Visualizzazione post con etichetta Verena Kast. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Verena Kast. Mostra tutti i post

mercoledì 20 marzo 2019

ABBANDONARE IL RUOLO DI VITTIMA 1

 
 

" Per ogni minuto che passiamo in preda alla rabbia, perdiamo sessanta secondi felici"  ( W. S. Maugham )


AGGRESSIONE E RABBIA

(…) Aggressione deriva dalla parola latina aggredior.
       Innanzitutto essa ha un pacifico risvolto intenzionale di
       avvicinamento, e significa semplicemente" recarsi in un luogo,
       accostarsi a qualcuno, cominciare, intraprendere qualcosa".
       C'è in questa catena di significati un'intensificazione; nella
       parola è presente una pressione che va aumentando sempre
      più.Il temine diventa sempre più ostile, assumendo il significato
      di aggredire, sopraffare, distruggere con intento malevolo. E'
      in questo contesto - allora - che si deve parlare di distruzione.
      Ma non si può indicare semplicemente come distruttiva l'
      intenzionalità di un avvicinarsi pieno di determinazione; si può
      ben invece definire come tale la distruzione operata  con
      propositi ostili.
      E' molto importante nell'aggressione il ruolo giocato dall'
      intenzionalità: abbiamo uno scopo, vogliamo provocare
      qualcosa; ma qualche altra cosa si contrappone a questa
      nostra volontà e noi ci arrabbiamo, diventiamo furiosi. Può
      darsi allora che traduciamo questo affetto in comportamenti
      ostili.A seconda del temperamento ci arrabbiamo tanto o poco,
      oppure per nulla. I nostri attacchi di collera hanno una precisa
      tipicità, che varia da persona a persona. Ciascuno di noi
    probabilmente può dire di se stesso se cova un attacco di collera
     per settimane, se lo scarica lentamente o velocemente nel luogo
    giusto o in quello sbagliato,oppure se è una persona che esplode
    e poi dieci minuti dopo non capisce più come abbia potuto
    perdere la calma. Nelle sue varie manifestazioni, la rabbia - di
    volta in volta - rivela una tipicità individuale.
    Nella gestione della rabbia è possibile distinguere diverse
    tipologie di reazione, vale a dire che le persone la sentono in
    maniera differente, e altrettanto differentemente la controllano,
    ne sono succubi o la respingono.  (…)


              Verena  Kast   da     Abbandonare il ruolo di vittima

  

ABBANDONARE IL RUOLO DI VITTIMA 2



LA VITTIMA

(…) Chi rientra nella tipologia della vittima, è uno che evita il
       conflitto. E' un individuo che preferisce tirarsi indietro. E' uno
       che dice sempre " si" anche senza essere necessariamente
       d'accordo. Se qualcuno lo spintona, è lui a chiedere scusa,
       rimproverandosi di occupare troppo spazio in questo mondo.
       Questa persona dice di se stessa :" Sono io che non vado bene;
       tu invece sei a posto". Ma di solito è possibile trovare in queste
       persone anche un'inconscia tendenza opposta. E allora questa
       frase diventa :" Solo io sono a posto; tu invece no".
       Naturalmente nella maggior parte dei casi non ammettono di
       avere questo atteggiamento nemmeno con se stessi. Questi
       individui ingoiano la propria rabbia. Usano frasi come : " Mi
       rendi infelice". Non dicono mai : " Mi rendi furioso", oppure
      " Mi sto arrabbiando". Provano dei sensi di colpa e tendono ad
       autocommiserarsi, ma con facilità sono anche capaci di
       colpevolizzare gli altri. Avvelenano l'atmosfera con accuse che
       solo vagamente sono comprensibili, ma che non sono espresse
       esplicitamente. Sembra che non si arrabbino mai, non
       manifestano la loro collera, la soffocano e per questo sono
       pieni di rimproveri e di autocommiserazione. Evidentemente
       hanno una grandissima paura. Hanno anche il timore di
       tradurre in realtà le loro fantasie aggressive. Sono individui
      che nella loro infanzia sono stati molto condizionati da persone
      autoritarie, che sono stati investiti da sensi di colpa, e che
     hanno imparato precocemente che gli altri erano più importanti
     di loro. Nella costante necessità di adattarsi a sé e ai propri
     simili, l'adattamento agli altri occupa il posto centrale.
     Nella sua forma più pura, questa tipologia si incontra piuttosto
     di rado, perché nella maggior parte dei casi la maggior parte
     delle persone sono dei tipi misti.  (…)


             Verena  Kast   da     Abbandonare il ruolo di vittima


ABBANDONARE IL RUOLO DI VITTIMA 3



L' AGGRESSORE

(…) Chi rientra nella tipologia dell'aggressore viene visto come un
       bastian contrario. Di se stesso dice: " Ho ragione io, non tu".
       Esiste anche qui un'inconscia controtendenza: " Sono gli altri
       ad aver ragione, non io, ma farò il possibile perché nessuno se
       ne accorga". Questo si rileva con particolare evidenza negli
       individui che montano immediatamente in collera di fronte ad
       una manifestazione di rabbia, e che subito si lanciano in gravi
       minacce. Al primo accenno di azione ostile, un individuo del
       genere si pone in un atteggiamento di imponente grandezza,
       persino quando fisicamente non è particolarmente robusto, e
       a sua volta aggredisce. In questo contesto sto usando
       intenzionalmente i pronomi al maschile, poichè in questa
       tipologia non si trovano così spesso delle donne. Un uomo così
       si inalbera immediatamente e minaccia. Se gli si fa un
       rimprovero, all'istante ce ne rovescia addosso altri dieci. E' il
       tipo collera- minaccia. Lo si definisce anche " tipo dalla furia
       collerica",oppure si parla di una collera esplosiva. Qui la
       rabbia è una difesa dalla paura, dal dolore, dalla vergogna e
       dallo stato di impotenza.E' possibile fare una distinzione fra
       una rabbia fredda e una calda. Chi fa immediatamente delle
       minacce e aggredisce, di solito ha una collera infuocata. La
       rabbia fredda- invece - si manifesta con l'ironia, il cinismo e
       il sarcasmo. Come nella tipologia della vittima, l'aggressore
       può essere stato molto condizionato nel periodo dell'infanzia
       da persone estremamente autoritarie. Questi individui, però, si
       identificano con l'aggressore, non con la vittima. Risolvono il
       conflitto tra adattamento a se stessi e adattamento ai propri
       simili, facendo di se stessi il centro di ogni cosa.
      Esistono anche individui che a volte fanno parte della tipologia
      delle vittime, a volte di quella degli aggressori.  (…)



                    Verena  Kast    da     Abbandonare il ruolo di vittima


ABBANDONARE IL RUOLO DI VITTIMA 4


LA POSIZIONE INTERMEDIA

(…) Esiste, poi, una posizione intermedia che potrebbe dirsi l'
       ideale.Si tratta di un individuo in grado di dire: " Io sono a
       posto e anche tu sei a posto". Coloro che vivono con questo
       atteggiamento per lo più hanno sperimentato nella loro vita un
       certo senso di protezione. Hanno provato un sufficiente
       interesse nei loro confronti. E' stata data loro la sensazione di
       essere persone valide e che anche attorno a loro le cose
       andavano abbastanza bene, o che potevano essere rimesse a
     posto.Se l'individuo che appartiene a questa tipologia si dovesse
      arrabbiare, manifesterebbe un alto livello di tolleranza alla
      frustrazione, avrebbe poca diffidenza ed una buona tolleranza
      alla rabbia. Avere tolleranza alla rabbia vuol dire essere in
      grado di percepire la propria collera e non essere costretti a
      tradurla immediatamente in un'azione ostile. Tolleranza alla
      rabbia - dunque - non vuol dire che si è capaci di reprimere
      bene la collera, bensì che si riesce ad accettarla, che all'
      occasione ci si può anche infuriare.
      Le persone " ben educate" ,quelle che rispettano tante regole,
      non riescono ad accettare la propria rabbia trasformandosi
      così nel tipo- vittima. In questo contesto esistono anche
      aspetti specifici maschili e femminili. Sotto il profilo dell'
      immagine legata al ruolo, agli uomini è permesso arrabbiarsi
      più delle donne. Nella manifestazione dell'ostilità accade la
      stessa cosa. Anche se oggi la violenza dei maschi non è più una
      manifestazione di particolare virilità, sarebbe meglio se le
      donne venissero meno orientate socialmente verso il tipo-
      vittima e gli uomini meno verso il tipo- aggressore.
      Naturalmente la posizione ideale è in fondo qualcosa che non
      esiste affatto. Di solito oscilliamo tra la tipologia della vittima
      e quella dell'aggressore e, finchè abbiamo entrambe le
      possibilità, corriamo meno il rischio di diventare
      uniteralmente vittime o aggressori. (…)

 
                 Verena Kast   da    Abbandonare il ruolo di vittima


ABBANDONARE IL RUOLO DI VITTIMA 5


L' AGGRESSIONE PASSIVA

(…) Esiste una terza tipologia di rabbia: è la cosiddetta 
      " aggressione passiva".Gli individui che appartengono a questa
      tipologia non hanno un comportamento attivamente aggressivo,
      ma sono aggressivi per le ripercussioni che hanno sugli altri,
      cioè fanno in modo che siano i loro simili ad essere aggressivi
      e così - in ultima analisi - delegano l'aggressività.
      Se a qualcuno che sta parlando con me, dico." Non parlo più
      con lei", allora pongo un netto confine. Con molta probabilità
      tale definizione dei confini verrà vissuta come aggressiva. Ma
      se qualcuno parla con me, e io- semplicemente - non do alcuna
      risposta, allora non compio nessuna azione aggressiva, ma ciò
      ha un effetto estremamente aggressivo. Si può portare la gente
      all'esasperazione, dicendo di continuo: " Non capisco". Ha un
      effetto aggressivo sull'altro, perché in fondo si parla la stessa
      lingua e si cerca di spiegare dando sempre nuove versioni.
      L'interlocutore semplicemente non capisce e la " non
      comprensione" appare come un malinteso. La persona che non
      capisce dichiara inoltre di essere molto dispiaciuta, ma che non
      può farci nulla, e che è confusa. In questo modo fa  appello
      alla compassione, ma in effetti è aggressiva.
      Analoghe reazioni vengono suscitate dalle persone che
      dimenticano molte cose. Esse non si ribellano ad un incarico
      che non gradiscono, bensì semplicemente non lo eseguono, lo
      dimenticano. Giurano - contrite - di rimediare, e di nuovo
      dimenticano. Non entrano in conflitto, non danno a vedere che
      si è oltrepassato il confine della loro solidarietà, non dicono
      nulla, e dimenticano. E di nuovo si fa appello all'indulgenza:
      che ci si può fare se uno è così smemorato? Così la persona
      coinvolta che richiede la prestazione è aggressiva, diventa
     esigente fino a diventare un individuo aggressivo e persecutorio
     Con le persone che si comportano in maniera passivamente
     aggressiva, abbiamo l'impressione di non poterci fidare di loro.
     Non sono affidabili. In realtà quelle persone non si fidano
     neppure di se stesse se non osano tracciare i confini in forma
     attiva e prendersi sul serio. La vicinanza con la tipologia della
     vittima è palese: dalle vittime possono facilmente venir fuori
     degli aggressori passivi. Tuttavia nel tipo- vittima l'aggressione
     sarà rivolta contro se stesso, cosa che invece l'aggressore
     passivo non fa.   (…)



           Verena  Kast    da     Abbandonare il ruolo di vittima


ABBANDONARE IL RUOLO DI VITTIMA 6



(..) Affinché i complessi ( questi sono punti nodali e focali della vita
     psichica e sono sempre legati alle emozioni , n.d.r. ) possano
     subire una trasformazione, e per potersi liberare dalla morsa
     vittima- aggressore, è necessario accettare i sensi di colpa e
     riconoscerli nella loro funzione.
     Nell'ambito del complesso, più ci identifichiamo con la parte
     della vittima, più ci troveremo sotto il fuoco incrociato della
     critica del lato " aggressore " del complesso stesso.Viviamo tale
     critica come aggressiva e reagiamo con l'angoscia. I sensi di
     colpa legano insieme contemporaneamente aggressione e paura
     Ci sono poi i sensi di colpa " zaino ", definiti così perché in
     realtà potrebbero essere presi e scaricati dalle spalle come uno
     zaino troppo pesante. I sensi di colpa di questo tipo dipendono
     dal fatto che restiamo identificati con la posizione di vittima, e
     in fondo non ci assumiamo la responsabilità di quello che
     facciamo, e dal fatto che non stiamo dalla parte della nostra
     Ombra ( nelle teorizzazioni di Jung, l' Ombra - che viene
     classificata come un Archetipo - è ciò che è vicino all'uomo e
     ne cela l'inaccettabile; ciò che insegue l'uomo anche quando si
     allontana; che è uguale nella forma ma opposta nei movimenti e
     direzioni; che esiste solo in presenza della luce, metafore -
     queste - del Bene e del Male , n.d.r. ).
     Il ruolo di vittima si collega molto facilmente al ruolo infantile,
     e per questo spesso è combinato anche all'idea di dover essere
     particolarmente buoni. Fa però parte della vita adulta
     accorgersi prima o poi che non si è né bianchi né neri, ma grigi.
     Si è contemporaneamente bianchi e neri e di questo bisogna
     assumersi la responsabilità. Non è possibile vedersi come
     completamente buoni e proiettare il non- buono su chi ci sta
     intorno. Siamo tutti buoni e cattivi. Se riusciamo ad accettarlo,
     allora è possibile chiederci, in una situazione in cui ci sentiamo
     colpevoli,in che cosa abbiamo sbagliato e di che cosa dobbiamo
     assumerci la responsabilità. In questo modo possiamo prendere
     le distanze dai sensi di colpa,che intanto hanno raggiunto il loro
     scopo, cioè farci porre la domanda sulla responsabilità che ci
   dobbiamo assumere.Allora è addirittura possibile che diventiamo
   empatici verso noi stessi, cioè è possibile che ammettiamo di non
   aver fatto bene qualcosa ma che, tenuto conto della situazione e
   conoscendo la nostra natura, proviamo comprensione verso noi
   stessi. Sentiremo quali angosce vengono toccate dal senso di
   colpa, ma anche quali sono le aggressioni, riuscendo però anche
   a prenderne le distanze. (…)



      Verena  Kast    da      Abbandonare il ruolo di vittima


domenica 23 aprile 2017

L'ESPERIENZA DEL DISTACCO 1



(...) Nella nostra vita quotidiana si possono riscontrare tendenze
      simbiotiche talmente differenziate e  frequenti che la simbiosi
      non va considerata solo nel suo aspetto patologico, ma si deve
      supporre che l'essere simbiotici e l'evolvere della simbiosi
      verso l'individuazione corrispondano proprio ad un ritmo vitale
      Per questo motivo mi pare importante non evitare la simbiosi,
      ma tentare di viverla in modo ottimale. Già per il bambino
      piccolo vale il principio che una simbiosi ottimale sia il
      presupposto di un distacco e di un'individuazioni ottimali.
      Nel nostro contesto viene spontaneo chiederci ora se la persona
      in lutto, che vuole vivere in simbiosi con il defunto, sia una
      persona che non è riuscita a vivere nella sua vita una forma di
      simbiosi ottimale o se l'esigenza di simbiosi le venga solo dal
      suo grande turbamento. Pare che un tratto peculiare dell'
      acquisizione di nuove caratteristiche individuali sia di rendere
      solitari e autonomi e che proprio questa individuazione desti
      desideri simbiotici. Sulla base di questa riflessione è
      comprensibile che l'esperienza della perdita di una persona
      amata costringa a fare un passo in direzione dell'
      individuazione, risvegliando di conseguenza il desiderio di
      simbiosi. Siccome non è un distacco compiuto gioiosamente e
      deciso spontaneamente, bisogna prevedere che in un primo
      tempo verrà fatto un passo indietro.
      E' interessante notare in proposito che le nostre
      rappresentazioni collettive dell'aldilà si avvicinano molto alle
      rappresentazioni collettive di simbiosi. Anche il Paradiso - per
      esempio - in cui tutti vivono assieme in pace, è un'immagine
      che sta alla base delle nostre esigenze di simbiosi; pensiamo
      anche a espressioni quali " Entrare nell'eterna beatitudine",
     " Venire accolti in un grande tutto" per venire poi " annullati".
       Dietro rappresentazioni collettive dell'aldilà e dietro la
       tensione verso la simbiosi, vi è il desiderio di venire annullati,
       di venire protetti, di pace, di fusione con qualcosa di più
       grande che ci accolga.
       Evidentemente si riesce a sopportare il pensiero della morte
       solo se contemporaneamente ci si immagina che la morte ci
       permette di fonderci con qualcosa che ci è superiore. A questo
       modo non vi è da stupirsi che anche soffrendo l'esperienza
       della morte, si aspiri alla simbiosi.
       In ogni caso, andrebbe tenuto conto del differente modo di
       vivere il lutto che esiste da persona a persona. Osserviamo che
       chi considera il lutto un processo, può muovere da questa
       fase di simbiosi verso una nuova individuazione e, grazie a
       questa, ritornare ad essere capace di stabilire rapporti; chi
       invece rimane fermo nella  simbiosi, si sente sempre più triste
       e privo di significato, giacchè un legame simbiotico può dare
       forza e protezione solo al momento opportuno e per un certo
       periodo.   (...)


                 Verena  Kast   da     L' esperienza del distacco
      

L'ESPERIENZA DEL DISTACCO 2



(...) Per riflettere meglio su questa affermazione, mi sembra
       necessario chiarire un po' il concetto di " simbiosi ottimale".
      Una simbiosi è " ottimale" quando una persona può vivere
      esperienze di fusione uscendone rafforzata e in grado di
      affrontare le alterne esigenze della vita con  nuove capacità 
      relazionali e con una nuova visione di sé.
      I mistici sono un esempio di simbiosi ottimale. L' esperienza
      mistica è una fusione dell'umano con il divino, un ascendere in
      una totalità più grande. Il desiderio del mistico - del resto - 
      viene spesso descritto come un desiderio di morte: il mistico
      anela alla morte per poter stare con il suo Dio. Questo non
      impedì però che molti mistici, nonostante o forse proprio a 
      causa del loro rapporto con Dio, fossero delle personalità
      autonome in senso psicologico, considerate intrepide proprio
      in grazia di quelle esperienze di fusione che conferiscono una
      sensazione di sicurezza, di valore e di chiarezza. Paolo nella
      Lettera ai Filippesi dice: " Sono preso infatti tra queste
      due brame: desidero morire per essere con Cristo, cosa di
      gran lunga migliore, ma d'altra parte è necessario che io
      rimanga ancora nella carne, perché lo richiede il vostro bene".
      In questo contesto mi sembra esemplificativo anche la
      descrizione di un'esperienza mistica di Teresa d' Avila:
   
    " Un giorno, mentre stavo per cantare l' Inno Veni Creator
      Spiritus , fui colta da un'estasi così profonda che quasi stavo
       per svenire, un'esperienza di cui non posso in alcun modo
       dubitare giacchè fu troppo pubblica. Contemporaneamente
       udii queste parole" Io non voglio che tu abbia ancora contatti
       con gli esseri umani, ma solo con gli angeli". Questo mi
       procurò un grande spavento.

       Questa mi pare un'esperienza di fusione congiunta col
       tentativo di persistere nella simbiosi ( Io non voglio che tu
       abbia ancora contatti con gli esseri umani ). Pare che lo
       spavento riporti Teresa sulla terra e le mostri la differenza
       tra la sua fusione mistica e i suoi compiti di questo mondo, che
       persegue con infinita energia e tenacia. Non possiamo
       rimproverare a Teresa di essere stata solo simbiotica e non
       individuata. Forse i mistici hanno vissuto quell'aspetto della
       simbiosi che dà per davvero la massima intensità vitale e
       annulla la meschinità e la fragilità umana, pur non
       permettendo che vi ci si soffermi troppo perché l'esperienza
       religiosa, l'esperienza del divino si sottrae per sua stessa
       natura a qualsiasi fissazione e non costituisce alcun pericolo
       per la determinazione e l'individuazione. Per il mistico si
       tratta inoltre di aprire al suo Dio questo mondo in base alla
       sua visione, di renderlo trasparente e di trasformarlo .  (...)


               Verena  Kast  da     L' esperienza del distacco

L'ESPERIENZA DEL DISTACCO 3



(...) Una simbiosi ottimale potrebbe dunque venire vissuta quando
      si riuscisse a trasformare il desiderio per la madre, proprio
      della prima infanzia, in desiderio di trascendenza e nella
      possibilità di fondersi con quella trascendenza e,
      indipendentemente dal nome che le viene attribuito, di trarne
      forza per muoversi con la maggior autonomia possibile nel
      proprio quotidiano. Forse anche il desiderio di fantasie di
      grandezza e di grandiosità, che viene tanto sottolineato
      parlando di narcisismo, potrebbe venire interpretato come un'
      esigenza di fusione simbiotica con il trascendente che darebbe
      all'uomo quella grandiosità naturale di cui ha bisogno in
      considerazione della sua finitezza. Nella fusione con la
      trascendenza, l'uomo non deve dare prova della sua
      grandiosità e di soffrire di non riuscirci: partecipa della
      grandezza pur distinguendosene.
      Una simbiosi ottimale può venire vissuta anche nell'erotismo e
      nella sessualità: si tratta di fondersi con un'altra persona , di
      sollevare le barriere dell' Io e di entrare in un tutto più grande.
      Meyer vede fantasie anticipatrici di morte nelle esperienze
      mistiche ed erotiche sia nelle esperienze di alienazione
      caratterizzate dalla perdita dei confini dell' Io, dallo
      sconvolgimento della sua identità, dall'arresto del tempo.
      Queste esperienze vengono vissute talvolta come paura,
      talvolta come fascino, in quanto dilatazione della
      personalità. Meyer
      concorda  con Georges Bataille quando dice che, attraverso la
      realtà della morte e dell'individualità, nella vita dell'uomo
      entra un momento di discontinuità, mentre nei confronti del
      passato cresce proprio il desiderio di continuità. Nell'
      esperienza erotica e mistica viene raggiunta proprio questa
      continuità. Contemporaneamente devono incontrarsi
      ritmicamente e sostituirsi vicendevolmente eliminazione di
      limiti e limitazione. Meyer mette in rapporto con la morte l'
      esperienza di continuità e di unità che io chiamo" simbiosi
      ottimale" e rimanda così al grande tema che pervade tutta la
      letteratura mondiale: amore e morte. Nel momento della più
      intensa esperienza di unione, della più forte sensazione di
      vitalità, viene percepita anche l'esperienza della morte, perché
      non sarebbe un'esperienza di totalità se in essa non fossero
      sperimentabili - contemporaneamente - vita e morte.
      Rilke esprime quest'esperienza nella sua lirica Finale:

      La morte è grande.
      Noi siamo le sue
      bocche ridenti.
      Quando crediamo di essere a metà della vita,
      lei osa piangere
      dentro di noi.         (...)


                Verena  Kast   da    L' esperienza del distacco

L'ESPERIENZA DEL DISTACCO 4



(...)  Secondo Meyer, analoghe esperienze di limiti, paragonabili a
       esperienze di fusioni erotiche o mistiche, possono verificarsi
       anche spontaneamente, per esempio in sogno.
       In questo contesto, Jung parlerebbe di esperienza dell' Io,
       intendendo l' Io come unità e totalità della personalità, che va
       ampiamente oltre l'esperienza cosciente e che, in particolari
       momenti, può venire vissuta sia in sogno sia in seguito ad un
       fatto della vita quotidiana, come un abbattimento dei confini
       dell' Io, come una sensazione di totalità. Essa può anche venire
       vissuta come un'eliminazione dei limiti temporali cosicché in
       quel momento, che viene vissuto come atemporale, convivano
       tutto il passato e tutto il futuro. L'esperienza di totalità dà la
       sensazione di venire portati, di venire presi, è datrice di senso.
       Il risveglio da questa esperienza non l'annulla, ma la
       solitudine dell' Io, il suo venir abbandonato di nuovo a se
       stesso, ora viene vissuto dolorosamente; inizia il lutto per la
       perdita di questo stato di interezza, segnato dalla nostalgia per
       la pienezza dell'esperienza svanita, e nasce il desiderio di
       morte come mezzo per conquistare la perduta totalità.
       Alla base della psicologia jughiana sta il concetto che vi è una
       tensione tra l'esperienza del Sé, della totalità, dell'essere fusi
       con qualcosa di superiore a noi, che dà significato, che prende
       e fa sentire presi, e l'esperienza dell' Io che ha poca continuità,
       che è mortale; l' Io deve rapportarsi con il Sé senza farsi però
       paralizzare dal suo fascino, senza cedere con facilità al
       desiderio di morte, dovendo e potendo invece realizzarsi.
       Mi pare che questo spieghi perché Jung, contrariamente a
       Freud, non abbia postulato alcun istinto di morte. Forse si
       potrebbe dire che in questo concetto del Sé si fonde, con l'
       esperienza di morte, anche il maggior aumento di libido e il
       maggior istinto vitale possibile.
       In proposito sono interessanti i lavori di Grof e Halifax, che si
       occuparono della terapia di malati terminali di cancro e che
       contemporaneamente sperimentarono su se stessi gli effetti
       dell'  LSD. Constatarono che nei pazienti, che sotto l'effetto
       della droga avevano fatto l'esperienza " della morte dell' Io",
       della rinascita e dell'unità cosmica, si verificavano notevoli
       trasformazioni del concetto di morte e dell'atteggiamento nei
       suoi confronti. La morte perse la sua componente di orrore:
       essi accettarono l'eventualità di una continuità oltre la morte
       e svilupparono una forte fede nell'unità finale di tutta la
       creazione. Queste " visioni cosmiche" possono essere poste in
       relazione con la percezione del Sé, come Jung ha
       ripetutamente notato. La simbiosi con il Sé avrebbe dunque
       un aspetto curativo e significante.
       E' facile trovare il modo di uscire dalla simbiosi: se ne esce
       sempre involontariamente, come dall'esperienza religiosa.
       Proprio per questo il desiderio di simbiosi può essere
       pericoloso. Ravviso un simile desiderio di simbiosi con il Sé
       nella tossicomania . (...)


           Verena  Kast    da    L' esperienza del distacco

L'ESPERIENZA DEL DISTACCO 5



(...) La simbiosi non viene vissuta però solo nelle situazioni che
      ritengo ottimali perché garantiscono il ritmo di essere
      simbiotici, distaccarsi e poi evolversi. Anzi, noi esprimiamo il
      nostro desiderio di simbiosi in ogni tipo di rapporto. Anche in
      questo caso non mi sembra che ciò sia sbagliato; diventa
      problematico solo quando alla simbiosi non segue il distacco,
      per lo più non  perché si abbia la sensazione di non aver
      ricevuto sufficiente carica vitale, ma perché si ha una forte
      esigenza di totalità che la simbiosi non può esaudire.
      Hanno difficoltà ad uscire dalla simbiosi anche le persone che
      non hanno mai potuto viverla. Un bambino che non può
      fondersi con sua madre, avrà difficoltà a sviluppare
      l'autonomia tanto quanto un bambino che la madre non vuole
      emancipare dalla simbiosi. Esperienze simili avranno una
      ripercussione sulle successive esperienze di separazione e sull'
      aspirazione all'autonomia. Poiché l'aspirazione della simbiosi
      per un verso e al distacco e all'individuazione per l'altro
      costituiscono il ritmo ininterrotto dello sviluppo psichico
      umano, i progressi verso l'individuazione sono minacciati ogni
      volta che viene dato troppo poco spazio alla simbiosi. Ciò può
      anche voler dire che la si cerca alla fonte sbagliata. Potrebbe
      anche essere che si pretenda che sia esclusivamente una
      persona ad appagare le nostre esigenze di simbiosi e che a
      questo modo si proietti sul partner l'esigenza di fondersi con
      qualcosa di trascendente. Certo le cose stanno in modo tale
      che l'esperienza di simbiosi con qualcosa di trascendente può
      venire fatta proprio attraverso l'esperienza amorosa: non è
      però il partner stesso che deve realizzare questo desiderio.
      La realizzazione di questa esperienza trascendente dipende dal
      rapporto con il partner. Se però consideriamo il partner come
      colui che deve appagare le nostre esigenze simbiotiche, allora
      pretendiamo da lui una grandezza e un quid di assoluto che
      supera le sue possibilità. In questo modo il ritmo di simbiosi,
      distacco e individuazione viene disturbato perché i tempi del
      distacco dal partner, i tempi in cui si possono scoprire nuovi
      tratti, vengono vissuti solo come deficit, mentre potrebbero
      fornire proprio le premesse per sperimentare in maniera nuova
      la trascendenza in quello che un tempo era il proprio partner.
      Potrebbe dunque verificarsi che, quando ci si attende l'
      appagamento delle tendenze simbiotiche dalla fonte sbagliata,
      si ottenga solo una maggiore difficoltà a raggiungere il
      distacco e l'individuazione. E' naturale che ci si chieda se le
      persone capaci di permettersi una simbiosi ottimale siano
      anche quelle le cui esperienze di lutto si svolgono in
      tranquillità. (...)


           Verena  Kast    da     L' esperienza del distacco
     

sabato 19 novembre 2016

LE FIABE CHE CURANO ( 2 )



(...) La fiaba ci parla per mezzo di simboli e immagini, intrecciati
      in processi complessi. In tal senso, essa è simile al sogno, ai
      processi inconsci in generale e anche al mito. Codificati nel
      linguaggio simbolico, nel mito trovano espressione i perenni
      problemi dell'umanità, inseriti in un contesto cosmico.
      Rispetto a quelli del mito, tuttavia, i simboli che incontriamo
      nelle fiabe rappresentano processi evolutivi più vicini all'uomo.
      Ma anch'essi occupano lo stesso spazio intermedio: parlano
      alla nostra esistenza in quanto singoli e al tempo stesso ci
      fanno capire che il nostro problema individuale è anche un
      problema collettivo, in quanto rimandano a un retroscena
      sconosciuto, a un fondamento primordiale. Questo spazio
      intermedio è il regno della fantasia, della creatività, dell'arte,
      della vita simbolica, e pertanto anche della fiaba.
      Nel simbolo sono condensati esperienze e contenuti psichici
     ( soprattutto emozioni ) che non sono esprimibili per altra via.
      Nell'interpretazione delle fiabe della psicologia del profondo,
      in cui i processi fantastici vengono ricondotti a processi tipici
      dello sviluppo umano, si utilizzano le stesse tecniche dell'
      interpretazione dei sogni. L' interpretazione intrapsichica, in
      cui i personaggi minori vengono considerati come tratti della
      personalità del protagonista, si è rivelata particolarmente
      utile. Quando per esempio un uomo incontra una strega,
      diciamo che si trova ad affrontare il proprio lato perfido.
      A seconda del personaggio che prendiamo come protagonista,
      si daranno diverse possibilità aggiuntive di interpretazione.
      I simboli hanno molti significati, così come le fiabe, ed è
      questo che le rende affascinanti.  La correttezza di un'
      interpretazione si traduce in un'esperienza di rivelazione.
      Nessuna interpretazione ha pretesa di verità assoluta: un'
      interpretazione può ritenersi valida se ha una sua
      compiutezza e abbraccia i temi principali della fiaba.
      Interpretare le fiabe - in questo modo - equivale ad una
      riflessione giocosa sulla vita, sui problemi esistenziali e sui
      processi psichici.  (...)


                 Verena  Kast   da     Le  Fiabe che curano

LE FIABE CHE CURANO



(...) I genitori, i fratelli, gli amici, il partner, i figli, non sono i soli
      a svolgere un ruolo importante nelle nostre vite; anche le storie
      lo esercitano. La maggior parte di noi ha le sue storie preferite,
      che ha letto da solo o che altri gli hanno raccontato, così come
      ognuno di noi trova ancora storie che lo avvincono.
      I racconti che un tempo ci hanno affascinato o che ancora oggi
      ci affascinano, esprimono qualcosa di noi, sui nostri desideri e
      nostalgie. Ci mostrano il comportamento di uomini coi quali
      vorremmo identificarci, le persone che vorremmo essere.
      Analizzandole più nel dettaglio, scopriamo anche che queste
      storie ci comunicano qualcosa dei nostri problemi e descrivono
      come altri li affrontano e li risolvono. Le storie accompagnano
      le nostre vite e talvolta si ha la sensazione che le storie di
      alcuni individui siano più reali della cosiddetta vita reale.
      Anche le fiabe sono storie che la maggior parte di noi conosce
      fin dalla primissima infanzia. Ma le fiabe sono storie 
      particolari: in esse accadono cose straordinarie, si verificano
      eventi che riteniamo impossibili nella vita reale e infatti
      diciamo che " è solo una fiaba" è " una finzione". Eppure siamo
      segretamente felici di poterci sottrarre alla pressione della
      realtà, di lasciarci trasportare dall'illusione che esista sempre
      una soluzione " fiabesca", una svolta inaspettata. Tutte
      soluzioni creative. Attraverso l'identificazione con l'eroe della
      fiaba, ci viene trasmessa la speranza che i problemi siano
      risolvibili, che esista sempre un mutamento creativo.
      Così la fiaba ci infonde quel coraggio di cui abbiamo bisogno
      per non restare ancorati al passato e andare incontro al
      futuro con maggior fiducia. Le fiabe sono storie particolari
      anche perché hanno alle spalle una lunga tradizione orale.
      Nel corso della loro trasmissione vengono a cadere le
      caratteristiche troppo personali del singolo narratore, cosicché
      il risultato finale è un racconto conciso che evidentemente si
      occupa di tematiche che interessano la maggior parte degli
      uomini. Dal punto di vista strutturale, le fiabe iniziano sempre
      da una situazione problematica per poi mostrare come essa
      vada affrontata, ovvero quali processi interiori ed esterni
      debbano aver luogo per giungere alla soluzione del problema.
      L'eroe o l'eroina della fiaba assumono sempre comportamenti
      adeguati alla specifica situazione. Le difficoltà che essi
      devono affrontare rappresentano difficoltà tipicamente umane.
     (...)



              Verena  Kast  da    Le  Fiabe che curano