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mercoledì 24 settembre 2025

L' OSCURATO DI CELAN

 


                                                                                    Impara a vivere....




Il 26 Ottobre 1965, Paul Celan, in viaggio verso la Provenza, cerca disperatamente di ristabilire un contatto con la moglie Gisèle. Di lì a un mese avrebbe cercato di accoltellarla. Recluso in manicomio, verrà trasferito verso metà febbraio del  ' 66, alla Clinica psichiatrica della Sorbona. Da lì, per due mesi, Celan non smette di scrivere : trentacinque poesie che il poeta consegna via via alla moglie, dedicandogliene metà. Così, uscito dalla clinica, si ritrova con un piccolo Canzoniere. Un Canzoniere ribaltato e deformato : se in quello di Petrarca la donna era in cielo e l' uomo in terra, in quello di Celan la donna è in terra e l' uomo in ceppi : oscurato. Ma non è oscurata la sua poesia: questi versi infatti costituiscono una delle sue più belle raccolte, lirica e tragica allo stesso tempo, mortuaria e vitalissima...




Oscurato

il potere delle chiavi.

La zanna governa,

dai resti del cretaceo,

contro l' attimo

mondiale.



                                             ***


Non scriverti

tra i mondi,


imponiti alla

varietà dei significati,


confida nella scia di lacrime

e impara a vivere.



                                             ***


Erosi

dall' inondante dolore,

amareggiati


tra gli ossequi verbali

eretti, liberi.


Le vibrazioni che ancora

una volta in noi

si annunciano.



                                          ***


Nel giro, udito

sproloquiare a vuoto,

con guaito servile 

in certe pause -


Ti ridon dietro, e tu,

con presagi in gola,

bocca goffa,

traversi a nuoto il tratto di destino.


Il grido di un fiore

cerca di giungere a esistenza.



                                             ***


Netto, laggiù, l' aperto

segno dei ceppi;


anche sciolti gli amanti

dalla radice - cella d' olmo,


Ciò ch'è nero -

forcuto, maturo all' agonia

rialza la voce, il profuso di luce

si avvicina.



                                               ***


Non spegnarti del tutto - come altri fecero

prima di te, prima di me,


la casa, dopo la pioggia di boccioli,

dopo

l' abbraccio,

si slarga sopra noi

mentre la pietra

attecchisce,


un candelabro, grande e solo,

s' immerge qui,

capisce ;

al fendersi della vasca

tutta in porfido, come

pullula

di occulto, inevitabilmente,


dove

ora stanno gli occhi aperti,

mattina, mezzodì, di sera, a notte.




                                   Paul  Celan     da     L' Oscurato  Trad. di Dario Borso



martedì 30 novembre 2021

CI SARA' FORSE DA LOTTARE

 


                                             Notturnamente arricciate le labbra dei fiori...




Il 20 pomeriggio dell'Aprile  1964, Paul Celan giunse a Milano accolto dal Direttore del Goethe - Institut, a suo dire preoccupato dalla fama di Celan, uomo scontroso e imprevedibile. Nell'Aula delle Conferenze, la lettura delle sue difficili poesie mise a dura prova il pubblico, che finì per intimidirsi. Terminata la lettura dei testi, l'assenza di un commento o di una spiegazione, rese impossibili stabilire un contatto con il poeta. Lui se ne stava seduto su una sedia, muto, assente, scostante.







I BOCCALI

Ai lunghi tavoli del tempo
trincano i boccali di Dio.
Prosciugano gli occhi dei vedenti e gli occhi dei ciechi,
i cuori delle ombre che imperano,
la guancia concava della sera.
Sono i bevitori più accaniti:
portano alla bocca il vuoto quanto il pieno
e non schiumano come te o me.


                                           ***

NOTTURNAMENTE ARRICCIATE

Notturnamente arricciate
le labbra dei fiori,
incrociati e conserti
i fusti degli alberi,
ingrigito il muschio, smossa la pietra,
destate all'infinito volo
le taccole sul ghiacciaio :

questa è la landa dove
sostano quelli che abbiamo raggiunto :

non nomineranno l'ora,
non conteranno i fiocchi,
non seguiranno le acque alla chiusa.

Stanno divisi nel mondo,
ciascuno con la sua notte,
ciascuno con la sua morte,
scontrosi, a testa nuda, brinati
di prossimità e distanza.

Pagano il fio che animò la loro origine,
lo pagano in una parola
che sussiste a torto, come l'estate.

Una parola - tu sai :
un cadavere.

Laviamolo,
pettiniamolo,
giriamo il suo
occhio verso il cielo.


                                           ***

BIANCO E LIEVE

Dune a falce, innumeri.

Sottovento, mille volte : tu.
Tu e il braccio
con cui crebbi nudo verso te,
perduta.

I raggi. Ci spingono insieme.
Portiamo il brillìo, il dolore e il nome.

Bianco
ciò che si muove a noi,
senza peso
ciò che scambiamo.
Bianco e lieve:
lascialo vagare.

Le lontananze, prossime alla luna, come noi. Costruiscono.
Costruiscono lo scoglio dove
s'infrange ciò che vaga,
continuano
a costruire:
con schiuma di luce e spruzzi d'onda.

Ciò che vaga, fa cenno dallo scoglio.
Alle fronti
fa cenno di venire,
alle fronti che ci prestarono
per specchiare.


Le fronti.
Rotoliamo con esse laggiù.
Riva di fronti.

Dormi?

Dormi!

Un mulino di mare gira,
chiaro - ghiaccio e non udito,
nei nostri occhi.


                                              ***

IL TRISILLABO DOLORE

Ti si diede nella mano :
un tu, senza morte,
con cui tutto l'io tornò a sé. Correvano
voci prive di parole, forme vuote, tutto
finiva in esse, mischiato
e scomposto
e di nuovo
mischiato.

E numeri erano
tessuti con l'innumere. Uno e mille e ciò
che davanti e dietro
era maggiore di se stesso, minore,
maturato e
ri - e tras -
formato in 
germinante mai.

Il dimenticato agguantò
il dimenticando, continenti, cuori a pezzi
galleggiavano,
affondavano e galleggiavano. Colombo,
il colchico
nell'occhio, il
ranuncolo
sterminò alberi e vele. Tutti salparono,

liberi,
avidi di scoperte,
smise di fiorire la rosa dei venti, perse
le foglie, un oceano
fiorì a iosa e a giorno, nella luce nera
dei selvaggi colpi di timone. In bare,
urne, canopi
si destarono i piccoli
Diaspro, Agata, Ametista - popoli ,
tribù e casati, un cieco

E sia

si annodò nelle gomene e sciolse a testa di
serpente - : un
nodo ( e contro -, retro-, anti-, e bi - e mille -
nodi ) presso cui,
occhi da carnevale, la nidiata
delle stelle - martora nell'abisso
sil-, sil-, sil-
labava, labava.

-




            Paul Celan    Antologia a cura di Dario Borso




domenica 20 dicembre 2020

CELAN IN ITALIA



                                              Non cercare tra le mie labbra la tua bocca...



CRISTALLO


Non cercare tra le mie labbra la tua bocca,

non davanti al portone il forestiero,

non  nell' occhio la lacrima.


Sette notti più in alto va il rosso verso il rosso,

sette cuori più in profondo bussa la mano al portone,

sette rose più tardi mormora la fontana.



                                                   ***


UN CANTO NEL DESERTO


Un serto di fronde nerastre fu intrecciato nei pressi di Acra:

lì girai con uno strappo il morello e diedi di spalle alla morte.

Anche bevvi da ciotole in legno la cenere dei pozzi di Acra,

e a visiera serrata puntai contro i detriti dei cieli.


Ché morti sono gli angeli e cieco finì il Signore nei pressi di Acra,

né c'è chi badi per me nel sonno a quanti qui andarono a riposo.

Percossa a stremo fu la luna, fiorellino dei pressi di Acra:

così fioriscono, emulando le spine, le mani con anelli corrosi.


Dunque dovrò chinarmi infine al bacio, se pregano ad Acra...

Scarso fu il giaco della notte, gocciola il sangue dalle maglie!

Così divenni il sorridente fratello, il ferreo cherubino di Acra.

Così pronuncio ancora il nome e ancora sento il fuoco sulle gote.



                                          ***


MARIANNE


Senza lillà la tua chioma, il tuo viso è di specchio.

D'occhio in occhio va la nube, come Sodoma a Babele:

sfronda la torre come fosse un albero e infuria tra i cespugli sulfurei.

Poi un lampo guizza alla tua bocca - quell'anfratto coi resti del violino.

Coi denti nivei uno muove l'archetto: oh meglio suonò il canneto!


Cara, anche tu sei il canneto e tutti noi la pioggia;

un vino impareggiabile il tuo corpo, e tracanniamo in dieci;

un battello nel grano il tuo cuore, lo guidiamo verso la notte;

un'ampolla d'azzurro, così saltelli lieve sopra noi e dormiamo...


Davanti alla tenda sfila la centuria, e noi trincando ti seppelliamo.

Ora tintinna sull'assito del mondo il duro tallero dei sogni.

  



    Paul Celan     L' Antologia italiana  ( a cura di Dario Borso )


 

sabato 7 novembre 2020

ROSE SU ROSE

 


                                                                Le rose sono vita, sì...



LA VECCHIA


Allora la vecchia mi disse:" Guarda questa secca rosa

un dì ammaliata dallo sfarzo della sua stagione;

il tempo che sbriciola le altissime mura

non defrauderà il libro della sua saggezza.

In questi petali secchi c'è più filosofia

di quella che la tua dotta biblioteca può darti;

essa sulle mie labbra pone la magica armonia

con cui sul fuso incarno i sogni della mia rocca".

" Sei una fata" le dissi. " Sono una fata " mi disse 

e della primavera celebro l'esultanza

dando la vita e il volo a queste foglie di rosa".

Si trasformò in una principessa profumata

e nell'aria sottile - dalle dita della fata -

volò la rosa secca come farfalla.


                                     Rubén  Darìo


                                        ***


ROSE


Rose, rose, fragranti rose belle,

color d'ambra, di fuoco, d'arse bocche

già flaccide, di nevi ancor non tocche,

sul ramo a due a due come sorelle:


rose in bocciolo, rose in giovinezza

piena, rose disfatte per eccesso

di godimento, rose che l'amplesso

del sol spaccò per meglio averne l'ebbrezza:


rose a cespuglio, a siepi, a serti, a densi

grappoli traboccanti da muraglie

basse, chiudenti il viator fra le maglie

d'aromi, a frenesia di tutti i sensi!


Ora soltanto la caduca e folle

vostra grazia m'attira, or che non posso

cogliervi più, né mordere con rosso

riso al dolcior di vostra carne molle:


or che in terra non mia, gioia e certezza

d'altri, dietro cancelli a me serrati,

offrire al sol vi scorgo i vellutati

petali per un giorno di bellezza.


                                     Ada  Negri


                                         ***


TU SULLE NUBI


La discesa.


Sì, questa sera non è un'immagine,

le nubi sono rose, sì,

le rose sono vita, sì.


Questa sera tu sei tu,

non è nube l'amore in me,

è vita la rosa in me.


                         Juan Ramon  Jiménez


                                           ***


L'AUTUNNO


Le rose arrugginite dell'autunno

osservano lo spazio bianco dalla pioggia -

la pioggia cuce il cielo alla terra

con  mille brividi e punti -.


E tutto si corrode, si deforma,

cola, gronda madido,

ma non per sempre, dalla disperazione -

per poco, dalla lussuria.


                                         Maria Pawlikowska


                                              ***


SALMO


Nessuno ci impasta di nuovo, da terra e fango,

nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.

Nessuno.


Che tu sia lodato, Nessuno.

E' per amor tuo

che vogliamo fiorire.

Incontro

a te.


Noi un Nulla 

fummo, siamo, resteremo, fiorendo:

la rosa del Nulla,

la rosa di Nessuno.


Con 

lo stimma anima - chiara

lo stame ciel - deserto

la corona rossa

per la parola di porpora,

che noi cantammo al di sopra 

- ben al di sopra -

della spina.


                           Paul  Celan



domenica 16 agosto 2020

LA PAURA DI CARMEN 1




                                                     Fà' che il tuo occhio nella stanza sia un cero,
                                         lo sguardo un lucignolo,
                                         fammi essere cieco quel tanto
                                        da mettergli fuoco.

                                                              Paul  Celan

                                                              
Come avere paura degli occhi
come sapere che tutte le bocche
professano il falso
e per prima la tua
dirà cose che non vuole
vedrà cose che non sa
ma il vero più del falso
resta nelle parole che non riconosco
perché non hanno la tua forma
la calce bianca dei tuoi sensi
deformati per l'occasione
parole annerite, scartavetrate
cercano rifugio tra le mie
ma non trovano
che una pace fatta di spilli
di mura che non tengono
di soldati che non parlano la tua lingua.


                                          ***

Chiamarti in disparte a parlare
mettersi a contare gli anni
con gli occhiali nascosti
nella curva di un braccio
aggrappato, uno spazio
non troppo verticale
per trovarsi e tenersi
le mani pronte al lancio
e sdraiarsi l'uno accanto all'altro
e lasciare solchi di calore nella terra.


                                          ***

Abitarsi nelle mani e addormentarsi
a poche bocche di distanza
al riparo della corteccia
della sua forma improvvisata
c'è un vento che ci ascolta
arrivare da lontano
da dove è profondo e non si tocca
da dove si resta vivi a guardare
a largo, ancora più a largo
la terra si fa grido fermo
noi la sentiamo
nelle sere che non riempiamo
nelle facce che risalgono il fondo
crespo di ogni superficie
la luce ci sorprenderà estranei
da ciò che non abbiamo scelto
nella perdita degli occhi
tutto sembrerà inseguirci
ma noi impareremo a vivere
a essere senza di noi
polmoni pieni d'aria
sotto il vetro dell'acqua.


                                          ***

E mai più cercare ragione del torto
perché il torto lo portiamo al collo
come una pietra levigata nella stretta
un silenzio da osservare da vicino
allentare la presa non è ancora
respirare ma entra l'aria lo senti
nelle spalle che accolgono il colpo
nelle braccia liberate in dispersione
come se gli occhi fossero finalmente
da un'altra parte come se la fronte
non stesse lì a dividere il soffitto dalla gola
e la caduta è rivendicazione silenziosa
di ogni cosa al di qua della visione

una domanda che scende dagli occhi
e non si riempie e non si svuota.


                                                 ***

Portarsi i pazzi a casa
dare loro da mangiare
la nostra lunghissima sera
togliere il nome alle cose che non tornano
prima che sia troppo tardi anche per noi
afferrarsi le maniche e chiedere ragione
di questi occhi che non si chiudono
di queste risa strette contro il giorno

oggi si accendono le luci
i cani non girano più armati.




                        Carmen  Gallo   da   La paura degli occhi

mercoledì 25 marzo 2020

NELLE PROFONDE TENEBRE




                                                    La notte non ha bisogno di stelle...

 
Condotto nella
landa
dall'inconfondibile traccia :

Erba, scritta disgiunta. Le pietre, bianche
con l'ombra degli steli:
Non leggere più : guarda!
Non guardare più : va!

Va': la tua ora
non ha sorelle, tu sei
sei a casa. Una ruota, pian piano,
gira da sé, i raggi
s'arrampicano,
s'arrampicano su un prato nerastro, la notte
non ha bisogno di stelle, in nessun luogo
si chiede di te.



                        Paul Celan     da      Stretto

 

giovedì 21 novembre 2019

CI DICIAMO L'OSCURO ( Presentazione )


"Ci diciamo l'oscuro / ci amiamo l'un l'altra come papaveri e memorie ". Nel 1948, a Vienna, Paul Celan dedica questi versi a Ingeborg Bachmann. Il componimento " Corona " celebra il fatale incontro tra due anime che parlano la stessa lingua, la lingua " oscura " della poesia e che si uniscono come il papavero e la memoria, l'oblio e il ricordo.
Nella primavera di quell'anno, i due poeti si ritrovano a Vienna per vie e ragioni molto diverse. Morti i genitori in un campo di concentramento in Ucraina ed entrata Czernowitz, la sua città natale, a far parte dell' Unione Sovietica, il ventisettenne Celan ripara dapprima a Bucarest e poi, dopo una lunga e pericolosa fuga a piedi durata intere settimane, nella capitale austriaca. Occupata da quattro potenze straniere, nel 1948 Vienna è la città delle spie, della criminalità politica ed economica, dei grandi spacciatori e dei piccoli trafficanti. E' anche la città degli Ebrei scampati alla deportazione, sradicati che, come Celan, hanno perso la propria Heimat, il luogo natio.
Ingeborg Bachmann è a Vienna per una Heimatlosigkeit di tutt'altra specie :ha solo ventidue anni ma, nella capitale austriaca, raggiunta a diciotto anni per studiare e sfuggire a quella Carinzia e a quel padre che hanno accolto con entusiasmo il nazismo, è già una promettente giovane autrice. I due poeti trascorrono sei settimane insieme: un incontro esplosivo che lascerà tracce indelebili nell'esistenza di entrambi. Un incontro - tuttavia - segnato anche da sentimenti di incertezza e di insicurezza.
A Vienna, Celan si scontra ovunque con segnali che testimoniano il perdurare dell' antisemitismo e dell'ideologia nazista. La capitale austriaca non può essere pertanto il suo rifugio. Fugge a Parigi, dove però i fantasmi e gli incubi della Shoah continuano a perseguitarlo. Ingeborg, dal canto suo, va incontro ad un destino tragico dopo la fine della sua relazione con  Max Frisch.
In questo testo, l'autore ricostruisce la storia dei due poeti dal loro primo incontro fino agli anni della loro " catastrofe parallela ", nei primi anni Settanta. La storia di un amore struggente che troverà il suo epilogo nell'ultimo libro della Bachmann, pubblicato dopo la sua morte : " La mia vita finisce perché lui è annegato nel fiume durante la deportazione : era la mia vita ". 



                                  ( f. )

CI DICIAMO L'OSCURO 1

 
 
 

 " I cuori luminosi sono preda del folletto della nebbia " ( P. Celan )                                                                                               
                                                                 
                                
IL CODICE SEGRETO DELL' AMORE


(…) Il 24 Giugno 1949, un anno dopo la primavera di Vienna,
       Ingeborg scrive a Paul Celan a Parigi: " Ci ho pensato spesso.
       Corona è la tua poesia più bella, la perfetta anticipazione di
       un istante nel quale tutto diventa e rimane marmo per sempre.
       Ma qui per me, nulla è " tempo ". Anelo a qualcosa che non
       raggiungerò, tutto è piatto e scialbo, estenuato e consunto, già
       prima di essere usato ".
       Il sentimento di anelare a qualcosa a lei negato,  si avverte
       presto in Ingeborg: vi orbitava attorno già nei suoi primi testi
       in prosa. Ma ormai Celan è un " signore " difficilmente
       separabile dalla vita della Bachmann, né relegabile ad altre
       sfere, perché esiste in carne ed ossa.
       La poesia Corona è un testo intimo e codificato della loro
       relazione. Da molte allusioni postume, emerge chiaramente 
       che dietro l' " amata " evocata nei versi, si cela l'esperienza
       concreta di Celan con Ingeborg Bachmann.Corona è una delle
       ventiquattro liriche della raccolta Papavero e memoria che l'
       autore le dedicherà, apponendo ad ognuna la scritta " Per te ".
       La Bachmann è desiderata come la " straniera " e in Corona
    la lontananza tra i due amanti viene superata sul piano artistico.
    Questa è la poesia a cui entrambi alluderanno più spesso negli
    anni successivi. Passaggi di Corona diventano frasi rituali che
    verranno usate nel corso della loro relazione come reciproca
    conferma. La primavera condivisa l'anno prima è rievocata nelle
    parole : " E' stata bella, come le poesie e la poesia che abbiamo
    fatto insieme. ". Il discorso della " poesia che abbiamo fatto
    insieme " ha un sapore erratico e non è dimostrabile
    concretamente. Nella formulazione c'è però qualcosa di nascosto
    di cui, tuttavia , non si trova traccia in nessun archivio. In ogni
    caso, le poesie sono il metro della loro relazione, ne sono il
    fondamento. Della loro specificità fanno parte sostanzialmente
    anche dei lati oscuri, e questa forma di oscurità trova forse in
    Corona la sua espressione più compiuta. Il verso " Ci diciamo
    l'oscuro " è il codice del loro amore.
    Più avanti nel tempo, Celan affermerà : " La poesia è scura
    perché questo è poesia ", e dunque si tratterebbe della parte più
    intima, dell' esistenza stessa della poesia.
    E aggiunge che proprio per questo si fonda su un incontro e una
    conversazione.  (…)


Helmut  Bottiger  da   Ci diciamo l'oscuro ( La storia d'amore tra Ingeborg Bachman  e Paul Celan )



CI DICIAMO L'OSCURO 2



(…) Corona fu scritta a Vienna e sembra dire segretamente molto
      di più sul rapporto tra la Bachmann e Celan di quanto riescano
       a fare dati e documenti concreti.


     CORONA

  Dalla mano l'autunno mi bruca come una sua foglia: siamo amici.
  Sgusciamo  il tempo dalle noci e gli insegniamo a camminare :
  il tempo torna indietro, nel guscio.

  Nello specchio è domenica,
  nel sogno c'è chi dorme,
  la bocca dice il vero.

  Il mio occhio scende giù al sesso dell'amata :
  ci guardiamo,
  ci diciamo l'oscuro,
  ci amiamo l'un l'altra come papavero e memoria,
  dormiamo come vino nelle conchiglie,
  come il mare nel raggio sanguigno della luna.

  Siamo abbracciati alla finestra, ci guardiamo dalla strada:
  è tempo che si sappia !
  E' tempo che la pietra accetti di fiorire,
  che l'affanno facia battere un cuore.
  E' tempo che sia tempo.

  E' tempo.



 Nella lirica si parla di un accordo sulle possibilità insite nella
 poesia, la quale può fissare un preciso istante e, sebbene questo
 ineluttabilmente passi, ha comunque una sua durata. Che questo
istante sia un istante d'amore diviene chiaro nel corso della poesia,
come pure il fatto che i due amanti incarnino dei contrasti. Corona
racchiude una galleria di immagini in cui sia Ingeborg che Paul
possono riconoscersi in ogni momento e senza che ciò sia subito
visibile all'esterno. Essi sono in grado di intendersi sul tempo e sul
poetare semplicemente evocando tali immagini.
Nella lirica si parla innanzitutto delle comunanze tra il poeta e l'
autunno, al cui centro c'è la foglia, parte dell'autunno, ma anche
del poeta. La foglia nella mano del poeta ha evidenti in sé i segni
della stagione. Non è più verde né vigorosa e, vivendo in un
momento di transizione, oscilla in un intervallo fra maturazione e
appassimento, in uno stadio nel quale - prima di sfiorire - pare
voler concentrare tutte le sue forze e avvampare da dentro.
Contrariamente all'estate - alla vita, all'istante, al fluire fulmineo ,
l'autunno è il momento in cui questo fluire fulmineo diviene
consapevole : è il momento in cui la vita può rendersi poesia . (…)



Helmut  Bottiger  da     Ci diciamo l'oscuro ( La storia d'amore tra Ingeborg Bachmann e Paul Celan )    

    

venerdì 30 agosto 2019

TROVIAMO LE PAROLE ( Lettere 1948- 1973 ) 1

 
 


Ingeborg Bachmann a Paul Celan
Natale 1948

(…) Caro, caro Paul,
       ieri e oggi ho pensato molto a te, se preferisci a noi. Ti scrivo
      non perché voglio che tu risponda, ma perché ora mi fa piacere
      e perché voglio. Mi ripromettevo anche di incontrarti in questi
      giorni, da qualche parte a Parigi,poi però, il mio sciocco, vuoto
      senso del dovere mi ha trattenuta qui e non sono venuta. Che
      significa da qualche parte a Parigi?Non lo so proprio, ma in un
      modo o nell'altro sarebbe stato certamente bello.
      Tre mesi fa qualcuno, senza che me l'aspettassi, mi ha regalato
      la tua raccolta di poesie. Non sapevo che era uscita. Proprio
      così… il suolo ha cominciato a oscillare leggermente sotto i
      miei piedi e la mano un pochino, appena, appena un po' ha
      tremato. Poi a lungo più nulla. Alcune settimane fa  a Vienna è
      circolata la voce che gli Jené si erano recati a Parigi. Anch'io
      allora ho ripreso a viaggiare.
      Anche adesso continuo a non capire che cosa ha significato la
      primavera scorsa - tu sai che voglio capire tutto nei minimi
      particolari. - E' stata bella - come le poesie e la poesia che
      abbiamo fatto insieme.
      Oggi ti voglio bene e ti sento così presente. Questo voglio
      dirtelo assolutamente - allora, spesso, non l'ho fatto.
      Appena ho tempo vengo per qualche giorno.
      Vorresti anche tu vedermi? Un'ora o due.
      Molte, molte cose care!   (…)

     Tua

                                     Ingeborg


Ingeborg Bachmann - Paul Celan  da   Troviamo le parole ( Lettere 1948- 1973 )


     

TROVIAMO LE PAROLE (Lettere 1848-1973 ) 2



Paul Celan a I. Bachmann
Parigi, 20 Giugno 1949

(…) Ingeborg,
       " impreciso" e tardi arrivo quest'anno.Sì, forse soltanto perché
       vorrei che nessuno - tranne te  - fosse presente, quando io
       pongo papavero, moltissimo papavero e memoria, altrettanta
       memoria, due grandi mazzi di fiori luminosi sul tavolo del
       giorno del tuo compleanno.
       Da settimane penso con gioia a questo istante.  (…)


                                         Paul


Ingeborg Bachmann - Paul Celan  da   Troviamo le parole ( Lettere 1948 - 1973 )

TROVIAMO LE PAROLE ( Lettere 1948-1973 ) 3


Paul Celan a I. Bachmann
Parigi, 20 Agosto 1949

(…) Mia cara Ingeborg,
    dunque non verrai prima di due mesi - perché? Non dici neppure
    per quanto tempo, non dici se ti concedono la borsa di studio.
    Intanto - come tu consigli - possiamo, perché no, " scambiarci
    lettere ". Ingeborg, sai perché in quest'ultimo anno ti ho scritto
    così poco? Non soltanto perché Parigi mi aveva imposto un
    terribile silenzio dal quale non riuscivo ancora una volta a
   liberarmi, ma anche perché non sapevo cosa tu pensassi di quelle
    brevi settimane a Vienna.Cosa potevo mai capire dalle tue prime
    righe scritte frettolosamente, Ingeborg?
    Forse mi inganno, forse è vero che noi ci schiviamo proprio
    quando vorremmo tanto incontrarci, forse colpevoli siamo tutti e
    due. Ma talvolta mi dico che il mio silenzio è - in qualche modo -
    più comprensibile del tuo, perché il buio che mi impone è più
    antico.
   Come sai: le grandi decisioni bisogna prenderle sempre da soli.
   Quando è arrivata quella lettera in cui mi chiedevi se era meglio
   per te Parigi o  gli Stati Uniti, non avrei esitato un istante a
   dirti quanto sarei stato felice se fossi venuta. Riesci a capire,
   Ingeborg, perché non l'ho fatto? Mi dissi che, se davvero ti
  importava qualcosa ( ovvero, più di qualcosa ) di vivere nella
  città in cui anch'io vivevo, non saresti venuta prima da me a
  chiedere consiglio, proprio no.
  Un anno intero adesso è trascorso, un anno durante il quale ti
  sarà successo senz'altro qualcosa. Ma tu non mi dici quanto
  lontani sono, dietro quest'anno, il nostro maggio e il nostro 
  giugno…
  Quanto lontana o quanto vicina sei, Ingeborg?
  Dimmelo, così saprò se tu chiudi gli occhi quando adesso io ti
  bacio… (…)


                                Paul

Ingeborg Bachmann - Paul Celan  da   Troviamo le parole ( Lettere 1948- 1973 )

TROVIAMO LE PAROLE ( Lettere 1948-1973 ) 4


I.Bachmann a Paul Celan
Vienna, 24 Novembre 1949

(…) Caro, caro Paul,
     adesso siamo a Novembre.La lettera che avevo scritto ad agosto
     è ancora qui - è tutto così triste. Forse allora l'hai attesa. Oggi
     l'accogli ancora ?
   Sento che ti dico troppo poco quando dico che non posso aiutarti.
   Dovrei venire, guardarti, tirarti fuori, baciarti e sostenerti, per
   non farti scivolare via. Ti prego, credimi, un giorno verrò e ti
   porterò via con me. Piena di paura, vedo che vieni spinto alla
   deriva in un mare immenso, ma io voglio costruirmi un vascello e
   ricondurti a casa lontano dal tuo smarrimento. Devi anche tu
   metterci del tuo e non rendermi il compito troppo difficile. Il
   tempo e molte cose ancora sono contro di noi, ma il tempo non
   ha il diritto di distruggere ciò che da lui vogliamo salvare.
   Scrivimi presto, ti prego, e scrivi se vuoi ancora una mia parola,
   se puoi ancora accogliere la mia tenerezza e il mio amore, se
   qualcosa ancora può aiutarti, se tu ogni tanto tendi ancora la
   mano verso di  me e mi oscuri con il sogno pesante, nel quale
   vorrei splendere come una luce.
   Tenta, scrivimi, rivolgiti a me, allontana da te - scrivendo - tutto
   ciò che ti opprime!
   Ti sono vicinissima   (…)

   Tua

                                       Ingeborg


Ingeborg Bachmann - Paul Celan  da   Troviamo le parole ( Lettere 1948-1973 )

TROVIAMO LE PAROLE ( Lettere 1948-1973 ) 5


I. Bachman a Paul Celan
Monaco,22 Novembre 1957


(…)Sette anni fa abbiamo festeggiato insieme - per l'ultima volta -
      il tuo compleanno. Stupidamente e tristemente.
    Ma adesso vengo a sedermi per un po' vicino a te e ti bacio sugli
    occhi. Fino all'ultimo volevo mandarti qualcosa a Parigi, ma poi
    ho capito che è impossibile, che lì io non posso mandarti nulla.
    Dovresti nasconderlo oppure tornare a fare del male.
    Ho qui pronto il regalo per te e lo cercherai quando verrai da
    me. ( Le nostre ultime lettere si sono incrociate - che possano
    tornare a farlo di nuovo o addirittura si incrocino per la prima
    volta ! ).
    Io penso a te, Paul, e tu pensa a me!  (…)


                                             Ingeborg


Ingeborg Bachmann - Paul Celan  da   Troviamo le parole ( Lettere 1948 - 1973 )




TROVIAMO LE PAROLE ( Lettere 1948- 1973 ) 6


Paul Celan a I. Bachmann

Parigi, 13 Dicembre 1957

UN GIORNO E UN ALTRO ANCORA

Sciroccoso tu. Il silenzio
procedeva con noi come una seconda,
distinta vita.

Io vinsi, perdetti, credevamo
ad oscuri prodigi, ci reggeva, inscritto
grande nel cielo, il ramo, e crebbe
fino alla luna, un mattino
si alzò nell'ieri, cogliemmo
quel lume, io piansi
nella tua mano.



                                  Paul


Ingeborg Bachmann - Paul Celan  da   Troviamo le parole ( Lettere 1948-1973 )


TROVIAMO LE PAROLE ( Lettere 1948 -1973 ) 7


I. Bachmann a Paul Celan
Zurigo 1959

(…) Proprio adesso è arrivata la tua lettera - espresso, grazie a
       Dio. Si torna a respirare. Ieri ho cercato, nel mio sconforto, di
       scrivere a Gisèle ( moglie di Cela, n.d.r.) : la lettera sta lì
       abbandonata,incompiuta, io non vorrei turbarla, ma attraverso
       te pregarla adesso con l'ardore di un sentimento di sorella, un
       sentimento che può farti capire la mia pena, il conflitto - e
       l'imbarazzo della mia lettera, una lettera cattiva, lo so, alla
       quale non riesco a dare vita.
       Gli ultimo giorni qui, dopo la tua lettera, sono stati terribili:
       tutto vacillante, vicino al crollo, adesso ognuno infligge all'
       altro continue ferite,ma io non posso e non devo parlare di qui.
       Di noi devo parlare. Adesso non dobbiamo perderci di nuovo -
       questo mi distruggerebbe.Dici che non sono più con me stessa,
       ma... nella letteratura ! No, ti prego, dove ti smarrisci con i
       tuoi pensieri! Sono dove sono sempre, soltanto nello sconforto,
       vicina al crollo a causa degli oneri: è difficile sostenere anche
       un solo uomo che l'istinto di autodistruzione e la malattia
       conducono alla solitudine. Devo potere ancora di più - lo so -
       e lo potrò.
       Ti ascolterò, ma anche tu aiutami, ascoltandomi. Adesso invio
       il telegramma con il numero e prego perché noi troviamo le
       parole. (…)

                                        Ingeborg



Ingeborg  Bachmann - Paul Celan  da   Troviamo le parole ( Lettere 1948  - 1973 )       

mercoledì 7 novembre 2018

LA PIOGGIA DI CELAN & VIVALDI

 
 
          
                                                 Nella fonte dei tuoi occhi vado alla deriva…



LILLA' DELLA PIOGGIA

Piove, sorella; i ricordi
del cielo si purificano della loro amarezza.
Il lillà, solitario davanti all'odore del tempo
cerca gocciolando quei due che - abbracciati -
guardavano in giardino dalla finestra aperta.

Ora il mio grido ravviva le luci della pioggia.

La mia ombra  si espande al di sopra dell'inferriata,
e la mia anima è il getto dell'acqua.
Rimpiangi - tu Oscura - nella tempesta
che un tempo io rubai per te il lillà sconosciuto?


                                    ***

NEI FIUMI A NORD DEL FUTURO

Nei fiumi a nord del futuro
getto la rete che tu - esitante -
carichi
di ombre scritte
da pietre.


                                   ***


SE LE ACQUE…

Se le acque a me e a te si schiuderanno,
guardiamoci - in fondo cosa muta?
Il tuo cuore si sente strano davanti alle
ginestre.
La cicuta mi sfiora trasognata
le ginocchia.


                                  ***


POSSESSO IMMAGINARIO

Ammucchia dunque insieme fogliame e anime.
Vibra lieve la mazza e copri il viso.
Incorona coi battiti  che mancano al cuore
il cavaliere che lotta con lontani mulini.

Sono solo nubi che non sopportava.
Ma il suo cuore tintinna al passare di un angelo.
Piano inghirlando ciò che non abbatté:
la rossa barriera e il nero centro.


                                        ***


LODE DELLA DISTANZA

Nella fonte dei tuoi occhi
vivono le reti dei pescatori del mare matto.
Nella fonte dei tuoi occhi
il mare mantiene la sua promessa.

Qui getto,
cuore che è stato tra uomini,
i miei vestiti e lo splendore di un giuramento:

più nero nel nero, sono più nudo;
solo da apostata  sono fedele;
sono te quando sono io.

Nella fonte dei tuoi occhi
vado alla deriva e sogno rapimenti.

Una rete catturò una rete -
ci separiamo avvinti.

Nella fonte dei tuoi occhi
un impiccato strozza il cappio.


           Paul  Celan   da      La sabbia delle urne