lunedì 13 dicembre 2021
LA GIOIA DEL DONO
domenica 28 novembre 2021
LA FILOSOFIA DELLA GIOIA 1
Stavano tutte tese le mie ore
erano poche. Le guardavo
dal lato che non muore
sentivo peso e colore
festa e patimento.
( M. Gualtieri )
(...) In una pagina delle sue bellissime " Lezioni americane", scrive Italo Calvino : " In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa." L'immagine di un graduale farsi pietra delle persone e delle cose riporta alla durezza delle situazioni del nostro presente . Benché viviamo nella più flessibile delle società mai esistite, in cui ciò che è solido sembra volatilizzarsi, non possiamo non avere qualche volta la sensazione che la vita intorno a noi si stia facendo più dura, fino a paralizzarsi. E benché la Terra sia sottoposta da tempo ad un processo di surriscaldamento climatico, si ha spesso la percezione che la temperatura fra gli uomini si stia facendo quasi polare, nella penuria di simboli, nella sconsolante mancanza di passione, nel lento estenuarsi del desiderare. Da un lato, si assiste al dialogare delle " passioni fredde", asettiche e imprenditoriali, la cui carica fissa è contraddistinta da uno spiccato ( e spesso cinico ) spirito da prestazione e da una sostanziale caduta di ogni attaccamento appassionato. E' un miscuglio di apatia e risolutezza, è un atteggiamento cool che opera come dispositivo di raffreddamento di ogni istinto partecipativo e passione per il comune. E' la condizione paradossale dello spirito metropolitano, la cui economia psichica interiorizza, assimila e rispecchia i meccanismi del mercato, mentre cerca istintivamente zone franche di disaffezione e disinteresse. (...)
Isabella Guanzini da Filosofia della gioia ( Una cura per le malinconie del presente )
LA FILOSOFIA DELLA GIOIA 2
(...) Dall'altro, troviamo il gioco ambivalente delle " passioni calde" - della rabbia, della rivolta e dell'indignazione - generatrici di identificazioni reali, ma sempre pronte a rovesciarsi in una retorica della paura o nella deriva populistica dell'antipolitica: cioè nel rifiuto del futuro e nella fuga dal rischio e dalla libertà. C'è chi ha addirittura parlato di " un'età del rancore ", attraversata da onde di aggressività e di risentimento incontenibili, che si espandono all'improvviso per un nonnulla. Si accendono incomprensibilmente reazioni emotive - compulsive piene di disprezzo, che si diffondono come un virus difficile da identificare perché è soprattutto la rete digitale il suo terreno di coltura, che amplifica e moltiplica impulsi primordiali e non mediati nel circuito onnicomprensivo dei social. Questo gioco ambivalente delle passioni si è poi realizzato negli ultimi tempi entro un paesaggio sociale desertificato, soggetto a un'inattesa e indecifrabile mortificazione. Il tempo del contagio ha visto nascere ed espandersi sentimenti inediti e contrastanti, in cui si sono ad un tratto scoperte la pesantezza, l'opacità e l'inerzia del mondo. Queste qualità hanno avvolto le esistenze in modi sempre più stretti, esercitando una forte pressione. Hanno incurvato molte traiettorie di vita all'interno, spingendole verso il basso, dove si fa più fatica a vedere, dove tutto si chiude e si fa buio.(...)
Isabella Guanzini da Filosofia della gioia ( Una cura per le malinconie del presente )
LA FILOSOFIA DELLA GIOIA 3
(...) In un tempo in cui lo sguardo inesorabile della Gorgone sembra pietrificare lentamente la vita delle cose e delle persone, si invoca qualcosa o qualcuno capace di interrompere questo processo di indurimento, invertendo - per così dire - il corso del tempo. Urge qualcuno o qualcosa capace di tagliare la testa della Medusa, prima che tutto si faccia di pietra. E' una questione politica che, nel nostro presente della disillusione, invoca forme e forze della sensibilità e della ragione capaci di plasmare gli infiniti modi soggettivi e collettivi di incontro del mondo. In questo circuito ambivalente, dominato dalla durezza e da un'infinita stanchezza, si tratta di liberare tutta la potenza positiva delle passioni, per trasformarle in affetti: ciò richiede l'uscita da uno stato di passività della mente dominato da impulsi depressivi e distruttivi e insieme l'apertura di un campo di relazioni consapevoli, capaci di mobilitare legami vitali, nell'ordine della socialità e della circolazione del desiderio. (...)
Isabella Guanzini da Filosofia della gioia ( Una cura per le malinconie del presente )
LA FILOSOFIA DELLA GIOIA 4
(...) In gioco è l'esigenza di disseminare reti sociali di senso più profonde e durevoli di quelle dei social e di ridestare, in una generazione fortemente tentata dalla rassegnazione e dall'anestesia, una nuova e potente affezione gioiosa per la ricostruzione della comunità degli umani. L'eroe che oggi ci viene in soccorso, colui che possiede la forza necessaria per decapitare la Gorgone senza lasciarsi a sua volta pietrificare, è ancora una volta Perseo con i suoi sandali alati, che vola leggero sui venti e le nuvole, portando la testa mozzata in un sacco. E' infatti colui che sa sollevarsi sulla pesantezza e la durezza del mondo senza tuttavia rimuoverle, guardandole - per così dire - di traverso, in modo indiretto, assumendole insieme come proprio fardello. Perseo è stato capace di vincere la mostruosità della Medusa, ma senza ingiuriarla : come Ovidio racconta, dovendo posare il capo irto di serpi sulla rena ruvida, prima la ammorbidisce con un tappeto di foglie e di ramoscelli marini perché questo non si danneggi. I piccoli rami acquatici che vengono a contatto con la testa della Gorgone si trasformano poi miracolosamente in coralli, tanto che le ninfe ammirate accorrono alla testa orrenda avvicinandone altri, divertendosi nel vedere che il prodigio si ripete. (...)
Isabella Guanzini da Filosofia della gioia ( Una cura per le malinconie del presente )
mercoledì 16 agosto 2017
LA STANCHEZZA CHE CURA 2
(...) C'è infatti una stanchezza buona, che può aprire a visioni
inattese. Sulla scia di Peter Handke ( scrittore, poeta e saggista
austriaco, n.d.r. ), il filosofo ritiene che ci possa essere una
stanchezza che cura, " quella stanchezza che non deriva da un
riarmo sfrenato, bensì da un cordiale disarmo dell' Io." Si
tratta di una particolare forma di reticenza o di potenza
negativa, che sottrae il soggetto alle sue stesse ansie di
prestazione, che relativizza la sua volontà di controllo e di
azione, aprendo uno spazio salutare di indugio e di cortesia.
Handke la definisce una " stanchezza profonda" che si genera
da una sottrazione gentile delle pretese dell' Io e permette un
particolare tipo di abbandono e di risveglio al mondo.
Mentre la stanchezza individuale è solitaria, sfibrante,
insofferente nei confronti della realtà circostante, questa
stanchezza profonda - al contrario - si pone in una sorta di
atteggiamento di abbandono al mondo, in nome di un ideale di
comunione con gli altri. Non si tratta più della stanchezza dell'
Io, ma della stanchezza del Noi. La prima ci rende scontrosi,
ci atomizza e ci isola dagli altri, facendoci semplicemente
cadere a peso morto dentro noi stessi: è come un buco di
passioni tristi che attira a sé soltanto nuove tristezze. La
seconda - al contrario - ci connette e ci declina verso l'altro
- come un clinamen - ( concetto della fisica epicurea che
consiste in una deviazione spontanea degli atomi nel corso
della loro caduta , n.d.r. ), per farci riposare un po' insieme.
(...)
Isabella Guanzini da Tenerezza ( La rivoluzione del potere gentile)
LA STANCHEZZA CHE CURA 1
Ferdinand Hodler " Gli stanchi di vivere "
(...) Non è forse un caso che l'autore de La società della
stanchezza abbia successivamente elaborato una riflessione
su Eros in agonia. Lo smorzamento degli affetti, insieme
alla loro esaltazione o esposizione mediatica fine a se stessa,
senza legami e valore simbolico aggiunto, priva gli esseri umani
di ogni altra energia: la società dell'efficienza anestetizza la
forma dirompente e liberatoria di eros, ormai sottomesso anch'
esso all'ansia di prestazione e considerato come un capitale che
si deve soltanto accrescere. Nello stesso tempo, la libido viene
investita soprattutto nel proprio potenziale individuale, così che
l'esperienza dell'altro - che è l'essenza vitale dell'eros - si
trasforma in un uso più o meno inconscio dell'altro come
specchio dell'io. " Così non godiamo più dell' Altro: piuttosto lo
facciamo sparire", scrive Byung- Chul Han . L'ideale dell'
ottimizzazione di se stessi non lascia spazio a un'autentica
esperienza di legame, così che anche l'esperienza erotica
diviene fonte di logoramento e autosfruttamento, senza alterità
e dunque senza riconoscimento. La sua diagnosi delle
conseguenze antropologiche dei ( dis ) funzionamenti della
società tardo capitalistica globale e del suo liberismo spinto,
non lascia purtuttavia orfani rispetto a possibili esperienze di
liberazione. In apertura del saggio, Byung - Chul Han racconta
che conosceva " un tempo soltanto stanchezze da temere" : con
ciò suggerisce che ci siano altri tipi di stanchezza e non tutti
egualmente temibili. (...)
Isabella Guanzini da Tenerezza ( La rivoluzione del potere gentile )
martedì 15 agosto 2017
TENEREZZA ( Introduzione )
La tenerezza, quando è autentica, non sopporta facili definizioni: si
insinua con delicata tenacia fra le grandi virtù civili e la retorica del potere: è ciò che ci manca per poter vivere e sentire in un mondo finalmente comune.
Per questo parlarne è un'impresa ardua ma bellissima.
Parlare di tenerezza significa parlare di amore, di tempo che passa, di filosofia. Significa parlare di umanità, di curiosità verso l'altro, di quella leggerezza profonda che ci permette di intercettare - fra le righe - il senso più fecondo e creativo della nostra finitezza,
della nostra fragilità. Parlare di tenerezza tocca molte corde sensibili, smuove affetti ancestrali, evoca l'intensità della vita del corpo e anche dell'anima. Sfida i predatori e i prepotenti, pone domande scomode e offre nuove istruzioni, accende piccole, miracolose luci nel buio, annunciando una rivoluzione gioiosa e costruttiva, politica ed esistenziale. Che ci chiama per nome e allarga lo sguardo al futuro.
f.
LA RIVOLUZIONE DELLA TENEREZZA 1
(...) Theodor Adorno ( filosofo tedesco )nomina la possibilità di
uscire dalla durezza e dalla freddezza come amore. Da Socrate,
attraverso Platone fino a Lacan, si sa che solo la mancanza
promuove il desiderio e solo il desiderio è in grado di suscitare
l'amore. La parabola cristiana ha mostrato lungo i secoli che
soltanto un soggetto che riconosce la propria vulnerabilità sa
chiedere e donare perdono; soltanto un soggetto esposto e
ferito,che ha sperimentato l'abbandono e la grazia può aprirsi
ad un'autentica speranza d'amore. Soltanto l'amore del nemico
e il perdono dell'offesa ricevuta possono interrompere la
catena mortifera della vendetta e della perpetuazione del male,
che destinano individui e collettività a un destino di distruzione
reciproca. E' tuttavia soltanto a partire dalla percezione dei
segni della fragilità propria e altrui che può generare perdono
e non odio o rivalsa:soltanto dalla tenerezza, come speciale
sensibilità per i segni della vulnerabilità, può generarsi amore
dell'altro. Il legame innegabile fra amore e tenerezza,
essenziale nell'esperienza erotica o nell'affetto materno,
nomina qui soltanto la possibilità di tendere verso l'altro senza
alcuna carica aggressiva o intenzione offensiva, a partire
dalla coscienza elementare della comune mancanza. Per
resistere al male ci vuole un animo tenero: la sfida più dura
mai affidata all'umano.
Predicare l'amore è impresa paradossale: da una parte si sa
che qui è in gioco la questione essenziale dello spirito dell'
umano e il suo destino: in rapporto all'amore - se ci si pensa
bene - tutto il resto pare un affaccendarsi e affaticarsi che ci
tiene senz'altro in vita, senza tuttavia poterci realmente
salvare. D'altra parte, Adorno pone l'accento sull'impresa
improbabile di predicare l'amore a chi, per disposizione, non
è in grado di accoglierlo, rendendo l'impresa stessa ancora
più grottesca. Tutti, in fin dei conti, siamo soggetti e oggetti
improbabili dell'amore, incapaci di essere all'altezza della sua
verità e della sua eternità. D' altra parte, fino a che ci sono
esseri umani che si amano, sfidando e custodendo al tempo
stesso l'enormità dell'interrogativo che ci trafigge ( Come
abbiamo potuto fare questo, da dove ci viene tanta durezza?
Come ritrovare la tenerezza da cui abbiamo avuto origine?),
anche noi possiamo sperare di essere amati. Finchè qualcuno
ha il coraggio di invitare alla rivoluzione dell'amore e della
tenerezza, abbiamo la possibilità di ricordare che è da lì che
veniamo e lì siamo chiamati a dirigerci e a sostare. Noi
umani non abbiamo altro che questo per proteggerci dal freddo
e dal buio che ci assalgono, in quei movimenti della coscienza
che mettono in questione tutto. (...)
Isabella Guanzini da Tenerezzza ( La rivoluzione del potere gentile)
LA RIVOLUZIONE DELLA TENEREZZA 2
(...) Jacques Lacan, dal canto suo, propone una definizione tanto
criptica quanto sorprendente dell'amore, che sembra quasi
inavvertitamente reagire alla riflessione critica di Adorno .
" Amare", afferma infatti Lacan, " è donare quello che non si ha
a qualcuno che non lo vuole" ( "Il Seminario. L'etica della
psicoanalisi" n.d.r. ). Come si può dare ciò che non si
possiede? E a qualcuno che non lo desidera?. L'amore - in
effetti - non domanda mai qualcosa, non è soddisfazione di un
bisogno o fame di un oggetto. Non è il dono di un'immagine
- dell'immagine idealizzata di sé - non è il dono di un talento e
nemmeno di un cibo. La madre non è per il suo bambino
soltanto il seno, il soddisfacimento di un bisogno elementare e
di una pulsione biologica, ma anche il segno, ossia la risposta
a un desiderio d'essere e di una presenza. E' dono di niente,
ossia di qualcosa che non si pone nella dimensione dell'avere
o del non avere, ma sotto il segno del simbolo, del
riconoscimento del nome: è dono non di quello che si ha, ma
di quello che si è, ossia della propria nononnipotenza, della
propria fragilità, del vuoto che un soggetto apre nell'altro nel
momento in cui viene amato. Se il godimento si realizza in
rapporto alle cose e alla Cosa, l'amore vive in rapporto al
desiderio dell' Altro. Il più famoso dialogo sull'amore ( lo si
può trovare nel blog sotto il titolo " Il banchetto di Platone "
nella sezione " registi " ), il Simposio di Platone, ha mostrato
per primo il senso di un rapporto positivo di eros con la
mancanza. L'amore la genera, ma in un certo modo la
custodisce anche, come fosse un antidoto contro ogni
aspettativa illusoria di saturazione del godimento. Nel mito
platonico, Eros è figlio di Povertà ( Penia ) e i Ingegno
( Poros ): vive in una condizione di indigenza, ma fa di tutto
perché questa sia generativa e non distruttiva . (...)
Isabella Guanzini da Tenerezza ( La rivoluzione del potere gentile )
LA RIVOLUZIONE DELLA TENEREZZA 3
(...) " Dunque, come figlio di Poros e Di Penia, ad Amore è
capitato questo destino: innanzitutto è sempre povero ed è
molto lontano dall'essere delicato e bello, come pensavano in
molti; ma anzi è duro, squallido, scalzo, peregrino, uso a
dormire nudo e frusto per terra, sulle soglie delle case e per le
strade, le notti all'addiaccio, perché - conforme alla natura
della madre - ha sempre la miseria in casa . Ma da parte di
padre è insidiatore dei belli e dei nobili, coraggioso, audace
e risoluto, cacciatore tremendo, sempre a escogitare
machiavelli d'ogni tipo e curiosissimo di intendere, ricco di
trappole, intento tutta la vita a filosofare, e terribile
ciurmatore, stregone e sofista " ( Dal Simposio di Platone )
Fa esperienza del rischio e della consegna di sé; sa che il suo
desiderio rimarrà sempre trafitto da un vuoto, ma grazie a
questo si libera da ogni ossessione e idealizzazione ( di sé e
dell'altro ). Per questo amore e tenerezza parlano l'uno la
lingua dell'altra: entrambi toccano le corde più vulnerabili
e audaci del nostro essere, oltre ogni apparenza e proiezione,
affezionandosi all'altro nella verità della sua condizione reale.
Entro questa prospettiva, Lacan trasforma la parola amour,
la scrive come a - mur , per indicare il muro, l'ostacolo e la
mancanza che nell'amore sono sempre in gioco.
L'amore è il dono di questa mancanza, di questa separazione
che resta tale, che non potrà mai essere completamente
colmata. Non chiede all'altro ciò che ha, ma domanda
semplicemente l'amore, ossia chiede di essere amati in tutto
ciò che si è. Tutti desideriamo questo, anche chi è cresciuto
alla scuola della durezza e della freddezza. L'incontro d'
amore - qui - va preso nel suo senso più letterale ( in- contro)
per preservarne insieme ogni speranza di unificazione e ogni
tenerezza della differenza. L' illusione di fare-Uno nell'amore,
ossia il desiderio di superare ogni alterità e separazione, è
infatti la versione narcisistica di una relazione vissuta come
mero rispecchiamento, come reciprocità speculare. Qui l'altro
non può essere Altro ma lo Stesso, non deve donare la sua
mancanza ma rimuovere ogni differenza, così che l'amore
diviene passione per l'idea del Sé, che l'altro non deve che
confermare ed espandere. La fusione dei due - d'altra parte -
che si innalza troppo rapidamente verso il cielo dell'estasi
mistica e dell'unità simbiotica, rende assai più insopportabile
lo sciogliersi delle ali e assai più dolorosa la caduta. (...)
Isabella Guanzini da Tenerezza ( La rivoluzione del potere gentile)
LA RIVOLUZIONE DELLA TENEREZZA 4
(...) Freud ha sempre considerato l'ipotesi di un amore non
narcisistico un'esperienza assolutamente irrealistica,
screditando ogni facile illusione umanistica e altruistica. Ne
" Il disagio della civiltà", scritto a cavallo fra i due conflitti
mondiali e alle soglie della Grande Depressione, Freud ha
però affermato che solo il comandamento cristiano dell'amore
per il prossimo poteva rappresentare un antidoto alla deriva
umana in corso, come reattivo efficace alla violenza della
guerra e delle sue pulsioni arcaiche; alla perdita del senso e al
progressivo indurimento della coscienza occidentale. Benché
tale convinzione pronunciata con enfasi venga immediatamente
relativizzata a motivo della improbabile impraticabilità sociale
del comandamento , e quindi della sua effettiva non credibilità,
Freud dichiara ugualmente che l'amore potrebbe nominare
simbolicamente la possibilità stessa del rapporto in generale.
Lo definisce come una delle " istanze ideali della società
civilizzata", l'unica veramente capace di opporsi alla potenza
distruttiva della pulsione di morte in tutte le sue espressioni;
all'aggressività umana in tutte le sue forme individuali e
collettive, nonostante il suo adempimento risulti in prima
istanza impossibile. Tale paradosso della nonapplicabilità e
insieme necessità dell'amore del prossimo, si unisce per Freud
all'evidente condizione di svantaggio a cui sembra destinarsi
chi si attiene al comandamento nella nostra civiltà avanzata,
che ha ormai maturato un pudore inconscio nei confronti di
ogni " sapere" sull'amore.
In quello stesso periodo molti pensatori illustri si sono
interrogati sulla questione dell'amore e della sua crisi, come
fosse una questione di civiltà, con la stessa passione e
preoccupazione con cui si interrogavano sulla crisi della
politica e della scienza. Come pensare oggi questo intreccio?
Come interpretare la questione dell'amore in rapporto al senso
della Storia e della stessa civiltà, dal momento che il suo
logoramento porta al decadimento della politica, della
religione e della scienza stessa, ossia di ogni altra forma di
legame e di decifrazione dell'altro e del mondo?
L'amore, come antidoto alla durezza e alla rigidità di un agire
e di un pensare depersonalizzati, senza tenerezza e senza pietà,
rappresenta un concetto eminentemente filosofico e politico: il
fatto di non averlo interrogato e sviluppato costituisce una
delle principali cause della debolezza del pensiero
contemporaneo. (...)
Isabella Guanzini da Tenerezza ( La rivoluzione del potere gentile )
LA RIVOLUZIONE DELLA TENEREZZA 5
(...) Oggi possiamo porci la stessa questione declinandola sul
versante della tenerezza: dopo decenni di educazione
elementare e di formazione culturale delle giovani generazioni
fondate su un realismo pragmatico e su un utilitarismo senza
identità, siamo tutti come il giovane Alexandr, protagonista di
" Una storia comune" di Goncarov. Giovane romantico e
sognatore, cresciuto in una campagna russa piena di idillio,
viene affidato dalla madre allo zio Piotr a San Pietroburgo,
uomo razionale dalla carriera avviata, in modo che lo renda
un individuo adatto al suo tempo. Ora che anche noi, come
Alexandr, siamo giunti nella terra del disincanto e conviviamo
con le nostre illusioni, invochiamo più o meno coscienti,
qualcosa di sacro. Invochiamo, senza estasi o esaltazioni, un
po' di tenerezza: le astuzie e le strategie della ragione ( lo
dimostra la crisi che non è ormai una condizione e non più un'
eccezione ) non rendono né più uomini né più forti.
Il progetto di un'educazione sentimentale dell'umanità - già
avviato - ma non compiuto nell'età romantica, assume dopo
Auschwitz certamente un'altra drammaticità e una diversa
urgenza. Dopo settant'anni e nella nostra situazione di
sfinimento e di miseria simbolica, in cui non si percepisce più
il disagio della civiltà, ma la civilizzazione stessa come
disagio, la questione si ripresenta in tutta la sua carica e
urgenza. Una " rivoluzione della tenerezza" è ciò che è più
necessario, perché intere generazioni l'attendono, e non è molto
il tempo che resta . (...)
Tocca leggermente
leggermente poggia il tuo piede
e abbi cura
di ogni meccanismo di volo
di ogni guizzo e volteggio
e maturazione e radice
e scorrere d'acqua e scatto
e becchettìo e schiudersi o
svanire di foglie
fino al fenomeno
della fioritura.
( Mariangela Gualtieri da Bestia di gioia )
Isabella Guanzini da Tenerezza ( La rivoluzione del potere gentile)

