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mercoledì 27 gennaio 2021

LA FELICITA' E' UN CIELO


 


Caspar David Friedrich -Donna alla finestra, 1822




APRILE

Prova anche tu,
una volta che ti senti solo,
o infelice o triste,
a guardare fuori dalla soffitta
quando il tempo è così bello.
Bon le case o i tetti, ma il cielo.
Finché potrai guardare
il cielo senza timori,
sarai sicuro
di essere puro dentro
e tornerai
ad essere felice.



Anna Frank    da     Diario


domenica 12 luglio 2020

DIARIOS DI PIZARNIK 1




" Pellegrina di me stessa, andai verso colei che dorme in un paese al vento"  ( A. P. )



3 Novembre 1957

(...)  Una rivoluzione per placare la mia ferita, un terremoto per
        sostituire la sua essenza, il suicidio del sole per il mio fervore
        fisico, la follia della notte per la mia sete segreta, la fine del
         mondo per soddisfare la mia prediletta angoscia .  (...)



                           Alejandra  Pizarnik   da   Diarios



DIARIOS DI PIZARNIK 2




22 Novembre 1957

(...)  Fede soltanto in te stessa, Alejandra. Fede in te sola.
        Impossibile la piena comunicazione umana. Gli altri ci
        accettano sempre mutilati, mai con la totalità dei nostri vizi,
        delle nostre virtù. O ci detestano per qualche aspetto che li
        mortifica, o ci accettano per qualcosa che è l'angelo della
        nostra carne. Spesso accadono giorni in cui è possibile
        comunicare, altri in cui tutto si annienta. Questi sono i giorni
        in cui qualcosa di umano ci è necessario. Sicuramente ci
        respingono per questo volto da mendicanti repellenti che 
        propinano angoscia e solitudine. E' possibile vivere soltanto
        se nella casa del cuore arde un buon fuoco.  (...)




                          Alejandra  Pizarnik   da   Diarios



DIARIOS DI PIZARNIK 3




16 Dicembre 1957

(...) E' come se il mio sangue fosse amputato. Alzarsi di notte con il
      pugnale in mano a devastare il paese dei sogni. Di quei sogni
      divorziati dalla realtà. Grande vergogna non solo di essere, ma
      di essere semplicemente. Vergogna di vivere o di morire. Mi
      vergognerò anche quando sarò morta. Sarà - la mia - una
      grande morte inibita. Possibilità di vivere? Questa.
      Un foglio bianco e perdersi nella carta, uscire da me stessa e
      viaggiare su un foglio bianco.  (...)




                           Alejandra  Pizarnik   da    Diarios



DIARIOS DI PIZARNIK 4



2 Febbraio 1958

(...) Solitudine e silenzio. Ho pensato alla felicità di dedicarmi
      interamente alla letteratura, senza altra cura che scrivere e
      studiare. Bisogna recuperare il tempo perduto. So che questa
      felicità mi è accanto,ma non dipende dalla mia volontà, perchè
      non sarebbe più felicità  - allora - ma lavoro.
      Devo credere con tutto il mio essere, credere ossessivamente,
      lucidamente. Ma soprattutto, continuare a sostenermi nel
     difficile compito di non pensare all' " amore impossibile",causa
     di tutti i miei mali.  (...)




                              Alejandra  Pizarnik   da    Diarios



DIARIOS DI PIZARNIK 5




14 febbraio 1958

(...) Mi è facile essere serena e obiettiva con gli esseri che non mi
     interessano veramente,di cui non aspiro all'amicizia, all'amore.
     Sono cauta, calma, padrona di me.
     Ma con i pochissimi esseri che mi interessano... c'è l'assurda
     domanda, la convulsione, il grido, il sangue che ulula.
  Da qui deriva la mia assoluta impossibilità di sostenere l'amicizia
  con qualcuno attraverso una comunicazione profonda, risolta.
  Mi dò così tanto, mi stanco, mi trascino, mi sfinisco, finchè non 
  vedo l'ora di " liberarmi" di quella prigione tanto amata.
  E se non interviene la mia stanchezza,agisce la volontà dell'altro,
  fiaccato da tanto presunto genio, che finisce per cercare una
  persona come sono io con chi non mi interessa.  (...)



                     Alejandra  Pizarnik   da    Diarios



     

DIARIOS DI PIZARNIK 6




21 Aprile 1958

(...) Violento egoismo. La mia suscettibilità al minimo abbandono 
       delle persone nei miei riguardi, diventa così grande che mi
      tramuto in un morto.Tutte le prove di amicizia, di congiunzione
      hanno un esito così debole rispetto alle mie attese, che non 
      posso fare altro che entrare in un silenzio vestito di dignità,
      pulsante di delusione. Non posso accettare una realtà diversa
      da quella dell'arte. Questo mondo è orribile. Ma credo che la
      misura di ognuno sia nell'uso che fa della propria solitudine e
      angoscia. Più che "  coraggio ", direi " innocenza". (...)




                                Alejandra  Pizarnik   da   Diarios



DIARIOS DI PIZARNIK 7





26 Aprile 1958

(...) L' angoscia arriva. Non c'è altro che lasciare spazio al suo
       coltello, che affondi sempre di più; che una mano invisibile mi
       sottragga il respiro. Nessuna difesa è lecita. Tutto perde il suo
       nome, tutto si veste di paura.
       Anche pensare alla poesia come possibile salvezza, è falso,
       nevrotico.   (...)



                    Alejandra  Pizarnik    da    Diarios




DIARIOS DI PIZARNIK 8





16 Maggio 1964

(...) Ho paura del mio mostruoso pensiero su me stessa , della mia
      compiacenza e allo stesso tempo della mia estrema durezza.
      Voglio stare calma.
      E scrivere di questo tremare.
      La mia sete di realtà, a causa del mio confine forzato alla
      letteratura - qualcosa di prigioniero che si annuncia solo per
      la brama sessuale. (...)




                           Alejandra  Pizarnik    da    Diarios




DIARIOS DI PIZARNIK 9



Novembre 1971

(...) Scrivere è dare senso alla sofferenza.
      Ho sofferto così tanto che sono stata espulsa dall'altro mondo.
      Scrivere è dare qualche senso al nostro dolore. (...)




                                Alejandra  Pizarnik   da   Diarios




lunedì 20 gennaio 2020

IL DIARIO DI VALENTINO

 
 


                                                 … altrimenti Caronte non mi traghetta…


Giovedì 6 Gennaio

Neanche inizia l'anno
e già bisogna mettere
mano ai denti.
Pazienza se hanno perso smalto
o sono opachi alla vista
nell'avvicinarsi al bacio;
riaggiustiamo i guasti
dico al dentista.
Comunque dovrebbe servire
a trattenere la moneta,
altrimenti Caronte
non mi traghetta.


                                            ***

Giovedì 20 Gennaio

Anche nelle esistenze
meglio riuscite,il
tempo individua
un supremo difetto.


                                        ***

Martedì 25 Gennaio

Fatte due otturazioni;
una all'inciso superiore,
l'altra a un molare;
vi aggiungo la
pulizia dei denti
che rende la bocca attraente
per tutti i generi di baci.
Propongo il menù all'ex
che non sopporta gli spiritosi.


                                           ***

Giovedì 27 Gennaio

Il mio più grande senso di colpa affiora durante le latitanze quotidiane della pratica della poesia. E' nei giorni in cui evado l'esercitazione giornaliera sui testi, è allora che la paura di perdere concentrazione e ritmo si fa sentire. Da me è ospite il giovane poeta Garcia: noto con disappunto la sua mancanza di concentrazione, il saltabeccare da un libro all'altro, leggiucchiando un po' qua e un po' là. E questo a causa dell'alcol.


                                               ***

Giovedì 10 Febbraio

Preparo la salsa di pomodoro ma prima faccio il battuto di pancetta affumicata. Piango e penso che sarei stato un ottimo attore melodrammatico, sensibile alla cipolla.


                                            ***

Martedì 11 Aprile

Stanotte vado a letto senza cenare. Digiuno dietetico, precauzione igienica, purificazione? . Definizioni insensate per un gesto casuale. La verità è che non ho niente da mettere sotto i denti.


                                           ***

Lunedì 5 Giugno

A proposito della poetessa Antonella Anedda; una saprofita letteraria che si nutre dei Russi, i più sventurati scrittori e poeti di questo secolo.Ma una poesia fatta - di onesto dolore -può bastare ?


                                          ***

Sabato 1 Luglio

Ho scelto gli amici per non avere dei congiunti, ma perché li concepisco simili a soggetti di una comunità di persone libere. Affinché rispettino la libertà di vederci quando ci pare e piace. E alle donne applico il medesimo criterio. Ma se un amico pretende speciali diritti di prelievo della mia persona, io non ci sto.
Preferisco la solitudine.


                                            ***

Giovedì 21 Settembre

A differenza di molti miei colleghi poeti, ho sempre coltivato un'ambizione letteraria leggera, dilettantesca. Mentre per i sopracitati si trattava di ambizione pesante, paranoica. E a distanza di vent'anni nulla è cambiato: ogni minimo segnale di disistima delle loro opere si tramuta in visibile sofferenza nei loro autori. Mi pongo la seguente domanda : posso io, dopo sette o otto libri pubblicati considerarmi ancora un dilettante? Un disinteressato attore che interpreta il ruolo di autore in questa commedia della letteratura ?




                        Valentino  Zeichen   da       Diario 2000

mercoledì 1 gennaio 2020

IL DIARIO PERDUTO DI FRIDA ( Presentazione )



Un piccolo altare con mazzi di fiori gialli di tagete, pani zuccherati, fotografie piene di nostalgia, incensi dalle fragranze mistiche, candele e pietanze prelibate. Nell'esotica Casa Azul di Calle de Londres, a Coyacàn, tutto è pronto per ricevere il misterioso Messaggero che, ogni anno il 2 di Novembre - puntuale - viene a far visita a Frida Kahlo. Ma la pittrice ha deciso: questa sarà l'ultima volta, l'ultimo incontro con colui che, in cambio di quelle elaborate pietanze, da tropo tempo rimanda l'appuntamento di lei con la Morte. Perché l'artista prodigiosa - donna fragile eppure indomita , rivoluzionaria, amica e amante di personaggi straordinari come André Breton, Tina Modotti, Lev Trotsky - era destinata a morire a diciotto anni, nel drammatico incidente che - invece - in virtù di un patto fin qui scrupolosamente onorato, la restituì alla vita e all'arte. Solo per inchiodarla - con la schiena a pezzi e le ossa rotte - al letto in cui trascorrerà anni interi a dipingere autoritratti e a osservare la propria immagine riflessa nello specchio sopra il baldacchino.
Frida, la donna minuta, appassionata e sofferente che amava la vita e si augurava di uscirne " gioiosa e di non tornare mai più ", rivive in questi scritti colorati, sensuali e sorprendenti come i suoi quadri.



                                               ( f. )


    

IL DIARIO PERDUTO DI FRIDA 4


continuazione..


(…) " La vita mi ha stroncato" dice . " Ogni volta che tento di
       rimediare a un errore, un altro macigno mi sbarra il cammino.
       In questo modo non è vivere, è morire. "
     " Se ricordo bene ", dice la Madrina, " la felicità non faceva
       parte dell'accordo".
      " Ma avresti dovuto dirmi che una vita senza vita è inutile come
         un utero asciutto. Cosa che - fra l'altro - non mi hai fatto
         mancare ", ribatte Frida.
         La donna con il velo le fa una carezza sul volto sporco e
         sofferente.
       " Hai ancora molto tempo, Frida: guarda questa candela, è la
          tua vita. La sua fiamma illuminerà ancora molte notti ".
          Lei sposta gli occhi su una fiamma vigorosa e chiede : " Ma
          cosa devo fare?".
        " Ti sei allontanata dal tuo destino, dai legami che ti tengono
           viva.La catena spezzata porterà solo altre disgrazie. Accetta
          la tua condizione, perché ti aspetta un mondo luminoso", le
          rivela l'imperatrice dei morti.
        " Quale mondo ? E dove ?
        " Tu lo sai ".
           Il cigolìo della porta della cella la sveglia.Due giorni dopo,
           Frida e Cristina sono libere.La polizia non ha trovato prove 
           a loro carico, e un'identica sorte bacia Diego Rivera, che
           viene invitato a rientrare in Messico. (…)



         Alexandra  Scheiman   da     Il diario perduto di Frida


        

IL DIARIO PERDUTO DI FRIDA 6



(… ) Frida ha uno strano rapporto con i suoi allievi. Non crede di
        essere una buona insegnante, eppure ha il dono di saper
       conquistare le persone. Basta che apra bocca, e si fa silenzio.
       E quanto parla! Monologhi infiniti che sanno di allegria e
       passione per la vita. Il fatto è che con Diego sta bene. Si sente
       tranquilla, sicura, ed è lui che l'aiuta a dimenticare - almeno a
       momenti - la malinconia e le pene. E' come se fosse nata una
       seconda volta: ha capito che è inutile cercare di avere ragione
       del mondo. Ha accettato la sua realtà imperfetta, e ne respira
       a fondo ogni attimo.
     " Lei è stata nel paese del gringos, ci racconta com'è ?" chiede
       una ragazza.
     " Sono tutti farabutti, ma diversamente da quel che succede qui,
    con loro si può discutere senza temere una pugnalata alle spalle.
    Comunque i gringos sono degli ipocriti. Very decent, very proper
    … così si dice. Invece sono dei ladri e dei figli di puttana.
     Risolvono tutto con un cocktail, dalla vendita di un quadro a
     una dichiarazione di guerra."
   " Per questo è tornata in Messico ?".
   " No, io sono qui perché c'è Diego " dice Frida con un sorriso. E,
      naturalmente, per le  quesadillas che vendono di fianco alla
     chiesa."
     Pensa a sé come a una specie di sorella maggiore e riversa, su
     quel gruppo di ragazzi provenienti dai quartieri poveri, tutto l'
     amore materno che non ha potuto dare a un figlio. L' ha messo
     in chiaro il primo giorno che si è presentata in classe, il fiore
     più colorato di quel nuovo giardino : non ha nulla da insegnare
     perché sta ancora imparando. Li ha avvertiti che dipingere è
     un'esperienza grandiosa, ma impegnativa, che richiede tecnica e
     disciplina. E ha anche detto loro che se vogliono trovare la
     pittura, prima devono trovarsi il cuore. Poi, senza perdere altro
     tempo, li ha spediti nel mondo come una chioccia incoraggia i
     suoi pulcini a volare. Ha distribuito i pennelli e li ha invitati a
     cercare l'ispirazione fuori da lì, nella vita.  (…)



        Alexandra  Scheiman   da    Il diario perduto di  Frida  Kahlo



domenica 10 novembre 2019

IL MESTIERE DI VIVERE ( Diario di Pavese ) 1

 
 

" Una donna che non sia una stupida, presto o tardi incontra un rottame umano e prova a salvarlo. Qualche volta ci riesce. Ma una donna che non sia una stupida, presto o tardi trova un uomo sano e lo riduce un rottame. Ci riesce sempre " . ( C. Pavese )


30 Maggio 1938

(…) L'unico modo per conservarti una donna - se ci tieni - è
       metterla in una situazione tale che il mondo, il rispetto umano,
       l'interesse ecc, le impediscano di andarsene. Chi cerca di
       conservarla per pura forza di dedizione e di sincerità è un
       ingenuo. Avere la legittimità dalla propria: è il modo con cui
       si stabilizzano le rivoluzioni e si tengono le donne. Liberarsi
      da ogni nobile gusto e accettare di essere a " righteous citizen",
      un grasso borghese. Guarda come si sono messi a posto
      principescamente le tue conoscenze. Chiavar bene e mangiar
      meglio piace a tutti. Ed è gente che si stupirebbe moltissimo se
      tu mettessi in dubbio che si sacrifica per gli ideali. La vita
      pratica è astuzia, nient'altro.
      Tutto si riduce alla sacramentale astuzia della fidanzata che
      non deve " dargliela" al moroso, altrimenti lui la pianta. (…)


                                                   ***

17 Giugno  1938

(…)  L' effetto del dolore ( disgrazie, sofferenze, quando siano
        mentali ) è di creare un filo spinato nella mente e costringere
        i pensieri a evitare certe aree, per sfuggire alle angosce che 
        vi regnano. In questo senso, soffrire limita l'efficienza
        spirituale. Ché, finito il dolore, la propria potenza si trovi
        accresciuta non è poi tanto vero, anzitutto poiché un certo
        indolenzimento nell'area resta sempre, e una tendenza ad
        evitare il malo passo, e poi perché , se durante la pena non si
        è acquistato nulla, non si vede come si possa acquistare dopo,
       nella normalità.Il fatto è questo:che si è acquistata esperienza,
          la cosa cioè più astratta e vana. Quanto alla tempra, la si è
       solo indebolita. Nessun carattere ha - dopo un dolore - la
       tempra che aveva prima. Come nessun corpo dopo una ferita
       ha la salute di prima, se non un indurimento esacerbato: il
       famoso strato corneo. Tutti questi grandi spiritualisti parlano
       in fondo di risultati materiali: nozioni su se stesso, sulla vita,
       massime che ci si dà, ecc. L'efficienza, la tempra, la " portata
       del ponte " ognuno vede chiaramente che col dolore subisce
       soltanto una limitazione d'attività, e quando torna ad avere
       campo libero non ha nemmeno il vantaggio di essersi
       rinvigorita con un riposo, dato che soffrire travaglia e lima
       anche se non lascia libero gioco.  (…)


                                                ***

17 Settembre 1938

(…) Un cristiano direbbe che, credendo di trovare il piacere, si
       scoprono invece le proprie tare. Che l'ufficio provvidenziale
       del piacere è di far dimenticare all'uomo le cautele e,
       sbattendolo così contro le pareti della sua cella, insegnargli
       l'umiltà. Solo cercando avidamente il piacere si capisce che
       cos'è il dolore.
       Le prove dell'esistenza di Dio non sono propriamente nell'
       armonia dell'universo, nell'equilibrio miracoloso del tutto, nei
       bei colori dei fiori, ecc. ma nella disarmonia dell'uomo in
       mezzo alle cose : nella sua capacità di soffrire. Perché non
       c'è ragione che l'uomo soffra in questo mondo, se non esiste la
       responsabilità morale, cioè la capacità - il dovere - di dare
       alla propria sofferenza un significato.  (…)



            Cesare  Pavese   da    Il mestiere di vivere 1935 - 1950


IL MESTIERE DI VIVERE ( Diario di Pavese ) 2


29 Settembre 1938

(…) Dovrò smettere di vantarmi incapace dei sentimenti comuni
      ( piacere della festa, gioia della folla, affetti familiari…).
      Incapace sono invece di sentimenti eccezionali ( la solitudine e
      il dominio ), e se non riesco bene in quelli comuni, è perché una
      ingenua pretesa a quegli altri mi ha corroso il sistema dei
      riflessi che avevo normalissimo.In genere ci si accontenta di
      essere incapaci di quelli comuni, e si crede che ciò voglia dire
   " essere capaci degli altri ".Si può analogamente essere incapace
      di scrivere una sciocchezza e incapace di scrivere una cosa
   geniale.L'una incapacità non postula l'altra capacità,e viceversa.
    Si odia ciò che si teme, ciò quindi che si può essere, che si sente
    di essere un poco. Si odia se stessi. Le qualità più interessanti e
    fertili di ciascuno, sono quelle che ciascuno più odia in sé e negli
    altri. Perché nell'odio c'è tutto: amore, invidia, ignoranza,
    mistero e ansia di conoscere e possedere. L'odio fa soffrire.
    Vincere l'odio è fare un passo nella conoscenza e padronanza di
    sé, è giustificarsi e quindi cessare di soffrire. (…)


                                          ***

15 Ottobre 1938

(…) L'accettazione della sofferenza ( Dostojevski ) è in sostanza un
       modo di non soffrire. Dunque, chi si sacrifica non lo fa per
       lenire la sofferenza di un altro? Che torna come dire: soffra
       pure io, purchè non soffrano gli altri, tutto è bene. E se
       ciascuno si occupasse di non soffrire lui, non sarebbe più
       spiccia ? Ma - appunto - la trovata dostoievskiana è che si
       cessa di soffrire soltanto accettando. E pare che si possa
       accettare la sofferenza soltanto sacrificandosi. In queste cose
       il torto è fare il passo più lungo della gamba. Si accetta di
       soffrire ( rassegnazione ) e poi ci si accorge che si è sofferto e
       basta. Che la sofferenza non è servita  a noi e gli altri se ne
       infischiano. E allora si digrignano i denti e si diventa
       misantropi.
       Voilà.
       La cosa più atroce è sempre il " passare per fessi". Cioè veder
       negata ( vanificata ) la propria sofferenza.  (…)


                                                  ***

(…) La vecchiaia - o maturità - scende anche sul mondo esterno.
       La rigida e trasparente notte invernale che staglia le case nel
       cielo che attende la neve, un tempo toccava il cuore e apriva
       un mondo d'ansia eroica.
       Non è più necessario - col tempo - muoversi nel mondo esterno
       vivendoci l'ansia: basta il suo rapido accenno, sapere che
       esiste ed esiste in noi, e attendere un mondo tutto fatto di vita
       interiore che ha preso ormai la novità e la fecondità della
       natura. La maturità è anche questo: non più cercare fuori, ma
       lasciare che parli -col suo ritmo che solo conta - la vita intima.
       E' ormai povero e materiale il mondo esterno davanti alla
       inaspettata e profonda maturità dei ricordi. Persino il sangue
       e il corpo nostri si sono maturati e intrisi di spiritualità, di
       largo ritmo.
       La giovinezza è non possedere il proprio corpo né il mondo.(..)



                     Cesare  Pavese  da     Il mestiere di vivere 1935 - 1950


IL MESTIERE DI VIVERE ( Diario di Pavese ) 3


16 Agosto 1950

(…) Cara, tu forse sei davvero la migliore - quella vera. Ma non ho
       più il tempo di dirtelo,di fartelo sapere - e poi,se anche potessi,
       resta la prova, la prova, il fallimento.
       Vedo oggi chiaramente che dai 28 a oggi ho sempre vissuto
    sotto quest'ombra - qualcuno direbbe un complesso.E dica pure: 
    è qualcosa di molto più semplice. Anche tu sei " la primavera ",
    un'elegante, incredibilmente dolce e flessibile primavera, dolce,
    fresca, sfuggente - corrotta e buona - " un fiore della dolcissima
     valle del Po ", direbbe chi so io.
    Eppure,anche tu sei soltanto un pretesto.La colpa, dopo che mia,
    è soltanto dell' " inquieta angosciosa  che sorride da sola ".

    Perché morire ? Non sono mai stato tanto vivo come ora, mai
    così " adolescente ".

    Nulla si assomma al resto, al passato. Ricominciamo sempre.

    Chiodo scaccia chiodo. Ma quattro chiodi fanno una croce.

    La mia parte pubblica l'ho fatta - ciò che potevo. Ho lavorato,ho
    dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti.  (…)



                Cesare  Pavese    da     Il mestiere di vivere  1935 - 1950


IL MESTIERE DI VIVERE ( Diario di Pavese ) 4


17 Agosto 1950

(…) I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo.

     E' la prima volta che faccio il consuntivo di un anno non ancora
     finito. Nel mio mestiere dunque sono re.
     In dieci anni ho fatto tutto. Se penso alle esitazioni di allora.
     Nella mia vita sono più disperato e perduto di allora. Che cosa
     ho messo insieme? Niente. Ho ignorato per qualche anno le mie
     tare, ho vissuto come se non esistessero. Sono stato stoico. Era
     eroismo? No, non ho fatto fatica. E poi, al primo assalto dell'
    " inquieta angosciosa " sono ricaduto nelle sabbie mobili. Da
      Marzo mi ci dibatto.Non importano i nomi. Sono altro che nomi
      di fortuna, nomi casuali - se non quelli, altri? Resta che ora so
      qual è il mio più alto trionfo -e a questo trionfo manca la carne,
      manca il sangue, manca la vita.
      Non ho più nulla da desiderare su questa terra, tranne quella
      cosa che quindici anni di fallimenti ormai escludono.
     Questo il consuntivo dell'anno non finito, che non finirò.

    Ti stupisci che gli altri ti passino accanto e non sappiano,quando
     tu passi accanto a tanti e non sai, non ti interessa qual è la loro
     pena, il loro cancro segreto? (…)

   
     18  Agosto 1950

   (…) La cosa più segretamente temuta accade sempre.
          Scrivo : o Tu, abbi pietà. E poi?

          Basta un po' di coraggio.

          Più il dolore è determinato e preciso, più l'istinto della vita
          si dibatte, e cade l'idea del suicidio.

          Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette l'hanno fatto.
          Ci vuole umiltà, non orgoglio.

          Tutto questo fa schifo.
          Non parole. Un gesto. Non scriverò più.  (…)



             Cesare  Pavese   da    Il mestiere di vivere  1935 - 1950




giovedì 24 ottobre 2019

L' ALBATRO ( Diario di Tomasi di Lampedusa ) 1

 
 

                                                               Scena del ballo da   " Il Gattopardo "


Clinica Villa Angela
Lungotevere delle Armi, 21, Roma
13 Giugno 1957

(…) E' quasi l'alba. La vedo prolungarsi dai tetti della città,
       distendere le braccia verso di me. Scorgo gomiti di fiume che
       svaporano al caldo, sbrecchi di cielo.
       E' un'estate torrida, che sembra non avere fine.
       O - forse - sarò io a non vederla tutta.
       Sono arrivato qui alla fine di maggio su interessamento del
       medico curante. Non ero mai stato tanto male. Quando ha
       esaminato le lastre, è rimasto silenzioso. Poi ha detto :
      " Principe, vi dovete curare ". E per un siciliano pare che non
      ci sia miglior cura che venire a Roma.Il primo giugno mi hanno
       ricoverato nella clinica di via Trasone, 61. Poi mi hanno
       trasferito qui, a Villa Angela, sul Lungotevere delle Armi.
       E' un edificio in stile liberty che fa parte di un quartiere di
       villini del primo Novecento. Eretti, smilzi, rapiscono di tanto
       in tanto lo sguardo. E' un luogo di ricordi. In questo quartiere
       si tenne l'esposizione universale per celebrare i cinquant' anni
       dell'unificazione d' Italia. Poco distante si accampò nel 1906
       Buffalo Bill con il suo circo che ad Antonno non sarebbe
       piaciuto. Avrebbe pianto per Toro Seduto e per Alce Nero.
       D' altra parte,ha sempre preferito i perseguitati ai persecutori.
       E i nostalgici agli spavaldi.
       Nella sua apparente inconsapevolezza, è sempre stato il più
       cosciente di tutti.
       Chissà cosa avrebbe pensato - adesso - vedendomi a letto, con
       la flebo che ticchetta lenta, che scandisce il tempo. Segna l'
       orario meglio della solita cipolla che continua a pendermi
       sullo stomaco, e che aggancio persino al pigiama.
       Sono certo che non mi avrebbe detto che sono malato,ma sano.
       E che questo ricovero non è una degenza, ma una villeggiatura
       Forse avrebbe anche scambiato le pantofole per scarpe da
       passeggio e la cobaltoterapia per un bagno di sole.
       Persino per le mie preoccupazioni letterarie non si sarebbe
       dato pensiero. Non avrebbe aspettato con ansia il responso
       delle case editrici.
       Dell'attesa avrebbe fatto un tempo di stabilità e non di
       passaggio. Ricordo che mi diceva sempre : " Non si scrive per
       vivere, principuzzu. Ma per imparare a morire".  (…)



                        Simona Lo Iacono   da   L' albatro

L'ALBATRO ( Diario di Tomasi di Lamedusa ) 2



Clinica Villa Angela
Lungotevere delle Armi, 21,Roma
14 Giugno 1957

(…) La mattina qui in clinica inizia presto. Prima i turni per
       misurare la temperatura. Poi una colazione frugale: tè, fette
       tostate, un cucchiaino di marmellata. Segue la toeletta, che
      cerco di curare pur nell'esiguità del bagno.Mi rado lentamente,
      sciaquetto la lama esaminandola a fondo. Sì, sono sbarbato a
      dovere, la colonia attecchirà facilmente sui baffi, sulle guance
      che si sono incavate.
     L'alba è sempre troppo carica della notte.Da ieri non faccio che
     sognare confusamente Antonno,credo si stia preparando a dirmi
     qualcosa. Ricordo che non chiamava mai i sogni col loro nome.
     Di essi, diceva che erano realtà. Semmai, era alla realtà che
     dava il  nome di sogno.Non ne parlo con nessuno,men che meno
     con mia moglie Licy, che è una psicologa attentissima, allieva
     di Freud. Sono certo che non le sfuggirebbe il vero significato
     della mia attività onirica. Vi leggerebbe la mia preoccupazione,
     forse la mia malinconia.
     Nel sonno l'anima si acquatta, bisbiglia prima di andare a
    dormire. Ma nei sogni si rivela.
    Per questo mi ha regalato una vestaglia rossa, che dovrebbe
    tenere alto l'umore e combattere con il colore del sangue la
   malaventura.La tristezza si fiacca così, mi dice con finta allegria.
   Con i colori aggressivi e con la scrittura.
   L'altro ieri se n'è venuta con un quaderno di pelle blu e una
   penna stilografica dall'inchiostro forte.
 " Scrivi", mi ha detto. " Il romanzo? ", ho risposto riferendomi ad
   alcuni capitoli del " Gattopardo", che vorrei rivedere e poi
   aggiungere al corpo principale del testo.
  " No", ha ribattuto risoluta. " Scrivi del tuo tempo felice ".
   Così ho aperto la prima pagina. Ho subito pensato ad Antonno.
   Ho buttato giù : " Il nostro primo incontro non è stato
   memorabile…". Poi ho confidato a Licy : " Ho iniziato un
   racconto sulla mia infanzia, una stagione della vita talmente
   prossima all'infinito da somigliare alla morte".
  " Sehr gut ", molto bene ha detto in tedesco, la lingua che usiamo
   per mascherare la paura.
  " Vasami", baciami, ho risposto in siciliano, la lingua che 
   scegliamo per parlare d'amore.
   E' arrossita, ha spinto indietro i capelli, una mossa che le serve a
   dissimulare la commozione. Poi mi ha baciato. Per reagire al
   dolore ha borbottato :" Smettila di chiamarmi Licy". In effetti, il
   nome completo di mia moglie è Alexandra, ed è una cugina
   acquisita. Sua madre, Alice Wolf, nel 1920 ha sposato in seconde
   nozze il fratello di mio padre,lo zio Pietro Tomasi della Torretta,
    che in quel periodo era diplomatico a Londra.  (…)


              Simona Lo Iacono    da     L'albatro


                                                                        ( continua )