martedì 11 agosto 2026

DEI VIVI E DEI MORTI

 


  Foto da  European Cemeteries




" Dei vivi e dei morti " è un libro che non cerca di piacere, e forse è per questo che convince - nel senso più profondo del termine, quello che implica fedeltà a qualcosa di vero . Loriana d' Ari - benché sia pressoché un' esordiente  nel panorama poetico  ( questa è la sua seconda raccolta ; della silloge d'esordio ( " Silenzio, soglia d' acqua "  ho già parlato recentemente e la potrete trovare su questo blog ),  è una delle voci più mature della sua generazione : una poeta che conosce la propria tradizione senza esserne schiacciata, e che usa il corpo ( quasi un paradosso visto che è una psicoterapeuta, e si avverte  ) come unico strumento di conoscenza. La soglia tra vivi e morti che questo libro abita, non è una metafora : è la condizione reale del linguaggio quando questi viene spinto abbastanza in profondità da toccare l' osso. La poeta lo sa e ce lo fa sapere in ogni verso.






Non è successo niente di preciso
nessuna svolta
nessuna divina illuminazione
capace di tenere tutto insieme.
ho solo smesso
a un certo punto
di cercare il momento esatto
in cui si è aperta la frattura,
non serviva più.
una coppia di merli ha nidificato
nel giardino condominiale
non lo so spiegare
non è felicità
è che adesso quando cade qualcosa
non cade tutto e qualcosa resta vivo.


***


ecco le povere cose, gli esili resti.
nel disarmo i coltelli feriscono 
da ogni lato.
qui la colpa è uno scavo di rotule
nel fango, la spola
dei vivi tra gli opposti schieramenti.
quanto ai morti, indugiano
anche loro, da quando è slittata
la soglia non sanno più
dove cadere.


     ***



intercity notte 237


di stazione in stazione cercarti
in un volo radente l' orizzonte
pettinare i filari dei tigli e le case
folgorate dalla fuga dei lampioni.
non c'è niente che possa durare
poco oltre l' istante dilatato
se non restando, a occhi chiusi,
spalmata sui binari a pancia sotto
con il fiato premuto contro il freddo
della massicciata, sentire tutto.
ed è qui che ti muoio, ed è qui
che ogni volta ti tocco.


***


che mi attrae è la colla
del niente, nell' eterna spirale o
moto alterno a diffrazione 
del bianco. un alveare
di creature nate a morire.
qui per sempre vorrei danzare
con la pelle aderente
al vero, tesa
nella pienezza della resa.


***


la donna stambecco


la s' indovina di notte dal biancore
della schiena, quasi un' altra concrezione
calcarea o formazione lattescente.
ma trascorre oscuramente nella coltre che
s' allenta e cede quando inarca
la fionda dei tendini, ed è nuda la donna
stambecco, ora spicca non resta che la scia
dei cristalli di salgemma e come brilla
lassù in alto il precipizio.


***


non toccate chi dorme, svegliereste la quiete
dei morti - dice il ciglio che sgrana nel buio
a ogni piede oltre la soglia.
tra cruna dell' iride e scalpito di luce
sopravvive chi domanda il transito, scosta
le tende al pallore del volto, poi le richiude.


***


vajont


l' invaso ingravida la valle, singhiozza dalle crepe
non date da bere al monte marcio.
il versante dai piedi d' argilla
slitta. sappiamo ormai
le scosse, le strade palmo a palmo
sconnesse, le fondamenta fradicie . chiniamo
le schiene al tramonto sotto i larici
dove l' acqua che regge il monte gli erode
il fianco . mentre già ci trascina un vento denso
a svanire. e il monte non cessa di cadere.


***


li abbiamo pianti, ma tornano a noi
per varchi tremiti schiusi ai rami
dai bianchi guizzi del mandorlo
e nel silenzio quel soffio di vento
ultrasuono che dice non dice :
siamo la piena portanza dei corpi
la dissolvenza nella scia dei passi
non altrove, ma via dal vostro tempo
dentro il calco vivente del mondo.


***


non visti, i morti si allenano
alla trasparenza.  dei vivi
ricalcano le orme, coincidono
ombre e contorni. d' inverno
ravvivano il fuoco, trascinano
notti interminabili lungo i
corridoi. non sanno se verrà
il perdono, ma intanto
bagnano i fiori, per questo
resistono, anche senza di noi.


***


kanglé


c'è voluta intera la vita a divenire un uomo
appreso perdere il peso del corpo perdere i fili uno a
uno. del fantoccio ammucchiato all' angolo
rimane il sorriso sghembo, lo slargo
dell' occhio scucito dalla luce.
quanto tutto è reale adesso, che anche l' aria
potresti toccarla, e nulla più a lungo
trattenere. la frana dei sensi cede calore
alla terra. ne drena la linfa, non rimargina.


***


vai premendo nei passi l' agonia
di quegli arti incassati, ritorti
in monconi di ali contratte
nello sforzo di non tracimare.
ogni strada è un attrito di spine
quando i piedi non sanno posare
a terra. e ora che dentro più
non annaspi, levigo i sassi
nella bocca. appronto il pianto
dolce che ti accolga.






                                       Loriana  d' Ari  da    Dei vivi e dei morti



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