(…) Oggi è l'anniversario della morte di mia madre. Saretta non
       era nata. Davide aveva dieci anni e Isaac tredici. Intorno al
       suo corpo minuto, un gracile, delicato sparviero denutrito,
       c'erano almeno tre generazioni e un miscuglio di religioni che
       neanche a Belfast. Dietro l'esibita diplomazia reciproca, si
       avvertiva una tensione spessa, come se quella pace fasulla
       avesse potuto trasformarsi in un attimo in una dichiarazione
       di guerra. Zia Sara, la sorella che non aveva mai digerito la
       conversione di mia madre, andava in giro mormorando
       sprezzante : " Guarda come l'avete ridotta", e si rivolgeva alla
       parte cattolica. I cattolici - più numerosi - difendevano il
       corpo di mia madre in cerchio senza dire una parola. Gli atei,
       cioè io, piangevano. Il silenzio angusto fu squarciato un attimo
       da una garrula, stravagante dichiarazione di Isaac, che
       iniziava in tal modo la sua carriera di ragazzo difficile. Disse :
      " Sapete che ci vogliono almeno quattordici ore prima che il
       corpo di zia scenda a temperatura ambiente ? ".  (…)



             Paolo Repetti   da   Esercizi di sepoltura di una madre

ESERCIZI DI SEPOLTURA DI UNA MADRE 2



(…) Isaac, sei bianco da far spavento. E poi alla tua età bisogna
       viaggiare, conoscere le genti, i posti…
    -  Zio, io conosco a perfezione l' Olanda del Seicento. Quella di
       Spinoza e di Palamedes Palamedesz II.
    -  Io il Nou Camp e l' Old Trafford - aggiunge Davide.
    -  Ma perché tu, zio, alla nostra età dov'eri stato?
    -  Beh, insomma…
       Mia cugina  - A Capri e Santa Marinella. Ah, una volta a
       Cagliari per un funerale.
    -  Ammazza aò, un esploratore! - fa Davide.
    -  Vabbè, ma che c'entra: io alla loro età c'avevo i sintomi fobici.
    -  E che so' ?
       Ester  - Praticamente vomitava ogni volta che si allontanava
       da sua madre.
    -  Sì, però sono stato a New York quando sono guarito !
       Saretta - Guarito ???
       Clic   (…)


                                   ***

(…) Ester - Vado via per tre giorni. Ti lascio i nipoti tutti per te.
     - Oddio, ma che devo fare?
     - Nulla. Devi solo controllare che non muoiano.
     - Eh dai. Ma in concreto?
     - Ho lasciato il cibo nel freezer. Basta che Isaac mangi l'orzo
       almeno una volta al giorno. E che Davide non si ingozzi tutto
       in una volta.
    -  E Saretta ?
    -  Saretta si occupa di te.
       Clic.   (… )


                                         ***

(…) - Zietto?
         Quando Saretta dice " zietto ", io mi metto subito sulle
         difensive, disposto anche a rinnegare la parentela.
     -   Che c'è ?
     -   In questi tre giorni in cui siamo soli, io mi devo prendere
         cura di te e tu devi fare tutto quello che dico io.
    -    Ma certo, tesoro, le dico con tono infingardo e mellifluo.
    -    Per prima cosa domani pomeriggio porti me e tre mie
         amichette a fare compere da Cos.
    -    Ok. Ma c'avete le carte di credito ?
         Clic.   (…)



                Paolo  Repetti   da    Esercizi di sepoltura di una madre


ESERCIZI DI SEPOLTURA DI UNA MADRE 3



(…) Questa storia che Dio ha creato Adamo dall'argilla e poi la
       donna da una costola di Adamo, non va proprio giù a Saretta.
       Davide - Tanto o l'una o l'altra. O discendi da una scimmia
       pelosa o dalla costola di un uomo.
       L'espressione " scimmia pelosa "risveglia Isaac dal suo letargo
       algebrico.
     - Stai parlando degli ominidi estinti circa due milioni di anni fa,
       Davide? Linee evolutive intrecciate di cui ancora non si è
       riusciti a dipanare il filo che risale all' Homo sapiens.
       Posso farti l'albero genealogico.
     - No, ti scongiuro, me l'hai disegnato cento volte !
       Saretta - E comunque voi siete fatti di argilla e noi di ossa. 
       Prova a pensare a chi è più resistente. Prrrr !
       Clic   (…)


                                                ***

(…) Come da tradizione, pranzo domenicale con i nipoti, ma oggi
       senza la madre. Io sono impettito nel ruolo di  " pater familias"
       che dispensa saggezza e consigli.
       Saretta racconta che la sua chat con le amiche sul suicidio
       procede bene e sono già arrivate a più di venti metodi.
    -  Saretta, ma non è un po' lugubre tutto questo?
   -   Ma zio, noi siamo un gruppo di post punk: adoriamo parlare
       della morte!
   -   Avrei preferito magari una cosa sul sesso, ma questa no. E' di
      una cupezza…
  -   Ma zio, del sesso abbiamo già discusso l'altr' anno… è roba
       vecchia.
  -    Davide, che ne dici?
  -    Mah, io non so' contrario, a me ' ste ragazzine mortifere un 
       po' mi eccitano, zio !
  -    No, ma voi state male! Isaac al confronto è un esempio di
       salute mentale. A proposito - scusate -  ma dov'è Isaac?
 -    Zio, se entri nella sua stanza non ti devi spaventare. E' a testa
      in giù da due ore. Dice che sta provando a separare
      definitivamente il cervello dal corpo.
 -    Ah, ok. Ma mamma quando torna? (…)


                                           ***

( … ) Mia cugina Ester è tornata a casa.
      -  Beh, direi che a parte la libidine di Saretta per l'auto 
         soppressione e la voracità di Davide, ce la siamo cavata !
        Lei - Ti ricordi quando in vacanza dormivamo insieme e tu la
        sera non mangiavi per paura di vomitare?
     - Sì, ma è passato tanto tempo. Perché me lo chiedi?
    -  Era tipo anoressia ?
    -  Poteva esserlo. Perché era direttamente collegata alla mia
       lontananza da mamma.
    -  Sono preoccupata per Isaac.
    -  E  te credo !
    -  Cioè?
    -  No, scusa, volevo chiederti il motivo.
   -   Sai che passa molto tempo a digiunare appeso a testa in giù ?
   -   Lo so. Ieri me ne sono risparmiato la visione.
   -   Secondo me anche lui soffre di una forma di anoressia.
   -   Sei gentile ad aver pensato subito a me!Ma io non me ne stavo 
       come un pipistrello nella semioscurità. Lui è molto più grave.
   -   Quando si mette il dito su una piaga,hai la sensibilità 
       psicologica di un ramarro.
  -    Ester, Isaac è un concentrato di genialità e di follia astrale. E'
       tutto.La nostra ombra deforme,la purezza di un intelletto senza
       gravità, è l'antilope immaginaria, è il deserto e il fiore. Può
       diventare tutto. Ma adesso è incurabile, fidati.
  -    Scusa, hai detto l'antilope immaginaria… sarebbe ?
  -    Vabbè, me so' fatto prendere la mano…
        Clic     (…)



                  Paolo Repetti  da    Esercizi di sepoltura di una madre









  

martedì 25 giugno 2019

CHE COS 'E' MAI UN BACIO ( prefazione )

 
 

                                                              Frank Dicksee  ( Romeo and Juliet )


(…) E' un bel silenzio quello detto dai baci, talmente bello che certi
       poeti non direbbero altro.
       Non ci basterebbero tutte le labbra del mondo per contare i
       baci di Neruda o quelli di Prévert, e sono letteralmente
       incalcolabili quelli di Catullo.Forse Dante ne ha cantati meno,
       ma gli sono bastate tre terzine per dirli in maniera definitiva e
      chiarire in modo decisivo il loro aspetto più importante:leggere
      di baci è pericoloso. E' più pericoloso che scriverne.
      In certi casi ne va della vita, spalanca le porte dell'inferno,apre
      la via del tradimento o della dannazione ( vedi Paolo e
      Francesca ); in tutti gli altri casi è pura estasi. un pericolo
      anch'essa, a guardar bene.
      Ecco allora il pericolo che vi attende : leggere di cento e mille
      e " millinfiniti " baci vestiti a festa dalle migliori parole dei
      poeti. E quando avrete finito, vi accorgerete che i baci di cui
      avrete letto, altro non sono che una piccola onda se confrontata
      allo tsunami di baci che squassa e sommerge la poesia
      amorosa di ogni tempo.
      Insomma, preparate guance e labbra: sarà una lettura a 
      schiocco, morbida, calda e mordicchiata; ci sarà da frullare,
     picchiettare,stampare, arrossire e impallidire e talvolta fuggire,
       ma solo per ritardare ancora di un istante l'estasi del bacio
     inevitabile.
     Aggiungo che, fare una selezione di baci in poesia, è come
     chiedere ad un bimbo di entrare in un gigantesco negozio di
     giocattoli per sceglierne uno solo: per quanto si possa tentare
     di fare le cose bene, molto resterà fuori, e non è detto che quel
     che si è scelto di inserire in questa antologia sia il meglio in
     assoluto: è solo una scelta.
     E le scelte sono scommesse, proprio come i baci.  (…)



                     Alessandro Barbaglia   da   Che cos'è mai un bacio?


COS'E' MAI UN BACIO 1

 
 

                                          Per un bacio mai dato… per un amore nuovo…


LASCIA COLARE IL TUO BACIO

Lascia colare il tuo bacio
come una fonte -
filo fresco nella tazza
del mio cuore!
Il mio cuore - poi - sognando,
ti restituirà - doppia - l'acqua del tuo bacio,
dal canale del sogno,
da sotto la vita.
E l'acqua del tuo bacio
- oh nuova aurora della fonte ! -
sarà  eterna,
perché il mio cuore sarà la sua sorgente.

                              Juan Ramon  Jimenez


                                           ***

IL BACIO CON IL VENTO

Ti manderò un bacio con il vento
e so che lo sentirai,
ti volterai senza vedermi, ma io sarò lì.
Siamo fatti della stessa materia
di cui sono fatti i sogni.
Vorrei essere una nuvola bianca
in un cielo infinito
per seguirti ovunque e amarti ogni istante.
Se sei un sogno non svegliarmi.
Vorrei vivere nel tuo respiro.
( Mentre ti guardo muoio per te.
Il tuo sogno sarà di sognare me.
Ti amo perché ti vedo riflessa
in tutto quello che c'è di bello ).
Dimmi dove sei stanotte,
ancora nei miei sogni?
Ho sentito una carezza sul viso
arrivare fino al cuore.
Vorrei arrivare fino al cielo
e con i raggi del sole scrivere ti amo.
Vorrei che il vento soffiasse ogni giorno
tra i tuoi capelli,
per poter sentire anche da lontano
il tuo profumo.
( Vorrei fare con te quello
che la primavera fa con i ciliegi ).

                              Pablo  Neruda


                                       ***

SE ORA TU BUSSASSI ALLA MIA PORTA

Se ora tu bussassi alla mia porta
e ti togliessi gli occhiali
e io togliessi i miei che sono uguali
e poi tu entrassi dentro la mia bocca
senza temere baci diseguali
e mi dicessi : " Amore mio,
ma che è successo? "
sarebbe un pezzo
di teatro di successo.

                                 Patrizia  Cavalli


                                                   ***

POESIA D'AMORE

Le grandi notte d'estate
che nulla muove oltre il chiaro
filtro dei baci, il tuo volto
un sogno nelle mie mani.
Lontana come i tuoi occhi
tu sei venuta dal mare
dal vento che pare l'anima.
E baci perdutamente
sino a che l'arida bocca
come la notte è dischiusa,
portata via dal suo soffio.
Tu vivi allora, tu vivi:
il sogno ch'esisti è vero.
Da quanto t'ho cercata!
Ti stringo per dirti che i sogni
sono belli come il tuo volto,
lontani come i tuoi occhi.
E il bacio che cerco è l'anima.

                                        Alfonso  Gatto


                                                ***

POI LEI SI RIGIRO' SU UN FIANCO

Poi lei si rigirò su un fianco,
posò il capo sul mio braccio.
La guardai.
Tutto il cielo e la terra
si specchiavano nei suoi occhi.
Seguitammo a guardarci.
Mi pareva che avrei potuto
annegarci nei suoi occhi.
Poi l'accarezzai sul viso,
ci baciammo, la trassi a me.
La strinsi.
Con l'altra mano
le frugavo fra i capelli.
Fu un bacio d'amore,
un lungo bacio di puro amore.

                                Charles Bukovski


                                  ***


        (  A cura di  Alessandro Barbaglia )  Che cos'è mai un bacio?


CHE COS'E' MAI UN BACIO 2



FARO' DELLA MIA ANIMA

Farò della mia anima uno scrigno per la tua anima
del mio cuore una dimora per la tua bellezza
del mio petto un sepolcro per le tue pene.
Ti amerò come le praterie amano la primavera
e vivrò in te la vita di un fiore sotto i raggi del sole.
Canterò il tuo nome come la valle canta l'eco delle campane;
ascolterò il linguaggio della tua anima
come la spiaggia ascoltala storia delle onde.

                            Kahlil  Gibran


                                        ***

L'AMORE FA L'UOMO RE

Ma allor che avvinti da due bianche braccia
nella festa dei sensi appare il vero
e ne sembra si fonda ogni mistero
nel mistero d'un bacio,
sentiam che vasto più del vasto cielo
e più forte del fato Amore impera,
che l'uomo è il re per cui vediam  - la sera -
steso il sidereo velo.

                              Luigi Gualdo


                                      ***

SI SONO SCAMBIATI UN BACIO NON NOSTRO

Il mio non arrivo alla città di N.
è avvenuto puntualmente.
Sei stato avvertito
con una lettera non spedita.
Hai fatto in tempo a non venire
all'ora prevista.
Il treno è arrivato sul terzo binario.
E' scesa molta gente.
La mia persona assente,
si è avviata all'uscita tra la folla.
Alcune donne mi hanno sostituito
frettolosamente
in quella fretta.
A una è corso incontro
qualcuno che non conoscevo,
ma lei lo ha riconosciuto
immediatamente.
Si sono scambiati
un bacio non nostro
e intanto si è perduta
una valigia non mia.
La stazione della città di N.
a  superato bene la prova
di esistenza oggettiva.
L' insieme restava al suo posto.
I particolari si muovevano
sui binari designati.
E' avvenuto perfino
l'incontro fissato.
Fuori dalla portata
della nostra presenza.
Nel paradiso perduto
della probabilità.
Altrove.
Altrove.
Come risuona questa parolina.

               Wislaswa  Szymborska


                                               ***

COME SE OGNI BACIO

Come se ogni bacio
fosse d'addio,
mia Cloe, baciamoci amando.
Che forse già si posa
sulla nostra spalla lamano che chiama
alla barca che non viene se non vuota;
e che in un solo fascio
lega ciò che l'uno per l'altra fummo
all'altrui somma universale della vita.

                              Fernando  Pessoa


                                           ***

QUANDO TI BACIO

Quando ti bacio
non è solo la tua bocca
non è solo il tuo ombelico
non è solo il tuo grembo
che bacio.
Io bacio anche le tue domande
e i tuoi desideri
bacio il tuo riflettere
i tuoi dubbi
e il tuo coraggio
il tuo amore per me
e la tua libertà da me
il tuo piede
è giunto qui
e che di nuovo se ne va
io bacio te
così come sei
e come sarai
ai e oltre
e quando il mio tempo sarà trascorso.

                              Erich  Fried


                                      ***



        ( A cura di Alessandro Barbaglia )  Che cos'è mai un bacio ?