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venerdì 8 novembre 2019
JISEI ( Prefazione )
(…) Jisei si chiama in giapponese l'ultima poesia, quella composta
quando il mondo attorno comincia - silenziosamente - ad
allontanarsi e si resta soli con se stessi di fronte al passo più
difficile. Nessuna cultura, che io sappia, ha coltivato con tanta
passione e perseveranza come quella nipponica la tradizione
di questo gesto - breve e definitivo - che in pochi versi consegna
o ha l'ambizione di consegnare un'intera esistenza - un'anima -
a chi verrà. Per secoli, da che la scrittura ce ne ha lasciata
testimonianza fino a oggi, o almeno fino a qualche decennio fa,
prima che anche le scansioni del vivere e del morire si facessero
troppo sbrigative, i giapponesi - sul letto di morte - si sono fatti
passare il pennello o hanno dettato a un familiare,a un discepolo
o ad un amico, il pensiero estremo.
Chi avesse la pazienza di scorrere lo sterminato repertorio di
questi addii, negli scritti agiografici sulle vite dei monaci o nei
poemi epici, nei resoconti di viaggio o nelle raccolte di poeti, si
troverebbe di fronte a una vera e propria storia letteraria del
Giappone. (…)
Ornella Civardi da Jisei ( Poesie dell'addio )
JISEI ( Poesie dell'addio ) 1
Stagioni giapponesi
Inspirare, espirare
procedere, indietreggiare,
venire al mondo e morire
come due frecce librate
l'una verso l'altra
che a mezza via
s'incontrano nel vuoto,
anch'io faccio ritorno
al mio non luogo.
Gesshu Soko ( Primo mese del nono anno Genroku - 1696 )
L'immagine delle due frecce allude a un testo taoista del IV secolo a.C. in cui due maestri arcieri di incommensurabile bravura si sfidano all'ultimo sangue : " I due si incontrarono in aperta campagna e tirarono l'uno contro l'altro. Le loro frecce si incontravano a mezz'aria e cadevano al suolo senza neanche sollevare la polvere ".
Nello stesso modo, gli opposti si incontrano, diventando una cosa sola nel grande Vuoto che tutto contiene. Il riempirsi e il vuotarsi, l'inspirare e l'espirare che si verificano nel corpo, sono in armonica comunicazione con i corrispondenti movimenti del Cielo e della Terra. Anche vita e morte cessano di contrapporsi, egualmente trascese da questo maestro zen, che si prepara a seguire gli alterni cicli del cosmo.
***
Più del fiore
che il vento inebria
col suo fiato,
a malincuore rinuncio
a quel che mi resta
di primavera .
Asano Naganori ( Terzo mese del quattordicesimo anno Genroku - 1701 )
Asano Naganori, Signore di Ako, è il daimyo che ispirò uno storico gesto, entrato nella leggenda come il simbolo stesso dell'etica samurai. La vendetta dei quarantasette ronin, soggetto di un vasto repertorio di drammi teatrali, ha il suo antefatto nel 1701 nel castello di Edo, dove Asano,sentendosi offeso dall'atteggiamento sprezzante di un altro ufficiale, non può fare a meno di sguainare la spada e colpire chi ha offuscato il suo onore. Ma nel castello è rigorosamente proibito l'uso delle armi, così che Asano è costretto a punirsi con un seppuku il giorno stesso, mentre le sue terre vengono confiscate.
Il poeta Okano Kaneide, successivamente accostò il gesto eroico a un inatteso effluvio di fiori di susino nel torpore dell'inverno :
Una fragranza,
come di un susino solitario
nella distesa di neve.
***
Cambio di guardaroba:
è tempo che mi prepari al viaggio
per il paese ignoto.
Oyodo Michikaze ( Primo mese del quarto anno Hoei - 1707 )
In questo haiku, la nota stagionale è suggerita dal cambio di guardaroba ( koromogae ) con cui si ripongono gli abiti pesanti per far posto all'abbigliamento leggero dell'estate. Per comprendere fino in fondo lo stato d'animo del poeta, bisogna considerare che - fin dall'antichità - questo piccolo rito domestico è associato in Giappone a un senso di rimpianto per la stagione che si lascia. Nell'immaginario giapponese l'estate, che soprattutto nell'area di Kyoto porta un clima torrido e molto umido, non ha mai goduto del favore concesso invece alla primavera.
Lo esprime bene questo Tanka del X secolo :
Ah, dover lasciare
queste maniche intrise
del colore dei ciliegi!
Così penso m'è oggi
il cambio di guardaroba…
***
S'estingue
il vento freddo d'inverno
nello sciacquio del mare.
Ikenishi Gonsui ( Nono mese del settimo anno Kyobo - 1722 )
In questo haiku, il poeta raccoglie in un'immagine folgorante il senso della vita e della sua fine. Scolpiti sulla stele di pietra della sua tomba, i tre versi hanno esercitato un'inattesa influenza su diversi poeti moderni e contemporanei, tra cui Yamaguchi Seishi che vi si ispira per un pensiero sui kamikaze della seconda guerra mondiale .
Corre verso il mare
il vento freddo d' inverno,
né fa ritorno.
***
Rendo la terra
e l'acqua il fuoco l'aria
che mi sono stati prestati.
Chi non possiede niente
non ha rimpianto.
Myakawa Shoken ( Secondo mese dell'undicesimo anno - 1726 )
Questo jisei, che sa di taoismo, vuole forse distillare nei suoi brevi versi la lunga saggezza del suo autore : Shoken, morto alla veneranda età di novantacinque anni dopo una vita dedicata alla poesia, applica a se stesso la Legge del Mutamento, scoprendo con invidiabile imperturbabilità, di non essere mai stato se non una momentanea miscela di elementi, destinati a slegarsi presto per ricomporsi in nuove forme.
Jisei ( Poesie dell'addio )
giovedì 7 novembre 2019
JISEI ( Poesie dell'addio ) 2
Paesaggio giapponese
Questa vita
a che può somigliare?
A un lampo notturno,
al suo esangue bagliore
sulla campagna d'autunno.
Minamoto no Shitago ( Primo anno Eikan - 983 )
Il buddhismo, arrivato in Giappone nel VI secolo, attorno al 900 ha già inoculato irreversibilmente la propria dottrina e visione del mondo anche nei poeti, che ora tendono a interpretare la vita come un sogno, una fugace illusione sull'orlo dell'immensa voragine del Nulla. Di questa poesia, frutto del celebre talento di un Minamoto, l'unico forse in questa famiglia di guerriglieri a preferire la letteratura all'arte del combattimento, esistono più di dieci versioni di altrettanti autori, tutte intese a cogliere la figura più efficace dell'inanità del nostro passaggio su questa terra.
La forma originale, composta circa due secoli prima da Sami no Manzei, suona così:
Questa vita
a che assimilarla?
Forse a una barca
che salpa al primo albeggiare
e senza lasciar traccia
scompare.
***
Va e viene
l'uccello d'acqua:
non lascia traccia
e pure sa sempre
qual è la via.
Eihei Dohen ( Ottavo mese del quinto anno Kencho - 1253 )
L'autore del più compiuto testo di filosofia zen, ha lasciato questo Tanka di commiato ispirato a una frase di Sutra del Diamante ( " la mente deve operare senza soffermarsi mai su nulla ), e in aggiunta, com'era quasi d'obbligo per un maestro zen, una poesia in cinese secondo un modello diffuso nei monasteri :
Per cinquantaquattro anni
ho illuminato il cielo,
ora balzo fuori da questo corpo
e mando in pezzi l'universo intero.
Ah!
Senza più desiderio
che mi trasporti, scendo vivo
al paese dei morti.
***
Il nuovo cammino
che sto per cominciare
corre in ogni direzione
traversa monti e mari.
Ma se devo dire
quale ne sia la forma,
è un rullo di tamburo,
uno squillo di tromba.
Muso Soseki ( Nono mese del secondo anno Kanno - 1351 )
Il celebrato creatore di molti tra i più suggestivi giardini zen che si possono vedere ancor oggi in Giappone, fu un uomo dalla fisionomia delicata e aristocratica, dall' atteggiamento compito e formale: un monaco più di corte che di eremo, adatto a spianare strade e saldare rapporti diplomatici tra il potere politico e quello religioso. Oltre che architetto del verde fu calligrafo e poeta. Un'immagine analoga a quella dello yuige, di un cammino che si apre in ogni direzione, metafora, di un Io capace di trasfondersi nelle cose e trovare la Via in qualunque momento e luogo, è presente in uno dei più celebri Tanka di Muso :
Se non v'è luogo
di cui abbia fatto
il luogo del cuore,
ovunque tu vada,
là è la tua casa.
***
Quanto dolore
mi darebbe ora
lasciare la vita,
se non sapessi
che già non sono.
Ota Dokan ( Settimo mese del diciottesimo anno - 1487 )
Secondo la leggenda, il samurai Ota pronunciò questi versi mentre con uno sforzo estremo cercava di estrarre il pugnale che gli era stato conficcato nel petto. La scenografia è un notturno canonico, con la spiaggia di Sagami, la luna e le onde che lambiscono mestamente il guerriero sceso a bagnarsi dopo una notte di festeggiamenti. Valoroso e sfortunato, Ota fu fatto assassinare dallo stesso daymio presso cui prestava servizio, allarmato dal suo crescente potere. Ma più che per le gesta militari e il destino infelice, Ota è conosciuto come fondatore e architetto del castello di Edo, quel primo nucleo fortificato sulla sommità di un'altura prospiciente il fiume Sumida, da cui si sarebbe sviluppata Tokyo.
***
Nel momento
della fine comandata,
ogni fiore
di questo mondo sia fiore,
ogni uomo sia uomo.
Osokawa Gracia ( Settimo mese del quinto anno Keicho - 1600 )
La moglie di Osokawa Tadaoki, uno dei Signori della guerra che nel Giappone del XVI secolo facevano e disfacevano la geografia del potere, compose questi versi prima di essere uccisa, non si sa se per volere proprio o del marito, affinché non cadesse nelle mani del nemico. Era figlia di Akechi Mitshuide che aveva tradito e assassinato il suo Signore, Oda Nobunaga, fatto in seguito al quale il marito, fedele di Oda, la costrinse alla reclusione, prima in un eremo sui monti di Kyoto, poi nella villa di famiglia a Osaka. Lì, la donna si convertì al cristianesimo, sebbene fosse già stato emanato l'editto contro la nuova religione e ricevette in seguito il battesimo. Quando l'esercito nemico prese Osaka, un luogotenente del marito accettò di ucciderla per salvarne l'onore, a costo poi di fare a sua volta seppuku e trascinare con sé nella morte il resto della propria famiglia.
Jisei ( Poesie dell'addio )
mercoledì 6 novembre 2019
JISEI ( Poesie dell'addio ) 3
Arte giapponese
Che malinconia
se penso alla fine,
il mio corpo
sopra i prati in rigoglio
sfumare in nebbia sottile…
Ono no Komachi (Primo periodo Heìan - 900 circa )
Di Ono no Komachi, tradizionalmente annoverata fra i sei grandi della poesia Heìan, non si sa quasi nulla, ma i suoi versi così vivaci e appassionati bastano a restituirne un ritratto potente, che la letteratura, l'arte e la leggenda hanno tramandato nei secoli, creando un'icona di bellezza e di malinconia. Forse dama di corte, forse concubina di un imperatore, dopo una lunga teoria di innamorati respinti, sarebbe stata condannata a una vecchiaia di solitudine e stenti, tormentata dalla nostalgia per il trascorso splendore e dagli spettri degli infelici morti per averla troppo amata.
***
Come la luna
che si compone sull'acqua
nella conca delle mani,
questo mondo non sappiamo
se ci sia o non ci sia.
Ki no Tsurayuchi ( Quinto mese dell' VIII anno - 945 )
La metafora della luna riflessa nell'acqua percorrerà tutta la storia del buddhismo, e insieme quella della letteratura giapponese.
Un senso analogo possiede la luna nel secchio attorno a cui si sviluppa, tre secoli dopo, la poesia d'illuminazione della monaca zen Mugai Nyodai ( 1223 - 1298 )
In mille modi
ho rappezzato il mio secchio,
ma il fondo ha ceduto,
l'acqua n'è uscita,
la luna è sparita.
***
Il mio desiderio,
morire a primavera
sotto i fiori di ciliegio
quand'è piena la luna
del secondo mese.
Saigyo ( Secondo mese del sesto anno Bunji- 1190 )
Se una simile morte sotto i ciliegi, in apparenza poco consona a un monaco, sottende in realtà un'intima accettazione del Nulla che serenamente ci dissolverà, facendoci parte dell'armonia del cosmo, la traduzione in termini filosofici di questa poesia si può leggere in un altro Tanka di Saigyo, intitolata appunto Mujo ( Impermanenza ).
Quietamente
morire e senza angoscia:
comprendilo
e il tuo cuore infine
accondiscenderà.
In ogni modo, il desiderio del monaco fu esaudito : egli morì proprio durante i plenilunio di Marzo, il secondo mese per l'antico calendario lunare.
***
Nel limpido silenzio
di questo plenilunio,
vibra l'arpa
del vento tra i pini.
Ma se l'io non esiste
né sono le cose,
chi sente il suono?
Zoso Royo ( Sesto mese del terzo anno Kenji - 1276 )
La poesia che lascia Zoso, priore del Jufukuji di Kamakura, è un perfetto Koan, in cui la condizione della morte - illuminazione balena, ineluttabilmente impermeabile al ragionamento, da quella cruciale domanda del verso finale.
***
Si viene al mondo
e nulla v'è prima,
lo si lascia
e nulla v'è dopo.
In ogni dove
s'affaccia il leone,
in ogni dove
il suo ruggito.
Mugaku Sogen ( Nono mese del nono anno Koan - 1286 )
Mugaku è uno dei tanti monaci che lasciano la Cina per sfuggire all' invasione mongola. Si racconta che - minacciato dalla spada di un mongolo - senza tradire il minimo turbamento, si sia rivolto al nemico e abbia pronunciato ad alta voce quello che è passato alla storia come il Rinjinge ( Poesia della lama incombente )
Di questo vasto universo
per me non è rimasto una zolla,
ma per fortuna ho compreso che l'uomo,
la stessa dottrina del Buddha son Nulla.
Quando, come un lampo di luce
calerai con quell'enorme spadone,
tutto ciò che fenderai sarà l'aria
tiepida della prima stagione.
Jisei ( Poesie dell' addio )
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