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lunedì 27 gennaio 2025

PER NON DIMENTICARE, OGGI

 


                              Dal Film  La Tregua  del 1997 diretto da Francesco Rosi




" La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 Gennaio 1945 : erano quattro giovani soldati a cavallo che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati...A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi ( la strada era più alta del campo ) sui loro enormi cavalli, fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento... "


                                           

                                                    ***


"  Come se un argine fosse franato, proprio in quell' ora in cui ogni minaccia sembrava venir meno, in cui la speranza di un ritorno alla vita cessava di essere pazzesca, ero sopraffatto da un dolore nuovo e più vasto, prima sepolto e relegato ai margini della coscienza da altri più urgenti dolori : il dolore dell' esilio, della casa lontana, della solitudine, degli amici perduti... "



                          Primo Levi      da       La Tregua



martedì 12 maggio 2020

L'ORA INCERTA DI PRIMO




                                                 E che non starei al mondo senza di te...


11 Febbraio 1946

Cercavo te  nelle stelle
quando le interrogavo bambino.
Ho chiesto te alle montagne,
ma non mi diedero che poche volte
solitudine e breve pace.
Perché mancavi, nelle lunghe sere
meditai la bestemmia insensata
che il mondo era uno sbaglio di Dio,
io uno sbaglio del mondo.
E quando, davanti alla morte,
ho gridato di no da ogni fibra,
che non avevo ancora finito,
che troppo ancora dovevo fare,
era perché mi stavi davanti,
tu con me accanto, come oggi avviene,
un uomo una donna sotto il sole.
Sono tornato perché c'eri tu.


                                           ***

ATTESA

Questo è tempo di lampi senza tuono,
questo è tempo di voci non intese,
di sonni inquieti e di vigilie vane.
Compagna, non dimenticare i giorni
dei lunghi facili silenzi,
delle notturne amiche strade,
delle meditazioni serene,
prima che cadano le foglie,
prima che il cielo si richiuda,
prima che nuovamente ci desti,
noto, davanti alle nostre porte,
il percuotere di passi ferrati.


                                              ***

LE STELLE NERE

Nessuno canti più d'amore o di guerra.

L'ordine donde il cosmo traeva nome è sciolto;
le legioni celesti sono un groviglio di mostri,
l'universo ci assedia cieco, violento e strano.
Il sereno è cosparso di orribili soli morti,
sedimenti densissimi  d'atomi stritolati.
Da loro non emana che disperata gravezza,
non energia, non messaggi, non particelle, non luce;
la luce stessa ricade, rotta dal proprio peso,
e tutti noi seme umano viviamo e moriamo per nulla
e i cieli si convolgono perpetuamente invano.


                                            ***

12 Luglio 1980

Abbi pazienza, mia donna affaticata,
abbi pazienza per le cose del mondo,
per i tuoi compagni di viaggio - me compreso -
dal momento che ti sono toccato in sorte.
Accetta, dopo tanti anni, pochi versi scorbutici
per questo tuo compleanno rotondo.
Abbi pazienza, mia donna impaziente,
tu macinata, macerata, scorticata
che tu stessa ti scortichi un poco ogni giorno
perché la carne nuda ti faccia più male.
Non è più tempo di vivere soli.
Accetta - per favore - questi 14 versi,
sono il mio modo ispido di dirti cara,
e che non starei al mondo senza di te.



                Primo  Levi    da        Ad un'ora incerta



sabato 25 aprile 2020

RESISTENZE




               Forse sarebbe stato meglio chiamare " un  muto bisogno di decenza "...


( Nel libro ) sono raccontate le avventure drammatiche di quei partigiani ebrei polacchi che risposero colpo su colpo a chi tentò di sterminarli. Dalle foreste della Russia Bianca attraverso incontri, separazioni, battaglie; stretti da vincoli fraterni e da passioni contrastate, i protagonisti di questa interminabile epopea percorrono la Polonia e la Germania e raggiungono tra molte peripezie le vie della vecchia Milano. 



(...)Eppure sentiva che non avrebbe potuto continuare a vivere 
     così. Qualcosa nelle parole e nei gesti dell'usbeco gli aveva
     fatto intuire che lui, sui partigiani dei boschi, ne sapeva di più
     di quanto volesse far apparire. Qualcosa sapeva, e Mendel
     sentiva in fondo all'anima, in un angolo mal esplorato dell'
     anima, una spinta, uno stimolo, come una molla compressa :
     una cosa da fare, da fare subito, in quello stesso giorno la cui
     luce già lo aveva stappato al sonno del samogòn. Doveva
     sentire dall'usbeco dove stavano e chi erano queste bande, e
     doveva decidere. Doveva scegliere, e la scelta era difficile: da
     una parte c'era la sua stanchezza vecchia di mille anni, la sua
     paura, il ribrezzo delle armi che pure aveva sepolte e portate
     con sé ; dall'altra c'era poco. C'era quella piccola molla 
     compressa, che forse era quella che sulla Pravda veniva
     chiamato " il senso dell'onore e del dovere", ma che forse
    sarebbe stato più appropriato descrivere come un muto bisogno
    di decenza .  (...)



                 Primo Levi   da     Se non ora, quando ?

venerdì 20 marzo 2020

IERI HO SOFFERTO IL DOLORE...





                                                    Alda Merini da  " La terra santa "


  "Non esiste proporzionalità tra la pietà che proviamo e l'
   estensione del dolore da cui la pietà è suscitata : una singola
   Anna Frank desta più commozione delle miriadi che soffrono
   come lei, ma la cui immagine è rimasta in ombra. Forse è
   necessario che sia così : se dovessimo e potessimo soffrire le
   sofferenze di tutti, non potremmo vivere.
   Forse solo ai santi è concesso il terribile dono della pietà verso
   i molti; ai monatti, a quelli della Squadra Speciale e a tutti noi
   non resta, nel migliore dei casi, che la pietà saltuaria 
   indirizzata al singolo... "  


                       Primo Levi   da    I sommersi e i salvati


  E  non ho scelto a caso nè la poesia di Alda Merini nè il brano di
  Primo Levi che evocano - anche solo nel titolo - la mia esperienza di questi giorni, uscita  - dopo una giornata di Pronto Soccorso - da un Ospedale lombardo.


                                         frida


 

giovedì 20 febbraio 2020

LASCIAMI ANDARE, MADRE 1




" Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi. La peste si è spenta, ma l'infezione serpeggia ".  (P. Levi )

 
VIENNA, MARTEDI' 6 OTTOBRE 1998. IN ALBERGO

(...) Dopo ventisette anni, oggi ti rivedo, madre, e mi domando se
       nel frattempo tu abbia capito quanto male hai fatto ai tuoi
       figli. Stanotte non ho chiuso occhio. Ora è quasi giorno: ho
       aperto la serranda. Un fumoso velo di luce si va schiarendo
       sopra i tetti di Vienna.
       Oggi ti rivedo, madre, ma con quali sentimenti? Che cosa può
       provare una figlia per una madre che ha rifiutato di fare la
       madre per entrare a far parte della scellerata organizzazione
       di Heinrich Himmler ? Rispetto? Solo per la tua veneranda
       età - ma per nient'altro. E poi ?. Difficile dire : nulla, dopo
       tutto sei mia madre. Ma impossibile dire : amore. Non posso
       amarti, madre. Mi sento agitata, e mio malgrado ripenso al
       nostro ultimo incontro nel 1971 allorchè ti rividi dopo trent'
       anni, e rabbrividisco al ricordo dello sgomento che provai
       scoprendo che eri stata un membro delle SS.
       E non ti eri pentita, anzi.Ancora ti compiacevi del tuo passato,
       di essere stata - di quell'efficiente fabbrica di orrori - un'
       impiegata modello.
       Sono le sei, il cielo è livido: la giornata sarà piovosa.
       E oggi ti rivedo, madre, per la seconda volta da quando mi
       abbandonasti, cinquantasette anni fa : una vita. Avverto un
       senso di eccitazione amara, di attesa impaziente. Perchè
       nonostante tutto sei mia madre. Che cosa ci diremo? Che cosa
       mi dirai? Coglierò in te una traccia di rammarico per quello
       che non c'è mai stato tra noi? Avrai per me quella carezza
       materna che desidero da oltre mezzo secolo? O mi strazierai
       ancora con la tua indifferenza?
       Nel 1971 vivevo in Italia e avevo un figlio piccolo, Renzo; fu
       all'improvviso che provai, irrefrenabile,il bisogno di cercarti .
       Ti trovai e insieme al mio bambino mi precipitai a Vienna per
       riabbracciarti. Ma quel nipote che ti guardava con tanto
       incuriosito entusiasmo, tu lo trattasti con distacco, negandogli
       il diritto di avere una nonna, così come nagasti a me quello di
       avere finalmente una madre. Perchè tu non volevi essere
       madre e fin da quando siamo nati hai sempre affidato ad altri
       me e mio fratello Peter. Eppure nel Terzo Reich la maternità
       veniva ossessivamente incensata, in particolare dal ministro
       della Propaganda, Josef Gobbels.
       Perfino Himmler sosteneva, madre, che un principio non 
       doveva mai venir meno nei suoi membri: l'onestà, la lealtà e
       la fedeltà nei confronti degli appartenenti al proprio sangue.
     E i tuoi due figli non appartenevano forse al tuo stesso sangue?
      No, tu non volevi essere madre, preferivi il potere.
     Di fronte a un gruppo di prigioniere ebree ti sentivi
     onnipotente. Guardiana di denutrite esauste e disperate ebree
     dal capo rasato, dallo sguardo vuoto-  che misero potere -
     madre !   (... )



                      Helga  Shneider   da     Lasciami andare, madre

 

lunedì 27 gennaio 2020

27 GENNAIO 2020

 
 
 



           " Tutti coloro che dimenticano il proprio passato
              sono condannati a riviverlo "

                                            Primo  Levi


domenica 27 gennaio 2019

27 GENNAIO

 
 
 


                           " Se comprendere è impossibile,
                             conoscere è necessario "

                                           
                                                 Primo Levi

martedì 25 aprile 2017

LA TREGUA 2



(...) Così per noi, anche l'ora della libertà suonò grave e chiusa e ci
      riempì gli animi, di gioia e di un doloroso senso di pudore , per
      cui avremmo dovuto lavare le nostre coscienze e le nostre
      memorie della bruttura che vi giaceva: e di pena, perché
      sentivamo che questo non poteva avvenire, che mai più nulla
      sarebbe potuto avvenire di così buono e puro da cancellare il
      nostro passato, e che i segni dell'offesa sarebbero rimasti in noi
      per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi dove
      avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti. Poiché - ed è
      questo il tremendo privilegio della nostra generazione e del mio
      popolo - nessuno ha mai potuto meglio di noi cogliere la natura
      insanabile dell'offesa, che dilaga come un contagio.
      E' stolto pensare che la giustizia umana la estingua. Essa è
      inesauribile fonte di male: spezza il corpo e l'anima dei
      sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli
      oppressori, si perpetua come odio nei superstiti e pullula in
      mille modi contro la stessa volontà di tutti come sete di
      vendetta, come cedimento morale, come negazione, come
      stanchezza, come rinuncia.
      Quante cose, allora mal distinte, e avvertite dai più solo come
      una improvvisa ondata di fatica mortale, accompagnarono per
      noi la gioia della liberazione. Perciò pochi fra noi corsero
      incontro ai salvatori, pochi caddero in preghiera.
      Charles ed io sostammo in piedi presso la buca ricolma di
      membra livide, mentre altri abbattevano il reticolato; poi
      rientrammo con la barella vuota, a portare la notizia ai
      compagni.  (...)


                Primo  Levi  da    La Tregua

LA TREGUA 1



(...) La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il
      mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi
      a scorgerla : stavamo portando alla fossa comune il corpo di
      Sòmogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera.
      Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era
      ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il
      berretto, a salutare i vivi e i morti.
      Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano
      guardinghi- coi mitragliatori imbracciati - lungo la strada che
      limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a
      guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo
      sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti,
      sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi.
      A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi ( la
      strada era più alta del campo ) sui loro enormi cavalli, fra il
      grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate
      di vento umido minaccioso di disgelo. Ci pareva - e così era -
      che il nulla pieno di morte in cui da dieci giorni ci aggiravamo
      come astri spenti, avesse trovato un suo centro solido, un
      nucleo di condensazione: quattro uomini armati, ma non armati
      contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e
      puerili sotto i pesanti caschi di pelo.
      Non salutavano, non sorridevano: apparivano oppressi - oltre
      che da pietà - da un confuso ritegno che sigillava le loro
      bocche e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo.
      Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci
      sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava
      assistere o sottostare ad un oltraggio: la vergogna che i
      tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla
      colpa commessa da altri, e gli rimorde che esista, che sia stata
      introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono,
      e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e che non
      abbia valso a difesa.  (...)


               Primo  Levi   da     La tregua