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lunedì 21 novembre 2022

AVREMO CURA ( del giorno di dolore che uno ha )



                                             Non capivano un mondo che veniva giù...



La cura di Montieri non è consolatoria e non è una panacea. La medicina poetica ma non sentimentale è il disincanto etico di chi può comprendere il dolore degli altri a partire dal proprio. E' la consapevolezza terminale che tutti i dolori sono uguali per chi li soffre, quelli grandi e quelli piccoli; quelli storici e quelli privati.



                                                    


Le vecchie sedute fuori dai cortili

sulle spalle scialli fatti a mano

il pettegolezzo mischiato alla preghiera

assolvere o benedire ogni passante

tessevano ricami delicati, uncinetti

uccidevano una donna in tre parole.



                                                 ***


Ai funerali di mio nonno non ho pianto

e tutti a chiedersi : ma come lui non soffre?

Domanda lecita, pare fossi il nipote preferito

da noi se non piangi, non urli, non ostenti

vuol dire che non ti importa

ora vivo al nord, il dolore qui è privato

la sua mancanza che non racconto

che non dichiaro.



                                                ***


O tutte le volte che hanno ammazzato

( chi sorridendo, che tradendo ) mio padre

non capivano un mondo che veniva giù

sabbia sotto l'onda

smettevano di parlare per rispetto:

paura che una parola detta male

ferisse chi moriva. Rinunciavamo.



                                            ***


La morte a noi ci è sempre stata intorno

sepolta a tradimento sotto casa

aggiunta lentamente al nostro cibo

sui nostri pochi alberi, le panchine

le vecchie linee dei tram interrotte

binari arrugginiti, treni troppo lenti.



                                                ***


Non pensare che fosse indifferenza

la nostra piuttosto un modo di vivere

le cose così come si vivono :

tutte insieme, una per volta.

La sparatoria dietro l'angolo

la partita di calcetto i compiti da fare,

poi uscire la sera, il bar, la storia di tutti

tutti tornavano a casa per cena.




                  Gianni  Montieri   da     Avremo cura



giovedì 11 agosto 2022

UN GIUDICE PER BENIGNI & VECCHIONI

 


                                                     Un vizio di forma forse ci salverà...



" Questo libro bello e tenace è composto da quattro elementi fondativi : cervello, cuore, giustizia e testimonianza, tenuti insieme da un filo che è il metro, ovvero la metrica. Benigni è poeta e avvocato e in apparenza sono queste le peculiarità che - assemblate - hanno portato alla scrittura di questi testi: ma c'è qualcosa prima. Prima c'è un senso di giustizia altissimo, c'è la prudenza del ragionamento e c'è - con ogni probabilità - un cuore che accelera e che sa scuotersi. Vengono, poi, il poeta e l'avvocato ed entrambi sanno stare un gradino sotto la sommarietà; entrambi conoscono la sottile linea, il varco stretto che separa una condanna da un'assoluzione, un innocente da un colpevole, il passo corto tra la virtù e la colpa che mutano a seconda dei periodi storici. Le quattro sezioni sono estremamente dense e i versi rappresentano la battaglia tra la sapienza antica del cuore e la sapienza delle regole e delle norme che appartiene al cervello."

(  G. Montieri )




IL GIUDICE


Non c'è colpevolezza senza prova, qui

dove assoluzione e delitto hanno lo stesso movente.

Reato o peccato, siamo tutti parte. Comunque.

Tutto è già stato

e ci chiama,

mentre un giudice impone il suo nome.

Qualcuno completerà il nostro gesto.

Tempo senza voce che scrivi la sentenza :

nulla corregge nulla.

Un vizio di forma forse ci salverà.



                                     ***


Ognuno custodisce un male

sceglie un nome alle cose

e patteggia inconsapevole la sua pena,

perché

perché come una voce inquirente

la memoria ci insegue.



                                           ***


La morte ci sorveglia

nel suo cerchio di misura e legge.

Quale mano dà l'ordine?

E' giusta la voce che sentenzia il nulla?

Tutti stiamo fra il sangue e la parola.



                                           ***


Siamo comunque l'attesa di un giudizio

che torni a riscrivere tutto

con poche parole esatte.

Intanto qui madri hanno mani insanguinate

e i ragazzi affondano coltelli.

La pioggia non è più pioggia ma domanda e sete,

sentenze grondano grida e non ricuciono niente

del silenzio che scava

senza indulto questo tempo.



                                     ***


Siamo davvero la misura di una colpa

o la memoria di un silenzio che ci contiene?

Quale crimine consumiamo senza commetterlo?

Da quale morsa verrà l'assoluzione? Guarda

le parole diventate cenere, qualcosa, forse,

si ricompone tra chi resta e chi muore,

tra l'innocenza e il supplizio - una voce rappresa.

Giudica tu ora chi parla.



                                            ***


Non c'è parola al di sopra

di ogni sospetto, non c'è impronta,

prigionieri di una legalità senza respiro.

Accelerate i passi,

c'è un termine ultimo da tenere in vita

cui rimettere questo caso.

Tutto è persuasione o preludio,

ma quel che si vede è difficile

da provare.



                                    ***


Trova tu la formula assolutoria

ma non ci sarà salvezza:

la giustizia non ha nome,

questo nome è la tua colpa.




              Corrado  Benigni    da   Tribunale della mente



giovedì 19 maggio 2022

AMPI MARGINI ( di nostalgia )

 


                                                               La felicità è un abisso...



Alcune delle poesie di questo testo sono impressioni: fotogrammi potremmo dire, attraverso i quali sfilano i ricordi : un padre, l'amore, la famiglia, città iconiche. C'è una vena nostalgica lì - latente  o qualche volta esibita - eppure il  passato non è una lama: è piuttosto uno specchio retrovisore al quale rivolgere uno sguardo benevolo. Il tempo è un flusso personale e spesso - a scandirlo - è la logica emotiva degli eventi e i margini sono ampi. Tutta l'ispirazione è questione di memoria : ci pensa la poesia all'eternità.




Vorrei che queste poesie

le leggessi prima che sia tardi

eppure non so se sia il caso;

come tutte le volte

che dovevo parlarti

e ho rimandato, o tutte

le cose che volevi dirmi

e non è capitato.



                                     ***


Con te sono venuti i vicoli, il banchetto

dei libri a Mezzocannone e la lava

d'acqua di quando piove - sembra

non possa smettere - le case si scurano

si fanno fragili, friabili, si piegano

ti seguono, ti ha accompagnato

pure la poltrona scassata messa

fuori da Filosofia, due si sedevano

si baciavano e poi si allontanavano.



                                       ***


Credo si possa essere felici

come è vero questo momento

in un cortile di San Sebastiano

le panchine vuote

a quest'ora nell'aria

resiste l'odore di sigarette spente

io matricola notturna cosa spero di imparare?

Cosa ascolto mentre guardo verso

la finestra dove ai tuoi studenti insegni

dove cerchi di sbrigarti e magari

sbirci l'ora oppure in basso

e mi trovi, scampato a calli e ponti

al primo freddo, al mio passato.



                                       ***


Precipito, acqua piovana

come foglia d'inizio autunno

prendo colore scivolando in basso

soprattutto non parlo

in questo volo radente

e non pronuncio niente

è questo che ti sto spiegando

a ogni vuoto d'aria

stretta allo stomaco

ramo che spezzo col peso

la felicità è un abisso.



                                        ***


Imparassimo almeno dalle foglie

cadere nella stagione giusta

mantenendo un tono di decoro

la scelta del colore

chiedersi del volo :

fuori dallo stormo come l'aquila

o l'armonico motivo del migrare

davanti al mare

per una volta non accontentarsi.




                    Gianni  Montieri  da    Ampi margini