In un momento storico in cui il mondo sembra dar sfogo a un'immane e collettiva rissa ( acuita dalla pandemia ),che sembra stravolgere sia le relazioni personali che a livello sociale ( per non parlare di quello politico ! ), forse non è male soffermarci a riflettere su questa poesia che sembra più che mai attuale...
" L' amore e l'odio non sono ciechi, bensì accecati dal fuoco che covano dentro " . F. Nietzsche
Guardate com'è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l'odio.
Con quanta facilità supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.
Non è come gli altri sentimenti,
insieme più vecchi e più giovani di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
" La più nobile specie di bellezza è quella che non trascina a un tratto, che non scatena assalti tempestosi e inebrianti, ma che si insinua lentamente, che quasi inavvertitamente ci porta con sé e che un giorno ci si trova davanti in sogno, ma che - alla fine - dopo aver a lungo e con modestia giaciuto nel nostro cuore, si impossessa completamente di noi e ci riempie gli occhi di lacrime e di nostalgia il cuore " ( F. Nietzsche )
Se mai dovessi paventare l'oscurità dei sensi e al discernimento arrecare il danno della cecità, che mi sia giudice - allora - il mio stesso errore e impietosa sia la sua condanna per non essere andata al di là del visibile.
(…) Se l'uomo fosse libero, non avrebbe bisogno di tradire; eppure è altrettanto vero che se l'uomo non fosse libero, non potrebbe tradire. Il tradimento è una rivolta: ogni rivoluzione si inscrive nell'orbita del tradimento . E' tradimento ogni opera d'arte che rompa un circuito obsoleto della conoscenza;è tradimento ogni originale movimento intellettuale.La parabola della nostra vita si estende percorrendo tappe che sono segnate da questo lacerante vissuto.Dietro il suono di questa parola - tradimento- si cela la lotta eterna tra Eros e Thanatos,cioè tra vita e la morte tra bellezza e deformità,ovvero tutto ciò su cui si gioca il destino dell'uomo. E' sempre il desiderio di una completezza impossibile a muovere la nostra nostalgia, ad alimentare il movimento della coscienza verso mete sempre nuove, mete che tornano ad aprirsi sulla impossibilità di un compimento definitivo, in un moto che ci allontana dai nostri sogni di ieri, dai volti che abbiamo conosciuto e amato, in un moto insomma che ci spinge a tradire. Nietzsche, questo traditore per eccellenza,parlava dell'incombere di una " curiosità sempre più pericolosa ", curiosità che lo portò a tradire la sua fede passata, i suoi amori intellettuali, persino la grande amicizia con Richard Wagner, divenuto poi mortale avversario. Il tradimento era necessario. Come scrive Nietzsche in Umano, troppo umano( 1878 ) : " Non si possono capovolgere tutti i valori? Ed è forse bene il male? e Dio solo un'invenzione e una finezza del Diavolo? E' forse tutto in ultima analisi falso? E se noi siamo degli ingannati, non siamo perciò stesso anche degli ingannatori? Non dobbiamo essere anche degli ingannatori ? ". Questo percorso sul tradimento torna così a chiudersi sul motivo d'inizio, sul mito originario che ci racchiude tutti e intorno al quale non solo la psicoanalisi, ma l'arte, la filosofia, la religione, ruotano con la loro ricerca: il mito dell' Eden e della sua perdita. La memoria del tradimento sembra accompagnare e investire l' intero pensiero occidentale e orientale, sin dagli iniziali tentativi dell'uomo antico di darsi una spiegazione attraverso la favola del suo anelito all'armonia e alla perfezione nonostante l'incredulità dinanzi a un mondo temibile e spesso nemico. Non ci si rassegna facilmente all' imperscrutabilità della natura e alle contraddizioni profonde dell'esistenza e, nella grande sete di unificazione interiore, tutto ciò che macchia il desiderio di armonia viene concepito dall'uomo come un assurdo equivoco. (…)
" Il mio tempo non è ancora venuto: alcuni nascono postumi ". ( F. Nietzsche )
(…) Molti muoiono troppo tardi, e alcuni troppo presto. Ancora suona insolita questa dottrina : " Muori al momento giusto! ". Muori al momento giusto: così insegnò Zarathustra. Certo, colui che mai vive al momento giusto, come potrebbe morire al momento giusto? Non fosse mai nato! Questo consiglio lo dò ai superflui. Ma anche i superflui si danno grande importanza quando muoiono,e anche la più vuota delle noci vuol essere schiacciata Per tutti, morire è una cosa importante: ma la morte non è ancora una festa. Gli uomini non hanno ancora imparato come si consacrano le feste più belle. Io vi mostro la morte come adempimento, la morte che per i vivi diventa uno stimolo e una promessa. Colui che adempie la sua vita, morirà la sua morte da vittorioso, circondato dalla speranza e dalle promesse di altri. Così si dovrebbe imparare a morire: e non vi dovrebbe essere festa alcuna, senza che un tal morente non consacrasse i giuramenti dei vivi! Questa è la morte migliore; quindi viene: morire in battaglia e profondere un'anima grande. Ma la vostra morte ghignante, che si avvicina furtiva come un ladro, e tuttavia viene come la padrona, - è odiosa tanto al combattente quanto al vincitore. Vi faccio l'elogio della mia morte, la libera morte, e viene a me, perché io voglio. E quando vorrò? - Colui che ha una meta e un erede, vuole la morte al momento giusto, per la sua meta, il suo erede. (…) Friedrich Nietzsche da Così parlò Zarathustra
(…) Mosso dal venerante rispetto per la sua meta e il suo erede, egli non appenderà più corono rinsecchite nel santuario della vita. In verità, non voglio fare come i funaioli, che tirano in lungo la corda e intanto vanno sempre più indietro. Certi invecchiano troppo,anche per le proprie verità e vittorie; una bocca sdentata non ha più diritto a ogni verità. E chiunque vuole avere la gloria, deve prendere per tempo congedo dagli onori e applicare l'arte difficile di- andar via al momento giusto. Proprio quando si è più saporosi bisogna smettere di lasciarsi mangiare: ciò sanno coloro che vogliono essere amati a lungo. Certo, vi sono mele acerbe, la cui sorte è di attendere fino all' ultimo giorno d'autunno:esse diventano al tempo stesso mature, gialle e grinzose. In alcuni è il cuore che invecchia per primo, in altri la mente. E certi sono vecchi da giovani: ma una tarda giovinezza è una lunga giovinezza. Per molti la vita è un fallimento: un verme velenoso li rode nel cuore. Proprio per questo dovrebbero fare in modo di riuscire tanto meglio a morire. Altri non diventano mai dolci, già d'estate marciscono. La viltà li tiene attaccati al ramo. Fin troppi vivono, e troppo a lungo restano appesi ai loro rami. Venisse una tempesta a scuotere giù dall'albero tutti questi marci e bacati! Venissero predicatori della rapida morte! Questi sarebbero per me le tempeste squassanti che devono investire gli alberi della vita ! Ma io sento predicare solamente la lenta morte e la pazienza per tutte le cose terrene. (…) Friedrich Nietzsche da Così parlò Zarathustra
" Chi lotta contro i mostri deve guardarsi di non diventare - così facendo - un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te ".
(…) Nessuno si aspetti di trovare in questo libro un elogio o una celebrazione della cosiddetta " nobile arte dell'insulto". Le citazioni raccolte in queste pagine non hanno nulla di nobile e tuttavia appartengono ai più grandi e raffinati autori dell' antichità, sia greca che romana. Basteranno pochi esempi per capire che l'insulto - nel mondo antico -non era concepito tanto come un'arma dialettica, da utilizzare ricorrendo magari all' ironia o alla dissimulazione, quanto lo strumento più diretto ed efficace per aggredire verbalmente l'avversario di turno e avere così la meglio su di lui, costringendolo al silenzio. L'insulto non aveva perciò una costruzione particolarmente elaborata o sofisticata, proprio perché era sentito più come lo sfogo di chi per una volta poteva lasciarsi andare, contravvenendo alle regole di una conversazione civile.Niente di più lontano dunque da quella rigorosa codificazione dell'insulto a cui lo scrittore argentino Borges dedicò un suo celebre articolo ( "Arte dell' insulto," n.d.r. ). La letteratura greca e quella latina costituiscono una vera e propria miniera di insulti, imprecazioni, contumelie e volgarità di ogni genere, tanto che sarebbe difficile nominare un solo autore tra i poeti, gli scrittori, gli oratori, gli storici o i politici greci e romani nelle cui opere non si possa trovare almeno un esempio di ricorso all'invettiva. Da questo punto di vista, i frammenti qui riuniti saranno forse utili a contrastare quella che già Nietzsche aveva definito " la deplorevole tendenza ad idealizzare i classici , che il giovane si porta dietro nella vita come ricompensa del suo ammaestramento liceale ". Uno studente di oggi troverà infatti in queste pagine un vasto repertorio di vocaboli che vengono di norma prudentemente evitati dai curatori delle antologie scolastiche. Naturalmente questo libricino non contiene tutti i possibili insulti greci e latini, ma ne fornisce -per così dire -un assaggio attraverso il loro utilizzo da parte degli scrittori antichi più rappresentativi. E' stata scelta una traduzione il più possibile fedele all'originale perché non avrebbe avuto senso affrontare un tema imbarazzante e trascurato come quello in questione e poi edulcorarne la versione italiana. In altre parole, la lettura di questo campionario di oscenità potrà forse - a volte - risultare sgradevole, ma sicuramente mai noiosa. (…) Neleo Di Scepsi * da Come insultavano gli antichi * Nome di filosofo greco vissuto nel III sec. A. C.
" Noto che i legami che si rivelano più profondi e capaci di durare nel tempo sono quelli verso i quali hai avuto meno aspettative " ( M. Recalcati ) (..)L'amicizia non è reciprocità, immedesimazione narcisistica, non si deve pensare sul piano immaginario della mera specularità. Definisco amicizia l'ordine di quei legami che sfugge all' identificazione, ma che è animato da un riferimento comune a una causa. (…) Il legame di godimento con l'oggetto genera dipendenza e dissipazione. Il legame d'amicizia lascia fiorire la differenza generando alterità non assimilabili. Per questo c'è amicizia ovunque vi sia trasmissione e affidamento di una eredità, ovunque vi sia separazione, lontananza,come diceva Nietzsche, e appartenenza, luogo comune. Comunità… (…) Massimo Recalcati da Elogio del fallimento
"L'apologetica cristiana cerca di dimostrare al mondo divenuto adulto, che non può vivere senza il " tutore " Dio. Nonostante la già avvenuta capitolazione davanti a tutte le questioni mondane, restano tuttavia le cosiddette questioni ultime - la morte, la colpa , - cui solo Dio può dare una risposta -. Ritengo questi attacchi dell'apologetica cristiana contro la maggiore età del mondo: primo, privi di senso; secondo di scadente qualità; terzo, non cristiani ". D. Bonhoeffer da Resistenza e resa (…) Nell'usare il termine " tappabuchi", in tedesco Luckenbusser, io penso che Bonhoeffer avesse in mente le parole di Nietzsche contro il Cristianesimo : " Lo spirito di questi redentori era fatto di buchi; ma in ogni buco essi avevano ficcato la loro illusione, il loro tappabuchi da loro chiamato Dio". Il successo mondiale del pensiero del pensiero di Bonhoeffer è motivato dall'aver portato in teologia le ragioni di Nietzsche. Le cose - però - rispetto al 1944, per la tradizionale mentalità religiosa, sono rimaste esattamente le stesse:ancora si cercano buchi per dare legittimità e consistenza al discorso su Dio . Desidero chiarire che, parlando delle quattro discontinuità cosmiche, io non voglio in nessun modo sostenere la debolezza del mondo, il suo non stare in piedi da sé, il suo avere bisogno di altro. Non voglio creare un piedistallo su cui posizionare la statua di Dio e poi - appoggiata ad essa - quella dell' immortalità dell'anima. Esattamente il contrario: parlando delle quattro discontinuità, io intendo celebrare speculativamente la ricchezza ontologica del mondo, l'ordine e l'armonia della natura, di cui noi uomini siamo parte. " Vi scongiuro- fratelli - rimanete fedeli alla terra e non credete a quelli che vi parlano di sovraterrene speranze" , scriveva Nietzsche in Così parlò Zarathustra , evidenziando la storica contrapposizione tra fedeltà alla terra e fedeltà al cielo. Se c'è una cosa nuova - però - che è apparsa nelle teologia del Novecento, è esattamente la possibilità di rompere questa contrapposizione e pensare al contrario che non vi può essere nessuna autentica fedeltà al cielo, senza una leale fedeltà alla terra ( come risulta dalla teologia di Bonhoeffer ). (…) Vito Mancuso da L'anima e il suo destino
" E noi - noi ci trasciniamo dietro, obbedienti, sulle spalle incallite e su montagne impervie, ciò che ci è stato assegnato. E, se ci inzuppiamo di sudore, allora ci dicono: " Eh già, la vita è un grave fardello! ". Invece è l'uomo che è per se stesso un grave fardello. E questo perché si trascina dietro sulle spalle troppe cose estranee. Simile al cammello, egli piega le ginocchia e si lascia caricare ben bene. Specialmente l'uomo robusto e paziente, nel quale abita la venerazione: troppe parole e valori estranei ha caricato su di sé - e ora la vita gli sembra un deserto." ( Friedrich Nietzsche )
(...) La libertà - l'esperienza sconfinata della libertà - non è mai solo una semplice esperienza di evasione e di liberazione. Come un paziente dichiarava nel corso di una seduta : " Mi costa molto vivere nascosto, ma mi costerebbe molto di più vivere esposto". L'avventura della libertà è un'avvventura ricca di insidie e di rischi. Per questo Nietzsche ci avvertiva di una strana forma di sintomo che poteva affliggere i navigatori che avevano scelto di affrontare l'infinito spazio degli oceani. " Attenzione - ammoniva - alla nostalgia per la terra". A coloro che - anziché sopportare e vivere con gioia l'esperienza senza confini della libertà - avvertiranno il rimpianto per la Legge che restringe la vita assicurandola. Attenzione alla nostalgia per il suolo, per l'identità della razza, del sangue o dell' ideologia. Se il cielo sopra le nostre teste è vuoto, se Dio è morto, se siamo come direbbe Sartre " soli e senza scuse", non significa che la libertà non porti con sé qualcosa di insopportabile, una sorta di vertigine o di nausea di cui vorremmo fare a meno. Lo ricorda con precisione Fromm nella sua lucida analisi della psicologia delle masse totalitarie: l' essere umano avverte l'esigenza della libertà ma avverte anche quella - diametralmente opposta - di " disfarsi del peso della libertà". Nei tempi di Nietzsche si tratta - dopo aver ucciso Dio e dopo averne costatato la morte - del rischio di finire per adorare la sua ombra, di fare dell'ombra di Dio un nuovo Dio. L'ombra di Dio può assumere le spoglie dell'ideologia che afferma una verità assoluta, del culto scientista dell'oggettività dei fatti, dell'infatuazione narcisista pe il proprio Io, del nazionalismo fanatico. Insomma, l'ombra di Dio, secondo Nietzsche, è tutto ciò che può tornare a riempire il cielo sopra le nostre teste, che può oscurare il nulla che è a fondamento della nostra libertà. (...) Massimo Recalcati da Contro il sacrificio ( Al di là del fantasma sacrificale )
(...) Una caratteristica del desiderio è la spinta ad intraprendere viaggi avventurosi, fatti di memorie del passato e di tensioni verso il futuro: verso regioni, territori e orizzonti sconosciuti, che ci appaiono suggestivi e che ci attirano senza sapere chiaramente il perché. Ciò che desideriamo, lo sappiamo più inconsciamente che con la ragione. " Nessuno è mai là dove si crede, ma ciascuno è sempre là dove il desiderio lo spinge ". ( U. Galimberti ). Scrive Nietzsche : " Quando - un giorno - arriviamo a toccare la nostra meta, mostriamo con orgoglio quali lunghi viaggi abbiamo fatto per giungervi. In verità non c'eravamo accorti di essere in viaggio. Ma appunto per questo ci eravamo spinti tanto lontano da illuderci di essere - in ogni luogo - a casa nostra. " Il desiderio narra la nostra storia e la storia dell'intera umanità. Rivela le ragioni del nostro vivere e del vivere degli altri. Ci informa sulle rappresentazioni di noi stessi e di coloro con cui interagiamo. Il desiderio dell'uno è - infatti - in stretta connessione con il desiderio dell'altro, per cui è mediante la relazione intersoggettiva che viene tracciato il profilo del " chi sono io" e, allo stesso tempo, del " chi è l'altro". Di riflesso, viene definita la nostra e l'altrui identità. E' dunque seguendo le tracce del desiderio che è possibile cogliere le molteplici e labirintiche sfumature della psiche umana. Per il nostro benessere non è tuttavia sufficiente essere oggetto di desiderio dell'altro, occorre anche essere causa di desiderio dell'altro. " Sentire - almeno a volte - che siamo l'ideale per l'altro, è altrettanto importante da un punto di vista evolutivo che imparare a tollerare i propri limiti e le proprie imperfezioni."(Jacques Lacan ) Vittorio Castellazzi da Il desiderio ( Respiro della psiche )
(...) La gioia è un'emozione così impalpabile e così fuggitiva che non è facile trattenerla e talora non è nemmeno possibile contemplarla: si allontana da noi con ineffabile leggerezza e, quando la tristezza scende come aquila ferita in noi, la gioia si frantuma e si incenerisce. Come ha scritto una volta Nietzsche, col suo linguaggio temerario e folgorante : " Quando gli uomini dalla profonda tristezza sono felici, si tradiscono : hanno un modo di afferrare la gioia come se volessero schiacciarla e soffocarla per gelosia - ah, sanno fin troppo bene che da loro se ne fugge! ". Non solo negli uomini dalla profonda tristezza, ma anche negli uomini nei quali la tristezza è una Stimmung ( stato d'animo ) fragile ed eterea, nebulosa e immateriale, la gioia non ha il tempo di nascere : lacerata da un taedium vitae che dilaga nell'anima, facendola quasi sanguinare. Non saprei indicare su questo tema parole più belle e misteriose di quelle che ha scritto - con stremate incrinature elegiache - Sigmund Freud: " Non molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di un poeta già famoso nonostante la sua giovane età ( Rainer Maria Rilke n.d.r. ), feci una passeggiata in una contrada estiva piena di fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi, ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire e che, col sopraggiungere dell'inverno, sarebbe scomparsa, come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato o potranno creare. Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato, gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato". Cosa nasce da questa dolorosa esperienza della vita: da questo taedium vitae dilagante e inarrestabile? " Da un simile precipitare nella transitorietà di tutto ciò che è bello e perfetto, sappiamo che possono derivare due diversi moti dell'animo : l'uno porta al doloroso tedio universale del giovane poeta, l'altro alla rivolta contro il presunto dato di fatto. No! è impossibile che tutte queste meraviglie della natura e dell'arte, che le delizie della nostra sensibilità e del mondo esterno debbano veramente finire nel nulla. Crederlo sarebbe troppo insensato e troppo nefando. In un modo o nell'altro devono riuscire a perdurare, sottraendosi ad ogni forza distruttrice ". Se il destino ci fa essere come il giovane poeta, così disperatamente sensibili alla precarietà e alla finitudine delle cose, alla loro evanescenza e alla loro inconsistenza, allora la grazia della gioia fatica a rinascere in noi . (...) Eugenio Borgna da Le emozioni ferite
(...) Tutto cambiò alla fine del 1888, nei dolcissimi tramonti dell' autunno di Torino: Nietzsche impazzì. La notizia della follia di Nietzsche si diffuse rapidamente tra gli amici e i conoscenti. Franz Overbeck lasciò la stazione di Basilea la sera del 7 gennaio 1889 e il giorno seguente, dopo diciotto ore di viaggio, era a Torino, cercando l'abitazione di Nietzsche nella città sconosciuta. Voleva riportarlo a casa. Finalmente riuscì ad entrare nella stanza dove Nietzsche aveva pensato, scritto, riso e delirato per mesi. Stava rannicchiato nell'angolo di un sofà, col volto terribilmente emaciato. I due amici si abbracciarono lacrimando: poi Nietzsche si lasciò ricadere sul sofà, sconvolto da sussulti di pianto. " Forse proprio in quell'attimo ", scrisse Overbeck, " gli si spalancò dinanzi l'abisso sul cui ciglio ora si trova, o dove piuttosto è già precipitato.". Poi Nietzsche si sedette al pianoforte, dove cantava a voce spiegata in preda alla frenesia ed esaltandosi sempre di più. Proclamava di essere " il pagliaccio della nuova eternità ", e rendeva la sua gioia con le espressioni più triviali, o con balzi e danze scurrili, o con smorfie da istrione. Overbeck ebbe un'impressione atroce : quello spettacolo incarnava con terribile efficacia l'idea orgiastica della follia sacra, sulla quale era fondato il teatro antico. Adesso era tutto finito: quel possente mondo tragi - comico - Eschilo,Aristofane, Le Eumenidi, Le rane, Le nuvole - si esprimeva attraverso la sua scurrile degradazione. Nel mondo moderno, Dionisio, l'antichissimo dio dell'estasi e della lacerazione, era diventato pazzo. Overbeck riuscì a portare l'amico in Germania e lì venne rinchiuso dalla sorella in una specie di sacrario dove, il 25 agosto 1990 morì. (...) Pietro Citati da Sogni antichi e moderni
(...) Dopo il rifiuto di Lou, ci furono mesi di tremenda disperazione e di terribile odio. Nietzsche non faceva che camminare per giornate intere, prendere oppio, passare notti insonni, scrivere decine e decine di abbozzi di lettere Lou e a Rée, che poi non osava spedire. " Le passioni mi divorano. Un 'orribile compassione, un'orribile delusione, un'orribile sensazione di orgoglio ferito - come resistere...che debbo fare?. Ogni mattina dubito di arrivare alla fine della giornata. Non dormo più: a che serve camminare per otto ore?...questa sera prenderò tanto oppio da perdere la ragione". Gli sembrava che un coltello lo colpisse e lo lacerasse contemporaneamente in tutti i punti vulnerabili. Si torturava e aveva bisogno di torturarsi e di venire torturato." La natura mi ha spaventosamente dotato per essere uno che tormenta se stesso". Aveva avuto nell'anima tre o quattro desideri di felicità, e ora se li strappava sanguinosamente dal cuore. Aveva l'impressione che, in quei mesi, una maschera col nome di Nietzsche avesse amato, agito, scritto lettere, detto parole di cui ora si vergognava. Lui stava dietro quella maschera: in silenzio, " condannato ad un'esistenza completamente segreta". Non apparteneva alla realtà a cui appartenevano gli altri: ma a chissà quale mondo. Era un morto, soltanto un morto, " un' ombra che non sa decidersi ad entrare definitivamente negli Inferi". Adesso era il tempo di scomparire, lasciando questa terra- anche le montagne di Sils - Maria e il lago di Silvaplana, i boschi di Tautenburg e l'azzurro del mare ligure- e le piccole strisce di cielo sereno che aveva dipinto con le parole. Poi si arrestava, per gridare aiuto, semplicemente aiuto. " Pensa, mio caro Overbeck, a trovare qualcosa che mi tiri fuori una volta per sempre. Secondo i miei conti è necessario che io resti in vita fino all'anno prossimo - aiutami a resistere ancora quindici mesi." Nietzsche odiava con tutte le forze del suo abietto rancore, che dedicò sempre alle persone che più aveva amato. Era l'odio del debole, del ferito, del sofferente, dell'indifeso. Ascoltava le menzogne della sorella : le ascoltava per il piacere di torturarsi, e scatenava la paranoia del suo complesso di persecuzione, che ingigantiva e deformava i minimi particolari del passato. Ora aveva il tono di un virtuoso borghese, ora quello di un professore tedesco; ora il tono solenne e sacerdotale di un profeta offeso. Capiva l'anima di Lou con la più straordinaria intuizione: la malediceva e infine la offendeva sanguinosamente, come se volesse calpestarla e schiacciarla col piede- infido e infimo verme. Caro Baudelaire, Nietzsche aveva sempre affermato che il senso della sua opera era simile a quello dell'operazione alchemica: trasformare il fango in oro, trasformare la passione, la lacerazione dell'odio nella bellezza della frase e nella velocità del ritmo. Negli stessi giorni, Nietzsche compose la prima parte di COSì PARLO' ZARATHUSTRA : fu una rivelazione luminosa, il balenìo di un fulmine, un'esplosione improvvisa. Ma davvero riuscì a trasformare il fango in oro? Oppure la lacerazione e l'odio stridevano nell'euforia della rivelazione?. Qualche tempo dopo confessò che avrebbe voluto rivedere Lou. Poi rinunciò: si sentiva troppo colpevole. (...) Pietro Citati da Sogni antichi e moderni
(...)Lou e Nietzsche parlavano sempre, inesauribilmente: talvolta anche dieci ore al giorno, perché i pensieri si intrecciavano e si moltiplicavano come gli alberi della foresta: talvolta la conversazione continuava dopo cena, al capezzale di Lou; entrambi si sentivano felici di aver appreso tanto l'uno dall' altro. Lou cominciò un DIARIO e UN LIBRO DOMESTICO dove, col suo mimetismo poroso, imitava ora l'uno ora l'altro ( Nietzsche o Rée ). Nietzsche la annotava e la correggeva e vi aggiungeva le sue annotazioni.A volte Lou credeva di essersi innamorata del suo vicino: " Due persone si innamorano perché l'intimo di una è la cassa di risonanza in cui riecheggia ogni suono intonato nel petto dell'altra". Poi si chiedeva : " Ma siamo veramente vicini?. No, malgrado tutto non lo siamo." In quei giorni a Tautemburg, Nietzsche avvertì - come mai nella sua vita - la presenza del destino alle sue spalle, che lo spingeva " verso la felicità". Cosa poteva fare lui se non abbandonarsi a quella figura radiosa, col suo consueto " amor fati? ". Da quando aveva conosciuto Lou, non era più solo: ora voleva reimparare ad essere un uomo, entrando arditamente nella vita. Pieno di speranze, si proiettava verso il futuro, che aveva preso per lui i lineamenti di una ragazza ventenne. " Quello che non speravo più, di trovare un compagno della " mia suprema felicità e sofferenza", mi appare ora possibile - come aurea possibilità sull'orizzonte di tutta la mia vita futura." C'era in lui - a tratti - una paurosa esaltazione: un senso di euforia, trionfo e vittoria che avevano già il suono tremendo di" Così parlò Zarathustra". Lou era un angelo, uno strano angelo bizantino che il destino gli aveva inviato. " Quando tornai a volgermi verso gli uomini e la vita, credetti che mi fosse stato mandato un angelo - un angelo che mitigasse cose che il dolore e la solitudine avevano troppo indurito in me, e soprattutto un angelo del coraggio e della speranza". O forse era qualcosa di molto più profondo: una figura che aveva abitato dentro di lui, nella sua anima e nei suoi scritti; con un gesto di giocoliere sovrano, egli l'aveva tratta alla luce - e ora, lì fuori, c'era lei con la sua crudeltà e il suo splendore, identica alla visione interna. Non gli restava che educarla, curarla, perfezionarla, esaltarla, venerarla, adattarla alla sua anima, come fosse il più fedele dei doppi. Non so se Lou Salomé abbia mai visto Nietzsche come l' incarnazione di un dio:uno di quegli dei terribili e venerati ai quali era impossibile concedersi. Anche Lou li amava: aveva in comune con lui l'inclinazione per tutto ciò che è nascosto : era affascinata dalla sua solitudine, e insieme provava una specie di reverente e impaurita resistenza verso i suoi sotterranei misteriosi. Lo criticava. Secondo Lou, malgrado la sua ribellione anticristiana, Nietzsche era un uomo religioso: anzi, un eroe religioso. " Non c'è nulla di male ad essere senza Dio, purchè ci si sia veramente liberati da Dio. L'odio di Dio è l'ultima eco dell'amore di Dio". Con la sua acutissima intelligenza, Lou aveva ancora una volta colto nel segno. (...) Pietro Citati da Sogni antichi e moderni
(...) Nel marzo 1882, Paul Rée, un filosofo di qualche anno più giovane di Nietzsche, giunse a Roma. Era delicato, scrupoloso, femmineo, incerto: celava una grande bontà d'animo dietro una specie di odio verso se stesso : amava e venerava Nietzsche e voleva esserne riamato.Presto Rée conobbe Lou e la conduceva a passeggiare sotto il chiaro di luna, tra le rovine della Via Appia, come nei libri di Chateaubriand, parlando appassionatamente di vita, di filosofia, di letteratura e di Nietzsche, l'affascinante amico lontano. Verso la fine di aprile giunse a Roma Nietzsche, stravolto ed ebbro di solitudine. Nessuno - forse - aveva sofferto la solitudine come lui in quegli anni. Era quasi cieco. Aveva continuamente emicranie. Abitava in camere ammobiliate e modeste pensioni. Ma la sosta non era mai lunga. Più oltre lo aspettava un'altra camera in un'altra città. Sorrento, poi Bad Ragaz, Saint Moritz e Venezia e Stresa e Genova e Recoaro e poi Messina dove - unico passeggero - era arrivato a bordo di un veliero siciliano, con i suoi centoquattro chili di libri. Non c'era sosta. Non poteva esserci sosta. Appena a Roma, Nietzsche sembrò lietissimo:di colpo - con un gesto - si liberò dalla stretta e dalla protezione della solitudine; la sua conversazione era fresca, piacevole, spumeggiante e piena di bellissime invenzioni: un gioco con suole d'aria. Andò a San Pietro, dove Rée scriveva il suo nuovo libro seduto in un confessionale pieno di luce. Vide Lou e le disse solennemente, con parole goethiane" Cadendo da quali stelle siamo stati spinti qui l'uno verso l'altra?". Pochi giorni dopo Nietzsche chiese a Rée di presentare a Lou la sua domanda di matrimonio. Lou Salomé non aveva nessuna intenzione di sposarsi. Secondo le parole di Pindaro -Nietzsche, voleva " diventare chi era": seguire coraggiosamente, spietatamente, crudelmente la propria strada fino a cogliere tutti i doni che la vita - di nascosto - aveva preparato per lei. Ebbe un sogno notturno: vide uno studio - biblioteca, pieno di libri e di fiori. Vicino allo studio si aprivano tre stanze da letto dove dormivano lei, Rée e Nietzsche. Era il sogno della Trinità ,una contraffazione della Trinità cristiana. Fra i tre amici non dovevano correre rapporti erotici : solo letture e discussioni; ma l'eros, che Lou aveva represso, si irradiava intorno a lei e teneva incatenati a lei i due uomini che la amavano. Quando raccontò il suo progetto ad una vecchia amica, questa la sgridò :" L' esperienza di una lunga vita e la conoscenza della natura umana mi dice che inevitabilmente - nel migliore dei casi - un cuore ne avrà orribilmente a soffrire e nel peggiore dei casi un vincolo d'amicizia ne verrebbe distrutto". Ma Nietzsche e Rée, i fratelli incauti, accettarono entusiasticamente il progetto della Trinità amorosa...(...) Pietro Citati da Sogni antichi e moderni